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domenica 19 Settembre 2021
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Come si forgia un campione: la vita di Paul Scholes

4 ' di letturadi Luigi Della Penna

Quel 16 novembre del 1974, l’Inghilterra si specchiava nelle pozze d’acqua causate dal solito, grande e piovoso autunno che bagna ogni anno il Regno di Sua Maestà la Regina e nelle radio trasmettevano il rock psichedelico e avvolgente dei Pink Floyd e del loro album The Dark Side of the Moon. Dalle parti di Londra, il futuro scrittore Nick Hornby soffriva le peggiori pene adolescenziali per il suo Arsenal, un amore doloroso che poi gli varrà la grandezza letteraria con Febbre a 90′. A Manchester, invece, lo United si imponeva due a uno sull’Aston Villa. Normale amministrazione, penseranno i più giovani che, al pari del sottoscritto, non riescono neanche ad immaginare, una delle squadre più importanti del mondo, barcamenarsi nella seconda divisione inglese. Al Teatro dei sogni era scesa l’oscurità quando, nella primavera appena trascorsa, in occasione dell’ultima partita di campionato, contro i dirimpettai del City, un gol di tacco di Denis Law, leggendario ex dello United, consegnò la vittoria ai Citizens e condannò i diavoli rossi alla retrocessione.

Law, passato anche in Italia con la maglia granata addosso, insieme a Bobby Charlton e George Best aveva contribuito in maniera decisiva alla realizzazione del sogno europeo di Matt Busby, anche se, il giorno della storica finale del 1968, contro il Benfica di Eusebio, dovette rimanere fuori dai giochi. Lo sostituì Brian Kidd. Un’epoca, quando gli anni Settanta stavano volgendo ad un punto di svolta, era ormai tramontata per sempre sul vecchio palcoscenico dal sipario ormai logoro. Quel 16 novembre 1974, a pochi chilometri da Manchester, a Pendleton, sobborgo di Salford, nasce Paul Aaron Scholes. I tifosi dello United, anime alla ricerca della gloria perduta, gli stessi che stanno imboccando l’uscita dallo stadio della loro vita, non possono neanche immaginare che, venticinque anni dopo, vivranno una delle stagioni più belle della loro esistenza e che, lì vicino, uno dei protagonisti del treble 1998-1999 ha appena emesso i suoi primi vagiti. Di origine irlandese, della quale ne ha sempre fatto un vanto, non nascondendola come altri suoi colleghi, a diciotto mesi si trasferisce insieme alla famiglia a Langley, Greater Manchester.

Avete presente l’immagine tipicamente inglese, con un paesaggio costellato di casette tutte uguali e abbastanza anonime, proprio come nei film? Beh, adesso Langley appare così. Sinceramente, non so come fosse all’epoca, ma probabilmente non si discostava più di tanto dall’istantanea della città media in quell’angolo di mondo. Non è un bel posto in cui crescere, ma per Paul non fa molta differenza. Sono anni difficili per il Regno Unito e per le due entità irlandesi, il sangue scorre nel grigiore dell’occidente post 1945, ma la lezione impartita dal secondo conflitto mondiale è dura da mandare giù. Il 14 novembre 1974, due giorni prima della nascita di Paul Scholes, a Coventry, un membro dell’IRA ( Irish Republican Army) è vittima dell’ordigno che stava per innescare e che esplode in anticipo. Successivamente, al momento del ritorno della salma sul suolo irlandese, il personale dell’aeroporto di Belfast rifiuta di prendere in consegna il corpo. Sarà Dublino a riceverla. La morte dell’attentatore, di nome McDade, verrà utilizzata come giustificazione per quanto avverrà cinque giorni dopo a Birmingham: un’altra esplosione causa 19 morti e 182 feriti. Tale avvenimento passerà alla storia come il fatto di sangue di maggior gravità in tempi di pace nel Regno Unito, almeno fino ai fatti luttuosi del terzo millennio.

In questo marasma di eventi, il piccolo Paul cresce con un pallone tra i piedi e il solo obiettivo di divertirsi, lontano dalle preoccupazioni dei grandi. Il fratello di suo madre, lo zio Patrick, si rivela una figura fondamentale per il piccolo Paul: grande appassionato del Manchester United, con i suoi racconti di trasferte lontane e grandi match del passato, riesce ad ammaliare il nipote, tracciando un profondo solco nella psiche del giovane, interpretando alla perfezione il ruolo del pifferaio magico. L’ossessione calcistica di quello che diventerà l’eroe silenzioso dell’Old Trafford, probabilmente, ha origine da quel rapporto di intimo affetto tra consanguinei. Dall’altra parte, il padre, Stewart, lo porta spesso alle partite dell’Oldham, di cui Scholes si è sempre ritenuto un sostenitore fedele. Come tutti gli accaniti amanti della sfera, gli piace possederla attraverso il tocco, che sia in solitudine, nel classico e scolastico far sbattere la palla contro il muro di casa per affinare la tecnica, oppure in partite di strada, magari con ragazzi più grandi, ma non tanto per mettersi alla berlina, quanto per il gusto adrenalinico del partecipare ad un vero e proprio match. Il suo primo club calcistico è il Langley Furrow, poi gioca con il Boundary Park, dove condivide il campo con alcuni futuri compagni allo United, ovvero Nicky Butt, il suo più grande amico nel calcio, e Gary Neville: in una vecchia foto con la maglia della squadra dell’epoca, possiamo ammirare tre piccoli campioncini in posa. Hanno molti sogni in testa, ma sembra quasi che in quegli istanti non stiano pensando a niente, in quel tipico sguardo del piccolo uomo che non attende altro che il flash faccia il suo dovere e si torni a giocare. Da ragazzino è un più che discreto giocatore di cricket, anzi, diciamo pure che eccelleva anche in questo sport dal sapore decisamente britannico. Jim Hughes, membro del Middleton Cricket Club, dice di lui: era un battitore molto aggressivo e probabilmente avrebbe potuto avere una carriera di buon livello. Sfortunatamente, lo United gli ha chiesto di smettere con il cricket.

Saranno due, gli uomini fondamentali nella vita di Paul Scholes, almeno per quanto riguarda la scelta definitiva del football, quando ha appena quattordici anni: il primo è Mike Coffey, scout del Manchester United che insegnava alla Cardinal Langley High School, l’istituto frequentato dal ragazzo, mentre il secondo è Brian Kidd, si, quel Brian Kidd che aveva giocato da titolare e segnato un gol nell’unica Coppa dei campioni vinta dal club, divenuto nel tempo una personalità di spicco nel settore giovanile dei Red Devils. Mike descriveva il piccolo Scholes come un cervello calcisticamente veloce e nessuno avrebbe mai potuto intimidirlo. Non ho mai visto nessun ragazzo “picchiarlo”, perché aveva la capacità di anticipare i contrasti e affrontare le sfide. Un giocatore di grande talento. Proprio lui, suggerisce a Brian di visionare questo piccoletto dalla capigliatura scarlatta e Kidd non si lascia scappare l’opportunità, porta sia lui che Paul O’Keefe, figlio di Eamon O’Keefe, giocatore dell’Everton e dell’EIRE, alla corte dello United. Il primo incontro con il boss, Alex Ferguson, oscilla tra il compassionevole sguardo del manager scozzese e l’imbarazzo di Scholes. Brian gli aveva annunciato che sarebbe passato per presentargli due giovani promettenti. Quando la comitiva arriva, i due sono nascosti dietro Kidd e Ferguson quasi non li scorge.

Dove sono i bambini?

Sono davvero piccoli, pensa subito. I dubbi sul fatto che sarebbero diventati dei calciatori sono davvero tanti. O’Keefe non diventerà mai un giocatore, l’altro Paul, invece, si.

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