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mercoledì 4 Agosto 2021
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Ancora una volta, meravigliosamente, Didier Drogba: l’eroe della sponda blu di Londra

19 ' di lettura

I

Qualcuno credeva che nel 2012 il mondo sarebbe finito, questa volta davvero però. I Maya avevano fatto i calcoli bene e dopo le imprecisioni che si susseguirono nei due precedenti millenni, tutti gli uomini aspettavano la loro probabile fine. Sarebbe stato tutto diverso, anzi non sarebbe rimasto più nulla. Niente più lavoro, niente più vacanze di Natale e regali, niente più spiagge né mare, niente più week-end spensierati dopo una settimana piena di impegni. Niente più cene a lume di candela e cartoni della pizza accartocciati dopo un’ottima conversazione, niente più film alla Tv o eventi sportivi da seguire con gli amici. Niente più abbracci di mamma, niente più risate per una barzelletta, niente più corse per non arrivare in ritardo in un luogo qualsiasi. Non c’era proprio scampo. Saremmo diventati cenere. Avevano provato ad anticipare tutto questo all’umanità con un film nel 2009, in cui il clima si ribellava dopo secoli e le catastrofi spazzavano interi continenti per via del surriscaldamento globale. Insomma, eravamo mentalmente pronti a scomparire.

Nonostante ciò tutti i campionati di calcio del mondo presero regolarmente il via. Poi, in estate, le grandi nazionali d’Europa si sarebbero incontrate in Polonia e Ucraina per l’ultimo europeo della storia. Chi avrebbe vinto sarebbe stato campione per sempre. Lo sapevano tutti e tutti volevano chiudere come meglio potevano.

C’era poi un giovane attaccante di una nota squadra di Londra, ben impostato fisicamente, dotato di un ottimo colpo di testa, di una potenza tiro dirompente e di uno spiccato senso del gol. Aveva fatto breccia nel cuore di migliaia di tifosi, disputato delle ottime stagioni, aveva realizzato il suo sogno, alzato tante coppe e portato in alto anche la sua nazione. Questo giovane, che poi tanto giovane non era, sapeva però di dover fare i conti anche con la propria età. Non iniziò bene quell’annata, in teoria l’ultima della sua vita. Arrancava. Non faceva più la differenza. Aveva forse perso la lucidità dei tempi migliori?

La sua occasione arrivò alla terza giornata di campionato. L’allenatore lo schierò dal primo minuto, dopo due panchine consecutive. Sul campo attese quell’occasione come un predatore che segue con lo sguardo la preda per essere poi pronto ad avventarsi ed appagarsi con il suo corpo. Sfrecciava veloce, lui la seguiva, la sentiva viva. Voleva farla sua. D’improvviso saltò in cielo, ma sentì un colpo. Un rimbombo dirompente nella tua testa. Preciso. Così profondo da non dover aggiungere altre parole per descriverlo.

Cadde privato dei suoi sensi, colpito dal portiere avversario che aveva fatto scappare anche quella ghiotta occasione da gol. Pensava di aver finito i suoi giorni, pensava di non poter tornare in campo. Sembrava finito ancor prima del mondo. Uscì in barella scortato da vari medici, con gli occhi sbarrati e la maschera per l’ossigeno. Nonostante l’accaduto quel giovane si rialzò, tanto che passò un mese e fu di nuovo in campo, seppur per dieci minuti. Non aveva perso confidenza col suo vecchio amico. Durante un nuovo match di campionato lo raccolse in mezzo a due avversari dentro l’area di rigore. Si girò poderosamente verso la porta e poi ringraziò con il segno di Gesù Cristo. Era riconoscente verso il suo creatore per le doti che gli aveva donato in quel lontano, ma non troppo, giorno di fine inverno. Aveva avuto il suo momento di gloria, destinato a durare poco in quel 2012.

II

Era in programma un derby contro i Rangers. Lui finì negli spogliatoi prima del fischio finale, come qualche minuto fa aveva fatto un suo compagno. La sua squadra perdette quella partita, lasciandosi sfuggire anche quella successiva contro alcuni ragazzi ben armati in un altro derby. Fu una batosta, ma quella gente aveva ancora tanto da chiedere a quella di stagione. I Maya avevano erroneamente posticipato la fine del mondo per loro o si trattava solo di un momento difficile da superare?

Il giovane, una sera, si ricordò di una musica che da bambino lo faceva cantare e che lo faceva svegliare di buon umore. Un suono che gli ricordava un angolo di paradiso. Non si sarebbe mai arrestato con una simile melodia in sottofondo. Così doveva fare e così fece. Tornò in campo, ascoltando insieme ai suoi compagni quella musica. Subito recuperò un pallone nel suo habitat naturale, lo arrestò con l’esterno ma venne fermato. Poi un rimpallo lo favorì, come se il destino volesse restituirgli qualcosa. Velocemente raccolse di nuovo la sfera sparandola all’angolino basso. Sorrise per la gioia del gol ma un simile gesto, seppur nobile e ricco di emozioni, non fu utile alla causa.

La sua squadra perse quella gara e la classifica del girone si complicò. Rischiavano di perdere per sempre l’ebrezza di ascoltare quella musica. Qualcosa in lui però stava cambiando. Era pronto a tutto pur di non mollare quella nave in tempesta. Un sabato di fine autunno allora prese nuovamente in mano le redini del suo destino. Sapeva che quel pallone avrebbe corso e sapeva anche i rischi che si stava prendendo per andargli dietro. A questo però ci faceva poco caso. Il pallone arrivò nella sua zona. Lui lo mandò direttamente sul primo palo con un potente colpo di testa. Aveva ritrovato la sua via. Era grato per questo, ma anche felice. La sua faccia si indurì, ma ringraziò ancora Dio per ciò che gli aveva dato in quel giorno di quasi primavera. Il destino della sua squadra però era ancora legato a quella musichetta, che riecheggiò di nuovo in un freddo martedì inglese.

Lui non si sarebbe lasciato sfuggire un’altra volta quella coppa che aveva perso qualche anno prima. E che aveva visto vicina troppe volte. Il rammarico era evidente. Quante volte quei ricordi non proprio lontani gli avevano tolto ore di sonno. Quante amare delusioni, quante lacrime versate. Ma nessun rimpianto. Piangeva perché era un uomo e, al contrario di ciò che si dice, sono gli uomini veri a piangere.

Era arrivato il momento del riscatto, anche se quel pallone sembrava volesse sfuggirgli anche stavolta. Con un gesto astuto però, addomesticarlo fu una frazione di secondo. Ne aveva pieno controllo. Lo assaporò al solo tocco, gestendolo dinanzi al suo avversario di cui facilmente si sbarazzò. Con freddezza poi lo scagliò oltre il portiere avversario. Era il primo gol di una serie né lunga ma neanche troppo corta. Fu anche corretto nei confronti di un compagno, che servì con un bel piattone rasoterra. Scrutò ancora una volta il pallone, che correva velocemente su quell’erba fresca e bagnata. Sfrecciavano entrambi, anche se l’oggetto sembrava potesse avere un qualche vantaggio su di lui. Quando tutto sembrava destinato a finire oltre la linea di fondo l’attaccante, con un tocco letale e allo stesso tempo morbido e preciso ne fece un sol boccone, mettendo a segno una straordinaria doppietta. Fu 3-0, qualificazione inclusa.

Nonostante la gioia per il traguardo raggiunto quel giocatore si sentiva ancora molto strano, come se qualcosa non fosse al proprio posto. Riuscì a dirigere l’attacco di quella squadra varie volte, andando a segno soltanto all’ultimo dell’anno e per di più dagli undici metri. Non riusciva ad esprimersi per come voleva. Pareva solo.

Pianse, o forse no. Pensò, di certo, di dover fare qualcosa per cambiare quel destino, a prescindere dalla profezia sull’Apocalisse ormai vicina. No, non ce l’aveva con Dio, ce l’aveva con chi gli aveva tolto la sua giovinezza, le sue giornate migliori: il tempo. Quel giorno capì di essere con le spalle al muro. Accettò le esclusioni. Digerì pesanti delusioni, mentre quella squadra dalla maglia interamente blu arrancava in campionato. Intanto era pronto per una nuova sfida.

III

Tornò in Africa per disputare la competizione più importante del continente, un torneo che la sua squadra non vinceva da vent’anni. Superarono i gironi con tre vittorie, nove punti e cinque gol siglati. I quarti di finale furono ancora meglio. Uno schiacciante 3 a 0 che piegò gli organizzatori di quell’edizione, annichiliti di fronte alla doppietta del giovane e al gol di un altro forte centrocampista. L’otto febbraio giocarono la semifinale. Un confronto deciso quasi alla fine del primo tempo da un attaccante abbastanza famoso oltre il Canale. Erano quindi giunti al traguardo finale. Non avevano subito nessun gol, avevano segnato tante reti e chiaramente erano la squadra più in forma oltre che quella più forte. Quattro giorni dopo la semifinale, davanti a quarantamila spettatori, quella squadra giocò la finale contro la sorpresa del torneo. La solidità di entrambe le parti venne confermata dalla rigida parità che durò per tutti i centoventi minuti e che sarebbe diventata una vittoria per una e una sconfitta per l’altra soltanto con i tiri di rigori, che si protrassero senza alcun errore fino al 7-7.

Quella coppa era ancora da assegnare e lui, che come molti dei suoi compagni era andato a segno. Voleva sollevarla in quella notte africana. Venne il turno di un difensore, che prese una lunga ricorsa consegnando di fatto il pallone al portiere avversario. Erano appesi a un filo, gli ivoriani. Gli avversari si stavano giocando un match point storico, troppo importante, che era stato accompagnato da una danza tribale sia in campo sia a ridosso della panchina. Sul punto di battuta si presentò un ragazzo con la maglia numero diciassette, che poteva essere ricordato di generazione in generazione ma che in realtà non resse la pressione. Quel pallone giallo fosforescente aveva spiazzato il portiere, ma si alzò oltre la traversa per la gioia di un paese e il rammarico di un altro.

C’era ancora speranza per lui che, in quanto capitano, andò subito a colloquio con il giocatore designato per il successivo tiro di rigore. Il numero dieci posizionò la sfera leggermente più avanti del previsto. L’arbitro lo contestò. Allora questi risistemò il tutto e riprese la rincorsa calciando fuori. Il capitano cadde ferito da quell’errore banale e fatale.

Avevano fallito un’altra occasione. In quel momento nella testa degli avversari il verbo sbagliare non esisteva. I giocatori pregavano, si contorcevano, facevano qualsiasi cosa per far oltrepassare la linea a quell’oggetto rotondo. Volevano a tutti costi che quella partita diventasse leggendaria. Arrivò un ragazzo con la maglia numero tredici. Chirurgico, potente, decisivo. Il pallone andò a destra, il portiere a sinistra, e gli avversari in quella notte africana di metà inverno diventarono campioni per la prima volta nella loro storia. Il ragazzo era distrutto e si era un po’ rassegnato all’idea di dover finire quest’avventura in breve tempo. Ripensava alla sua età mentre si asciugava le lacrime. E anche alla fine del mondo che sarebbe arrivata a distanza di meno di un anno. Allo stesso tempo però era consapevole di dover compiere un’impresa per lasciare quel palco da eroe.

IV

Quella musica che lo rassicurava finalmente ritornò. Lo fece di martedì, senza coglierlo di sorpresa. Era abbastanza carico. Voleva segnare ad ogni costo. Voleva dimostrare al suo allenatore che si era sbagliato mettendolo via come la prima cosa ormai usurata che non serve più. Giocò quella partita ma, come tutta la sua squadra, venne colpito duramente. Quel ragazzo tornò a giocare anche in campionato e venne rincuorato da un pallone arrivato in area improvvisamente che trasformò in gol. Era prezioso, ma ancora non bastava. Aveva la testa lì, a quel confronto europeo che avrebbe deciso le sorti della stagione. Era un giorno di quasi primavera, mercoledì per la precisione, e c’era anche un nuovo particolare: quell’allenatore che aveva poco creduto in lui non c’era più. Arrivò un tecnico italiano, come da tradizione.

Era passato quasi mezz’ora dall’inizio di quella sfida, quando il pallone venne scaraventato in area. Il ragazzo fece il proprio dovere: anticipò un avversario con un colpo di testa sul primo palo. Era racchiusa lì tutta la sua forza e la sua determinazione. Poco dopo ci fu un altro gol, seguito da un boato: il capitano dei blu aveva fatto 2-0. Arrivò poi un potente tiro, che squarciò quell’aria positiva che si respirava all’interno dello stadio. Il parziale era cambiato nuovamente. Sul 2-1 si tornava a casa, anche se la strada non era molta da fare. Il ragazzo tentò di siglare il 3-1. I suoi avversari fecero altrettanto con il 2-2. Fu un errore umano ad aiutare quella squadra, che tornò in vita grazie alla rete di colui che qualche anno prima, in quella fredda città, non aveva fallito. Il punteggio complessivo diceva che si era sul 4 a 4. In quel momento contava solo fare un altro gol per andare avanti. Arrivò un cross, sempre dalla trequarti. Il ragazzo sembrava pronto a colpire ancora ma sentì una mano che si allungò lungo il suo corpo muscolo. Era rigore, almeno per tutti, tranne che per l’arbitro. Lui, incredulo, dovette accettare la decisione, ascoltando anche i lunghi fischi del direttore di gara che ratificavano la fine dei tempi regolamentari. Avevano paura di perdere ma anche troppa voglia di vincere quella partita.

Si stava giocando un tempo supplementare. Un altro attaccante, più giovane, si trovava in un’ottima posizione per ricevere il pallone. Attese che lo stesso volasse sulla testa di un difensore, poi su quella del portiere avversario. Si ritrovò con la faccia di fronte alla porta vuota, che per sua sfortuna, e per qualche altro motivo, rimase tale. Si era divorato il gol più importante della sua stagione.

Un errore che pesò almeno fino al minuto centocinque. Il ragazzo con astuzia controllò il pallone a ridosso dell’area. Notò un avversario alle sue spalle, sentiva la sua pressione ma in un fazzoletto si girò e contemporaneamente spedì vicino al dischetto del rigore la stessa sfera.

Lì, ad un passo dal desiderio, trovò un compagno che non si sa per quale coincidenza si fosse ritrovato al posto degli attaccanti. Calciò, forse neanche guardando la porta, ma lo fece nel modo migliore possibile senza lasciare scampo al portiere avversario. Fu una gioia incontenibile per quella squadra, che raggiunse il desiderato, e definitivo, 4-1, il 5-4 totale. La musica poteva risuonare ancora forte nelle loro menti.

V

Il giovane attaccante, nonostante l’impegno e la grande prestazione nella precedente, ascoltò l’inno dalla panchina nei quarti di finale. A Lisbona venne preferito ad un altro e non ottenne grandi fortune neanche nel match di ritorno, che i suoi compagni comunque vinsero. Ottimi risultati che però non coincidevano assolutamente con il rendimento in campionato, dove la squadra blu era sprofondata in classifica, come se fosse direttamente collegata alla strana discontinuità di quell’attaccante.

Un’altra nuova sfida però era dietro l’angolo. C’era una finale da conquistare anche in questo caso. Era domenica, lo stadio era colmo di tifosi, giornalisti, fotografi e semplici appassionati di calcio. Nervoso, leggermente irrigidito, il ragazzo fallì la sua prima occasione da gol, mentre il suo capitano salvò di coscia il parziale, dopo un colpo di testa ben piazzato da un poliedrico avversario. Gli avversari pressavano, lo facevano anche bene, ma più che il vantaggio trovarono il palo della porta del portiere costretto ad indossare un casco nero per giocare a calcio.

Il ragazzo venne lanciato in profondità, anche se il pallone era difficile da mettere a terra. Dopo un volo di quasi cinquanta metri, appena quest’ultimo arrivò alla giusta altezza, riuscì ad agganciarlo, nonostante avesse addosso un difensore. Sentiva il suo respiro sul collo, avvertiva quel fastidioso ringhiare alle sue spalle ma non ebbe paura, come poteva? Allungò la gamba in avanti, ma il difensore gli stava ancora addosso. Nel frattempo non si era accorto di essere già entrato in area, in quel perimetro interamente suo. Alzò la testa, sparò. E fu meraviglia a Wembley. Erano in vantaggio. Il raddoppio non si fece attendere più di tanto. L’azione fu confusa, piena di scontri di gioco, strattonate, ma si concluse con l’arrivo di un centrocampista spagnolo, che non faceva dell’altezza il suo punto di forza.

Poco dopo un avversario, arrivato davanti al portiere-supereroe accennò ad un dribbling e poi cadde, ma si continuò a giocare. Non era rigore, dato che il pallone in quell’istante era già sui piedi di un altro che comodamente appoggiò in rete. Una leggera esultanza, solo un’illusione per quella squadra del Nord di Londra.

Avevano la finale in tasca, ma non era ancora abbastanza. Mancava una prodezza, che arrivò dall’uomo più rappresentativo. Ci fu un fallo e si incaricò lui stesso della battuta del calcio di punizione. Il tiro fu angolato, calciato sulla sinistra, impossibile da prendere. Era la massima realizzazione del campione, che bruciava come una lama ardente sullo stomaco degli avversari, che alle fine dovettero fare i conti con un pesante 5-1.

Arrivò anche il mercoledì e quel ragazzo, che poi tanto giovane non era, sapeva di avere buone chance di scendere in campo dopo quella partita di coppa. Aveva ritrovato sicurezza e soprattutto melodia, quella che sarebbe ancora una volta entrata nella sua testa. Si sarebbero scontrati contro i più forti, contro chi aveva segnato un’altra epoca in questo sport.

A cominciare dalla panchina emergevano le qualità di quella squadra: l’allenatore fu, in un tempo non troppo lontano, un ottimo centrocampista. La sua intelligenza nel gestire un gruppo, anche fuori dal campo, si tramutò in realtà poco dopo il suo ritiro. C’era un difensore che amava la propria squadra, i propri compagni, i propri avversari e anche la propria fascia. L’etica ed il rispetto, secondo il suo pensiero, venivano prima di ogni vittoria. In particolare il rispetto era la prima cosa da portare in campo, la serietà la seconda.  C’erano poi due grandi amici che giocavano a centrocampo. Due strateghi, due maghi del controllo palla e della visione di gioco che hanno contribuito a compiere una vera rivoluzione in questa zona del campo. Si dice che normalmente un uomo non sia capace di fare più di due cose contemporaneamente. Loro invece mantenevano il pallone incollato al piede, vedevano il compagno in profondità, prendevano l’esatta misura delle cose. Pensavano già dove recapitare quel passaggio perfetto, sempre.

Nonostante queste premesse, c’è da dire che il fattore in più in quella squadra campione d’Europa era Leo, un giovane talento sudamericano che odiava e odia ancora la parola sconfitta e che Dio solo sa com’è sia stato possibile creare una cosa. Voleva essere il migliore della storia. Questa però è una storia a sé stante di cui parleremo un’altra volta.

Quella squadra era una macchina perfetta che nessuno pensava di poter arrestare. Il ragazzo però non si soffermò più di tanto su questo fattore. Voleva essere lui il protagonista a prescindere dalla qualità o superiorità dei suoi avversari, giunti a Londra per vincere.

Il capitano dei blu, poco dopo l’inizio della partita, servì un pallone in profondità, forse lungo. Gli avversari si fermarono per una frazione di secondo, mentre il ragazzo era già in azione. Superò un centrocampista con facilità, ma allungò troppo il passo illudendosi per la quantità enorme di spazio che aveva davanti a sé. Vanamente tentò un nuovo dribbling sul capitano dai capelli alla Brian May, che con la solita naturalezza tornò subito dal portiere, pronto a ricominciare l’azione in una frazione di secondo. Era quella l’essenza del gioco di questi ragazzi, che tenevano sempre palla e annichilivano gli avversari con un fittissimo possesso palla. Il ragazzo aveva fallito l’occasione del possibile vantaggio. I catalani, nel frattempo, si accesero. Leo recuperò un possesso, mise la terza, poi la quarta, la quinta. Si fermò. Aveva due avversari alle spalle ma riuscì ad aprire un corridoio utile per uno dei due centrocampisti, che tirò da distanza ravvicinata ma venne fermato.

Lui seguiva l’azione da lontano e insieme ai suoi compagni tremava al sol pensiero che quell’avversario avesse sui piedi il gol del vantaggio. Riuscì ad impattare, ma lo fece male. Sembrava che il gol potesse arrivare ben presto, ma nessuno avrebbe mai creduto che a segnare per primi sarebbero stati i padroni di casa.

L’ipotesi divenne concreta quando Leo, dopo aver tentato il solito dribbling, venne anticipato dall’intervento di un centrocampista avversario, che allargò velocemente a destra dove era presente un altro compagno libero che stoppò di petto, vide il campo libero davanti a sé e senza neanche pensarci iniziò a correre.

Corse fin dentro l’area di rigore fin quando non cadde a terra stremato. Nonostante ciò riuscì a servire la sfera in area al ragazzo, rimasto in ombra fino a quell’istante. Passarono meno di due secondi dal momento del passaggio a quello della conclusione decisiva. Fu un tiro potente, che con un tocco del portiere avversario venne ribattezzato in rete. Si era sull’1-0, anche se quella notte si rischiò uno 0-4. L’attaccante ringraziò sempre con il segno della Croce, per poi scuotere le braccia ed esultare. Quel risultato premiava gli inglesi, che paradossalmente dopo il vantaggio andarono in difficoltà. I loro avversari cercarono in modo ossessivo quel gol, che alla fine non arrivò. Il primo atto andava alla squadra blu, anche se i campioni in carica non erano completamente sconfitti.

VI

La qualificazione si sarebbe giocata al ritorno. Tutti sapevano che i padroni di casa erano favoriti e non a caso crearono gran parte delle occasioni nel primo tempo del match. Le speranze inglesi sembrarono affievolirsi quando gli avversari passarono in vantaggio, ma soprattutto quando venne espulso il capitano, cacciato dopo un brutto intervento su un avversario. Quei ragazzi videro di nuovo i fantasmi comparirgli davanti al raddoppio degli spagnoli. Una nuova perla di quel centrocampista che aveva esultato e poi pianto sotto la pioggia di Mosca riaccese le speranze della squadra vestita di blu, che quella notte indossava un completo elegante quasi interamente bianco. In quel momento erano in finale, anche se rimanevano ancora 45 lunghissimi minuti più recupero.

Arrivò il quarantottesimo. Leo, dentro l’area di rigore, provò un passaggio verso un suo compagno, steso dall’intervento del malcapitato ragazzo che si sentiva rodere dentro. Arrivò anche il quarantanovesimo. Sul punto di battuta si presentò ancora Leo, che calciò così potentemente da colpire la traversa della porta del portiere-supereroe, astuto nel distrarre il suo avversario con una fastidiosa danza. Per Leo era quella la fine del mondo. Si chiuse lì quel 2012. Poco dopo ad ampie falcate il giovane superò metà dei suoi avversari, tentando un colpo da circa cinquanta metri che avrebbe scritto la storia se non fosse intervenuto il buon portiere spagnolo. E non potete immaginare la faccia di quel tecnico, distrutto dalle mille occasioni sciupate dai suoi ragazzi e dal fatto che forse avrebbe salutato da sconfitto quel posto che l’accolse per quattro lunghi anni. Perché non vincere quella competizione per loro equivaleva ad un fallimento epocale.

Provarono e riprovarono, Leo colpì anche un palo, ma il possesso palla non bastava e gli spagnoli fecero i conti anche con l’estremo difensore avversario, che in quella notte era al massimo della sua condizione. Stava parando l’impossibile e fu determinante. Ai padroni di casa serviva il guizzo giusto che, nel momento meno sospetto, arrivò per gli inglesi. La pressione nel finale era enorme, gli spagnoli attaccavano ripetutamente, dieci giocatori erano riversati in avanti e l’unico rimasto a difendere era il portiere. Non avevano più niente da perdere dunque per questo motivo optarono per una tattica simile, che però stava distruggendo il loro equilibrio. Un lancio disperato sorprese i campioni, che si ritrovarono ad inseguire il compagno di reparto del giovane, che scattò in posizione regolare trovandosi davanti una distesa infinita, un corridoio verso la gloria. Il portiere provò a fermarlo alla fine dell’area di rigore ma, l’attaccante biondo dal viso da bambino, con un dribbling aggirò il suo intervento. Restava da fare la cosa più semplice: appoggiare in rete quel pallone che valeva una finale, la seconda nella storia del club. Un evento unico che si concretizzò, in quella notte di inizio maggio.

Il ragazzo e la sua squadra sarebbero volati in finale per giocarsi un sogno contro quella squadra che, nel proprio stadio, poteva immortalare la stagione più leggendaria della propria storia. Lui era teso, come tutti i suoi compagni. I mostri di quattro anni prima per la finale persa contro gli eterni rivali in quella fredda città erano comparsi di nuovo. Non si dormiva a Londra. Tutti avevano la testa a quella partita, che avrebbe cambiato in meglio o in peggio la loro esistenza destinata a terminare nel 2012. Era inevitabile e non avrebbero potuto fare niente per modificare il corso delle cose. Non c’era spazio per gli errori. O si vinceva o si tornava a casa peggio dell’ultima volta. Prima di questa però c’era un’altra finale da giocare. Quattordici giorni prima di quell’incontro che si sarebbe disputato a Monaco di Baviera.

A Londra i ragazzi vestiti di blu si ritrovarono di fronte quell’altra squadra interamente rossa. Con un diagonale perfetto un centrocampista spagnolo riuscì a conciliare il desiderio di possesso palla di un altro centrocampista, scattante, più veloce di quel robusto difensore avversario. Arrivato in area questi mirò sul primo palo, superando il portiere che nonostante il movimento non riuscì ad intercettare la conclusione. Nella ripresa il parziale cambiò nuovamente. Uno dei simboli della finale persa a Mosca accelerò, squilibrando un avversario e trovando in profondità il ragazzo. Aveva l’occasione per dimenticare tutte le difficoltà di quella stagione, poteva scrivere il suo nome sull’ultima pagina di quell’antichissima competizione. Controllò davanti ad un difensore anche se ebbe un attimo di incertezza. Trovò libero un unico spazio per calciare verso la porta: quello tra le gambe del suo avversario. Mirò l’angolino basso e, con un tiro preciso, riuscì a battere le sue paure. Scosse ancora le braccia, dalle tribune tutti esultavano, tutti lo acclamavano, tutti volevano che rimanesse, perché era già nell’aria un suo possibile addio. Fu un momento toccante, ricco di emozioni che racchiudevano otto lunghi anni. Pianse o forse no, corse e poi scivolò sull’erba fresca di Wembley, richiamando a sé tutto il calore dello stadio. Sembrava avesse dimenticato i problemi di quella stagione. Adesso si ricordava solo dei momenti belli. Stavano sul 2-0 e avevano quasi in tasca la prima coppa della stagione. L’avrebbero avuta per sempre, forse.

VII

Dopo quella vittoria scattò l’operazione Monaco, una delle più entusiasmanti che quel torneo continentale ricordi. Era il 19 maggio 2012, mancavano duecentosedici giorni alla fine del mondo. I padroni di casa, spinti dal proprio pubblico e dal pensiero di dover rivendicare il risultato amaro di due anni prima dominarono per gran parte del tempo la partita. Fu martellante per gli inglesi difendersi, tirare poco, attendere il proprio avversario che ne aveva di più e che a quel ritmo avrebbe sbloccato il match. Il portiere parò il possibile e non solo, la difesa andò troppe volte in difficoltà, concedendo spazi velenosi agli avversari. Il centrocampo sembrava immobile mentre il ragazzo era in affanno. Pensò di non essere nella sua serata migliore. I tedeschi attaccarono ancora senza fermarsi e riuscirono a sbloccare quell’esaustivo incontro quasi alla fine del secondo tempo. Erano a sette minuti più recupero da un’altra vittoria europea.

Venne battuto un calcio d’angolo. L’area tedesca era affollatissima, maglia rosse e blu si muovevano in ogni direzione, mentre il ragazzo veniva pressato da più avversari. La traiettoria del passaggio fu corta. Lui fece alcuni passi in avanti e si avvicinò al primo palo, dove si ritrovò in mezzo a due difensori. Era in una posizione scomoda, ma con una straordinaria girata riuscì ad indirizzare la sua conclusione verso la porta, prendendo in controtempo anche il miglior portiere vivente sul pianeta Terra. Il suo tocco non fu sufficiente ad evitare la rete del pareggio. Dio non l’aveva abbandonato. Servivano i supplementari per assegnare il titolo di campione d’Europa.

Il destino però sembrava volersi prendere ancora gioco di lui, come del resto aveva fatto per tante volte durante quell’ultima stagione. Un contropiede improvviso sorprese gli inglesi, che furono costretti a ripiegare nella propria metà campo. Ingenuamente, non rendendosi neanche conto dell’entità di quel tocco, atterrò un avversario dentro l’area, tra lo sgomento dei tifosi e l’incredulità dei suoi compagni di squadra. Si era bruciato da solo. Un pensiero fisso gli stava divorando la mente, non avrebbe dormito quella notte, pensava che avrebbe ripensato a quell’errore per tanto tempo. Sembrava morto per quello stupido fallo.

Fatto sta che dal quel momento fino alla battuta del rigore la squadra di Londra dovette affrontare le sue paure. Il portiere-supereroe era pronto.

Fu una sfida di nervi che, come sapete, non tutti riescono a reggere. Ma non si tratta di una qualità che rende migliore un uomo o peggiore un altro, si tratta semplicemente di un attimo che può premiarti come punirti, a prescindere da tutto ciò che hai fatto prima di quella conclusione. L’attaccante fece un lungo sospiro, dopodiché partì. Prima di lui il portiere aveva allargato totalmente le braccia. Si tuffò alla propria sinistra, la stessa direzione presa dal pallone dopo l’impatto col mancino dell’avversario. Il portiere riuscì in qualche modo a neutralizzare quel tentativo, che per sua fortuna dopo la respinta non si concluse con l’ingresso in porta. Si accorse subito della presenza del pallone al suo fianco e lo abbracciò. Il destino adesso era dalla loro parte e tutto lo stadio, dopo l’errore, cominciò a pensarlo davvero.

Si arrivò fino al centoventesimo minuto e il ragazzo, come in quella notte africana di qualche mese prima, avrebbe potuto sollevare o non sollevare una coppa soltanto alla fine di quella lotteria, un dramma sportivo per chi subisce una sconfitta e una semplice fortuna per chi invece riesce a vincere. L’allenatore segnò su un taccuino a quadrettini l’ordine dei prescelti. Chi sarebbe andato per primo, per secondo, per terzo e così via. Iniziarono i padroni di casa che con il loro capitano si portarono subito in vantaggio. Il tocco del supereroe fu irrilevante per quella conclusione precisa piazzata a sinistra. Poi fu la volta del centrocampista spagnolo, stregato dall’altro portiere che con un balzo corresse l’angolazione di quel tiro mantenendo in vantaggio i tedeschi. Proprio lui, il portiere più forte del pianeta si presentò dagli undici metri al terzo giro. Fu una scena insolita quella di un portiere contro un altro portiere. La superbia prevalse sulla concentrazione e si trasformò nel momentaneo 3-1, aggiornato al 3-2 dal tiro trasformato dal ragazzo che aveva anche indossato la maglia dei fabbri in passato. Anche in questo serviva qualcosa in più per vincere.

Del quarto tiro tedesco si incaricò ad un attaccante subentrato a partita in corso. L’uomo dal casco nero sapeva di dover rispondere dopo aver subito tre gol. Sentiva che quello era il suo momento. L’avversario sembrò incerto nella sua corsa e probabilmente partì in modo troppo scoordinato. Quell’uomo avvertì il suo timore, smanacciando il più lontano possibile il tiro con la mano di richiamo. Forse fu questo a cambiare l’andamento di quella corsa verso il tetto d’Europa. Il portiere degli inglesi rimase concentrato. Voleva pararne un altro. Intanto quel giovane attendeva, non era ancora arrivato il suo momento. La parità venne raggiunta nuovamente con la rete del terzino destro dei blues che ratificò il 3-3.

Per il possibile gol del 4-3 a presentarsi dagli undici metri fu un centrocampista con la numero trentuno sulle spalle. Preparò una rincorsa breve, poi fece una finta ma il suo tiro venne angolato troppo e si infranse sul palo sinistro. Il portiere aveva intuito, probabilmente non ci sarebbe arrivato, ma andò così per sua fortuna. L’autore dell’errore si nascose la faccia con la maglia per la vergogna. Voleva sprofondare anche se si trattò soltanto di un banale errore. Per lui non così banale in fondo.

Il destino aveva restituito tutto a quel ragazzo, che adesso era pronto e poteva dimenticare gli affanni, le sofferenze, i momenti bui con quella conclusione. Era ad un passo dalla gloria. Anzi ad undici metri. Sapeva che prima o poi quella resa dei conti sarebbe arrivata. Proprio lui, che avrebbe concluso di lì a poco i suoi otto anni di carriera a Londra, che a trentaquattro anni aveva ancora fame di vittoria nonostante i record frantumati, i numerosi trofei messi in bacheca e tutto il resto. Lui che non aveva mai vinto la grande coppa d’Europa si presentò di fronte al portiere più forte del mondo per la quinta conclusione. Non pensò che arrivati al 21 dicembre tutto sarebbe scomparso. Avrebbe avuto tempo per rifletterci. Si avvicinò a testa bassa, concentrato. Alzò lo sguardo per guardare in faccia il suo avversario. Vedeva tutti gli errori, le amarezze, le delusioni, le esclusioni, quell’infortunio di inizio stagione, quella coppa persa a febbraio, tutti quei giorni senza gol. Si aggiustò il calzettone destro, poi quello sinistro, poi la maglia. Voleva essere impeccabile per quel momento. Si posizionò a breve distanza dal pallone con le mani sui fianchi. Il suo avversario ballava sulla linea della porta, visto che non poteva far altro per affrontare la freddezza di quel giovane in quel momento.

Ed in un lunghissimo secondo divennero campioni. Forse lo sentivano che prima o poi lo sarebbero diventati, proprio come quell’attaccante che quella in quella notte di Monaco trovò la gloria che cercava. Non è possibile dimenticare quel DROGBAAAA che mi fece iniziare a sognare, quel DROGBAAAA che in quella notte di metà maggio risuonò all’infinito nella mia testa. Non è possibile dimenticare l’esultanza di quella squadra e soprattutto il fatto che il mondo intero si inchinò ai piedi di quell’uomo, che poi tanto giovane non era e che avrebbe lasciato l’Inghilterra come mai nessuno aveva fatto. Da eroe di una finale, da campione d’Europa, da re, da immortale, nonostante la fine sembrava più vicina che mai. E lei non arrivò, non arrivò per noi, non arrivò per Didier. 

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