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domenica 19 Settembre 2021
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Bobby Robson e quell’incontro a Portman Road: come l’Ipswich divenne leggenda

5 ' di letturaLe cose stanno così. Se provi a mettere quelli che segnano davanti, quelli che difendono dietro, quelli che corrono in mezzo al campo e quelli che crossano sulla fascia, forse funziona. Se comincia a migliorare, insisti.

Se ti chiami Bobby e di cognome fai Robson, sappi che questo divertente mucchietto di frasi susciterà l’ilarità della sala stampa, quando le pronuncerai riferendole al tuo Newcastle. Ma quella è l’ultima fermata, quando il respiro si è fatto più spesso e opprimente. La tua gente tutt’intorno pompa affetto nelle tue vene malconce, certo, ma il biglietto che stringi tra le dita tremolanti ha su impresso “sola andata” e non c’è proprio nessuna possibilità di protestare. Il cancro è già una pianta infestante che erode il tuo organismo. Lo affronterai a mento alto per due decenni, prima di issare bandiera bianca. Le storie non cominciano mai dalla fine, però. E quella manciata di frasi irriverenti, Bobby, in fondo aveva un senso anche molto prima.

Facciamo due conti. Che nella vita, come nel calcio, mica tornano mai. Sei figlio di un minatore che si spacca la schiena a Newcastle e fino a quando qualcuno non si decide a fare sul serio con il tuo cartellino sbarchi il lunario come elettricista. Gesù, non è possibile. Il talento erompe, silenzioso e placido come la tua attitudine, ma comunque dilaga. Ti permetterà di infilarti in una carriera da calciatore con gli ammennicoli, su questo puoi contarci.

Ma non è ancora questo il punto esatto della storia. Non è necessario sciorinare tutto. Basta agganciarsi a quei frammenti che hanno fatto la differenza, trangugiarli avidamente e socchiudere gli occhi, provando a convincersi che sei ancora lì e che il tempo non è mai passato. Ecco, ora il respiro è tornato leggero. Il sangue sa di nuovo di buono. Però, cazzo, fa uno stramaledetto freddo. Ti entra nelle ossa e se le lavora, fino a congelarti i pensieri. E’ il 1969: sei dentro una mattina di gennaio qualsiasi, nel fottuto Suffolk, e ti chiedi se stai facendo la cosa giusta. Chi te l’ha fatto fare di venire a sbatterti da queste parti? Ipswich è un buco fetido che si apre come una piaga purulenta sul lato orientale dell’Inghilterra. Una città che non sa raccontare niente di davvero interessante. Niente per cui valga la pena friggere al freddo qui, sotto un cielo merdoso che promette di piovere stallattiti. Invece srotoli il foglio che hai sgualcito nella tasca del cappotto, tossisci e ti accendi una sigaretta davanti allo stadio, a Portman Road. Sopra hai inciso i nomi di alcuni tra i più promettenti sbarbatelli del posto. Il piano è facile: butti un occhio e te ne accaparri qualcuno mentalmente prima di ibernarti il posteriore. Insomma, scarabocchiati i nomi sulla carta, perché questi pivelli potrebbero evitare di farti deragliare e smantellare l’ufficio, quando ti affibbieranno un nuovo incarico. Se succederà, certo. Perché ora come ora, scusa l’eccesso di impudenza, non vai esattamente a ruba. Infatti, inutile nasconderlo, sei lì per conto del manager del Chelsea, il buon Dave Sexton.

Solo che mentre aspetti decidi di infilarti giù per la gola un corroborante caffè nero. Occhio, Bobby, perché il destino è fatto proprio strano: ti afferra per la giacca un qualsiasi martedì pomeriggio, quando non ci pensi proprio, e pazienza per i programmi che ti eri fatto. Il tuo ha l’aria signorile di un tale che pilucca da un piattino di porcellana al bar, proprio accanto a te.

Bobby? Bobby Robson? Il manager?“.

In persona“, fai te, disinvolto.

In realtà non eri così fluido quella mattina alla stazione di Putney, mentre leggevi il titolo a lettere cubitali ROBSON LICENZIATO, su un gigantesco cartellone dell’Evening Standard. Cazzo. La società ti aveva dato il benservito senza nemmeno alzare la cornetta. Lo dovevi apprendere così e lasciatelo dire: non era mica giusto. Al Fulham, un anno fa, era stato il tuo primo giro di giostra in panchina. Ma che si aspettavano? Che potevi fare per loro? Li avevi presi che imbarcavano acqua da ogni fessura. Erano già destinati a colare a picco, ecco cosa. Quando ti sei messo al timone la classifica recitava un epitaffio: sedici punti in ventiquattro match. Nemmeno quel ragazzino che sprigionava talento da ogni poro, quel Malcolm Macdonald, era riuscito a rimettervi in carreggiata. I Cottagers era già destinati allo sprofondo della Second Division, ma così a passarci male eri te.

Comunque tutte queste cose non le pensi mica. Non hai nemmeno il tempo. L’uomo che ti stringe vigorosamente la mano è Murray Sangster, direttore generale dell’Ipswich Town. Non servono sproloqui. Parlate la stessa lingua. Loro vengono da un deprimente dodicesimo posto in First Division. La panchina è vacante come una sede pontificia senza cardinali con la mano sventolata verso l’alto. E tu stai lì per altro, certo, ma mica puoi fare spallucce. Quando esci dal bar sei praticamente ingaggiato. Ancora non lo sai, ma fidati: questa scelta impulsiva sarà la miglior cosa che possa accaderti. Perché in questo posto che hai trovato sciatto un paio di ore fa metterai radici per 13 lunghi anni.

Bobby, un gentiluomo in panchina: more than a manager

I primi quattro non saranno memorabili, ma il resto…un riscatto con i controcazzi. Trasformerai una squadra mediocre in una corazzata capace di fare la voce grossa dentro alle mura domestiche ed in giro per l’Europa. L’Ipswich Town, capite? Mica il Manchester Utd. Se te lo dicessi adesso, che stai per rassegnare le dimissioni nell’ufficio del capo scout del Chelsea, non ci crederesti nemmeno per un secondo. Eppure alzerai al cielo una FA Cup sconfiggendo l’Arsenal in finale. E c’è dell’altro. Ah, se c’è. Conquisterai una Coppa Uefa battendo l’AZ Alkmaar. Una squadretta del Suffolk issata quasi in cima al vecchio continente, Cristo. E lo hai fatto te. Arriverai secondo due volte in campionato, rischiando pure di vincere. Quasi dimenticavo: nel ’72 premi in bacheca anche la Texaco Cup, quella roba che vedeva scontrarsi le squadre britanniche non qualificate alle coppe internazionali. Fattelo dire: hai compiuto un mezzo miracolo. Prima di te il club sapeva di amaro. Zaffate di seconda e terza divisione a intasarti le narici. Bobby, lasciati abbracciare. Hai stracciato il foglio e riscritto la storia, come un demiurgo venuto dal nulla, per far decollare la working class.

Nel 2002 una tua statua a grandezza naturale verrà eretta davanti alla curva Cobbold di Portman Road, la casa dei Tractor Boys. Te la meriti, Bobby.

Come hai fatto? In tredici anni hai chiesto solo quattordici giocatori. Il resto lo hai tirato su da quel che avevi in casa. Quelle frasi dissacranti avevano un senso anche prima. Terry Butcher a buttare sangue al centro della difesa. John Wark a spaccarsi i polmoni in mezzo al campo. Paul Mariner per pronunciare sentenze mortifere là davanti. Solo per dirne tre. Che alla fine il calcio è una cosa semplice.

E a Portman Road, in fondo, non fa poi così freddo.

Robson appena arrivato ad Ipswich come nuovo manager, nel 1969.

 

 

 

 

 

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Paolo Lazzari
Paolo Lazzari
Giornalista

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