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West Ham United: come un logo può raccontare la storia di un popolo intero

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ā€œVolano cosƬ in alto, quasi raggiungono il cielo e poi, come I miei sogni, svaniscono e muoionoā€. Se in queste parole ĆØ racchiuso il significato e il portato sociale dell’essere tifoso del West Ham, ĆØ guardando allo stemma degli Hammers che si trovano le risposte circa la storia di una comunitĆ , le origini di una fede.

ƈ il 1857 quando Peter Rolt, membro di una longeva famiglia di costruttori navali, prende il timone della C.J. Mare & Company e decide di farsi promotore di un’operazione a dir poco avanguardista per i tempi: fondersi con la Thames Ironworks Sand Shipbuilding Co. Ltd, una delle aziende leader nella costruzione di imbarcazioni sulla sponda del Tamigi, che aveva fatto del suo core business la produzione di navi da guerra, strappando alla concorrenza un contratto di fornitura verso niente meno che la Royal Navy. A metĆ  anni ’80 ĆØ un’altra figura di grande spessore umano e imprenditoriale a fare ingresso nel cda aziendale: si tratta di Arnold Hills, personalitĆ  culturalmente un passo avanti, fermamente convinto che un ottimo livello produttivo dovesse necessariamente passare per il benessere fisico e mentale del ceto operaio. Motivo per cui decise di accogliere la richiesta di fondare una piccola compagine calcistica per allietare le intense giornate di lavoro. Del resto come avrebbe potuto dire di no, proprio Hills, che aveva un glorioso passato nelle fila dell’Oxford F.C.

Siamo nel 1895: nasce dunque il Thames Ironworks Football Club, dall’omonima carpenteria navale. Nel 1896 gli Irons partono dalla London League, trionfando per la prima volta nell’annata 1897-98. Nel 1898 la societĆ  si iscrive alla Second Division della Southern League, diventando finalmente un club professionistico e riuscendo addirittura nell’impresa di vincere il torneo al primo tentativo. Il primissimo logo dei fabbri del Tamigi vedeva campeggiare al centro un’enorme bandiera britannica, al di sopra della quale si stagliava l’iscrizione ā€œT.I.W.ā€, mentre al di sotto figurava la sigla ā€œF.C.ā€

L’antico vessillo del Thames Ironworks F.C.

Nel 1900, quando il club divenne una societĆ  a responsabilitĆ  limitata, il Thames Ironworks cambiò il suo nome in quello che ancora oggi tutti conosciamo come West Ham United F.C. Quella del West Ham ĆØ una storia affascinante, ricca di cambiamenti e sofferenze, ma due sono gli elementi rimasti immanenti nel tempo (o quasi): i martelli incrociati e l’effigie di un antico castello. Non abbiamo una conferma ufficiale circa il giorno in cui i più antichi utensili da lavoro del mondo siano diventati simbolo inconfondibile del West Ham e della sua comunitĆ  di vita e di tifo. Forse perchĆ© lo sono stati da sempre. Ad ogni modo, la prima pubblicazione dello stemma raffigurante i segni distintivi di un’epopea culturale e calcistica risale ad un’amichevole del 1910-1911.

L’immagine della fortezza comparve per la prima volta nel ā€œpre-match programā€ della stagione 1921-1922, ma fu un evento episodico. Ad occupare la scena nel logo della compagine furono unicamente i due “crossed-hammers”, per lo meno sino al 1964. Quell’anno, in occasione della finale di FA CUP, il board societario decise di rivisitare lo stemma, dando vita alla rappresentazione destinata a rimanere fissata nell’immaginario collettivo in eterno. Come giĆ  detto, i martelli incrociati risultano essere un retaggio delle profonde radici operaie, mentre, per quanto riguarda il castello, ci sono svariate ipotesi che ne giustificano l’apparizione. La prima e più accreditata lo identifica con un’importante costruzione locale, la Green Street House, popolarmente conosciuta come ā€œBoleyn Castleā€ poichĆ© associata alla famigerata Anna Bolena, per amore della quale Enrico VIII proclamò lo scisma anglicano. Più che di un castello, in realtĆ , si trattava di una casa molto particolare, che si era guadagnata l’improprio appellativo di ā€œBoleyn Castleā€ sia per la presenza di due torrette che dominavano la struttura, che per il soggiorno della seconda moglie del sovrano. L’impianto di gioco degli Hammers fu costruito proprio di fianco alla misteriosa ed affascinante abitazione, di qui l’epiteto di ā€œBoleyn Groundā€. Ā Un’altra ipotesi, decisamente minoritaria ma altrettanto suggestiva, narra che l’apparizione del castello nello stemma del club sia dovuto all’adozione (nel 1904) del Boleyn Castle FC, una minuscola compagine locale alla quale fu sottratto il proprio terreno proprio da parte dei fabbri del Tamigi.

Ecco il rivoluzionario logo del 1964, confezionato in occasione della finale di FA CUP

Un altro interessantissimo dettaglio dello stemma degli Hammers, sinora trascurato, ĆØ la sua forma a scudo. Ā I romantici asseriscono infatti che la sua forma non sia altro che un nobile richiamo alla sezione di una della Warrior, una delle più prestifgiose fregate della Royal British Navy, fiore all’occhiello della Thames Ironwork, fabbricata nel 1860 circa.

Lungo le decadi successive, lo stemma ha conosciuto molti cambiamenti nei particolari, senza però mai intaccare i due concetti chiave: martelli e fortezza. Questo per lo meno sino agli anni ’90, quando la Springett Associates, un’enorme design company londinese, fu incaricata di mettere pesantemente mano al logo, con l’obiettivo di rivisitarlo in chiave moderna, senza preoccuparsi di creare scalpore all’interno della fan base. CosƬ, il castello fu colorato di un giallo acceso, in una grafia più ampia e marcata, con delle notevoli feritoie cruciformi e la sparizione del sempre presente ā€œtetto triangolareā€ sopra le due torri.Ā  I grafici optarono anche per cambiare la forma dei martelli, ed altri piccoli dettagli, sempre al fine di dare al logo maggior soliditĆ .

L’ultima grande rivoluzione ĆØ di recentissima data. A partire dal 2016, infatti, dallo stemma degli Hammers ĆØ sparito il leggendario ā€œBoleyn Castleā€. Questo perchĆ© il board del West Ham, dopo 112 lunghi anni, ha deciso di cambiare dimora. Scelta dolorosa e al tempo stesso da molti contestata: ma il nuovo che avanza ha travolto il romanticismo che frena. L’ipermoderno London Stadium sorge a 4 km ad Ovest rispetto al sito del vecchio impianto. Boleyn Ground ĆØ stato demolito, ma non dalla mente dei tifosi. Quello spazio figura vuoto soltanto per chi non avverte nell’aria l’odore del ricordo di migliaia di imprese, di strenue battaglie, del fascino di una travagliata storia d’amore. Il Castello sarĆ  anche stato distrutto, rimosso dallo stemma con un tratto di penna, ma i martelli incrociati continueranno a scolpire pagine memorabili nella storia di questo sport e, soprattutto, nel cuore dei loro meravigliosi tifosi.

L’evoluzione del logo degli Hammers, dalla fondazione sino ai giorni nostri.

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Attenzione, il giocattolo si sta per rompere. Non per colpa della Superlega.

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Sembra sia passata una stagione intera, invece solo la settimana scorsa una delle notizie più sconvolgenti degli ultimi decenni ha aperto una voragine nel mondo del calcio. La sera del 19 aprile 2021, un freddo e impersonale comunicato annunciava la nascita della Superlega, una nuova competizione a inviti tra alcune delle squadre più importanti d’Europa. Per quanto alcune meccaniche dell’operazione sono apparse poco limpide (Tetto agli ingaggi sƬ o no? Quali sarebbero state le altre tre squadre fisse? Come sarebbero state scelte le squadre facenti parte “per merito”? Solo le prime a venire in mente), chiara fin da subito ĆØ stata la grande opposizione che le dodici squadre fondatrici hanno trovato in tutto il continente.

Il ruolo del Pelide Achille ĆØ sicuramente toccato a Aleksander Čeferin, la cui ira funesta ha inondato giornali per ore giornali e televisioni. In una scena da vera e propria tragedia greca, in cui l’avvocato sloveno sembra aver sofferto più di ogni altra cosa l’intimo e personale tradimento di Andrea Agnelli, il presidente della UEFA e vicepresidente della FIFA ha tuonato minacce verso le societĆ  che hanno partecipato alla fuga. Hanno poi fatto quadrato attorno all’istituzione i club francesi e tedeschi, che hanno rifiutato l’ingresso nella Superlega e anzi votato positivamente la riforma della Champions League.

Lo sdegno per la nascita di questa orrida idra a 12 teste ha creato una coesione mai vista prima in Europa. Tifosi, giornalisti, politici, volti televisivi, allenatori delle squadre coinvolte, presidenti e dirigenti delle squadre non coinvolte, giocatori. Un fronte incredibilmente compatto, tra popolo imberbe e altolocati del pallone, che per la prima volta dal 1850 si sono trovati sinceramente d’accordo su un motto: la Superlega sarebbe diventata l’emblema della morte del calcio come sport.

La furia dei tifosi, le minacce di UEFA e FIFA, la celeritĆ  con cui Boris Johnson (sorprendente viste le tempistiche con cui il primo ministro si ĆØ mosso in una certa emergenza sanitaria poco addietro) ha assicurato completo appoggio legislativo alle istituzioni del calcio, ma secondo le malelingue (capeggiate dal Mundo Deportivo) anche un aiutino economico promesso da Čeferin ai primi club che avrebbero rotto lo schieramento dei traditori, hanno portato infine le “big six” d’Inghilterra a fare un passo indietro. Un momento quasi più ridicolo della creazione stessa della Superlega. In meno di 48 ore, una a una tutte le squadre si sono sfilate, chi definitivamente chi invece alludendo velatamente alla volontĆ  di riprovarci, prima o poi.

Agnelli, Ceferin e Perez quando ancora tutto andava bene

ChissĆ  come finirĆ …

Le conseguenze nel lungo periodo delle folli “Due Giornate di Superlega” sono ovviamente ancora tutte da scoprire. A una settimana esatta dal tumulto, i club insurrezionalisti non se la passano molto bene. In Italia la Lega di A ha appena votato la modifica del codice che mette nero su bianco il divieto di partecipazione delle squadre a qualsiasi competizione non organizzata dalla UEFA o FIFA, pena l’esclusione dal campionato. Se Inter e Milan, i cui tifosi hanno sƬ espresso il loro forte disappunto ma senza manifestazioni plateali, sembrano ancora sul chi va lĆ , sicuramente la Juventus ĆØ la squadra che più sta soffrendo il naufragio del progetto. Andrea Agnelli, vicepresidente della Superlega e apparentemente uno dei suoi principali artefici, sembrerebbe attaccato non solo da Čeferin ma anche da una fronda interna alla societĆ . A fargli compagnia sul patibolo che il presidente UEFA sta velocemente allestendo sui media ci sono Florentino PĆ©rez e Joan Laporta, il triumvirato a capo dei ribelli che vedrĆ  probabilmente le sanzioni più ingenti.

Čeferin ha giĆ  annunciato che ci andrĆ  leggero con le inglesi (ma guarda un po’), sollievo in realtĆ  effimero visto che la situazione oltre la Manica ĆØ sicuramente più esplosiva che sulla terraferma. Londra, Liverpool e Manchester hanno visto negli ultimi giorni migliaia di tifosi inferociti scendere in piazza contro le proprietĆ  delle rispettive squadre. Le televisioni hanno fatto andare a ruota libera i loro “pundits” ex professionisti, capeggiati da un infuriatissimo Gary Neville, che hanno descritto l’operazione (quando si limitavano) come un “joke” o una “disgrace”. Chi più sembra rimetterci saranno le proprietĆ  americane delle big six: un po’ perchĆ© apparentemente promotrici del progetto in Inghilterra, un po’ perchĆ© diciamocelo, gli yankee da quelle parti stanno sempre un po’ sulle palle. Se Ed Woodward ha giĆ  pagato pegno per i Glazer allo United, ĆØ notizia delle ultime ore che il miliardario svedese Daniel Ek (proprietario di Spotify) sarebbe d’accordo nientemeno con Thierry Henry, Dennis Bergkamp e Patrick Vieira per tentare la scalata all’Arsenal, trovando probabilmente il beneplacito delle istituzioni nazionali e continentali. Stan Kroenke, attuale patron dei Gunners, sembrerebbe contento di ascoltare offerte sulla base di 2 miliardi di sterline.

Gary Neville infuriato per la Superlega

Il background da cui nasce la Superlega: ci vogliono sempre più soldi?

Passati sette giorni, sfogata quanto possibile l’indignazione, ĆØ arrivato però il momento di riflettere. PerchĆ© il fallimento dell’esperimento-lampo Superlega non può, e non deve, nascondere una situazione che buona sicuramente non ĆØ.

Dichiariamolo apertamente: cosƬ come ĆØ stata progettata e comunicata al pubblico, quella competizione aveva un valore sportivo prossimo allo zero. Le contraddizioni erano evidenti ed esagerate, farne una lista sarebbe questione lunga e tediosa. L’ira dei tifosi ĆØ sicuramente giustificata, anzi quanto avremmo voluto vedere anche in Italia lo stesso fermento che ha attraversato le strade inglesi. Ahinoi, un altro indice di come la nostra situazione sia particolare a dir poco.

Eppure dei ragionamenti bisogna metterli in atto. Florentino PĆ©rez, in quella tremenda intervista rilasciata a un programma TV spagnolo, ha sostanzialmente dichiarato che solo la nascita della Superlega avrebbe potuto permettergli di provare ad acquistare MbappĆ© dal PSG. In realtĆ , solo l’iniezione di contante che sarebbe arrivata da quel campionato per pochi intimi avrebbe donato al Real Madrid, cosƬ come alle altre partecipanti, un futuro economicamente più sicuro. PerchĆ© l’orizzonte temporale per il football, cosƬ come funziona ora, potrebbe non arrivare molto lontano.

Il calcio non ĆØ mai sembrato un investimento dal sicuro profitto, almeno dalla nostra esperienza di tifosi italiani abituati a patron che spesso fanno il passo più lungo della gamba. Però i ricavi delle squadre europee sono aumentati assai nell’ultimo decennio, soprattutto grazie ai rinnovi sempre più proficui dei diritti televisivi, tanto che il mercato europeo del pallone ĆØ arrivato a valere 28,9 miliardi di euro. Di questa enorme cifra, il 59% ĆØ rappresentato dalle 5 leghe principali: Inghilterra, Spagna, Germania, Italia e Francia.

Soprattutto per i campionati più ricchi, il supporto finanziario dei diritti ĆØ fondamentale: in Inghilterra e Italia vale il 60% di tutte le entrate “operative” (cioĆØ senza considerare il peso dei trasferimenti) dei club, in Spagna il 54%, in Germania il 44% e in Francia il 47%. In tutte queste nazioni, un altro 30% circa di ricavi arriva dalle sponsorizzazioni e dagli accordi commerciali. Questo significa, e dispiace dover infrangere ancora una volta i sogni più romantici, che i ricavi del cosiddetto “matchday” tra biglietti e altri servizi diventa una fetta molto piccola dei ricavi delle societĆ . In Italia ĆØ solamente l’11%, in Inghilterra il 13% (nonostante gli stadi di Premier siano pieni al 97% della loro capacitĆ  stagionale).

Nuovo stadio Tottenham

CosƬ vale anche nei campionati europei di minore importanza. I diritti televisivi sono ormai il pilastro su cui si regge il sistema calcio. Le entrate dello stadio, l’immagine che a tutti noi manca del tifo sulle gradinate, non sono più prioritarie per qualsiasi societĆ  al mondo. C’ĆØ una sola nazione in cui non vale questo precetto, la meravigliosa Scozia, dove ancora più di metĆ  dei ricavi deriva dai giorni della partita.

Ma c’ĆØ di più. Lo diceva anche ArsĆ©ne Wenger pochi giorni fa, ospite in una trasmissione inglese: gli stipendi pagati dalle societĆ  sono ormai altissimi, troppo per poter pensare di andare avanti cosƬ. In Inghilterra e Spagna valgono il 61% di tutte le entrate, in Italia addirittura il 70%. Se la Premier League ottiene 3,4 miliardi solo dai diritti televisivi (su 5,8 totali), ne spende 3,6 in stipendi. Il trend poi ĆØ in aumento da anni, e se alcune stagioni ĆØ giustificato da un lauto rinnovo dei contratti sui diritti, succede anche quando di ulteriori iniezioni di liquiditĆ  non c’ĆØ traccia.

Con la maggior parte dei ricavi concentrati nelle societĆ  più importanti (in Premier le big six da sole ottengono il 70% di tutte le entrate delle societĆ  del campionato), i club che vedono rosso nei loro bilanci sono sempre di più. Notizia non dell’ultima ora, soprattutto per noi italiani che vediamo ogni stagione uno stillicidio di societĆ  anche storiche dalla B in giù. In Inghilterra, dove sono molto meno abituati, ancora si fa fatica a credere al fallimento del Bury nel 2019. Ma attenzione: giĆ  da qualche anno il rapporto tra stipendi e ricavi totali in Championship supera il 100%. CioĆØ le entrate complessive non coprono i costi dei contratti. Fino a quando i proprietari e le banche saranno disposti a sostenere una perdita cosƬ sostanziale?

L’UEFA non fa meglio

La UEFA non è che se la passi molto meglio. Se è vero che ci sono sempre grandi aumenti nella redistribuzione dei proventi delle competizioni ogni volta che vengono rinnovati i diritti tv, oltre ai sempre più numerosi contributi di solidarietà che versa nelle casse delle federazioni nazionali, la sua quota di mercato annuale sembra assottigliarsi sempre di più. Questo senza voler scendere nella diatriba delle scelte politiche, facendone presente una su tutte: come si può inneggiare ai sentimenti e ai valori dello sport in contrapposizione alla Superlega, quando si organizza la finale di Champions League a Istanbul?

Guardandola dal punto di vista economico la situazione non ĆØ rosea. Il capitolo procuratori meriterebbe un articolo a parte, solo per cercare di capire come mai non sia stato ancora toccato. Approvata la riforma della competizione massima europea, che allargherĆ  i partecipanti a 36 e modificherĆ  la struttura delle prime fasi, e in rampa di lancio la nuova manifestazione per i club di terza fascia (Conference League), i dati mostrano che il potere economico rimane in mano a un nugolo di squadre. Esattamente le teste dell’idra, Bayern e Borussia in Germania, PSG in Francia.

Uno degli assiomi di punta alla base dell’allargamento della Champions e della nascita della Conference League, più squadre partecipanti vuol dire più redistribuzione di denaro, ĆØ sconfessato dalle statistiche e anche da alcune ricerche indipendenti fatte in varie nazioni. Uno studio comparativo portoghese sul Vitória GuimarĆ£es e sul PaƧos de Ferreira (la prima spesso presente nelle prime fasi di Champions o Europa League, la seconda con due entrate negli ultimi venti anni) dimostra che per i club piccoli i tanto agognati soldi derivanti dall’accesso alle competizioni europee danno benefici minimi nel lungo periodo, quasi nulli nei primi anni, e solo mantenendo una gestione più che prudente della societĆ . Una leggera spinta a investire, per esempio per mantenere uno standard qualitativo della rosa tale da continuare a giocare le coppe, porta spesso a montagne di problemi economici.

La sede dell'Uefa a Nyon

Il sistema calcio, cosƬ come ĆØ strutturato ora, non si regge in piedi sulle sue gambe. Si dice spesso, e a cercare qualche dato se ne ha una spaventevole consapevolezza. La colpa di chi ĆØ? Bella domanda. Andrebbe assegnata probabilmente a un po’ tutti gli attori in campo. Come al solito, il tifoso medio si troverĆ  a subire le scelte scellerate di chi avrebbe il potere di cambiare qualcosa.

La Superlega andava fermata? Quasi sicuramente sƬ. Ma come ogni volta che un’insurrezione minaccia lo status quo, ora c’ĆØ finalmente del terreno fertile per poter veramente pensare a qualcosa di diverso. Se vogliamo anche solo sperare di poter conservare una briciola di quel romanticismo ormai andato nel nostro sport preferito, questo ĆØ il momento per cambiare. Non lasciamolo fuggir via, in un alito di vento svizzero.

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Che fine ha fatto il Bolton? Trotters lontani dai vecchi fasti

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La Premier League, cosƬ come tutti gli altri campionati, ĆØ fatta di certezze rappresentate dalle squadre che la frequentano abitualmente. Al di lĆ  delle grandi, ci sono club che per molto tempo sono stati parte integrante del massimo campionato inglese e tra questi – nei primi anni 2000 – figurava il Bolton. I Trotters sono stati protagonisti di ottime stagioni, per poi andare incontro ad un lento e inesorabile declino che li ha portati a frequentare addirittura la League Two. Momento non facile per tifosi del Bolton, che sognano rivivere quanto prima le emozioni provate sia in ambito nazionale che europeo.

I primi anni di vita: 4 trofei per i Trotters

Il momento più prolifico per il Bolton sul piano dei trofei riguarda certamente i suoi primi anni di vita. Tra i club fondatori della Football League, che nasce nel 1888, il club di Horwich negli anni ’20 riesce ad aggiudicarsi tre edizioni della FA Cup. Un periodo d’oro per i Trotters, che nella stagione 1924/25 sfiorano addirittura il titolo finendo terzi a soli 3 punti di svantaggio dall’Huddersfield campione.

Nei decenni successivi il Bolton continua ad essere un abituale frequentatore della First Division, pur non lottando più per le prime posizioni. I Trotters hanno però un risveglio negli anni ’50, quando perdono la finale di FA Cup contro il Blackpool nella stagione 1952/53 per poi riscattarsi qualche anno più tardi.

Nella stagione 1957/58 trionfano nella coppa nazionale inglese battendo in finale il Manchester United per 2-0. A segnare la doppietta decisiva ĆØ Nat Lofthouse, vera e propria icona del club con 285 gol in 452 presenze. L’anno successivo arriva il trionfo in Charity Shield, battendo per 4-1 il Wolverhampton. L’ultimo titolo nella storia del Bolton, che poi va incontro ad una fase critica della sua storia.

Bolton
Il Bolton alza al cielo la sua quarta FA Cup

L’arrivo di Allardyce: il Bolton conquista l’Europa

Esaurito il ciclo d’oro degli anni ’50, il Bolton vive tre decenni decisamente precari. La squadra scende fino alla Third Division, riconquistando i piani alti del calcio inglese solo a metĆ  degli anni ’90. L’arrivo nella neonata Premier League e, per tornare a vedere le stelle, i Trotters devono attendere ancora qualche anno. La svolta avviene nel 1999, quando sulla panchina del Bolton si siede Sam Allardyce.

Il tecnico prende la squadra in First Division (l’odierna Championship) e, dopo aver fallito l’obiettivo promozione al primo colpo, si rifĆ  nella stagione 2000/01 battendo nella finale dei play off il Preston North End. Dopo due sofferte salvezze, Il Bolton comincia a stabilizzarsi nella colonna sinistra della classifica di Premier League. Nel 2003/04 il club arriva ottavo, arrivando anche in fondo alla Coppa di Lega e perdendo all’ultimo atto contro il Middlesbrough.

Allardyce Bolton
Sam Allardyce, autore di un grande ciclo con il Bolton

Un exploit che non si rivela isolato, perchĆ© l’anno successivo il Bolton arriva sesto conquistando per la prima volta nella sua storia l’accesso alla Coppa Uefa. Il primo impatto con una competizione europea non si rivela cosƬ traumatico, visto che i Trotters – oltre a confermarsi su buoni livelli in campionato arrivando ottavi – raggiungono i sedicesimi di finale (turno in cui vengono eliminati dall’Olympique Marsiglia).

L’ultimo anno targato Allardyce coincide con un settimo posto e con la seconda qualificazione dalla Coppa Uefa nel giro di tre stagioni. Un risultato onorato l’anno successivo, quando i Trotters escono agli ottavi di finale per mano dello Sporting Lisbona dopo aver battuto l’Atletico Madrid nel turno precedente e pareggiato contro il Bayern Monaco nella fase a gironi. Raggi di luce in campo europei, ai quali presto seguirĆ  un nuovo periodo di buio.

Gli ultimi anni, la caduta in League Two

Nelle stagioni successive il Bolton occupa un ruolo sempre più marginale nel palcoscenico inglese, tra campionati anonimi e salvezze sofferte. Al termine della stagione 2011/12 arriva addirittura la retrocessione in Championship, dalla quale il club fatica a scuotersi. Dopo tra annate aver die emozioni, i Trotters retrocedono in League One e, dopo un fugace ritorno in Championship, crollano addirittura in League Two.

In questa stagione i Trotters hanno disputato un campionato d’alto profilo nella quarta serie inglese, trovandosi al terzo posto a due giornate dalla fine. La lotta per il primato ĆØ con Cheltenham Town e Cambridge United: avversari di ben altro spessore rispetto a quelli di qualche anno fa, ma ostacoli necessari per il ritorno nel calcio che conta.

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Nakata al Bolton, l’ultimo valzer del “Bekcham del Sol Levante”

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Hidetoshi Nakata ĆØ una delle icone pop del mondo del calcio a cavallo tra gli anni ’90 e il nuovo millennio. Il suo provenire dal Giappone, l’essere colto, educato, raffinato, nonchĆ© di bell’aspetto, giovano senza dubbio alla sua immagine, che comunque non prescinde dai suoi piedi fatati e dalla sua mente sempre lucida. Sul campo fa meraviglie con le maglie di Perugia, Roma e Parma, quando il suo nome era indissolubilmente legato alla Serie A. In quel periodo incanta e riesce a guadagnare per cinque anni consecutivi la candidatura al Pallone d’oro. L’amore per il calcio, tuttavia, sbiadisce anno dopo anno, perchĆ© nella testa del giapponese ci sono mille passioni, nonchĆ© una voglia irrefrenabile di conoscere il mondo. CosƬ, dopo una sfortunata parentesi in riva all’Arno con la maglia della Fiorentina, nel 2005 sbarca per la prima volta in Inghilterra, per giocare con la casacca del Bolton.

Un giapponese ad Albione

A 28 anni, la carriera di Nakata sembra prendere una piega controversa, ĆØ indiscutibile che il suo rendimento sia mano a mano calato, tuttavia in molti pensano che abbia ancora molte cartucce da sparare e di fronte a sĆ© delle stagioni in cui poter dire la propria riconquistando un posto nell’Ć©lite del calcio internazionale. Il Bolton sembra la squadra ideale per rilanciarsi, vista l’ambizione del club e gli importanti nomi che sono arrivati alla corte di Sam Allardyce. Nessuno, però, si poteva immaginare che dentro alla mente di Nakata si annidassero cosƬ tanti demoni e tormenti, capaci di farlo disinnamorare del calcio stesso.

Il Bolton sogna, Nakata fatica

La stagione 2005/2006 ĆØ una delle più brillanti del Bolton in Premier League, ma Nakata che ha bisogno di giocare per andare ai Mondiali di calcio in Germania con la sua nazionale del Sol Levante, fatica. Il nipponico trova difficilmente spazio nell’undici titolare, specialmente perchĆ© i guai fisici e muscolari lo tormentano. Dopo la nefasta stagione in maglia viola, anche quella col Bolton non funziona. Nel campionato inglese non riesce a incidere e scenderĆ  in campo solamente in 21 occasioni, poche volte da titolare. Nonostante tutto riesce a mettere a referto un gol, incidendo il suo nome nella storia della Premier. Alla fine dell’anno non viene confermato, ma non ĆØ un dramma perchĆ© presto la sua vita cambia.

Nuova vita dopo il Mondiale

Il Giappone esce di scena da Germania 2006 con un punto in tre partite. Nakata ĆØ il capitano e affonda con la sua nazionale. A soli 29 anni, il “Beckham del Sol Levante” stupisce tutti quanti e dice addio al calcio giocato. ƈ una sorpresa, un professionista nel pieno dell’attivitĆ  che dice basta. ā€œSono passati più di 20 anni da quando cominciai il mio viaggio chiamato calcio – scrive il calciatore giapponese – Non c’è stato nessun episodio nĆ© un motivo in particolare che mi ha portato a prendere questa decisione. Semplicemente sentivo che era arrivato il momento di staccarmi da questo viaggio chiamato calcio professionistico e volevo cominciare un altro viaggio che mi porti a scoprire un nuovo mondo. Tutto quiā€.Ā Da quel momento in poi Nakata scopre le bellezze della Terra, visitando l’Africa, il Sud-Est asiatico, il Sud America e ogni parte del globo. Oggi, dopo il tanto peregrinare, ĆØ diventato un imprenditore di SakĆØ. Una giusta conclusione per un calciatore decisamente non convenzionale.

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Ancora una volta, meravigliosamente, Didier Drogba: l’eroe della sponda blu di Londra

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I

Qualcuno credeva che nel 2012 il mondo sarebbe finito, questa volta davvero però. I Maya avevano fatto i calcoli bene e dopo le imprecisioni che si susseguirono nei due precedenti millenni, tutti gli uomini aspettavano la loro probabile fine. Sarebbe stato tutto diverso, anzi non sarebbe rimasto più nulla. Niente più lavoro, niente più vacanze di Natale e regali, niente più spiagge nĆ© mare, niente più week-end spensierati dopo una settimana piena di impegni. Niente più cene a lume di candela e cartoni della pizza accartocciati dopo un’ottima conversazione, niente più film alla Tv o eventi sportivi da seguire con gli amici. Niente più abbracci di mamma, niente più risate per una barzelletta, niente più corse per non arrivare in ritardo in un luogo qualsiasi. Non c’era proprio scampo. Saremmo diventati cenere. Avevano provato ad anticipare tutto questo all’umanitĆ  con un film nel 2009, in cui il clima si ribellava dopo secoli e le catastrofi spazzavano interi continenti per via del surriscaldamento globale. Insomma, eravamo mentalmente pronti a scomparire.

Nonostante ciò tutti i campionati di calcio del mondo presero regolarmente il via. Poi, in estate, le grandi nazionali d’Europa si sarebbero incontrate in Polonia e Ucraina per l’ultimo europeo della storia. Chi avrebbe vinto sarebbe stato campione per sempre. Lo sapevano tutti e tutti volevano chiudere come meglio potevano.

C’era poi un giovane attaccante di una nota squadra di Londra, ben impostato fisicamente, dotato di un ottimo colpo di testa, di una potenza tiro dirompente e di uno spiccato senso del gol. Aveva fatto breccia nel cuore di migliaia di tifosi, disputato delle ottime stagioni, aveva realizzato il suo sogno, alzato tante coppe e portato in alto anche la sua nazione. Questo giovane, che poi tanto giovane non era, sapeva però di dover fare i conti anche con la propria etĆ . Non iniziò bene quell’annata, in teoria l’ultima della sua vita. Arrancava. Non faceva più la differenza. Aveva forse perso la luciditĆ  dei tempi migliori?

La sua occasione arrivò alla terza giornata di campionato. L’allenatore lo schierò dal primo minuto, dopo due panchine consecutive. Sul campo attese quell’occasione come un predatore che segue con lo sguardo la preda per essere poi pronto ad avventarsi ed appagarsi con il suo corpo. Sfrecciava veloce, lui la seguiva, la sentiva viva. Voleva farla sua. D’improvviso saltò in cielo, ma sentƬ un colpo. Un rimbombo dirompente nella tua testa. Preciso. CosƬ profondo da non dover aggiungere altre parole per descriverlo.

Cadde privato dei suoi sensi, colpito dal portiere avversario che aveva fatto scappare anche quella ghiotta occasione da gol. Pensava di aver finito i suoi giorni, pensava di non poter tornare in campo. Sembrava finito ancor prima del mondo. UscƬ in barella scortato da vari medici, con gli occhi sbarrati e la maschera per l’ossigeno. Nonostante l’accaduto quel giovane si rialzò, tanto che passò un mese e fu di nuovo in campo, seppur per dieci minuti. Non aveva perso confidenza col suo vecchio amico. Durante un nuovo match di campionato lo raccolse in mezzo a due avversari dentro l’area di rigore. Si girò poderosamente verso la porta e poi ringraziò con il segno di Gesù Cristo. Era riconoscente verso il suo creatore per le doti che gli aveva donato in quel lontano, ma non troppo, giorno di fine inverno. Aveva avuto il suo momento di gloria, destinato a durare poco in quel 2012.

II

Era in programma un derby contro i Rangers. Lui finƬ negli spogliatoi prima del fischio finale, come qualche minuto fa aveva fatto un suo compagno. La sua squadra perdette quella partita, lasciandosi sfuggire anche quella successiva contro alcuni ragazzi ben armati in un altro derby. Fu una batosta, ma quella gente aveva ancora tanto da chiedere a quella di stagione. I Maya avevano erroneamente posticipato la fine del mondo per loro o si trattava solo di un momento difficile da superare?

Il giovane, una sera, si ricordò di una musica che da bambino lo faceva cantare e che lo faceva svegliare di buon umore. Un suono che gli ricordava un angolo di paradiso. Non si sarebbe mai arrestato con una simile melodia in sottofondo. CosƬ doveva fare e cosƬ fece. Tornò in campo, ascoltando insieme ai suoi compagni quella musica. Subito recuperò un pallone nel suo habitat naturale, lo arrestò con l’esterno ma venne fermato. Poi un rimpallo lo favorƬ, come se il destino volesse restituirgli qualcosa. Velocemente raccolse di nuovo la sfera sparandola all’angolino basso. Sorrise per la gioia del gol ma un simile gesto, seppur nobile e ricco di emozioni, non fu utile alla causa.

La sua squadra perse quella gara e la classifica del girone si complicò. Rischiavano di perdere per sempre l’ebrezza di ascoltare quella musica. Qualcosa in lui però stava cambiando. Era pronto a tutto pur di non mollare quella nave in tempesta. Un sabato di fine autunno allora prese nuovamente in mano le redini del suo destino. Sapeva che quel pallone avrebbe corso e sapeva anche i rischi che si stava prendendo per andargli dietro. A questo però ci faceva poco caso. Il pallone arrivò nella sua zona. Lui lo mandò direttamente sul primo palo con un potente colpo di testa. Aveva ritrovato la sua via. Era grato per questo, ma anche felice. La sua faccia si indurƬ, ma ringraziò ancora Dio per ciò che gli aveva dato in quel giorno di quasi primavera. Il destino della sua squadra però era ancora legato a quella musichetta, che riecheggiò di nuovo in un freddo martedƬ inglese.

Lui non si sarebbe lasciato sfuggire un’altra volta quella coppa che aveva perso qualche anno prima. E che aveva visto vicina troppe volte. Il rammarico era evidente. Quante volte quei ricordi non proprio lontani gli avevano tolto ore di sonno. Quante amare delusioni, quante lacrime versate. Ma nessun rimpianto. Piangeva perchĆ© era un uomo e, al contrario di ciò che si dice, sono gli uomini veri a piangere.

Era arrivato il momento del riscatto, anche se quel pallone sembrava volesse sfuggirgli anche stavolta. Con un gesto astuto però, addomesticarlo fu una frazione di secondo. Ne aveva pieno controllo. Lo assaporò al solo tocco, gestendolo dinanzi al suo avversario di cui facilmente si sbarazzò. Con freddezza poi lo scagliò oltre il portiere avversario. Era il primo gol di una serie nĆ© lunga ma neanche troppo corta. Fu anche corretto nei confronti di un compagno, che servƬ con un bel piattone rasoterra. Scrutò ancora una volta il pallone, che correva velocemente su quell’erba fresca e bagnata. Sfrecciavano entrambi, anche se l’oggetto sembrava potesse avere un qualche vantaggio su di lui. Quando tutto sembrava destinato a finire oltre la linea di fondo l’attaccante, con un tocco letale e allo stesso tempo morbido e preciso ne fece un sol boccone, mettendo a segno una straordinaria doppietta. Fu 3-0, qualificazione inclusa.

Nonostante la gioia per il traguardo raggiunto quel giocatore si sentiva ancora molto strano, come se qualcosa non fosse al proprio posto. RiuscƬ a dirigere l’attacco di quella squadra varie volte, andando a segno soltanto all’ultimo dell’anno e per di più dagli undici metri. Non riusciva ad esprimersi per come voleva. Pareva solo.

Pianse, o forse no. Pensò, di certo, di dover fare qualcosa per cambiare quel destino, a prescindere dalla profezia sull’Apocalisse ormai vicina. No, non ce l’aveva con Dio, ce l’aveva con chi gli aveva tolto la sua giovinezza, le sue giornate migliori: il tempo. Quel giorno capƬ di essere con le spalle al muro. Accettò le esclusioni. DigerƬ pesanti delusioni, mentre quella squadra dalla maglia interamente blu arrancava in campionato. Intanto era pronto per una nuova sfida.

III

Tornò in Africa per disputare la competizione più importante del continente, un torneo che la sua squadra non vinceva da vent’anni. Superarono i gironi con tre vittorie, nove punti e cinque gol siglati. I quarti di finale furono ancora meglio. Uno schiacciante 3 a 0 che piegò gli organizzatori di quell’edizione, annichiliti di fronte alla doppietta del giovane e al gol di un altro forte centrocampista. L’otto febbraio giocarono la semifinale. Un confronto deciso quasi alla fine del primo tempo da un attaccante abbastanza famoso oltre il Canale. Erano quindi giunti al traguardo finale. Non avevano subito nessun gol, avevano segnato tante reti e chiaramente erano la squadra più in forma oltre che quella più forte. Quattro giorni dopo la semifinale, davanti a quarantamila spettatori, quella squadra giocò la finale contro la sorpresa del torneo. La soliditĆ  di entrambe le parti venne confermata dalla rigida paritĆ  che durò per tutti i centoventi minuti e che sarebbe diventata una vittoria per una e una sconfitta per l’altra soltanto con i tiri di rigori, che si protrassero senza alcun errore fino al 7-7.

Quella coppa era ancora da assegnare e lui, che come molti dei suoi compagni era andato a segno. Voleva sollevarla in quella notte africana. Venne il turno di un difensore, che prese una lunga ricorsa consegnando di fatto il pallone al portiere avversario. Erano appesi a un filo, gli ivoriani. Gli avversari si stavano giocando un match point storico, troppo importante, che era stato accompagnato da una danza tribale sia in campo sia a ridosso della panchina. Sul punto di battuta si presentò un ragazzo con la maglia numero diciassette, che poteva essere ricordato di generazione in generazione ma che in realtà non resse la pressione. Quel pallone giallo fosforescente aveva spiazzato il portiere, ma si alzò oltre la traversa per la gioia di un paese e il rammarico di un altro.

C’era ancora speranza per lui che, in quanto capitano, andò subito a colloquio con il giocatore designato per il successivo tiro di rigore. Il numero dieci posizionò la sfera leggermente più avanti del previsto. L’arbitro lo contestò. Allora questi risistemò il tutto e riprese la rincorsa calciando fuori. Il capitano cadde ferito da quell’errore banale e fatale.

Avevano fallito un’altra occasione. In quel momento nella testa degli avversari il verbo sbagliare non esisteva. I giocatori pregavano, si contorcevano, facevano qualsiasi cosa per far oltrepassare la linea a quell’oggetto rotondo. Volevano a tutti costi che quella partita diventasse leggendaria. Arrivò un ragazzo con la maglia numero tredici. Chirurgico, potente, decisivo. Il pallone andò a destra, il portiere a sinistra, e gli avversari in quella notte africana di metĆ  inverno diventarono campioni per la prima volta nella loro storia. Il ragazzo era distrutto e si era un po’ rassegnato all’idea di dover finire quest’avventura in breve tempo. Ripensava alla sua etĆ  mentre si asciugava le lacrime. E anche alla fine del mondo che sarebbe arrivata a distanza di meno di un anno. Allo stesso tempo però era consapevole di dover compiere un’impresa per lasciare quel palco da eroe.

IV

Quella musica che lo rassicurava finalmente ritornò. Lo fece di martedƬ, senza coglierlo di sorpresa. Era abbastanza carico. Voleva segnare ad ogni costo. Voleva dimostrare al suo allenatore che si era sbagliato mettendolo via come la prima cosa ormai usurata che non serve più. Giocò quella partita ma, come tutta la sua squadra, venne colpito duramente. Quel ragazzo tornò a giocare anche in campionato e venne rincuorato da un pallone arrivato in area improvvisamente che trasformò in gol. Era prezioso, ma ancora non bastava. Aveva la testa lƬ, a quel confronto europeo che avrebbe deciso le sorti della stagione. Era un giorno di quasi primavera, mercoledƬ per la precisione, e c’era anche un nuovo particolare: quell’allenatore che aveva poco creduto in lui non c’era più. Arrivò un tecnico italiano, come da tradizione.

Era passato quasi mezz’ora dall’inizio di quella sfida, quando il pallone venne scaraventato in area. Il ragazzo fece il proprio dovere: anticipò un avversario con un colpo di testa sul primo palo. Era racchiusa lƬ tutta la sua forza e la sua determinazione. Poco dopo ci fu un altro gol, seguito da un boato: il capitano dei blu aveva fatto 2-0. Arrivò poi un potente tiro, che squarciò quell’aria positiva che si respirava all’interno dello stadio. Il parziale era cambiato nuovamente. Sul 2-1 si tornava a casa, anche se la strada non era molta da fare. Il ragazzo tentò di siglare il 3-1. I suoi avversari fecero altrettanto con il 2-2. Fu un errore umano ad aiutare quella squadra, che tornò in vita grazie alla rete di colui che qualche anno prima, in quella fredda cittĆ , non aveva fallito. Il punteggio complessivo diceva che si era sul 4 a 4. In quel momento contava solo fare un altro gol per andare avanti. Arrivò un cross, sempre dalla trequarti. Il ragazzo sembrava pronto a colpire ancora ma sentƬ una mano che si allungò lungo il suo corpo muscolo. Era rigore, almeno per tutti, tranne che per l’arbitro. Lui, incredulo, dovette accettare la decisione, ascoltando anche i lunghi fischi del direttore di gara che ratificavano la fine dei tempi regolamentari. Avevano paura di perdere ma anche troppa voglia di vincere quella partita.

Si stava giocando un tempo supplementare. Un altro attaccante, più giovane, si trovava in un’ottima posizione per ricevere il pallone. Attese che lo stesso volasse sulla testa di un difensore, poi su quella del portiere avversario. Si ritrovò con la faccia di fronte alla porta vuota, che per sua sfortuna, e per qualche altro motivo, rimase tale. Si era divorato il gol più importante della sua stagione.

Un errore che pesò almeno fino al minuto centocinque. Il ragazzo con astuzia controllò il pallone a ridosso dell’area. Notò un avversario alle sue spalle, sentiva la sua pressione ma in un fazzoletto si girò e contemporaneamente spedƬ vicino al dischetto del rigore la stessa sfera.

Lì, ad un passo dal desiderio, trovò un compagno che non si sa per quale coincidenza si fosse ritrovato al posto degli attaccanti. Calciò, forse neanche guardando la porta, ma lo fece nel modo migliore possibile senza lasciare scampo al portiere avversario. Fu una gioia incontenibile per quella squadra, che raggiunse il desiderato, e definitivo, 4-1, il 5-4 totale. La musica poteva risuonare ancora forte nelle loro menti.

V

Il giovane attaccante, nonostante l’impegno e la grande prestazione nella precedente, ascoltò l’inno dalla panchina nei quarti di finale. A Lisbona venne preferito ad un altro e non ottenne grandi fortune neanche nel match di ritorno, che i suoi compagni comunque vinsero. Ottimi risultati che però non coincidevano assolutamente con il rendimento in campionato, dove la squadra blu era sprofondata in classifica, come se fosse direttamente collegata alla strana discontinuitĆ  di quell’attaccante.

Un’altra nuova sfida però era dietro l’angolo. C’era una finale da conquistare anche in questo caso. Era domenica, lo stadio era colmo di tifosi, giornalisti, fotografi e semplici appassionati di calcio. Nervoso, leggermente irrigidito, il ragazzo fallƬ la sua prima occasione da gol, mentre il suo capitano salvò di coscia il parziale, dopo un colpo di testa ben piazzato da un poliedrico avversario. Gli avversari pressavano, lo facevano anche bene, ma più che il vantaggio trovarono il palo della porta del portiere costretto ad indossare un casco nero per giocare a calcio.

Il ragazzo venne lanciato in profonditĆ , anche se il pallone era difficile da mettere a terra. Dopo un volo di quasi cinquanta metri, appena quest’ultimo arrivò alla giusta altezza, riuscƬ ad agganciarlo, nonostante avesse addosso un difensore. Sentiva il suo respiro sul collo, avvertiva quel fastidioso ringhiare alle sue spalle ma non ebbe paura, come poteva? Allungò la gamba in avanti, ma il difensore gli stava ancora addosso. Nel frattempo non si era accorto di essere giĆ  entrato in area, in quel perimetro interamente suo. Alzò la testa, sparò. E fu meraviglia a Wembley. Erano in vantaggio. Il raddoppio non si fece attendere più di tanto. L’azione fu confusa, piena di scontri di gioco, strattonate, ma si concluse con l’arrivo di un centrocampista spagnolo, che non faceva dell’altezza il suo punto di forza.

Poco dopo un avversario, arrivato davanti al portiere-supereroe accennò ad un dribbling e poi cadde, ma si continuò a giocare. Non era rigore, dato che il pallone in quell’istante era giĆ  sui piedi di un altro che comodamente appoggiò in rete. Una leggera esultanza, solo un’illusione per quella squadra del Nord di Londra.

Avevano la finale in tasca, ma non era ancora abbastanza. Mancava una prodezza, che arrivò dall’uomo più rappresentativo. Ci fu un fallo e si incaricò lui stesso della battuta del calcio di punizione. Il tiro fu angolato, calciato sulla sinistra, impossibile da prendere. Era la massima realizzazione del campione, che bruciava come una lama ardente sullo stomaco degli avversari, che alle fine dovettero fare i conti con un pesante 5-1.

Arrivò anche il mercoledƬ e quel ragazzo, che poi tanto giovane non era, sapeva di avere buone chance di scendere in campo dopo quella partita di coppa. Aveva ritrovato sicurezza e soprattutto melodia, quella che sarebbe ancora una volta entrata nella sua testa. Si sarebbero scontrati contro i più forti, contro chi aveva segnato un’altra epoca in questo sport.

A cominciare dalla panchina emergevano le qualitĆ  di quella squadra: l’allenatore fu, in un tempo non troppo lontano, un ottimo centrocampista. La sua intelligenza nel gestire un gruppo, anche fuori dal campo, si tramutò in realtĆ  poco dopo il suo ritiro. C’era un difensore che amava la propria squadra, i propri compagni, i propri avversari e anche la propria fascia. L’etica ed il rispetto, secondo il suo pensiero, venivano prima di ogni vittoria. In particolare il rispetto era la prima cosa da portare in campo, la serietĆ  la seconda.Ā  C’erano poi due grandi amici che giocavano a centrocampo. Due strateghi, due maghi del controllo palla e della visione di gioco che hanno contribuito a compiere una vera rivoluzione in questa zona del campo. Si dice che normalmente un uomo non sia capace di fare più di due cose contemporaneamente. Loro invece mantenevano il pallone incollato al piede, vedevano il compagno in profonditĆ , prendevano l’esatta misura delle cose. Pensavano giĆ  dove recapitare quel passaggio perfetto, sempre.

Nonostante queste premesse, c’è da dire che il fattore in più in quella squadra campione d’Europa era Leo, un giovane talento sudamericano che odiava e odia ancora la parola sconfitta e che Dio solo sa com’è sia stato possibile creare una cosa. Voleva essere il migliore della storia. Questa però ĆØ una storia a sĆ© stante di cui parleremo un’altra volta.

Quella squadra era una macchina perfetta che nessuno pensava di poter arrestare. Il ragazzo però non si soffermò più di tanto su questo fattore. Voleva essere lui il protagonista a prescindere dalla qualità o superiorità dei suoi avversari, giunti a Londra per vincere.

Il capitano dei blu, poco dopo l’inizio della partita, servƬ un pallone in profonditĆ , forse lungo. Gli avversari si fermarono per una frazione di secondo, mentre il ragazzo era giĆ  in azione. Superò un centrocampista con facilitĆ , ma allungò troppo il passo illudendosi per la quantitĆ  enorme di spazio che aveva davanti a sĆ©. Vanamente tentò un nuovo dribbling sul capitano dai capelli alla Brian May, che con la solita naturalezza tornò subito dal portiere, pronto a ricominciare l’azione in una frazione di secondo. Era quella l’essenza del gioco di questi ragazzi, che tenevano sempre palla e annichilivano gli avversari con un fittissimo possesso palla. Il ragazzo aveva fallito l’occasione del possibile vantaggio. I catalani, nel frattempo, si accesero. Leo recuperò un possesso, mise la terza, poi la quarta, la quinta. Si fermò. Aveva due avversari alle spalle ma riuscƬ ad aprire un corridoio utile per uno dei due centrocampisti, che tirò da distanza ravvicinata ma venne fermato.

Lui seguiva l’azione da lontano e insieme ai suoi compagni tremava al sol pensiero che quell’avversario avesse sui piedi il gol del vantaggio. RiuscƬ ad impattare, ma lo fece male. Sembrava che il gol potesse arrivare ben presto, ma nessuno avrebbe mai creduto che a segnare per primi sarebbero stati i padroni di casa.

L’ipotesi divenne concreta quando Leo, dopo aver tentato il solito dribbling, venne anticipato dall’intervento di un centrocampista avversario, che allargò velocemente a destra dove era presente un altro compagno libero che stoppò di petto, vide il campo libero davanti a sĆ© e senza neanche pensarci iniziò a correre.

Corse fin dentro l’area di rigore fin quando non cadde a terra stremato. Nonostante ciò riuscƬ a servire la sfera in area al ragazzo, rimasto in ombra fino a quell’istante. Passarono meno di due secondi dal momento del passaggio a quello della conclusione decisiva. Fu un tiro potente, che con un tocco del portiere avversario venne ribattezzato in rete. Si era sull’1-0, anche se quella notte si rischiò uno 0-4. L’attaccante ringraziò sempre con il segno della Croce, per poi scuotere le braccia ed esultare. Quel risultato premiava gli inglesi, che paradossalmente dopo il vantaggio andarono in difficoltĆ . I loro avversari cercarono in modo ossessivo quel gol, che alla fine non arrivò. Il primo atto andava alla squadra blu, anche se i campioni in carica non erano completamente sconfitti.

VI

La qualificazione si sarebbe giocata al ritorno. Tutti sapevano che i padroni di casa erano favoriti e non a caso crearono gran parte delle occasioni nel primo tempo del match. Le speranze inglesi sembrarono affievolirsi quando gli avversari passarono in vantaggio, ma soprattutto quando venne espulso il capitano, cacciato dopo un brutto intervento su un avversario. Quei ragazzi videro di nuovo i fantasmi comparirgli davanti al raddoppio degli spagnoli. Una nuova perla di quel centrocampista che aveva esultato e poi pianto sotto la pioggia di Mosca riaccese le speranze della squadra vestita di blu, che quella notte indossava un completo elegante quasi interamente bianco. In quel momento erano in finale, anche se rimanevano ancora 45 lunghissimi minuti più recupero.

Arrivò il quarantottesimo. Leo, dentro l’area di rigore, provò un passaggio verso un suo compagno, steso dall’intervento del malcapitato ragazzo che si sentiva rodere dentro. Arrivò anche il quarantanovesimo. Sul punto di battuta si presentò ancora Leo, che calciò cosƬ potentemente da colpire la traversa della porta del portiere-supereroe, astuto nel distrarre il suo avversario con una fastidiosa danza. Per Leo era quella la fine del mondo. Si chiuse lƬ quel 2012. Poco dopo ad ampie falcate il giovane superò metĆ  dei suoi avversari, tentando un colpo da circa cinquanta metri che avrebbe scritto la storia se non fosse intervenuto il buon portiere spagnolo. E non potete immaginare la faccia di quel tecnico, distrutto dalle mille occasioni sciupate dai suoi ragazzi e dal fatto che forse avrebbe salutato da sconfitto quel posto che l’accolse per quattro lunghi anni. PerchĆ© non vincere quella competizione per loro equivaleva ad un fallimento epocale.

Provarono e riprovarono, Leo colpƬ anche un palo, ma il possesso palla non bastava e gli spagnoli fecero i conti anche con l’estremo difensore avversario, che in quella notte era al massimo della sua condizione. Stava parando l’impossibile e fu determinante. Ai padroni di casa serviva il guizzo giusto che, nel momento meno sospetto, arrivò per gli inglesi. La pressione nel finale era enorme, gli spagnoli attaccavano ripetutamente, dieci giocatori erano riversati in avanti e l’unico rimasto a difendere era il portiere. Non avevano più niente da perdere dunque per questo motivo optarono per una tattica simile, che però stava distruggendo il loro equilibrio. Un lancio disperato sorprese i campioni, che si ritrovarono ad inseguire il compagno di reparto del giovane, che scattò in posizione regolare trovandosi davanti una distesa infinita, un corridoio verso la gloria. Il portiere provò a fermarlo alla fine dell’area di rigore ma, l’attaccante biondo dal viso da bambino, con un dribbling aggirò il suo intervento. Restava da fare la cosa più semplice: appoggiare in rete quel pallone che valeva una finale, la seconda nella storia del club. Un evento unico che si concretizzò, in quella notte di inizio maggio.

Il ragazzo e la sua squadra sarebbero volati in finale per giocarsi un sogno contro quella squadra che, nel proprio stadio, poteva immortalare la stagione più leggendaria della propria storia. Lui era teso, come tutti i suoi compagni. I mostri di quattro anni prima per la finale persa contro gli eterni rivali in quella fredda cittĆ  erano comparsi di nuovo. Non si dormiva a Londra. Tutti avevano la testa a quella partita, che avrebbe cambiato in meglio o in peggio la loro esistenza destinata a terminare nel 2012. Era inevitabile e non avrebbero potuto fare niente per modificare il corso delle cose. Non c’era spazio per gli errori. O si vinceva o si tornava a casa peggio dell’ultima volta. Prima di questa però c’era un’altra finale da giocare. Quattordici giorni prima di quell’incontro che si sarebbe disputato a Monaco di Baviera.

A Londra i ragazzi vestiti di blu si ritrovarono di fronte quell’altra squadra interamente rossa. Con un diagonale perfetto un centrocampista spagnolo riuscƬ a conciliare il desiderio di possesso palla di un altro centrocampista, scattante, più veloce di quel robusto difensore avversario. Arrivato in area questi mirò sul primo palo, superando il portiere che nonostante il movimento non riuscƬ ad intercettare la conclusione. Nella ripresa il parziale cambiò nuovamente. Uno dei simboli della finale persa a Mosca accelerò, squilibrando un avversario e trovando in profonditĆ  il ragazzo. Aveva l’occasione per dimenticare tutte le difficoltĆ  di quella stagione, poteva scrivere il suo nome sull’ultima pagina di quell’antichissima competizione. Controllò davanti ad un difensore anche se ebbe un attimo di incertezza. Trovò libero un unico spazio per calciare verso la porta: quello tra le gambe del suo avversario. Mirò l’angolino basso e, con un tiro preciso, riuscƬ a battere le sue paure. Scosse ancora le braccia, dalle tribune tutti esultavano, tutti lo acclamavano, tutti volevano che rimanesse, perchĆ© era giĆ  nell’aria un suo possibile addio. Fu un momento toccante, ricco di emozioni che racchiudevano otto lunghi anni. Pianse o forse no, corse e poi scivolò sull’erba fresca di Wembley, richiamando a sĆ© tutto il calore dello stadio. Sembrava avesse dimenticato i problemi di quella stagione. Adesso si ricordava solo dei momenti belli. Stavano sul 2-0 e avevano quasi in tasca la prima coppa della stagione. L’avrebbero avuta per sempre, forse.

VII

Dopo quella vittoria scattò l’operazione Monaco, una delle più entusiasmanti che quel torneo continentale ricordi. Era il 19 maggio 2012, mancavano duecentosedici giorni alla fine del mondo. I padroni di casa, spinti dal proprio pubblico e dal pensiero di dover rivendicare il risultato amaro di due anni prima dominarono per gran parte del tempo la partita. Fu martellante per gli inglesi difendersi, tirare poco, attendere il proprio avversario che ne aveva di più e che a quel ritmo avrebbe sbloccato il match. Il portiere parò il possibile e non solo, la difesa andò troppe volte in difficoltĆ , concedendo spazi velenosi agli avversari. Il centrocampo sembrava immobile mentre il ragazzo era in affanno. Pensò di non essere nella sua serata migliore. I tedeschi attaccarono ancora senza fermarsi e riuscirono a sbloccare quell’esaustivo incontro quasi alla fine del secondo tempo. Erano a sette minuti più recupero da un’altra vittoria europea.

Venne battuto un calcio d’angolo. L’area tedesca era affollatissima, maglia rosse e blu si muovevano in ogni direzione, mentre il ragazzo veniva pressato da più avversari. La traiettoria del passaggio fu corta. Lui fece alcuni passi in avanti e si avvicinò al primo palo, dove si ritrovò in mezzo a due difensori. Era in una posizione scomoda, ma con una straordinaria girata riuscƬ ad indirizzare la sua conclusione verso la porta, prendendo in controtempo anche il miglior portiere vivente sul pianeta Terra. Il suo tocco non fu sufficiente ad evitare la rete del pareggio. Dio non l’aveva abbandonato. Servivano i supplementari per assegnare il titolo di campione d’Europa.

Il destino però sembrava volersi prendere ancora gioco di lui, come del resto aveva fatto per tante volte durante quell’ultima stagione. Un contropiede improvviso sorprese gli inglesi, che furono costretti a ripiegare nella propria metĆ  campo. Ingenuamente, non rendendosi neanche conto dell’entitĆ  di quel tocco, atterrò un avversario dentro l’area, tra lo sgomento dei tifosi e l’incredulitĆ  dei suoi compagni di squadra. Si era bruciato da solo. Un pensiero fisso gli stava divorando la mente, non avrebbe dormito quella notte, pensava che avrebbe ripensato a quell’errore per tanto tempo. Sembrava morto per quello stupido fallo.

Fatto sta che dal quel momento fino alla battuta del rigore la squadra di Londra dovette affrontare le sue paure. Il portiere-supereroe era pronto.

Fu una sfida di nervi che, come sapete, non tutti riescono a reggere. Ma non si tratta di una qualitĆ  che rende migliore un uomo o peggiore un altro, si tratta semplicemente di un attimo che può premiarti come punirti, a prescindere da tutto ciò che hai fatto prima di quella conclusione. L’attaccante fece un lungo sospiro, dopodichĆ© partƬ. Prima di lui il portiere aveva allargato totalmente le braccia. Si tuffò alla propria sinistra, la stessa direzione presa dal pallone dopo l’impatto col mancino dell’avversario. Il portiere riuscƬ in qualche modo a neutralizzare quel tentativo, che per sua fortuna dopo la respinta non si concluse con l’ingresso in porta. Si accorse subito della presenza del pallone al suo fianco e lo abbracciò. Il destino adesso era dalla loro parte e tutto lo stadio, dopo l’errore, cominciò a pensarlo davvero.

Si arrivò fino al centoventesimo minuto e il ragazzo, come in quella notte africana di qualche mese prima, avrebbe potuto sollevare o non sollevare una coppa soltanto alla fine di quella lotteria, un dramma sportivo per chi subisce una sconfitta e una semplice fortuna per chi invece riesce a vincere. L’allenatore segnò su un taccuino a quadrettini l’ordine dei prescelti. Chi sarebbe andato per primo, per secondo, per terzo e cosƬ via. Iniziarono i padroni di casa che con il loro capitano si portarono subito in vantaggio. Il tocco del supereroe fu irrilevante per quella conclusione precisa piazzata a sinistra. Poi fu la volta del centrocampista spagnolo, stregato dall’altro portiere che con un balzo corresse l’angolazione di quel tiro mantenendo in vantaggio i tedeschi. Proprio lui, il portiere più forte del pianeta si presentò dagli undici metri al terzo giro. Fu una scena insolita quella di un portiere contro un altro portiere. La superbia prevalse sulla concentrazione e si trasformò nel momentaneo 3-1, aggiornato al 3-2 dal tiro trasformato dal ragazzo che aveva anche indossato la maglia dei fabbri in passato. Anche in questo serviva qualcosa in più per vincere.

Del quarto tiro tedesco si incaricò ad un attaccante subentrato a partita in corso. L’uomo dal casco nero sapeva di dover rispondere dopo aver subito tre gol. Sentiva che quello era il suo momento. L’avversario sembrò incerto nella sua corsa e probabilmente partƬ in modo troppo scoordinato. Quell’uomo avvertƬ il suo timore, smanacciando il più lontano possibile il tiro con la mano di richiamo. Forse fu questo a cambiare l’andamento di quella corsa verso il tetto d’Europa. Il portiere degli inglesi rimase concentrato. Voleva pararne un altro. Intanto quel giovane attendeva, non era ancora arrivato il suo momento. La paritĆ  venne raggiunta nuovamente con la rete del terzino destro dei blues che ratificò il 3-3.

Per il possibile gol del 4-3 a presentarsi dagli undici metri fu un centrocampista con la numero trentuno sulle spalle. Preparò una rincorsa breve, poi fece una finta ma il suo tiro venne angolato troppo e si infranse sul palo sinistro. Il portiere aveva intuito, probabilmente non ci sarebbe arrivato, ma andò cosƬ per sua fortuna. L’autore dell’errore si nascose la faccia con la maglia per la vergogna. Voleva sprofondare anche se si trattò soltanto di un banale errore. Per lui non cosƬ banale in fondo.

Il destino aveva restituito tutto a quel ragazzo, che adesso era pronto e poteva dimenticare gli affanni, le sofferenze, i momenti bui con quella conclusione. Era ad un passo dalla gloria. Anzi ad undici metri. Sapeva che prima o poi quella resa dei conti sarebbe arrivata. Proprio lui, che avrebbe concluso di lƬ a poco i suoi otto anni di carriera a Londra, che a trentaquattro anni aveva ancora fame di vittoria nonostante i record frantumati, i numerosi trofei messi in bacheca e tutto il resto. Lui che non aveva mai vinto la grande coppa d’Europa si presentò di fronte al portiere più forte del mondo per la quinta conclusione. Non pensò che arrivati al 21 dicembre tutto sarebbe scomparso. Avrebbe avuto tempo per rifletterci. Si avvicinò a testa bassa, concentrato. Alzò lo sguardo per guardare in faccia il suo avversario. Vedeva tutti gli errori, le amarezze, le delusioni, le esclusioni, quell’infortunio di inizio stagione, quella coppa persa a febbraio, tutti quei giorni senza gol. Si aggiustò il calzettone destro, poi quello sinistro, poi la maglia. Voleva essere impeccabile per quel momento. Si posizionò a breve distanza dal pallone con le mani sui fianchi. Il suo avversario ballava sulla linea della porta, visto che non poteva far altro per affrontare la freddezza di quel giovane in quel momento.

Ed in un lunghissimo secondo divennero campioni. Forse lo sentivano che prima o poi lo sarebbero diventati, proprio come quell’attaccante che quella in quella notte di Monaco trovò la gloria che cercava. Non ĆØ possibile dimenticare quel DROGBAAAA che mi fece iniziare a sognare, quel DROGBAAAA che in quella notte di metĆ  maggio risuonò all’infinito nella mia testa. Non ĆØ possibile dimenticare l’esultanza di quella squadra e soprattutto il fatto che il mondo intero si inchinò ai piedi di quell’uomo, che poi tanto giovane non era e che avrebbe lasciato l’Inghilterra come mai nessuno aveva fatto. Da eroe di una finale, da campione d’Europa, da re, da immortale, nonostante la fine sembrava più vicina che mai. E lei non arrivò, non arrivò per noi, non arrivò per Didier.Ā 

Stefano Eranio e l’arte di reinventarsi: dal Milan al Derby County

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Per Stefano Eranio da Genova reinventarsi significa molto di più che mollare il Milan campione di tutto per andare alla volta di una Premier League all’epoca ancora sconosciuta al grande pubblico. No, quello ĆØ fin troppo facile per uno come lui. Del resto, quando su un campo di calcio hai rischiato la vita, beh, non può certo farti paura cambiare campionato e Paese. Sei genovese, la sete di scoperta e d’avventura ti scorrono in quelle vene salmastre dal giorno che sei venuto al mondo. Nei tuoi primi anni di carriera hai cambiato ruolo almeno tre volte, dopo i gravi infortuni ogni volta sei ripartito, e hai conquistato la nazionale e la gloria europea col Milan. Cambiare pelle per te ĆØ semplicemente la regola per sopravvivere e andare avanti.

Ma procediamo con ordine.

QUATTRO RUOLI, UN SOLO GIOCATORE

I cambi di ruolo, dicevamo. Eranio nelle giovanili del Molassana – il suo quartiere di Genova, a due passi da Marassi – gioca come libero, e con lo stesso ruolo approda alle giovanili del Genoa. Viene avanzato in posizione di tre quartista, poi Tarcisio Burgnich, allenatore del Grifone, lo nota nella primavera e se lo porta in prima squadra. Gli cambia però ancoraĀ  il ruolo, e lo sposta a destra. Da Burgnich a Scoglio, passando per Perotti, che sarĆ  importante nella carriera di Eranio per altri motivi, ma ci arriveremo. Il ā€œprofessoreā€ Franco Scoglio lo vede come terzino fluidificante, a tutta fascia diremmo oggi. Ed ĆØ proprio in quel ruolo che sboccia definitivamente. Dopo la promozione in Serie A, con Osvaldo Bagnoli in panchina vive la stagione del Genoa quarto in campionato e semifinalista in Coppa Uefa. Grazie alla nuova posizione in campo, dopo i mondiali di Italia ’90 Azeglio Vicini lo chiama in nazionale, divenendo cosƬ il primo genovese del dopoguerra a vestire l’azzurro.

GLI INFORTUNI, SGRADITI COMPAGNI DI VIAGGIO

GiĆ , la nazionale. Se chiedete a Stefano Eranio quale sia il suo più grande rimpianto sportivo, vi risponderĆ  sicuramente la mancata convocazione a USA ’94. Colpa di un infortunio, il secondo grave che subisce. Una costante sfortunata nel corso di tutta la sua carriera. Il primo arriva ad appena 19 anni. A Cesena perde l’equilibrio dopo un contrasto, e cade col fianco sinistro sul ginocchio piantato a terra. Un rene e la milza ne escono danneggiati, e dopo otto mesi dall’intervento chirurgico nessuno se la sente di concedergli l’idoneitĆ  a giocare. SarĆ  Attilio Perotti e prendersi la responsabilitĆ  e a dare a Eranio una seconda possibilitĆ . Si arriva cosƬ al 1992. Confermato nel giro della nazionale da Arrigo Sacchi, ĆØ proprio un suo gol allo scadere contro la Svizzera a regalare agli azzurri il pass ai mondiali negli Stati Uniti. Ecco che però a maggio del 1994, proprio alla vigilia del grande evento, il tendine di achille fa crack, ed Eranio deve cosƬ dire addio ai sogni di gloria americani.

BYE BYE MILAN, ALLA SCOPERTA DELLA PREMIER LEAGUE

In tutto questo, Stefano Eranio nel 1992 era diventato nel frattempo un giocatore del Milan. Con Fabio Capello in panchina, l’esterno destro vince quasi tutto a livello nazionale ed Europeo, compresa la Coppa dei Campioni del 1994. Il suo ruolo in squadra però non ĆØ più centrale come ai tempi di Genova. Vuoi per i problemi fisici, che si presentano più o meno seri a più riprese, vuoi per la forte concorrenza di grandi campioni, Eranio nel 1997 decide di lasciare il Milan. Dopo una sua gran partita a Udine, Arrigo Sacchi – cavallo di ritorno succeduto a Oscar Tabarez – si scusa con lui per non avergli concesso il dovuto spazio fino a quel momento. Adriano Galliani gli chiede di ripensarci, proponendogli anche il rinnovo del contratto a condizioni migliori, ma niente da fare. Troppo tardi, in tribuna allo stadio Friuli quel giorno erano seduti gli osservatori del Derby County, e poco tempo dopo l’esterno destro ha giĆ  un accordo sottoscritto col club inglese.

PAESE NUOVO, VITA NUOVA

Stefano Eranio diviene cosƬ il decimo italiano a tentare l’avventura inglese in Premier League, sull’onda dei vari Vialli, Zola, Ravanelli e Di Canio. Eravamo in pieno periodo di invasione italiana, iniziata nel 1995 anche grazie alla Legge Bosman. Dai palazzi di Milano alle volpi della contea del Derbyshire. Cambiare vita fa bene a Eranio, che a 31 anni ha ancora molto da dare al calcio. All’epoca il motto Italians do it better era più che mai attuale in ambito calistico, e l’ex Milan si rivela un valore aggiunto per i Rams, grazie alla sua qualitĆ  ed esperienza. Talmente amato e ben voluto dal suo nuovo pubblico, da essere inserito nella top 11 all time del Derby County, in un sondaggio indetto fra i tifosi. Il bilancio dell’esperienza inglese per Eranio ĆØ assolutamente positivo, sia dal punto di vista tecnico che da quello umano. Fuori dal campo, oltre ad apprezzare la casa immersa nella campagna, verifica che in effetti sƬ, ĆØ vero, dopo la partita i giocatori hanno l’usanza di andarsi a bere una pinta al pub. ā€œConfermo, anche se noi eravamo forse l’unica squadra astemia. Per fare un nome, ricordo Craig Burley, che nonostante fosse scozzese non sapeva tenere un bicchiere di birra!” (intervista a TMW del 2013).

LE STAGIONI AL DERBY: L’AMORE DEI TIFOSI E I SOLITI INFORTUNI

In maglia bianca Stefano Eranio segna 7 gol distribuiti in quattro stagioni e 97 presenze. Nel 1999 diventa il capitano della squadra. Nonostante gli infortuni. I soliti maledetti infortuni. Nello stesso anno subisce il terzo grave della sua carriera, ovvero la frattura di una gamba. Rientra nella stagione successiva nella quale ritrova una discreta continuitĆ . Tuttavia annuncia il ritiro al termine del campionato 2000/2001. Ci ripensa, e ad agosto ĆØ di nuovo in pista. Troppo forte il legame instaurato con i Rams e il loro popolo, come testomoniano le parole riportate all’epoca dalla BBC: ā€œHo giocato in uno dei più grandi club al mondo, ma non mi sono mai sentito a casa come a Derby. Amo i tifosi, e non potrei pensare a niente di meglio che tornare e finire qua la mia cerrieraā€. A ottobre però il manager Jim Smith viene esonerato, ed Eranio rescinde il contratto e torna definitivamente nel Bel Paese, dove dirĆ  basta al calcio giocato dopo essersi divertito un paio di stagioni in Serie C2, alla Pro Sesto. A spingerlo verso questa decisione ĆØ anche un incidente a cavallo capitato alla figlia, per fortuna risolto con una ferita e niente più. Lo spavento però ĆØ grande, e la lontananza degli affetti e della famiglia si fa sentire forte come non mai. L’ultima cosa che lascia in ereditĆ  al Derby County ĆØ… Fabrizio Ravanelli. E’ proprio Eranio infatti a convincere l’attaccante a tornare in Inghilterra per vestire di bianco, dopo le sue annate al Marsiglia e alla Lazio.

IL PRIMO A SEGNARE NEL NUOVO STADIO

Oltre che per l’affetto riconosciuto dai tifosi, Stefano Eranio sarĆ  per sempre nella storia dei Rams per essere stato il primo giocatore ad aver segnato nel nuovo Pride Park Stadium. O meglio, il primo gol a finire ufficialmente a referto. L’evento dei fatti ĆØ piuttosto singolare. Per inaugurare l’impianto il Derby County organizza un’amichevole con la Sampdoria. Vincono i blucerchiati 1-0, con gol di Montella. L’esordio ufficiale avviene l’11 gennaio 1997 contro il Wimbledon. Ashley Ward segna l’1-0 per i padroni di casa, Eranio porta i suoi sul 2-1 dopo il pareggio degli ospiti. Black out. L’impianto di illuminazione salta e l’intero stadio rimane al buio per una mezz’ora. L’arbitro ritiene quell’attesa sufficiente e sospende la partita. Ironia della sorte, subito dopo torna la luce. Ma ormai il referee aveva fischiato la fine dell’incontro, e non torna sui suoi passi. In attesa di recuperare quel match, avviene dunque un nuovo esordio a Pride Park, contro il Barnsley. Ciccio Baiano sbaglia un calcio di rigore, ma il Derby si vede assegnare un secondo penalty. Questa volta dagli undici metri va Eranio, che non sbaglia. In un’intervista a TMW il centrocampista di Genova ricorderĆ  in questo modo la sua intesa sul campo con il connazionale: ā€œIo e Ciccio eravamo portati sul palmo di una mano. Il calcio che portammo non lo capivano neanche, andavamo a un’altra velocitĆ . Poi però apprezzarono”. Well Done, Stef.

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Philip Foden, una vita per il Manchester City

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ā€œPrima raccattapalle poi titolare in prima squadra, ecco a voi Philip Foden il figlio di Manchesterā€

Classe 2000, Philip Foden è uno dei talenti più esplosivi della Premier League. Non ha ancora compiuto ventuno anni che ha già collezionato varie presenze in Premier e Champions League. Philip, nonostante la sua età, ha addirittura conquistato il Guinness World Records come più giovane ad aver vinto il campionato inglese nella stagione 18/19.

Le statistiche parlano chiaro: Philip ĆØ un predestinato. Di fatto ha giĆ  vinto: 2 campionati, 2 coppe di lega, una FA Cup e 2 community shield. Tutto questo e ancora non ha neanche ventuno anni. Impressionante.

Da quando ha otto anni gioca con la maglia dei Citizen, e solo quella ha indossato. Ah, ovviamente anche quella dell’Inghilterra, la sua madrepatria.Ā 

Philip ĆØ figlio del Manchester City, dalle giovanili fino alla prima squadra, con l’azzurro nel cuore. ƈ passato da fare il raccattapalle per campioni che ha sempre visto come ā€œirraggiungibiliā€, fino ad arrivare a giocarci assieme.Ā 

Addirittura era dietro la porta quando il City vinse il titolo all’ultima giornata contro il QPR. Chi lo avrebbe mai detto che un giorno, ai suoi idoli, quella palla l’avrebbe passata con i piedi!.

Foden ĆØ un calciatore straordinario, un talento assoluto. Pensate che Guardiola ha detto che ĆØ il giovane più forte che abbia mai allenato, solo che Pep ha allenato pure Leo Messi…

Ma qual è il motivo per il quale il mister spagnolo si è sbilanciato così tanto? Beh, semplice. Foden dal centrocampo in su ha giocato in ben sei posizioni diverse. Il ragazzo infatti è capace di adattarsi a qualsiasi ruolo, una capacità che in pochi hanno. Le parole di Guardiola partita dopo partita si fanno sempre più concrete. 

A parte il talento indiscutibile, Philip ha qualcosa in più rispetto a tutti gli altri compagni di squadra. Il senso di appartenenza. Proprio così, infatti quando nasci in un club e hai dei colori ben definiti sulla pelle è impossibile dimenticarli.

Il segreto di Philip? La pesca. Infatti questa è una delle sue più grandi passioni, nel tempo libero si reca spesso a pescare. Da questa sua passione si comprende bene una cosa: la pazienza e la freddezza che ha in campo sono proprio dovute a questa sua attività, che necessariamente ti richiede calma e pazienza. Foden sul campo da gioco è sempre lucido e concertato, come quando il pesce sta per abboccare.

Foden ha realizzato il sogno di una vita, quello di vestire la maglia della propria squadra del cuore. Ed oggi ĆØ uno dei giocatori più promettenti d’Inghilterra. Pilastro e beniamino della squadra azzurra dell’altra parte di Manchester.Ā 

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David Platt: idolo inglese anni ā€˜90 dalle alterne fortune in Serie A

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I giocatori britannici e il calcio italiano: un binomio che, tra gli anni ’80 e ’90, ha avuto un andamento altalenante. Un matrimonio da dimenticare, per esempio, ĆØ stato quello tra la Juventus e Ian Rush: straordinario bomber gallese che, dopo aver segnato caterve di gol con il Liverpool, ha deluso in bianconero. Ci sono invece giocatori che sono riusciti a prendersi qualche soddisfazione in Italia, come l’ex centrocampista David Platt.

Gli inizi di Platt a Crewe e la consacrazione nell’Aston Villa

Nato il 10 giugno 1966 a Chadderton, Platt muove i primi passi nella squadra locale per poi passare al Manchester United. I Red Devils però non credono molto in questo giovane centrocampista, tanto da cederlo a titolo gratuito al Crewe Alexandra (formazione di Quarta Divisione) nel febbraio 1985. La bocciatura da parte dello United non frena la voglia di affermarsi di Platt, che in quattro stagioni a Crewe segna 55 gol in 134 gare di campionato e si afferma come un centrocampista molto promettente.

Le sue doti attirano l’interesse dell’Aston Villa, club caduto mestamente in Second Division dopo aver vissuto un periodo d’oro all’inizio degli anni ’80. Platt arriva nel corso della stagione 1987/88 e, con 5 reti in 11 gare, aiuta i Villans a tornare nel massimo campionato inglese. Dopo una prima stagione interlocutoria, nel campionato 1989/90 l’Aston Villa torna a lottare per il vertice della classifica. La squadra di Birmingham, trascinata da un Platt strepitoso e autore di 19 gol, duella con il Liverpool e termina il campionato seconda alle spalle dei Reds. Un campionato comunque positivo per i Villans e soprattutto per il loro alfiere in mezzo al campo, votato come Player of the Year.

Platt
David Platt con la maglia dell’Aston Villa

Italia ’90: Platt protagonista, Tre Leoni caduti sul più bello

Prima di pensare al successivo campionato, Platt deve concentrarsi sul Mondiale di Italia ā€˜90. L’Inghilterra arriva all’appuntamento con legittime ambizioni e Platt (insieme a gente del calibro di Gascoigne, Barnes, Waddle e Lineker) ne ĆØ uno dei giocatori più rappresentativi. Dopo una prima parte di torneo lontano dai riflettori, Platt diventa uno dei protagonisti della cavalcata inglese.

Agli ottavi di finale contro il Belgio il giocatore dell’Aston Villa entra a gara in corso e, con un tiro al volo su punizione di Gascoigne, segna il gol qualificazione a un minuto dalla fine dei tempi supplementari. Il centrocampista si ripete nei quarti contro il Camerun (sua la rete che da il lĆ  al 3-2 per gli inglesi) mentre, in semifinale contro la Germania, non sbaglia nella lotteria dei rigori. Gli errori dei compagni Pearce e Waddle sono fatali all’Inghilterra, costretta a giocare la finale per il terzo posto poi persa contro l’Italia (sempre di Platt il momentaneo 1-1).

L’arrivo in Italia: stagioni paradossali tra Bari e Juventus

La stagione post mondiale vede Platt confermarsi sui livelli del campionato precedente segnando 19 gol, mentre l’Aston Villa non si ripete e conquista la salvezza solo nelle ultime giornate. Per il classe ’66 maturano i tempi per una nuova esperienza, che si concretizza nell’estate del 1991 con il passaggio al Bari. I galletti versano la bellezza di 12 miliardi di lire nelle casse dei Villans, rendendo Platt il più costoso acquisto nella storia del club. L’inglese ripaga l’investimento con 11 gol, che gli valgono il titolo di capocannoniere della squadra. I biancorossi però, nonostante abbiano in rosa anche altri giocatori di talento come il croato Zvonimir Boban, rendono ben al di sotto delle aspettative estive e retrocedono addirittura in Serie B.

Una delusione che Platt supera presto grazie alla chiamata di uno dei club più importanti d’Italia, ovvero la Juventus. Potrebbe essere l’apice della carriera dell’inglese, che invece fatica tremendamente ad entrare nei meccanismi bianconeri. Le sue reti stagionali sono solo 4 – una miseria per i suoi standard –, tra cui una determinante per la vittoria nel doppio confronto con il Panathinaikos valido per i sedicesimi di Coppa Uefa (vinta proprio dai torinesi). Nonostante le molteplici delusioni vissute nei suoi prime due anni italiani, Platt non torna subito in patria come altri connazionali in precedenza e, nell’estate del 1993, firma per la Sampdoria.

Le soddisfazioni di fine carriera: Coppa Italia alla Samp, double con l’Arsenal

Il club blucerchiato vuole confermarsi tra le big del calcio italiano e, oltre alla voglia di riscatto di Platt, punta sulle qualitĆ  fisiche e tecniche dell’ex milanista Ruud Gullit. Due innesti che consentono ai doriani di fare un notevole salto di qualitĆ , tanto che stazionano sempre nella parte alta della classifica e concludono il campionato sul gradino più basso del podio. Le soddisfazioni più grandi arrivano però dalla Coppa Italia, conquistata dopo aver eliminato Roma, Inter e Parma e aver surclassato l’Ancona in finale. Un percorso che porta anche la firma di Platt, autore di 2 centri importanti contro Roma e Parma (a cui vanno aggiunti i 9 segnati in campionato).

Platt
Platt e Gullit, acquisti di punta della Sampdoria edizione 1993/94

La stagione 1994/95, con la Samp in corsa per l’Europa fino alle ultime giornate ed eliminata dalla Coppa delle Coppe in semifinale, ĆØ l’ultima per Platt in Italia. L’inglese veste poi la maglia dell’Arsenal, centrando nel 1997/98 un fantastico double vincendo campionato e FA Cup. Le ultime soddisfazioni della carriera calcistica di Platt, terminata nei primi anni 2000 con una fugace apparizione nel Nottingham Forest. Il canto del cigno di un giocatore che, pur avendo avuto alti e bassi, ĆØ risultato tra i migliori esponenti della colonia inglese in Serie A.

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La caduta degli dei: lo sgambetto di Sven-Gƶran Eriksson a Sir Alex Ferguson

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27 agosto 1999. Principato di Monaco. Va in scena l’ultimo atto della stagione precedente, che segna anche l’inizio di quella attuale. Si gioca la Supercoppa Europea. Di fronte due squadre che, ai tempi, erano delle vere e proprie corazzate: a leggere le formazioni, viene quasi il magone da ultimi romantici. A contendersi il prestigioso trofeo, infatti, ci sono il Manchester United di Sir Alex Ferguson, vincitore della Champions League (nella rocambolesca finale contro il Bayern Monaco), e la S.S. Lazio di Sven-Gƶran Eriksson, vincitrice della Coppa delle Coppe, contro il Malaga (peraltro ultima edizione – la competizione viene poi cancellata).

Il Principato, cosƬ vicino all’Italia, ĆØ invaso dai tifosi della compagine capitolina. A loro disposizione pochissimi biglietti, rispetto ai tifosi d’oltremanica, ma qui viene il bello… Qualche inglese decide di rivendersi il ticket, ricavandone un bel po’ di soldi, poi ci si mettono i bagarini magrebini e poi il genio di qualche romano: fotocopie a colori. Scatta cosƬ un passaparola e molti di quelli arrivati senza biglietto, nel giro di qualche ora hanno il loro ticket in mano, perfettamente identico all’originale (non erano filigranati al tempo). Il risultato ĆØ che dei circa 18.000 presenti quella sera: ¾ sono laziali e lo stadio ĆØ praticamente biancoceleste.

La caduta degli dei: lo sgambetto di Eriksson a Ferguson (fonte LazioWiki)

Da brividi leggere chi scende in campo. Da una parte Stam, Beckham, Scholes, Keane, Cole, Sheringham; dall’altra Mancini, Nedved, Mihajlović, Veron, Simeone, Nesta… Qualsiasi squadra si tifi ĆØ inopinabile che quelle due siano tra le più forti di sempre. Delle macchine da gioco e da guerra. In avvio ĆØ proprio Teddy a provare a portare subito i suoi in vantaggio, per poi successivamente immolarsi nell’area di rigore avversaria. Dall’altra replica Sinisa con una bomba su punizione, che finisce alta sulla traversa. La Lazio sta salendo in cattedra, per nulla intimorita dall’avversario, anzi: quasi esaltata dal suo prestigio e dal prestigio della partita stessa. Sulla fascia destra assistiamo ad un duello Stam contro Inzaghi: lottano gomito a gomito, sul filo del bordo campo, l’olandese ruba palla e la passa suo portiere, il quale rinvia malissimo e Mancini a momenti la butta dentro letteralmente di c*lo (nel senso anatomico della parola).

Intanto Simone ĆØ a terra, faccia insanguinata: nella corsa forsennata, Jaap gli ha piazzato una gomitata in pieno viso e gli ha spaccato il setto nasale, obbligandolo poi alla sostituzione, giĆ  al 23°. Quando era arrivato, in molti pensavano fosse stato preso il fratello sfigato di Filippo e un’ottima riserva: invece ha dimostrato, negli anni, in più di un’occasione, di avere senso del gol e grinta da vendere. Anche se, con certi giocatori, c’è poco da fare. ā€œSpiazeā€ deve avergli detto Stam… no, non gli ha detto cosƬ: solo un ā€œSorryā€, facendo spallucce, mentre sentiva il laziale recitare il calendario gregoriano. Non capiva un’acca, tranne che continuava ad inveire, e con uno come lui non dovevi farlo mai. ā€œDopo le solite lamentele, tipiche anche del fratello (Filippo – ndr), ha cominciato a minacciarmi, sembrava che gli avessi sparato; poi l’ho aspettato negli spogliatoi, ma di lui non c’erano più tracce.ā€

Di nuovo Mancini serve un gioiello a Stankovic, che si svincola, riceve, tira e la piazza di poco a lato. Intanto entra Salas, al posto di Inzaghi. Andy Cole manca di poco il gol, ma ormai ĆØ un assedio solo avversario: corrono, dannatamente, si stanno giocando la partita della vita e sono un fiume in piena difficile da arginare, che probabilmente non si aspettava nessuno. Van der Gouw, con un occhio nero, para il parabile: e che bombe!

La caduta degli dei: lo sgambetto di Eriksson a Ferguson

Poi al 35° ancora Mancini, con una genialitĆ , un istinto e una classe che esaltano ogni volta che lo vedi muoversi: riceve palla, la gira al volo di testa per Salas che sbuca da dietro, El Matador se la aggiusta di petto e poi scarica il sinistro al volo… ed ĆØ gol! Esplode lo stadio Louis II: un orgasmo laziale si propaga come una hola! Festeggiano il cileno e i compagni in campo, fino all’ultimo tifoso del seggiolino in cima. E poi ancora, continuano: ĆØ Nedved a sparare di nuovo di poco a lato. I Red Devils di Ferguson provano a riprendersi, a tenere botta: Beckham fa un passaggio perfetto per la testa di Scholes, che colpisce dritto a rete, impegnando non poco nella parata un Marchegiani in grande spolvero. Archiviato il primo tempo, si va al secondo.

Subito, di nuovo, ĆØ Salas a tentare la doppietta: prima va a sbattere sulla parata volante dell’estremo difensore avversario e poi a sfiorare il palo destro, con un altro gol praticamente fatto; fallisce ancora, successivamente, sempre davanti alla porta. Neanche la voglia di imprecare, tanto ĆØ rimasto senza parole… Mancano ormai 15 minuti alla fine. La Lazio, pur di confermare il risultato, prova a segnare su tiri da fuori, con Mancini e Almeyda. Dall’altra parte riesce solo a SolskjƦr a fumarsi tre giocatori in dribbling per poi tirare, però, tra le braccia del portiere.

La caduta degli dei: lo sgambetto di Eriksson a Ferguson

Avanti cosƬ. Con la stanchezza degli ultimi minuti che spegne progressivamente la corsa e le energie dei giocatori. Fino al fischio finale: la Lazio batte il Manchester United più forte di sempre e sale sul tetto d’Europa. Eriksson e i suoi alzano la coppa al cielo. Stavolta, il ā€œFergie timeā€ (il famoso ultimo quarto d’ora di Ferguson) non ha sortito effetto. I mancuniani che ad inizio stagione arrancano sempre quella sera non hanno sfigurato, pur essendo in evidente forma fisica meno brillante dell’avversario. Solamente contro quella Lazio davvero nulla potevano. Monaco si veste cosƬ di biancoceleste. Si spengono le luci del piccolo stadio e la festa continua fuori, per le strade, fino giù a Roma.

Quando, circa 10 anni dopo, un giornalista chiede a Sir Alex Ferguson se avesse rimpianti nella sua carriera e quali fossero, lui risponde cosƬ: “Ho vinto tantissimo, 12 volte la Premier League e in totale più di 30 trofei, ma quel titolo perso nel 1998 dopo aver sprecato addirittura dieci punti di vantaggio sull’Arsenal, ĆØ il rimpianto più grande relativo al calcio inglese. In generale, il rimpianto maggiore ĆØ non aver battuto la Lazio ad agosto del 1999 nella finale di Supercoppa Europea a Montecarlo, perchĆ© in quel momento quella di Eriksson era la squadra più forte del Mondo.ā€ Ipse dixit. We’re not invincibles, we’re only people… e quella sera, il loro, ĆØ stato il sogno di qualcun altro.

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Van Hooijdonk: come odiare il Nottingham Forest pur essendone innamorato

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Da Steenbergen a Rotterdam ĆØ un percorso lineare ma Pierre van Hooijdonk, per compiere quei sessanta chilometri, ha fatto un giro largo.
Si ĆØ spinto a nord fino a Glasgow e poi ad ovest, arrivando a Lisbona, per poi far tappa ad Istanbul.
Ad unire queste capitali si disegna sulla mappa una parabola degna dei suoi calci di punizione, calciati partendo quasi in parallelo al pallone, imprimendo un taglio ed una potenza che ha reso Pierre uno specialista sui generis.
Van Hooijdonk di emozioni forti ne ha vissute tante nel corso della sua carriera.
Il debutto nella nazionale maggiore olandese da giocatore del NAC Breda, l’aver sbagliato un calcio di rigore nell’Old Firm, essere stato allenato da un giovane sconosciuto di nome Mourinho, la Coppa Uefa vinta con il Feyenoord, l’amicizia con Robert Enke nata al FenerbahƧe e terminata con lo shock per il suicidio del portiere tedesco.

Momenti importanti per la vita di un calciatore ma mai contrastanti come quelli vissuti in Inghilterra, nazione in cui se pronunci il nome dell’attaccante orange, rischiando che qualcuno ti guardi storto, vuol dire che sei a Nottingham.
Con la maglia del Forest van Hooijdonk ha provato le sensazioni più controverse della sua ventennale carriera.
E’ un Forest disperato quello che punta sull’olandese nel marzo 1997.
I ā€œGaribaldi Redsā€ sono in fondo alla classifica della Premier, poco prima di Natale il cambio in panchina con Stuart Pearce nelle vesti di player-manager in luogo di Frank Clark.
Dal Celtic arriva questo centravanti unico nel suo genere, fisicato e tecnico, abile di testa e mortifero su calcio piazzato.
Van Hooijdonk non riesce ad andare oltre ad un gol in otto partite, la squadra che fu Campione d’Europa con Brian Clough non evita la retrocessione incappando in una serie infinita, ed inutile, di pareggi.
La First Division della stagione successiva ĆØ una cavalcata trionfale per il Forest, che domina il campionato sfiorando i cento punti con sessantadue gol di van Hooijdonk in coppia con Kevin Campbell.

Pierre ĆØ convocato da Hiddink alla Coppa del Mondo 1998.
E’ il primo grande torneo internazionale della sua vita, in una squadra di alto lignaggio e dotata di un reparto offensivo completo e profondo.
Pierre si toglie la soddisfazione di segnare una rete, andando a segno contro la Corea del Sud.
L’Olanda può arrivare fino in fondo, elimina ai quarti di finale l’Argentina a Marsiglia con un gol meraviglioso di Dennis Bergkamp, però le sono fatali i rigori contro il Brasile in semifinale.
Ennesima, se non tradizionale, delusione orange in un torneo iridato.
Dopo la Coppa del Mondo iniziano le frizioni tra van Hooijdonk e la dirigenza del Forest.
Il manager Dave Bassett, avallato dal chairman Nigel Wray, ha decretato una serie di operazioni diametralmente opposte all’obiettivo salvezza: Campbell ĆØ stato venduto ai turchi del Trabzonspor, Scot Gemmil ĆØ fuori squadra per aver rifiutato il rinnovo del contratto (andrĆ  all’Everton durante il girone di ritorno) e Colin Cooper, idolo del City Ground, ĆØ stato sbolognato al Middlesbrough, potenziale rivale per la lotta salvezza.
A Pierre era stata promessa una campagna acquisti per un Forest competitivo, a conti fatti la squadra è più debole di quella retrocessa appena un anno prima.
Van Hooijdonk non ci sta e chiede di essere ceduto, d’altro canto i patti erano chiari: libero nell’estate 1998 dopo aver aiutato il Forest a tornare in Premier.
A Nottingham inoltre arrivano diverse offerte per il centravanti, tutte rifiutate, tra cui una di sette milioni di sterline presentata dal connazionale Ruud Gullit, che lo vuole a tutti i costi a Newcastle.
Per Pierre ĆØ la goccia che fa traboccare il vaso e, nonostante la convocazione del club, rimane in Olanda e si allena con il NAC Breda.
AnzichƩ essere difeso da dirigenza e compagni, van Hooijdonk diventa oggetto di allusioni nonchƩ capro espiatorio.

Il Forest inizia malissimo il campionato ed ogni settimana il manager Dave Bassett, i compagni di squadra ed i tifosi puntano l’indice conto l’attaccante olandese, accusato di essere un disertore e di usurpare lo stipendio.
A novembre Pierre torna a Nottingham e trova sguardi torvi, comportamenti di facciata e pure diversi tifosi che urlano improperi quando lo speaker annuncia il suo nome.
Contro il Derby County, che per i tifosi del Forest ĆØ LA partita, van Hooijdonk nega sulla linea un gol a Carbonari e segna di testa su angolo calciato da Gemmill.
La scena ĆØ surreale: esplode il City Ground ma i compagni di squadra ignorano l’olandese, che festeggia il gol da solo, sono tutti corsi ad abbracciare lo scozzese che ha crossato.
Solo il francese Thierry Bonalair ha pietĆ  verso l’olandese, il resto del gruppo si tiene a metri di distanza.
E’ una scena difficile da dimenticare per gli appassionati, tanto più per il giocatore che anni dopo ne parlerĆ  come “il momento più incredibile della mia carriera, essere trattato da avversario dai propri compagni di squadra; per fortuna il mio carattere mi ha permesso di guardare avanti e continuare ad esprimermi ai miei livelli”.
L’olandese completa la stagione che si chiude con l’inevitabile retrocessione del Forest, onora la gloriosa maglia rossa fino all’ultima partita poi lascia Nottingham per non farvi più ritorno.
Pochi mesi dopo nasce il suo primo genito Sydney, poi il suo percorso continua tra Vitesse, Benfica e Feyenoord, con l’emozione di decidere la finale di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund proprio a Rotterdam.
Come? Con un calcio di punizione dei suoi, ed uno stadio intero ad abbracciare quelle spalle divenute ancor più larghe dopo quella notte a Nottingham.

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