Quante volte viene detto che le favole non esistono più. Nel calcio, ma anche nella vita di tutti i giorni. Quante storie emozionanti vengono soffocate dalla grigia realtà . Solo pochissime di loro resistono al passare del tempo e riescono a raggiungere il tanto agognato lieto fine. Una di queste trova casa pochi chilometri oltre la frontiera che separa Inghilterra e Galles, nella città di Wrexham.
Wrexham ĆØ una classica cittĆ dellāisola, sviluppatasi intorno alla sua storia e alle vene di carbone ormai secche da decenni. Il football ĆØ dalla metĆ degli anni Sessanta dellāOttocento centrale nella vita dei suoi abitanti: le miniere e il club, unāidentitĆ binaria imprescindibile. Tanto che i minatori facevano volentieri un massacrante doppio turno al venerdƬ per andare il sabato allo stadio; mentre il Wrexham AFC, quando giocava in casa, iniziava le sue partite 15 minuti dopo lāorario classico, per dare tempo agli ultimi minatori usciti dalle viscere della terra di arrivare al Racecourse Ground.
La storia ormai la conoscono quasi tutti. Nel novembre 2020 Ryan Reynolds, il famoso attore che presta il volto al supereroe Marvel Deadpool, e il suo amico e collega Rob McElhenney hanno annunciato lāacquisto del club della cittĆ . Il Wrexham AFC al tempo (e da tempo, dal 2008) militava nella National League, la quinta divisione inglese e prima delle leghe dilettantistiche. Essere nella non-League era uno smacco per il terzo club professionistico più antico dellāisola.
Reynolds e McElhenney dopo aver acquistato il Wrexham (foto by Sky Sport)
Unāidea chiara a livello sportivo, però, Reynolds e McElhenney lāhanno espressa subito: il loro obiettivo non era solo riportare il Wrexham tra i professionisti, ma issarlo fino al gradino più alto della piramide, la Premier League. Un sogno, indubbiamente, una favola veramente difficile da immaginare, figuriamoci da realizzare. Nonostante la sua lunghissima storia e una certa esperienza continentale (in Coppa delle Coppe, in quanto spesso vincitore della Coppa del Galles), il Wrexham non ĆØ mai stato in Premier o in First Division. Il suo picco ĆØ stato a cavallo tra gli anni ā70 e ā80, quando ha giocato quattro stagioni in Second Division.
La locandina di “Welcome to Wrexham”
Sarebbe una vera e propria favola. E come ogni storia fantastica che si rispetti, non è stata priva di difficoltà . Nella prima stagione che ha visto il duo di attori completamente in controllo, la 2021/22, il Wrexham è arrivato secondo in classifica a sei punti dallo Stockport County, dovendo così partecipare ai playoff per provare a salire di categoria. I gallesi sono stati sconfitti inaspettatamente in casa per 4-5, ai tempi supplementari, dal Grimsby Town. Un vero shock per tutti i supporter del Wrexham, una grande gioia per i tanti che avevano subito dichiarato inaccettabile la presenza di Reynolds e McElhenney.
Il risultato storico del Wrexham
La sconfitta nella semifinale dei playoff ĆØ stata ben documentata da āWelcome to Wrexhamā. Anche prendendola con quel grano di sale da dover considerare in un prodotto televisivo, la serie tv ha mostrato tanti aspetti. Come per esempio la gioia delle persone, calorose fin dallāinizio verso i due nuovi proprietari. Ai diretti interessati, ai tifosi locali del Wrexham, poco importava che fossero americani o canadesi, attori o petrolieri. Uno dei cori più famosi del Racecourse Ground recita āNooneās invested as much as a penny, bring on the Deadpool and Rob McElhenneyā: per una cittĆ che non vedeva da decenni nuovi investitori, un attore della Marvel diventa ben presto un supereroe nella realtĆ .
Anche la passione di Ryan Reynolds e Rob McElhenney diventa evidente col passare delle puntate. Se i tifosi avversari non si fanno problemi a denominare il Wrexham āDisney FCā e a prendere in giro Deadpool nei loro canti, i due strambi proprietari non disdegnano di abbracciare la sfida e presenziare spesso al Racecourse Ground. Alle volte da soli, spesso accompagnati da altre star: dalla moglie di Reynolds, Blake Lively, al comico Will Ferrell, da Paul Rudd (altro attore della scuderia Marvel) ad assi dello sport come David Beckham e Tom Brady. Ma non importa chi sia con loro in tribuna: a ogni uscita, Reynolds e McElhenney dimostrano un attaccamento al club degno del sangue gallese più puro.
Reynolds e McElhenney festeggiano la vittoria della Championship (foto by BBC)
Un simile contesto, avvolto da complicità , passione, voglia di fare bene e tanto divertimento, è la base perfetta per far diventare realtà quella favola che ha rischiato subito di interrompersi. Così, dopo la prima dolorosa semifinale playoff persa, il Wrexham AFC ha ribaltato la narrativa. Primo in National League, secondo in League Two, secondo in League One: tre anni, tre promozioni di fila. Un back-to-back-to-back che ha scritto la storia del football inglese, mai nessuno era riuscito prima in questa impresa. Così, nella stagione 2025/26, i gallesi disputano la Championship per la prima volta dal 1978.
Come si costruisce una favola di successo
Qual ĆØ il segreto dietro alla scalata del Wrexham? Facile dare il merito genericamente ai soldi messi sul piatto da Reynolds e McElhenney. Senza un piano dettagliato, uno staff qualificato e unāidea di fondo a guidare le scelte, tutto il denaro del mondo non potrebbe permettere la riuscita di unāimpresa sportiva senza precedenti. La riprova ormai si ha in ogni campionato del globo, dalla lega araba piena di star ma che ancora non regge il lume a una grande squadra europea, al Palermo che non riesce a guadagnare la Serie A nonostante lāarrivo del City Group.
Come abbiamo giĆ detto, i due proprietari hanno delegato ogni scelta sportiva a dirigenti e manager di livello. A partire dallāacquisizione dellāallenatore Phil Parkinson: grande esperienza in Championship, ma anche in leghe inferiori, con promozioni alle spalle e il record di essere lāunico tecnico ad aver portato una squadra di League Two a Wembley per la finale di una delle coppe maggiori, la Coppa di Lega 2013 vinta poi dallo Swansea. MetĆ dellāopera ĆØ frutto di una dote economica maggiore delle rivali, fattore innegabile, e un organigramma societario importante.
Reynolds e McElhenney con Kaleen Allyn, direttore esecutivo del Wrexham e investitrice di minoranza del club (foto by Liverpool Echo)
I proventi di āWelcome to Wrexhamā non sono mai andati direttamente nelle casse del club, ma la visibilitĆ guadagnata ha permesso di stringere accordi con sponsor imponenti come United Airlines e SToK Cold Brew Coffee, un brand di caffĆØ americano che si ĆØ impegnato con la squadra, per esempio, nella produzione di uno spot per lo spazio pubblicitario più ambito del mondo, durante il Superbowl.
Da non dimenticare che uno dei primi investimenti della nuova proprietĆ si ĆØ rivolto allāacquisizione del Racecourse Ground. Sappiamo molto bene in Italia cosa voglia dire avere controllo del proprio stadio e, soprattutto, dei suoi proventi: il Wrexham guadagna più di 5 milioni di pound allāanno solo durante i giorni delle partite. E se lo stadio ĆØ anche una fonte di costi (anche per la volontĆ di riammodernarlo durante gli anni, tanto che a dicembre 2025 sono in corso i lavori per costruire una nuova Kop da 5500 posti), la possibilitĆ di ospitare nuovamente partite della Nazionale gallese e altri eventi di rilievo internazionale sopperisce a tutto questo.
Il sacrificio economico cāĆØ, ĆØ indubbio. Al 30 giugno 2024 il bilancio mostra una perdita complessiva di 2,7 milioni di pound. Ma il Wrexham ĆØ stato capace comunque di ripagare in toto il prestito messo avanti da Reynolds e McElhenney, 15 milioni di pound, e ora ĆØ libero da ogni impegno finanziario. La base di proprietari nel frattempo si ĆØ allargata: il 15% delle quote del club ĆØ ora in mano alla famiglia Allyn, ex proprietaria del gigante dellāindustria sanitaria Welch Allyn ceduto nel 2015 per oltre 2 miliardi di dollari.
Se annualmente il club registra perdite, non vuol dire che lāinvestimento iniziale di Reynolds e McElhenney sia stato fallimentare: i due milioni di pound che hanno pagato nel 2020 per acquistare il Wrexham si sono tramutati in una cifra molto più consistente. Il club gallese ora ĆØ valutato oltre i 100 milioni di sterline, alcuni analisti ipotizzano anche 150 milioni, un trend di crescita esponenziale che non sembra destinato a calare visti i risultati sportivi raggiunti.
Tifosi del Wrexham al Racecourse Ground
ArriverĆ mai il lieto fine per il Wrexham?
Una favola moderna, come abbiamo visto, non può reggersi solo su buone intenzioni e quel tocco di irrazionalità che fa immaginare di poter arrivare a raggiungere traguardi che nessun altro è mai riuscito a toccare. La storia del Wrexham AFC è fatta di scelte precise, rischi (spesso) calcolati, organizzazione meticolosa, investimenti sensati.
Ma la sua forza primaria sta nellāunire tutto questo con la passione, dei proprietari come di tutto il contesto che li circonda. Reynolds e McElhenney, per esempio, tengono particolarmente a dare personalmente il benvenuto a ogni nuovo acquisto stagionale (e ne sono tanti), ma anche di ringraziare ogni giocatore che lascia la squadra dopo aver contribuito ai suoi successi: i saluti riservati a due protagonisti come Ollie Palmer e Paul Mullin sono esemplari.
Vedere Wrexham stringersi ancor di più alla squadra dopo lāacquisizione ha qualcosa di magico. Tutta la cittĆ supporta il club, si presenta allo stadio, aiuta i giocatori e anche i due attori diventati proprietari di una squadra di calcio. Questa piccola localitĆ del nord del Galles ĆØ stata capace di trasmettere a un ricco canadese e al suo altrettanto ricco amico americano la passione ancestrale e viscerale per il football allāinglese, la sua storia, le sue tradizioni.
Riuscirà il Wrexham AFC a coronare il suo sogno ed entrare in Premier League? Nessuno lo può dire. La Championship è indubbiamente il campionato più difficile del mondo e spesso non basta fare tutto quello che si può nel modo giusto. Ma quella del club gallese di proprietà di Deadpool e del suo amico è indubbiamente una delle favole moderne di football più belle e avvincenti.
Quando si arriva per la prima volta a Wimbledon non si ha affatto lāimpressione di essere in un quartiere del sud di Londra. Le strade sono più strette e scevre di quel traffico persistente che imperversa a tutte le ore, le persone camminano con una calma che non ĆØ di casa nei quartieri scintillanti sulle rive del Tamigi. Il colore dominante non ĆØ il grigio acciaio o il rossiccio dei mattoni, ma il verde: quello degli alberi onnipresenti, dei giardinetti di ogni casa cosƬ tipicamente inglese, di un parco grande quasi quanto tutta la zona abitata.
La zona potrebbe essere scambiata per un borgo qualsiasi delle campagne dellāisola fino a che, percorrendo la tranquilla Church Road, non ci si imbatte in un edificio dalle grandissime vetrate e dalle mura ricoperte di rampicanti ben curati che esibiscono orologi dalla corona dorata: ĆØ il Center Court dellāAll England Lawn Tennis and Croquet Club, lāiconico campo da tennis del club che organizza il torneo più famoso del mondo delle racchette.
Il Center Court dellāAll England Lawn Tennis and Croquet Club
Wimbledon ĆØ elegante, calmo e anche ricco. Tanti, soprattutto benestanti, sfuggono alla frenesia di Londra per vivere in questo quartiere, fatto in larga parte a immagine e somiglianza dello sport che lāha reso celebre in tutto il mondo. Su quel Center Court fuoriclasse assoluti sono diventati leggende non solo dello sport, ma anche dello stile: dallāetereo assolutismo di Roger Federer alla grinta inossidabile e insofferente di Novak Djokovic, da Pete Sampras e Bjƶrn Borg fino ai giovani e letali Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.
Lāanima popolare di Wimbledon: gli anni della Crazy Gang
Plough Lane ĆØ a soli due chilometri dai lindi campi da tennis dellāAll England Lawn Tennis and Croquet Club, eppure sembra dāessere in unāaltra cittĆ . Palazzi da cinque o sei piani, il supermercato, lo Starbucks: ĆØ il cuore della parte più popolare del quartiere. Non poteva che sorgere in questa via il vecchio stadio, dove ha giocato fino agli inizi degli anni ā90 il Wimbledon FC.
Ecco, se ĆØ mai esistito qualcosa di diametralmente opposto allāelegante danza del tennis giocato sul Center Court, non può che essere il gruppo dei Dons degli anni 80 e 90. Se il tennis ĆØ unāelegante opera da pianoforte, il football ĆØ il rock da urlare a squarciagola, ballando come dei forsennati nello storico Wimbledon Palais, il locale che ha ospitato negli anni 50 e 60 tutti i più grandi gruppi dellāepoca: Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd, tutti passati da una delle piste da ballo più grandi dāEuropa.
I giovani Rolling Stones
Quel gruppo di calciatori scanzonato, maleducato, arrivato al limite dellāantisportivitĆ solo per capire come fare a superarlo in modi sempre più eclatanti, ĆØ diventato ormai una pietra miliare della cultura del football. Vinnie Jones, Dennis Wise, Dave Beasant, John Fashanu: sono solo alcuni dei giocatori, forse i più importanti, a imporsi sulla scena dellāallora First Division nel 1986, quando il Wimbledon fa il suo debutto in massima serie.
Il loro soprannome non nasce subito e, come spesso accade in Inghilterra, ĆØ coniato da uno dei tanti abili commentatori televisivi dellāisola. Si chiama John Motson, lavora per la BBC ed ĆØ lui a raccontare la famosa finale di FA Cup del 1988 dove il Liverpool campione della First Division esce sconfitto da Wembley. A battere i Reds ĆØ proprio quel gruppo di giocatori in maglia gialloblù odiato da gran parte dei colleghi, mal sopportato da giornali e tv, ma amatissimo dalla propria cittĆ . Immediatamente dopo il fischio finale Motson non si trattiene: “The Crazy Gang have beaten the Culture Club”. Un nickname che rimarrĆ nella storia del calcio.
La fine di un’era (e di uno stadio)
La Crazy Gang non ha vita lunga. Come ogni anima troppo vispa, che vive ogni suo attimo al massimo delle sue possibilitĆ , ĆØ destinata a esaurire presto la sua forza. Dave Beasant viene ceduto nel 1988, subito dopo la finale di FA Cup. Vinnie Jones va via lāanno successivo, quello ancora dopo Dennis Wise. Pian piano la rosa cambia e mantiene sempre meno del carattere che lāaveva forgiata nei primi anni.
La Crazy Gand del Wimbledon dopo la vittoria della FA Cup (foto via The Guardian)
Non per questo il Wimbledon FC va male, anzi. Galleggia per una decina dāanni nei quartieri medio alti della classifica prima di First Division e poi di Premier League, presentandosi più volte alle semifinali di FA Cup e League Cup. Plough Lane viene abbandonato a inizio della stagione 1991/92, dopo lāapprovazione della nuova legge sugli stadi in seguito al disastro di Hillsborough, cosƬ il Wimbledon si trova a dover condividere Selhurst Park con il Crystal Palace.
La fine degli anni 90 vede però un crollo verticale dei Dons. Prima un quindicesimo posto, poi un sedicesimo. Le difficoltĆ economiche sono sempre più evidenti, nonostante i buoni risultati degli anni precedenti: ĆØ il prezzo che le piccole squadre devono pagare per la nascita della Premier League. Allo scoccare del 2000, nella prima stagione del terzo millennio, il Wimbledon retrocede. Mentre in campo si consuma una piccola tragedia, una più grande si profila allāorizzonte: al centro della scena cāĆØ sempre la questione dello stadio.
Il vecchio Plough Lane viene considerato impossibile da rinnovare e ristrutturare e Wimbledon sembra non poter offrire altri spazi. CosƬ i proprietari del club, prima il businessman libanese Samir Hammam e dal 1997 i norvegesi Kjell Inge RĆøkke e BjĆørn Rune Gjelsten, cercano negli anni soluzioni per riallocare il club. Molte sono alquanto fantasiose: per un poā di tempo si tiene in piedi lāidea di andare a Dublino, ipotesi che trova subito lāopposizione dei tifosi, ma nel tempo si sente parlare di Belfast, della Scozia, del Galles. Nessuna opzione però sembra essere fattibile ed ĆØ in questa situazione difficile che entra in scena un tale di nome Pete Winkelman.
Il vecchio impianto di Plough Lane (via London Museum)
Una delle sue idee più importanti è quella di costruire uno stadio nella località di Milton Keynes. Non è strano se non ne avete mai sentito parlare. Infatti è una città nata nel 1967, un progetto ex novo che unisce alcuni paeselli e villaggi in una sola entità di 250mila persone, appositamente creata per cercare di alleviare i cronici problemi abitativi di Londra. Dalla capitale però è distante una cinquantina di miglia verso nord, circa ottanta chilometri: per quanto non manchino i collegamenti per i pendolari, andare a vivere lì è una scelta di vita. Proprio quella che fa Winkelman nel 1993 con la sua famiglia.
Nel 2000 Winkelman crea una sua societĆ per promuovere la costruzione di uno stadio. Niente di sbagliato, se non che Milton Keynes non ha cultura o tradizione in nulla, figurarsi nel football. Le squadre locali sono tutte amatoriali, a un passo dallāessere allegre compagini di Sunday League: quella più alta nella piramide ĆØ in ottava serie, a quattro gradini di distanza dal professionismo. Troppo poco per il piano di Winkelman, che vuole costruire uno stadio da 30mila posti con annessi esercizi commerciali come un supermercato Asda e uno store IKEA, finanziatori silenziosi del progetto.
Pete Winkelman
Per il produttore musicale diventato businessman e costruttore cāĆØ una sola scelta: portare un club professionistico in cittĆ . Non pare impossibile: tanti stadi sono vecchi e fuori norma, tanti club non hanno i soldi per mantenersi in piedi e sicuramente non ne hanno per riammodernare i propri impianti storici. Winkelman però scopre presto che i club spesso non ragionano come delle aziende, soprattutto per quella noiosa volontĆ dei tifosi di tenere ancorato alla cittĆ di provenienza il club che ne porta il nome o quantomeno le radici.
CosƬ per primo rifiuta la sua proposta il Luton, che dista una quarantina di chilometri da Milton Keynes. Winkelman allora punta su Londra: Crystal Palace e Barnet non ne vogliono sapere. Anche il QPR, nonostante sia in evidente difficoltĆ finanziaria, non ne vuole sapere. CāĆØ solo un club che pensa seriamente a questa soluzione: il Wimbledon FC.
La scomparsa del Wimbledon FC
La storia a questo punto diventa alquanto caotica. Il nuovo amministratore dei Dons ĆØ un tal Charles Koppel e si narra che non abbia mai visto una partita di football prima dāora. Viene però presto convinto, anche dai proprietari norvegesi che sono stanchi di versare qualcosa come 6 milioni di pound allāanno nelle casse del club, della bontĆ del piano di Winkelman. Nonostante uno stadio a Milton Keynes ancora non ci sia, e non ci sarĆ per almeno un altro paio dāanni. CosƬ Koppel annuncia a inizio agosto 2001 la volontĆ di trasferirsi a Milton Keynes. Ad opporsi non sono solo i tifosi, come prevedibile da chiunque – a parte forse dei businessman, ma anche la stessa Football League rifiuta immediatamente lāidea.
Le dichiarazioni sulla stampa della FL sono chiarissime e si leggono su tutti i giornali: queste mosse rischiano di distruggere il tessuto stesso del gioco. Lāamministrazione del Wimbledon però non ci sta e fa ricorso alla Football Association che, dopo aver formato un panel speciale di arbitrato, a inizio 2002 dichiara come la decisione della Football League sia stata troppo rigida e fa ripartire il procedimento: stavolta la FL lascia la decisione alla FA, che crea una nuova commissione indipendente di tre individui.
In un mese questo triumvirato sui generis raccoglie moltissimi pareri. Ascolta le istituzioni pubbliche di Milton Keynes e di Wimbledon, per capire le possibilitĆ di costruzione di un nuovo stadio. Non mancano le interviste a membri della FA e della FL che ribadiscono lāopposizione completa al progetto. Sono ascoltati anche i tifosi dei Dons, raccolti in diversi gruppi o trust e guidati per lāoccasione da Kris Stewart. Ovviamente si presenta anche Winkelman, sempre sorridente e ottimista: promette di mantenere intatta lāidentitĆ del club nonostante il passaggio in unāaltra cittĆ e si dice sicuro che i tifosi seguiranno la squadra a Milton Keynes.
A fine maggio 2002 arriva il verdetto ed ĆØ a suo modo incredibile: nonostante il parere della FA sia nettamente contrario, la commissione creata dalla stessa federazione dimostra di essere davvero indipendente e accetta il trasferimento. Per il triumvirato ĆØ lāunica chance che ha il club di sopravvivere alle difficoltĆ finanziarie sempre più imponenti. I tifosi Dons però non ci stanno: il Wimbledon per loro ĆØ morto e la squadra di Milton Keynes non ne sarĆ mai lāerede.
L’impresa del Wimbledon FC in FA Cup
La rinascita del vero football a Wimbledon
Lāestate 2002 ĆØ una corsa contro il tempo per Kris Stewart e altri tre grandi tifosi dei Dons. Lāobiettivo ĆØ uno solo: ridare a Wimbledon quello che gli ĆØ stato tolto. Non importa ripartire da zero, lāimportante ĆØ avere un club nel quartiere. La decisione di creare una nuova squadra viene presa definitivamente in un pub nel bel mezzo del Wimbledon Commons, il grande parco dove qualche giorno dopo viene tenuto un provino pubblico per creare una squadra dal nulla. Vi partecipano 250 giocatori svincolati. Tutta la base del tifo viene mobilizzata e, in vista della prima amichevole, vengono venduti più di tremila biglietti: un numero incredibile per un club che non ha ancora una rosa precisa, un allenatore o addirittura un ufficio.
Anche la questione stadio viene risolta velocemente: mentre il vecchio stadio di Plough Lane viene prima venduto a una catena di supermercati e poi demolito per fare spazio a un complesso di appartamenti, Stewart e gli altri amministratori del neonato AFC Wimbledon trovano un accordo con il Kingstonian, squadra che ha residenza a solo cinque miglia dal quartiere. Da lƬ il nuovo club, rigorosamente con divise giallo e blu, partecipa alla Combined Counties League: riparte dal nono gradino della piramide del football inglese.
Il Wimbledon FC, denominato ironicamente da molti tifosi dellāisola āFranchise FCā, ha invece ottenuto il tanto agognato passaggio a Milton Keynes ma, come prevedibile, non ĆØ la panacea di tutti i mali. Il nuovo stadio non ĆØ ancora pronto, cosƬ ĆØ costretto a rimanere unāaltra stagione a Selhurst Park: alla prima di campionato si presentano tutti i vecchi tifosi dei Dons che formano un picchetto e convincono le persone a non entrare allo stadio. Il risultato ĆØ che le partite del team in procinto di trasferirsi hanno una media di spettatori inferiore a quella del club in nona divisione.
Lo stadio del MK Dons
Il mancato incasso dello stadio diventa la pietra tombale per la storia del Wimbledon FC. I proprietari norvegesi a fine stagione 2002/2003 sono definitivamente stufi di iniettare soldi in una creatura morente e senza neanche più un seguito e mandano il club in amministrazione controllata, a un passo dal fallimento. Chi è che si presenta per acquistare il club? Ovviamente Pete Winkelman e il suo consorzio che, dopo un anno di trattative con i vari debitori, sborsa 850mila sterline e compra la squadra, trasferendola immediatamente. Il primo ordine del giorno è rimangiarsi la parola data due anni prima: cambia il nome, lo stemma e i colori della maglia. Nascono così i Milton Keynes Dons.
Peccato che non la pensi cosƬ chi veramente conta nel calcio: i tifosi. Non solo quelli di Wimbledon, ma di tutta lāInghilterra. Le più grandi federazioni che raccolgono centinaia di migliaia di fan dellāisola boicottano per anni i MK Dons, non danno possibilitĆ di affiliazione a nessun loro tifoso e non parlano del club nelle loro pubblicazioni. A Milton Keynes cāĆØ un franchise, non una squadra di calcio. Winkelman si trova cosƬ costretto a fare dietrofront e trova un accordo con i vari gruppi: il boicottaggio termina mentre lāereditĆ del Wimbledon FC torna a Londra.
Un’esposizione dei cimeli del vecchio Wimbledon FC
Le strade dellāAFC Wimbledon e del MK Dons si separano cosƬ del tutto, nonostante rimanga il particolare di quel nomignolo āDonsā di fronte alla sigla di Milton Keynes che i tifosi gialloblù vorrebbero strappare via dalle divise bianche del franchise di Winkelman. Lāex produttore musicale, sceso ormai a patti con una realtĆ ben diversa da quella fatta di artisti pazzoidi e proprietĆ immobiliari da rigirare come vuole, probabilmente spera in cuor suo di non dover sentir parlare più di Wimbledon.
Invece le pastoie del dilettantismo non fermano il nuovo club. La scalata è costante e neanche così lenta: nel 2011 i Dons, quelli veri, approdano per la prima volta in League Two. Wimbledon torna ad avere una squadra professionista e quelli di Milton Keynes sono lì, a una sola divisione di distanza. I tempi sono maturi per uno scontro che farà sicuramente discutere.
AFC Wimbledon vs MK Dons: una partita sempre particolare
Il 14 novembre 2012 si tiene lāestrazione del secondo turno di FA Cup. La dea bendata come sempre ha la vista molto lunga per le vicende umane e si diverte a creare tranelli dove può: a Milton Keynes andrĆ di scena MK Dons-AFC Wimbledon. Il match va di scena il 2 dicembre e il clima ĆØ tuttāaltro che amichevole: i tifosi gialloblù noleggiano un piccolo aereo che sorvola più volte lo stadio, sulla fusoliera ĆØ appeso il banner āWe are Wimbledonā. La partita non può che avere un finale drammatico: al 93ā, sul risultato di 1-1, il pallone carambola in area del Wimbledon e rimbalza sul tacco del terzino destro dei MK Dons, finendo rocambolescamente in rete. Per i tifosi di Milton Keynes ĆØ subito il āTacco di Dioā.
Una sfida tra AFC Wimbledon e MK Dons (via MK Dons)
La stagione 2016/17 vede nascere una nuova puntata della storia: MK Dons e AFC Wimbledon sono per la prima volta nella stessa serie, la League One. Lāandata si gioca a Milton Keynes e vede nuovamente vincere il Franchise FC; il ritorno però si disputa a Londra, ancora nello stadio del Kingstonian, e il fattore casa si fa sentire. Lāimpianto ĆØ pieno e completamente colorato in gialloblù, mentre sul programma ufficiale e sui tabelloni dello stadio la squadra in trasferta viene chiamata solo MK o Milton Keynes: il Wimbledon viene multato dalla federazione ma paga con grande soddisfazione, dopo aver battuto 2-0 i rivali.
Due stagioni dopo avviene quello che dieci anni prima nessuno avrebbe pensato: i MK Dons retrocedono in League Two e lāAFC Wimbledon per la prima volta ĆØ un gradino più in alto di loro. La gioia dura un solo anno, ma non conta: ĆØ una dichiarazione dāintenti, unāaffermazione del potere della volontĆ dei tifosi che può rendere lāimpossibile una bellissima realtĆ . Manca solo un particolare alla quadratura completa del cerchio e arriva nel 2020: riportare veramente la squadra a Wimbledon, a giocare nel quartiere dei suoi tifosi.
Il vecchio Plough Lane ĆØ ormai da anni un complesso residenziale, cosƬ ĆØ necessario creare un nuovo stadio. Una missione impossibile secondo i vecchi proprietari del Wimbledon FC, Winkelman e il triumvirato indipendente della FA. Ma anche in questo caso, basta semplicemente avere la volontĆ di fare. Si scopre cosƬ che il modo cāĆØ e non ĆØ neanche cosƬ difficile trovarlo: basta sfruttare il sito del vecchio stadio per le corse dei cani e ruotare di 90 gradi la struttura. Dopo uno sviluppo quasi decennale, il 3 novembre 2020 Wimbledon vede finalmente la sua squadra di casa giocare nel proprio quartiere, trentāanni dopo lāultima volta. DovāĆØ lo stadio? Ovviamente a Plough Lane, a non più di duecento metri da dove sorgeva il vecchio impianto.
L’AFC Wimbledon nel nuovo impianto a Plough Lane
Una favola dal finale ancora non scritto
LāAFC Wimbledon riuscirĆ mai ad arrivare in Premier League, a raccogliere in toto lāereditĆ della Crazy Gang? Difficile a dirsi. La scalata alla vetta della piramide inglese ĆØ complicatissima: la Championship ĆØ uno dei campionati più difficili al mondo e tante delle squadre medio piccole che sono riuscite ad andare in Premier hanno avuto diversi problemi negli anni a venire, sia di natura sportiva che, più spesso, di origine finanziaria.
Inoltre pare impossibile vedere riformarsi un gruppo di giocatori con il carattere, la follia e, siamo onesti, certe barbarie della Crazy Gang. La cultura del football e in generale della societĆ di oggi non permetterebbe in alcun modo il riproporsi di certi comportamenti, dentro e fuori il campo. Se ĆØ un bene o un male, decidetelo voi.
Da qualcosa si dovrĆ però pur partire. Intanto nella stagione 2025/26 ĆØ avvenuto nuovamente il sorpasso: lāAFC Wimbledon ĆØ tornato in League One, lasciando i MK Dons in League Two. Che sia la volta buona per una vera scalata verso la Premier League? Solo il tempo lo dirĆ . Ma la favola del club distrutto da scelte di business e rinato dalle ceneri del suo tifo continua. Ed ĆØ una storia che, nel football sempre più aziendale e sempre meno emozionale dei giorni nostri, non può che continuare ad appassionarci.
«Chi era quel ragazzo? Non lo so, era un fan casuale». Phil Foden ha appena segnato una doppietta di altissimo livello contro il Borussia Dortmund in Champions League ed è giustamente intervistato nel post partita. La presentatrice dello show, però, gli fa una domanda che non si aspetta: chi era quel ragazzo che è riuscito a scattargli un selfie mentre festeggiava la sua prima rete ed è diventato già virale in tutto il mondo?
La naturalezza del gesto ĆØ incredibile, quanto quella che mostra sul campo quel talento purissimo e un poā spensierato che risponde al nome di Phil Foden. Ha appena infilzato il portiere del Dortmund Kobel con un sinistro sibilante dai venti metri, chirurgico nellāaccarezzare il palo e andare a spegnere la sua corsa in fondo alla rete.
In realtà Foden e quel tifoso non si conoscono. Quel ragazzo capace di scattarsi un selfie con una superstar del calcio nel bel mezzo di una partita di Champions League ha ventinove anni ed è arrivato a Manchester per festeggiare i compleanni di alcuni membri della famiglia, tutti di ottobre. Sono grandi appassionati di calcio, così ha deciso di regalare a tutti i biglietti di una partita di coppa che prometteva gol a grappoli e spettacolo a non finire, senza rimanerne delusi. Con la ciliegina sulla torta di una foto storica, un mix di astuzia, entusiasmo e coraggio che non lascia dubbi: il ragazzo è italiano.
Non lo si scopre subito. Sono infatti gli account del Manchester City a pubblicare per primi questo selfie incredibile. La social media manager della squadra ha assistito esterrefatta alla scena e ha chiesto il permesso di pubblicare la foto. I social esplodono, lāimmagine diventa virale e ripresa da ogni account sportivo, dai grandi media internazionali ai più loschi utenti di X e YouTube.
La mattina dopo il ragazzo si sveglia pieno di felicitĆ . Ha assistito a una partita bellissima e piena di gol e si ĆØ scattato una foto epica. Non lāha ancora postata sul suo account Instagram ma, quando apre i social, scopre di essere diventato suo malgrado una celebritĆ . Gli hanno scritto persone dal Brasile, dallāIndonesia, addirittura dal Kenya e dallo Zimbabwe,. Famiglia e amici non hanno dubbi: dai, pubblichiamo questo selfie.
CosƬ il mondo scopre un ragazzo come tanti altri, un amante di quel gioco sporco e per qualche ragione strana cosƬ emozionante che ĆØ il calcio. Ć di Torino e, nonostante la laurea e il lavoro, continua a buttarsi nel fango e tirare calci al pallone come quando era piccino. Tanto da essere il fiero bomber (si fa per dire, a detta dei suoi compagni) dellāASD SantāIgnazio Sport, squadra di Seconda divisione della cittĆ .
Dai campi duri del dilettantismo piemontese pieni di una passione sincera, di quella che fa superare ogni ostacolo per vivere le grandi emozioni del calcio, ecco sbucare Jacopo Montenegro. Eroe inatteso di una serata scintillante, per una notte il volto più conosciuto dagli amanti del football.
Poche dure e semplici parole che avrebbero fatto desistere chiunque. Chiunque, ma non Hannah Hampton. Lāattuale portiera del Chelsea e della Nazionale inglese vincitrice dellāultimo Europeo rischiava davvero di dover rinunciare in tenera etĆ al suo sogno. Dopo una diagnosi medica a dir poco crudele quando aveva solo 3 anni: strabismo e incapacitĆ di distinguere la profonditĆ . Due aspetti che mal si coniugano con il ruolo di portiere.
Lei in campo scende lo stesso. Poco importa se il naso, a forza di pallonate in faccia, sanguina e se le dita si rompono nel tentativo di compiere persino le parate più elementari. à la sua capacità di adattamento ad avere la meglio: impara un nuovo modo di leggere la traiettoria della palla in modo da compensare i difetti di vista.
Un rigore parato da Hannah Hampton durante l’ultimo Europeo
Parallelamente Hannah diventa un pilastro delle Lionesses: dopo la trafila nelle giovanili dal 2021 ĆØ in prima squadra. Lāanno dopo (2022) vince il primo storico Europeo. Ma lāanno magico ĆØ il 2025: dopo aver vinto il treble domestico con le Blues (scudetto, FA Womenās Cup e Womenās League Cup) ecco di nuovo la magica estate con lāInghilterra che vince ancora lāEuropeo. Coi suoi guantoni protagonisti. Nei quarti di finale contro la Svezia, dove Hampton ĆØ decisiva sia nei tempi regolamentari che nella lotteria dei rigori. E il titolo di āPlayer of the Matchā si ripete nella finalissima contro la Spagna. Anche questa sfida viene decisa da dischetto con due sue paratone su Mariona e Bonmati: i calci di rigore sorridono alle Leonesse che alzano il secondo trofeo continentale nel giro di tre anni.
Gigio Donnarumma e Hannah Hampton alla cerimonia dell’ultimo Pallone d’Oro
Il calcio femminile ĆØ fatto di tante prime volte: se il āTrofeo Jasinā, il Pallone dāoro dei portieri, viene istituito al maschile dal 2019, questāanno ĆØ stata la prima volta del corrispettivo femminile. Vinto ovviamente da Hannah. Che durante la cerimonia di premiazione a Parigi ha detto: āNon ĆØ solo un mio traguardo, ma una vittoria per tutto il portierato femminile, finalmente riconosciuto. Questo premio arriva grazie alle grandi portiere che ci hanno precedutoā.
La ragione purtroppo è tanto semplice da identificare quanto complessa da analizzare. La rete, internet, ci ha donato possibilità inimmaginabili fino a pochi anni prima della sua diffusione. Ci permette di sostenere le cause che più ci stanno a cuore, scoprire cose lontane da noi di cui prima non avremmo potuto sapere niente, essere informati in tempo reale di qualsiasi cosa si voglia, rimanere in contatto con tutti e tutte, conoscere persone da ogni parte del mondo.
Per ogni vantaggio che si può trovare, gli svantaggi sono però in egual misura. Uno di questi ce lo ha raccontato Umberto Eco nel 2015. Per usare le sue parole, Ā«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo diversi bicchieri di vinoĀ». Ć ancor più vero al giorno dāoggi.
La cittĆ del carbone e della guglia storta
Questa storia nasce a Chesterfield, nel pieno centro dellāisola, quasi a metĆ strada della via che porta da Sheffield a Derby e Nottingham. Ć una regione piena di storia, dove i Romani costruirono un avamposto e iniziarono a estrarre una strana roccia scura che, appena presa in mano, macchiava tutto di nero. Non sapevano che il carbone, talmente tanto in zona da spuntare dal sottosuolo come i funghi nei nostri boschi, sarebbe stato al centro dellāeconomia dellāuomo nei secoli a venire.
Uno dei motivi per cui Chesterfield ĆØ conosciuta al giorno dāoggi ĆØ la strana architettura sulla cima della sua chiesa principale. Chiunque la chiama la ācrooked spireā, la guglia storta, e lo ĆØ per davvero: non solo si attorciglia su se stessa, ma pende anche di qualche grado dalla verticale perfetta. Costruita a metĆ del XIV secolo, ancora si dibatte sul come sia nata in questo modo strampalato e dĆ nome a molte cose della cittĆ , tra cui anche la sua squadra di calcio.
Gli Spireites hanno una lunghissima tradizione, non può essere altrimenti visto che gravita tra cittĆ come Sheffield e Nottingham. Il primo club di football, antenato dellāattuale, nasce nel 1866. Purtroppo solo la storia può consolare i tifosi āgugliaschiā: il piazzamento più alto nella piramide inglese ĆØ un quarto posto in Second Division nel 1947. Da lƬ la discesa non si ĆØ più fermata e, solo dopo qualche stagione in quinta divisione, dal 2024 il Chesterfield ĆØ tornato in League Two.
Una semplice gara di League Two
Il 27 settembre 2025 si disputa il decimo turno di campionato. Gli Spireites sono partiti bene, hanno una rosa di buon livello per la categoria e navigano in zona playoff. Ć unāottima occasione per rimanere nelle zone importanti della classifica visto che lāavversario di giornata, il Newport County, si presenta a Chesterfield con una delle peggiori difese della categoria. I padroni di casa attaccano fin dallāinizio, si mangiano anche un paio di gol, e alla mezzāora di gioco riescono a sbloccare il punteggio.
Sugli sviluppi di una rimessa laterale sulla trequarti destra il pallone arriva a Liam Mandeville, centrocampista ventottenne alla settima stagione al Chesterfield ma con un passato in League One. Un mestierante di categoria con qualche colpo di livello superiore. Mandeville sistema il pallone e dĆ uno sguardo quasi di sfuggita verso lāarea, abbastanza per vedere il centravanti degli Spireites che si ĆØ liberato del suo marcatore diretto con un movimento a mezzaluna per poi lanciarsi verso la porta. Il cross ĆØ perfetto, forte ma con la giusta parabola per superare un difensore e trovare il suo compagno, libero e pronto a deviare di testa il pallone in rete.
Ć indubbiamente un gol di qualitĆ , ben costruito, che può rendere ancora più felici i tifosi assiepati nel moderno SMH Group Stadium, ma non sembra avere nulla di speciale. Se non fosse che a segnare ĆØ un attaccante particolare. Ć nato a Solihull, cittĆ a poche miglia da Birmingham nota come il luogo di nascita della Land Rover, ma può giocare per lāIrlanda del Nord grazie al nonno. Ha ormai 34 anni e una lunga carriera in League One, con due puntate di livello in Championship. Ed ĆØ noto più per il suo nome che per le sue gesta in campo: Will Grigg.
via x.com/AscensoInglesok
Un bomber di provincia conosciuto in tutto il mondo
Solo a leggerne il nome, a comando, il nostro cervello accende il motivetto āWill Griggās on fireā. Qualsiasi appassionato di calcio del globo terracqueo (le meraviglie della rete) lāha ascoltato e lāha cantato dallāestate 2016. Ć diventato talmente virale da provocare una certa sorpresa in David Guetta quando portò in un club il suo remix della canzone originale, āFreed from Desireā, per sentire tutti gli astanti cantare a squarciagola il coro dedicato alla punta nordirlandese.
Pochi sanno che la canzone è stata creata da un tifoso del Wigan, tal Sean Kennedy, al termine di quella stagione clamorosa conclusasi con il titolo di capocannoniere della League One, oltre alla promozione per i Latics. Ancora meno ricordano che un paio di anni prima è Grigg a segnare i primi due gol di uno dei tanti tonfi inattesi del Manchester United, una nettissima sconfitta contro i MK Dons in League Cup. Così come è sempre la punta nordirlandese a marcare contro il City di Pep Guardiola nel quinto turno di FA Cup del 2018, regalando al Wigan (di nuovo in League One) i quarti di finale della competizione.
via x.com/LaticsOfficial
Will Grigg ĆØ un ammazzagrandi, si direbbe in Italia, soprattutto se vengono da Manchester. Una punta magari non al livello della Premier League ma sicuramente capace di far gol, anche e soprattutto quando conta. Un attaccante che viene ricordato con calore a Wigan e negli altri club in cui ha giocato. Eppure il resto del mondo lo conosce solo per la canzoncina che ogni tifoso conosce e canta gioiosamente.
Non ĆØ una posa casuale ma una citazione a un altro fenomeno nato con la rete, quello dei meme. Immagini o video virali che suscitano grande ilaritĆ in tutto il mondo, spesso anche a discapito dei protagonisti. Il riferimento della foto del Chesterfield balza subito allāocchio ed ĆØ allāormai famoso episodio accaduto a un concerto dei Coldplay nellāestate 2025, dove la kiss cam ha inquadrato una coppia che ha provato rapidamente (e senza riuscirci) a nascondersi.
Pensate al potere di internet e dei social media, e a come può essere usato. In poche ore si ĆØ saputo tutto di questa coppia e ne ĆØ nata una vera e propria soap opera di dubbio gusto: lui era il CEO di uno studio legale di New York, lei il capo delle risorse umane dello stesso studio. Entrambi sposati, evidentemente con partner differenti, e con figli. Molto rapidamente sono state trovate non solo le loro generalitĆ ma anche i profili LinkedIn e i profili social dei loro partner. La loro vita ĆØ stata postata online, senza limiti, messa a disposizione non solo del pubblico ludibrio ma anche della rabbia della gente: ĆØ iniziata una serie disarmante di commenti sotto i profili dei protagonisti o dei loro partner che ha superato i limiti dellāaggressione, tra costanti prese in giro e richieste adirate di licenziamento.
Cercare di seguire i trend del momento è un meccanismo che spesso funziona in un mondo come quello virtuale dove essere visti da più persone è la metrica di giudizio principale, senza porsi troppe domande su quanto sia salutare. Così fa, come tutti, anche il team social del Chesterfield con la foto di Liam Mandeville e Will Grigg. Così come per la coppia di amanti al concerto dei Coldplay, anche questa foto diventa virale. E così come per quel video, anche in questo caso le conseguenze non fanno molto ridere.
Il rapporto tra il football e le tematiche di orientamento sessuale
I commenti sotto la foto di Liam Mandeville e Will Grigg si ammassano in poche ore. Molti riconoscono subito la citazione del meme del concerto e ci fanno una risata su. Alcuni notano unāaltra somiglianza non voluta, quella alla famosa scena del film Titanic dove Rose e Jack sono sulla prua della nave. In pochi parlano effettivamente del tema principale: il gol che ha sbloccato la partita, lāottima forma dei due giocatori, la gioia per vedere la propria squadra andare in vantaggio. In tanti, in troppi, iniziano a commentare con battute a sfondo omosessuale, spesso di dubbio gusto. Molti di questi diventano thread di stampo omofobo.
Instagram, Facebook, Twitter o X che dir si voglia, il social scelto non fa differenza: si accumulano centinaia e centinaia di commenti, alcuni apertamente di odio. Il tutto per quello che ĆØ palesemente uno scherzo, una semplice burla, per celebrare il gol di una squadra di calcio. Le legioni di imbecilli di cui parlava Eco si sono scatenate e non cāĆØ nulla da poter fare per poterle contenere.
A dimostrazione di quanto il tema sia trattato proprio con una sensibilitĆ diversa, basta parlare dei Rainbow Spireites. Sono un gruppo di tifosi del Chesterfield ufficialmente riconosciuti dal club, e specificamente LGBTQ+. Fanno tutte le attivitĆ che gruppi del genere portano avanti sul territorio, dagli incontri prepartita a organizzare feste e manifestazioni, dal collaborare col club stesso al lavorare sul territorio, ovviamente con unāattenzione particolare verso queste tematiche.
Non sono un caso isolato. I Rainbow Spireites fanno parte di unāalleanza a sei membri che supera anche i confini dei numerosi derby della regione. Gli altri sono le Rainbow Blades e le Rainbow Owls, rispettivamente dello Sheffield United e dei concittadini del Wednesday, i Marching Out Together del Leeds United, i Proud Stags del Mansfield Town e i Proud Forest del Nottingham Forest. Non ĆØ neanche un trend regionale: il Manchester United ha i suoi Rainbow Devils, il City i Canal Street Blues; a Liverpool ci sono i Kop Outs in rosso e i Rainbow Toffees in blu; a Londra si va dai Proud Lilywhites del Tottenham ai GayGooners dellāArsenal.
Il triste epilogo di questa storia, che non può essere che temporaneo, lo vogliamo trovare allora in due post che ci dimostrano quanto sia difficile tenere a bada le famose legioni. Su Facebook lāaccount ufficiale del Chesterfield ha dovuto lasciare un commento, un paio di giorni dopo, sotto la foto virale ricordando che certi ācommenti inappropriatiā indeboliscono gli sforzi del club di promuovere lāinclusivitĆ e si chiude con un avvertimento dal tono molto british: invitiamo tutti a considerare attentamente cosa dire prima di pubblicare commenti.
Su Instagram il club ha deciso invece di prendere la via più ironica, pubblicando il video del dietro le quinte di quella foto in cui Mandeville e Grigg ricreano la scena del concerto dei Coldplay. Il contenuto non è andato virale come il precedente ma ha guadagnato un migliaio di like e qualche decina di commenti: quelli di dubbio gusto, anche in questo caso, superano gli altri.
SarĆ anche una storia un poā complicata, un poco scontata e sconclusionata: ma sicuramente non ĆØ una storia sbagliata ed ĆØ importante, fondamentale che venga raccontata.
Difficile trovare uno scozzese che abbia avuto più successo in Inghilterra di Sir Alex Ferguson. Ć uno scozzese duro e puro, non cāĆØ dubbio: lo si capisce immediatamente da quello sguardo penetrante pronto a mostrare accenni dāira alla prima cosa che non va. E in ventisette anni di carriera alla guida del Manchester United, il burbero tecnico cresciuto nei sobborghi di Glasgow ha vissuto tante situazioni che proprio non gli sono andate giù.
Sapere che in cittĆ campeggia quel cartellone blu con il volto di Tevez e la scritta āWelcome to Manchesterā ĆØ un boccone amarissimo per Sir Alex, nonostante il rapporto con lāargentino non sia mai stato dei migliori. Un fastidio esacerbato da una veritĆ indiscutibile: la rosa ha bisogno di un altro attaccante. Wayne Rooney non si discute, Dimitar Berbatov ĆØ incostante ma capace di giocate incredibili, i due giovani Welbeck e Macheda possono far comodo, ma ci vuole una punta di razza da poter inserire nelle partite più difficili. Dalle cessioni di Ronaldo e Tevez sono arrivati tanti soldi, le possibilitĆ non mancherebbero. Eppure col passare dei giorni cāĆØ un profilo che stuzzica la fantasia del tecnico scozzese, un nome completamente inaspettato.
Un attaccante a fine carriera… A 29 anni?
Hull City o Everton. Due strade, le sole due disponibili, diverse e in un certo modo deludenti. Club di Premier League, indubbiamente, ma non proprio di prima fascia. Se glielo avessero chiesto qualche stagione prima, Michael Owen non avrebbe mai immaginato che a 29 anni si sarebbe trovato a dover scegliere tra una squadra in lotta per la retrocessione e quella sbagliata di Liverpool. Nonostante da bambino tifasse per le Toffees, infatti, era poi cresciuto nelle giovanili dei Reds diventandone un vero e proprio idolo. Eppure, dopo aver concluso con unāamara retrocessione la sua avventura a Newcastle, si trova di fronte solo queste due offerte per continuare a giocare in Premier. Lui avrebbe un solo desiderio, tornare ad Anfield, ma il club non lo ha voluto.
In quel momento nessuno avrebbe mai messo in dubbio che avrebbe goduto di una lunga carriera ai vertici del football. Una carriera che avrebbe potuto sorpassare anche quella strepitosa di Alan Shearer. Tanto che, dopo la parentesi non troppo felice con le Merengues, era stato proprio il Newcastle ad acquistarlo per comporre un tandem da sogno di fianco allo stesso Shearer ormai negli ultimi anni di carriera. Ma proprio a St James Park inizia un calvario apparentemente senza fine. Owen gioca infatti solo 14 partite nei primi due anni al Newcastle. La frattura al dito del piede rimediata a dicembre 2005 gli ha fatto saltare tutta la seconda parte di stagione. Ć riuscito a tornare in campo per i Mondiali del 2006, ma si ĆØ fermato di nuovo al primo minuto dellāultima gara del girone contro la Svezia. Stavolta ĆØ il legamento crociato anteriore del ginocchio destro a saltare, uno di quegli infortuni che può diventare una sentenza.
Nonostante ritrovi un poā di continuitĆ nelle stagioni successive non smette mai veramente di avere problemi fisici. La brillantezza che lo contraddistingueva a Liverpool ormai non si vede più. Per molti ormai ĆØ un giocatore finito, su cui possono scommettere solo squadre sullāorlo della retrocessione o che hanno bisogno del nome di spessore. Anche lo stesso Owen sembra essere rassegnato al suo destino, tanto da volare in America per conoscere David Moyes, il manager dellāEverton. Passano una giornata insieme giocando a golf e discutendo della squadra.
Di ritorno dagli Stati Uniti, però, riceve una chiamata. Dallāaltra parte della cornetta cāĆØ Nicky Butt, ex centrocampista del Manchester United con cui aveva condiviso lo spogliatoio al Newcastle e in Nazionale: Ā«Giusto per avvertirti, Alex Ferguson ti vorrebbe mettere sotto contrattoĀ». Owen non ci può credere, pensa sia uno scherzo. Come può lāallenatore più iconico della Premier League pensare di ingaggiarlo nonostante il suo passato negli acerrimi rivali del Liverpool, nonostante non sia più il giocatore di un tempo tanto da aver ricevuto un secco no dai Reds, nonostante abbia praticamente solo una gamba buona? Invece ĆØ tutto vero. Pochi giorni dopo lo chiama direttamente Sir Alex che mette il carico da novanta: per lui ĆØ pronta lāiconica numero 7, la maglietta che fu di Best, passò a Cantona e ha avuto come ultimo divino interprete Cristiano Ronaldo. Owen non può che accettare lāofferta e iniziare un nuovo capitolo della sua carriera.
Il nuovo numero 7 del Manchester United
Lāannuncio dellāarrivo di Michael Owen al Manchester United crea un piccolo tumulto in tutta lāisola. I fan del Liverpool insorgono per il passaggio di una loro vecchia gloria agli odiati rivali. Sentimenti simili a quelli dei tifosi dei Red Devils, che mettono sotto accusa anche Ferguson per aver sostituito due calibri da 90 come Ronaldo e Tevez con quello che ĆØ considerato un ex giocatore. Gongolano invece i supporter del City, godendo delle apparenti disgrazie dellāaltra metĆ di Manchester mentre la proprietĆ araba promette investimenti faraonici.
Lāinizio di stagione del Manchester United ĆØ indubbiamente buono. Nella seconda giornata di campionato, a Burnley, Ferguson schiera per la prima volta dallāinizio la coppia Rooney-Owen ma arriva una sconfitta. Ć però lāunico passo falso di un periodo che vede lāesordio positivo contro il Birmingham e una cinquina rifilata al Wigan nella trasferta successiva dove, da subentrato, Owen segna il suo primo gol con la maglia dei Red Devils. Sir Alex tiene in panchina il nuovo numero 7 nelle vittorie contro Arsenal e Tottenham, mentre gli regala 25 minuti in un risicato successo a Istanbul nellāesordio stagionale di Champions League contro il Besiktas. La partita più importante dellāinizio di stagione ĆØ però indubbiamente quella del 20 settembre: a Old Trafford arriva il Manchester City e Alex Ferguson ha qualche motivo in più del solito per cercare di vincere il derby.
Sono tante le personalitĆ di rilievo in questa gara. A partire da quelle sedute sulle panchine: su quella dei Reds ovviamente cāĆØ Ferguson mentre lāallenatore dei Citizens ĆØ nientemeno che Mark Hughes, vincitore di due Premier, due FA Cup, una Coppa di Lega e una Coppa delle Coppe con i Red Devils guidati proprio da Sir Alex. Il City schiera ovviamente lāex dal dente avvelenato Tevez al centro dellāattacco, affiancato da giocatori iconici (per motivi molto diversi tra loro) come Craig Bellamy e Shaun Wright-Phillips. Ma tutti i reparti sono zeppi di nomi che rimarranno nella mente degli appassionati.
Il derby da sogno di Michael Owen
La partita ha un ritmo scoppiettante e sembra prendere subito i binari giusti per lo United quando, dopo due minuti, Rooney si destreggia in area e infila Shay Given. Ma al quarto dāora unāuscita criminale di Foster permette a Tevez di servire a porta vuota Gareth Barry per il pareggio del City. Allāinizio della ripresa il copione si ripete: Fletcher incorna di testa un cross di Giggs e porta in vantaggio i padroni di casa, Bellamy tre minuti dopo risponde con una botta tremenda da fuori area che si infila nel sette. I Citizens non hanno intenzione di mollare il colpo, Ferguson ĆØ fumante in panchina e capisce che ha bisogno di qualcosa di diverso. CosƬ al 78ā arriva il momento di Michael Owen, che prende il posto di Berbatov.
Arriva cosƬ lāultimo minuto di recupero, il cronometro sta per scoccare sul 96. Il City non ha più energie per difendersi e chiede a gran voce il triplice fischio. Le squadre hanno perso totalmente qualsiasi concetto di disposizione tattica in campo, si va avanti solo sui nervi e sul cuore. Rooney si trova addirittura a fare da ultimo uomo difensivo, anche se sempre ben oltre la metĆ campo, e senza troppa grazia alza un campanile verso lāarea rispedito dalla difesa verso il centro del campo. Il pallone rotola tra i piedi dellāonnipresente Giggs che alza lo sguardo e scorge un miraggio: la parte sinistra dellāarea del City ĆØ sguarnita, Micah Richards ha stretto troppo verso il centro. CāĆØ un uomo in maglietta rossa che attacca quello spazio e alza le braccia nervosamente reclamando il pallone. Lāala gallese non si fa pregare e lo serve con precisione.
Quel calciatore solo sul lato sinistro dellāarea ha la maglietta col numero 7 sulla schiena. Michael Owen si fionda su quel passaggio filtrante come ne dipendesse la sua vita. SarĆ anche un giocatore dal fisico ormai rovinato, non avrĆ più la leggiadria del golden boy che aveva incantato il mondo intero, ma vive per momenti del genere. Gli ĆØ sempre bastata una sola occasione per lasciare il segno. Old Trafford aumenta i decibel, avverte che sta per avverarsi qualcosa di magico. Wright-Phillips si accorge troppo tardi del disastro e prova a rimontare, Given esce dai pali e gli si para davanti, ma Owen in quella situazione semplicemente non può sbagliare. Anticipa entrambi con un colpo di punta che si infila sibilante allāangolino.
Un record che resiste ancora oggi. Esattamente diciotto anni fa (era il 29 settembre 2007) si registrò la più incredibile goleada della storia della Premier League. Stiamo parlando di Portsmouth ā Reading, finita 7-4. Avete letto bene: 7-4. Non una partita di calcio a 5, come farebbe sembrare il punteggio, o la partitella infrasettimanale āScapoli contro ammogliatiā.
Era lāottava giornata del massimo campionato inglese e i ventimila spettatori di Fratton Park assistettero a un match memorabile: il 2-1 dellāintervallo (doppietta di Benjani dei locali, gol dellāillusione di Hunt prima del duplice fischio) mai avrebbe fatto presagire la goleada della ripresa. Sul tabellino dei marcatori finirono ancora una volta per il Portsmouth di mister Joe Jordan Benjani (autore quindi di una tripletta), poi Hreioarsson, Kranjcar, Ingimarsson e Muntari (su calcio di rigore), mentre il Reading del tecnico Steve Coppell rese meno amara la sconfitta con i centri di Kitson, Long e Campbell.
Niko KranjÄar festeggia il compagno Benjani Mwaruwari
Quel giorno venne infranto il record precedente e cioĆØ la vittoria per 5-4 dellāArsenal contro il Tottenham del 13 novembre 2004.
Andarono decisamente meglio le cose per il Portsmouth che si piazzò allāottavo posto in campionato e soprattutto si aggiudicò lāFA Cup battendo in finale il Cardiff.
āIl mio anno ĆØ la dimostrazione che i momenti difficili non durano per sempre,
tutto si supera, basta credere in se stessiā
Chloe Kelly dopo aver vinto il suo secondo Europeo (foto ig)
Chloe Kelly ha appena pronunciato queste parole in conferenza stampa, ĆØ da poco finita la finale dellāEuropeo che ha visto lāInghilterra vincere la partita al termine dei calci di rigore contro la Spagna. Lāultimo penalty lāha messo a segno proprio lei. Decisiva, come nellāEuropeo del 2022 giocato in Inghilterra, che vide trionfare le Leonesse a Wembley contro la Germania. Proprio (sempre) grazie a un suo gol.
E dire che all’inizio dell’anno Kelly non era certa di partecipare al torneo in Svizzera questāestate. Al Manchester City non riusciva a trovare il giusto spazio, cosƬ a gennaio ecco la decisione di andare in prestito allāArsenal, club che lāaveva cresciuta e lanciata nel calcio professionistico. Le ultime cinque stagioni al City erano state belle, per caritĆ , ma la rottura del crociato nel 2021 aveva compromesso la sua carriera e la possibilitĆ di ripartire, di guadagnarsi il giusto spazio. Solo sei presenze in campo nei primi quattro mesi della stagione 2024/25, tanto per capirsi.
Con la seconda avventura all’Arsenal l’attaccante si guadagna la chiamata in Nazionale
Aveva accarezzato anche lāidea del ritiro, poi ĆØ arrivato (tornato) lui, lāArsenal, lāovile che le ha permesso di tornare alla vita. E cosƬ anche la vera Chloe ĆØ tornata, vincendo la Champions League a fine anno contro il Barcellona e riguadagnandosi le attenzioni di Sarina Wiegman, la ct inglese chiamata a difendere il titolo ottenuto in casa tre anni fa.
āWho the hell is she?ā Se lo sarĆ sentito dire tante volte giocando per strada, poi venne il momento di lasciarla quella strada per provare a sfondare nel calcio professionistico. La trafila nel vivaio dellāArsenal e il debutto in prima squadra nel 2015, a soli diciassette anni. Seguono quindi tre anni allāEverton e in parallelo il percorso nella Nazionale, dalle giovanili a quella maggiore. Nel 2020 la chiamata del Manchester City e lāultimo approdo allāArsenal, dove ĆØ recentemente passata a titolo definitivo.
Ma torniamo allāultimo Europeo, che ha visto trionfare lāInghilterra dopo i rigori contro la Spagna. Chloe Kelly parte sempre dalla panchina. Sia nella fase a gironi che in quella a eliminazione diretta. Nei quarti di finale contro la Svezia le inglesi sono a un passo dal dire addio alla competizione: siamo al 77ā e le svedesi conducono per 2-0. Un minuto dopo entra Kelly e, nel giro di un niente, cambia davvero tutto. Sono suoi i due assist per Bronze e Agyemang che nell’arco di tre minuti riscrivono il copione della gara: 2-2 alla fine dei supplementari, le Leonesse si guadagnano i calci di rigore, Kelly va a segno dagli undici metri e porta le sue in semifinale contro lāItalia.
L’esultanza dopo la rete del 2-1 segnata all’Italia in semifinale
Con le azzurre (ahinoi) la storia si ripete. LāInghilterra ĆØ sotto di una rete (Bonansea), arriviamo al 77ā ed ecco di nuovo entrare Kelly. Agyemang al 96ā manda la sfida di nuovo ai supplementari segnando la rete dellā1-1 e al 119ā Kelly si prende in carico il calcio di rigore decisivo. Giuliani fra i pali intuisce la traiettoria, ma sulla ribattuta la numero 18 si fa trovare pronta e il suo tap-in fissa il risultato della sfida sul 2-1, con le Leonesse che volano in finale a Basilea contro la Spagna.
Nellāultimo atto dellāEuropeo le iberiche passano in vantaggio al 25′, Kelly entra in campo prima dellāintervallo, ed ecco di nuovo lāeffetto farfalla: a inizio secondo tempo ĆØ suo lāassist per Russo che porta la finale sullā1-1. Dopo lāextra time ĆØ ancora paritĆ , pertanto ci si avvia alla decisiva lotteria dei rigori. E indovinate un po’ chi realizza l’ultimo penalty? Ma Chloe Kelly naturalmente. Decisiva. It had to be her.
A ben pensarci, lāestate ĆØ una stagione fondamentale per il calcio cosƬ come ogni altra parte dellāanno. Alcune volte si vorrebbe che fosse magica, come tutta lāItalia ha sperato nel 1990, altre che sia più tranquilla e non vada a disfare i meccanismi costruiti a fatica durante lāanno passato. Tifosi, club, calciatori, il destino di ogni anima legata al football ĆØ deciso nei mesi più caldi dellāanno.
Ci sono estati ed estati. Forse chiedere a un bomber come Alan Shearer quale possa esser stata la sua preferita sarebbe un poā stupido, un poā come chiedere a un amante della musica qual ĆØ la sua canzone preferita. Uno che ha vinto una Premier League e innumerevoli classifiche da cannoniere, che ha giocato fino a 36 anni segnando valanghe di reti. Talmente tante che potrebbe essere difficile sceglierne solo qualcuno da presentare.
Eppure, eppure, la mente vola subito a un anno in particolare. Un anno speciale per tutta lāisola, non solo per Shearer, e in particolare per una cittĆ del nord est dellāInghilterra dove il lavoro, la passione e la lealtĆ non sono vuote parole, ma vere e proprie necessitĆ di vita.
La Nazionale inglese si prepara all’Europeo più importante
La sera del 7 settembre 1994 ĆØ fredda e umida, una di quelle che ci si aspetta dallāautunno che avanza in Inghilterra. A Wembley i Tre Leoni affrontano gli Stati Uniti in amichevole. Ć la prima dopo i Mondiali del 1994, quelli organizzati proprio dagli yankees, quelli del rigore tirato da Roberto Baggio alle stelle del cielo di Pasadena. Sulla panchina della Nazionale inglese siede da gennaio Terry Venables, o come lo chiamano i tabloid āEl Telā per la sua avventura alla guida del Barcellona dieci anni prima. Ć un allenatore che divide lāopinione pubblica: cāĆØ chi lo reputa una delle grandi menti inglesi del football e chi invece un uomo più capace di vendere la sua immagine che di vincere partite.
Come coach dei Tre Leoni, Venables ha un compito più difficile di ogni altro allenatore che si sia seduto su quella panchina nei trenta anni precedenti. Nel 1996, infatti, football will come home again. Il calcio tornerĆ di nuovo a casa. LāInghilterra ospiterĆ i Campionati europei, la prima manifestazione internazionale a giocarsi sullāisola dagli storici Mondiali del 1966 in cui la Regina Elisabetta consegnò a Bobby Moore la Coppa Rimet da alzare al cielo.
La pressione ĆØ altissima sulla squadra e tutti, a partire da quei tabloid sempre cosƬ fastidiosi, hanno un’opinione su chi e come dovrebbe giocare. Venables però vuole andare avanti con le sue idee, idee che si possono formare solo vedendo i suoi ragazzi sul campo. CosƬ, visto che da Paese ospitante lāInghilterra non deve passare attraverso le qualificazioni, organizza una lunga serie di amichevoli che terminerĆ solo due settimane prima dellāinizio dellāEuropeo, in una cornice suggestiva come Pechino, prima che anche lƬ il capitalismo avesse il sopravvento.
Quella sera di inizio settembre Venables schiera la formazione che, in quel momento, reputa la migliore a sua disposizione. David Seaman tra i pali, Graeme Le Saux e Tony Adams nei quattro di difesa ad accompagnare lāunico esordiente, Barry Venison del Newcastle. A centrocampo dirige le operazioni capitan David Platt, sulle ali John Barnes e Darren Anderton. Davanti cāĆØ la coppia che āEl Telā spera lo porti fino alla finale: Teddy Sheringham fa da supporto al bomber designato, colui che dovrĆ guidare la squadra, Alan Shearer.
Ć proprio la punta del Blackburn a risolvere una gara in realtĆ non cosƬ esaltante dellāInghilterra. La squadra di Venables cerca ancora unāidentitĆ , contro gli statunitensi lontani parenti del gruppo esaltante che ha entusiasmato i tifosi in patria ai Mondiali. Serve una doppietta a stretto giro di posta di Shearer, un destro-sinistro da pugile esperto a pochi minuti dallāintervallo, per regolare gli yankees. Nulla di strano per chi, la stagione precedente, ha timbrato il cartellino 34 volte in 48 partite. LāInghilterra vince 2-0 la prima gara del percorso verso Euro 96 e, anche se i mugugni della stampa e dei tifosi non mancano, cāĆØ unāidea chiara e condivisa da tutti: questa ĆØ e sarĆ la squadra di Alan Shearer.
Alan Shearer con la maglia dell’Inghilterra – fonte These Football Times
Gli scandali dei Tre Leoni e il digiuno in bianco di Shearer
Invece non sarĆ cosƬ, per niente. Nelle dodici partite successive quel braccio destro che ogni amante del football ha imparato a conoscere non si alzerĆ mai. Quasi due anni di digiuno, unāinfinitĆ per un calciatore che vive solo per buttarla dentro la rete. Ma ciò che fa ammattire lāInghilterra intera ĆØ che Shearer non smette di segnare completamente. Quando veste la maglia del Blackburn ĆØ la solita iradiddio: sono 37 le reti sia nella stagione 94/95 che nella 95/96, con la prima condita dal titolo di campioni della Premier League per la prima volta in 81 anni di storia del club. Quando scende in campo per la Nazionale, invece, lo squalo degli ultimi sedici metri si trasforma in un innocuo ippocampo. Oppure, come scrive Rob Hughes sul Times: Ā«Quando scambia il bianco e blu del Blackburn per il bianco dellāInghilterra, ĆØ come Superman senza il mantelloĀ».
Ma la Nazionale avrebbe bisogno proprio del suo supereroe, quello che, invece della S rossa sul petto, tiene con orgoglio la 9 sulle spalle. Le polemiche montano nei mesi, toccano tutti a partire da Venables e gli elementi più complicati della rosa come il folle e fragile Paul Gascoigne. Sottovoce negli studi televisivi, tra le righe degli articoli di giornale, qualcuno osa mettere in dubbio pure Alan Shearer. Dāaltronde cāĆØ Robbie Fowler che ha fatto una stagione incredibile col Liverpool, soprattutto negli ultimi mesi in cui ĆØ in forma smagliante. Altrimenti potrebbe giocare Les Ferdinand del Newcastle, un altro numero 9 prestante e capace di segnare con regolaritĆ . Shearer, che comunque ha chiuso in testa la classifica dei marcatori nonostante un Blackburn in palese difficoltĆ , oltre al digiuno con i Tre Leoni ha dovuto anche convivere con un problema allāinguine nella seconda parte di stagione che lo ha costretto a finire sotto i ferri.
Terry Venables, però, ĆØ irremovibile. Difende a spada tratta i suoi giocatori, fa da scudo per tutti e in sala stampa si scaglia con fervore contro i giornalisti, additati come traditori e nemici della patria. Nonostante prestazioni non esaltanti, moduli sfogliati come pagine di un libro poco interessante e scandali da far venire lāacquolina in bocca ai tabloid. Come quello che colpisce la Nazionale a pochi giorni dallāEuropeo.
LāInghilterra ĆØ a Hong Kong, dopo aver disputato due gare storiche per svariati motivi. La Cina viene battuta 3-0 il 23 maggio e alla prima gara dallāinizio dopo lāinfortunio Shearer non segna per lāennesima volta. Sono cosƬ la doppietta di Barmby e il gol di Gascoigne a bagnare la prima gara insieme di Gary e Phil Neville con la maglia della Nazionale: unāevenienza del genere non accadeva dai tempi di Bobby e Jack Charlton. La partita contro la formazione di Hong Kong invece non finisce neanche nei libri di storia, ufficiosa a dir poco.
La squadra si concede cosƬ un poā di riposo, ma la serata si trasforma presto in un episodio da āUna notte da leoniā ante litteram. Svariati giocatori vengono scovati e immortalati ubriachi fradici al China Jump, un night club. Sdraiati su quelle che verranno chiamate sedie da dentista, si fanno versare litri di alcol di cui buona parte non finisce in bocca. In tanti sono lƬ e a guidare il gruppo di scalmanati non può che essere lui, Paul Gascoigne. Come se non bastasse, il jet della Cathay Pacific che riporta lāInghilterra a casa viene devastato.
Ā«Guardate Gazza⦠Un babbeo ubriaco senza orgoglioĀ», scrive con il solito stile tagliente da tabloid il Sun accanto a una sua foto scattata al China Jump con Steve McManaman e Teddy Sheringham, tutti e tre con le magliette ridotte a brandelli e lāaria di chi si ĆØ divertito tanto, forse troppo. In cima cāĆØ il titolo dellāedizione del giorno, un tipico gioco di parole allāinglese, ma che rappresenta perfettamente lo stato dāanimo di una nazione: Ā«DisgracefoolĀ».
Ce la farĆ il football a trovare la via di casa?
Ā«Grazie a tutti per la preoccupazione, ma posso occuparmene io di segnare. Non mi dĆ fastidio come ad altriĀ». Con la voce ferma, lo sguardo stoico di chi sa che in realtĆ sono altre le preoccupazioni nella vita che quella di non segnare da qualche gara, Alan Shearer liquida cosƬ la stampa prima della gara dāesordio di Euro 96 contro la Svizzera. Venables glielo aveva garantito più di un anno prima e non ha cambiato idea nel frattempo, nonostante la carestia di gol: la punta titolare dellāInghilterra agli Europei sarĆ lui. E Shearer, quando si gioca per qualcosa in palio, non sbaglia quasi mai.
Gli bastano 23 minuti contro la Svizzera, nella gara dāesordio, per timbrare il primo cartellino della manifestazione. Sul limite dellāarea Paul Ince si inventa un filtrante sul lato destro dellāarea di rigore, dove Shearer ĆØ completamente libero. Come il vero cannoniere che ĆØ non ci pensa due volte e, nonostante una coordinazione non proprio perfetta che lo fa cadere al momento del tiro, scaglia una mattonata verso la porta che brucia il portiere elvetico. Stavolta il braccio destro non si alza. Non ĆØ un gol come gli altri. Si scatena una corsa senza fine, con i compagni che provano a fermarlo uno dopo lāaltro mentre saltella come un ragazzino sul prato di Wembley.
Non ĆØ un gol come gli altri, non solo per Alan Shearer. Superman ĆØ tornato a Metropolis e tutti riprendono speranza. Nonostante con la Svizzera arrivi solo un pareggio, le prestazioni successive sono molto più convincenti: la Scozia viene battuta seccamente per 2-0 e Gascoigne si prende una geniale rivincita contro lāInghilterra intera, festeggiando la sua rete mimando la sedia del dentista che tanto aveva fatto parlare tutti; lāOlanda invece viene completamente abbattuta dopo una partita perfetta dei giocatori di Venables, un 4-1 che fa entusiasmare tutta la nazione. La canzone dei Lightning Seeds, Three Lions, quella che canta allegramente āfootball is coming homeā, impazza in ogni angolo dellāisola. Il tabellino di Shearer ĆØ stellare: un gol allāesordio, uno contro la Scozia e due contro lāOlanda. Fanno quattro gol in tre gare. Una media incredibile, una media da Shearer.
Dopo lāagonizzante quarto di finale contro la Spagna, vinto immeritatamente ai rigori, lāInghilterra trova in semifinale lāavversario di sempre, la Germania. Proprio come nella finale del Mondiale del 1966. Per portare a casa questo benedetto football bisogna battere loro, quelli che hanno somministrato dolorosissime sconfitte ai Tre Leoni negli ultimi trentāanni. Però i tedeschi sono rimaneggiati, hanno tanti infortunati a partire dal capitano Klinsmann. La sensazione ĆØ che possa essere davvero lāoccasione giusta, e dopo tre minuti di gara diventa quasi una certezza. Ince guadagna un corner con una botta dai 25 metri smanacciata via da Kƶpke, Gazza batte il corner sul primo palo pescando la testa di Adams che allunga verso lāarea piccola. Quello ĆØ il regno di uno e un solo predatore, uno dei più grandi di sempre: Shearer brucia tutti e segna il quinto gol dei suoi fantastici Europei.
Alan Shearer esulta dopo il gol alla Germania nella semifinale di Euro 96 – fonte The Independent
I tedeschi però sono un osso veramente duro. Pareggiano dopo una decina di minuti e poi alzano un fortino davanti alla porta, tenendo botta fino alla fine dei tempi regolamentari. Venables non fa cambi e tiene gli stessi undici anche nei supplementari, trenta minuti dove Wembley ĆØ costretta a ricacciarsi in gola un urlo liberatorio almeno due volte. La prima ĆØ su un pallone basso verso il centro dellāarea su cui Anderton anticipa il portiere ma, steso a terra, riesce a colpire solo il palo. La seconda ĆØ lāoccasione di una vita: Sheringham serve Shearer profondo sul lato destro dellāarea, il bomber del Blackburn riesce a colpire al volo di controbalzo una palla che rotola qualche centimetro più lontana dalle dita di Kƶpke. La sfera scorre docilmente in area piccola, i centrali tedeschi sono immobili mentre dallāaltra parte dellāarea Gascoigne si avventa sul pallone. La sua corsa però ĆØ stanca, il movimento sgraziato e, incredibilmente, manca di un soffio lāimpatto.
Shearer fa il suo dovere unāultima volta, prendendosi la responsabilitĆ di iniziare la malefica girandola dei calci di rigore e segnando senza problemi. Ć Gareth Southgate a far crollare le speranze inglesi, al sesto giro di una giostra fino a quel momento perfetta, con un piattone poco angolato ben intuito da Kƶpke. Andreas Moller invece calcia di potenza pura, di collo pieno, quasi a voler ricacciare lontano il prima possibile quel pallone cosƬ pesante. Il tiro finisce inesorabilmente sotto la traversa e la Germania va in finale, nel silenzio assordante di Wembley.
L’addio al Blackburn di un conteso Alan Shearer
La sconfitta nella semifinale di Euro 96 fa malissimo ai tifosi dāOltremanica. Football is not coming home, nonostante tutto. Venables fa i bagagli, come giĆ annunciato da maggio, mentre lāopinione pubblica non sa a chi addossare la croce per primo. Chi non può finire sul banco degli imputati ĆØ però Alan Shearer che, con le sue cinque reti, ĆØ diventato comunque il capocannoniere dellāEuropeo.
Il resto dellāestate, per il bomber del Blackburn, non ĆØ però dedicata al riposo e alla preparazione per la stagione successiva. Non ĆØ un mistero che i Rovers difficilmente possano ripetere la clamorosa vittoria del titolo dellāanno precedente e Shearer ha un accordo con la dirigenza: può valutare le sue opzioni per andare via. Le squadre che necessiterebbero della sua cattiveria agonistica, di quella precisione chirurgica nel trovare la rete in ogni modo, della serietĆ che mette in ogni gara sono⦠Tutte. Non esiste squadra al mondo che non potrebbe fargli spazio.
Un giovane Alan Shearer con la maglia del Blackburn – fonte x.com/90sfootball
Infatti i nomi si sprecano, e sono tutte le pretendenti più gettonate al ballo di mezza estate. Inizialmente le richieste più pressanti arrivano dalla Spagna: a Barcellona allena Bobby Robson, uno nato e cresciuto a venti chilometri da Newcastle, e pare che la dirigenza blaugrana abbia dato il via libera per spendere quanto mai prima dāora. Robson ci pensa seriamente, poi però sceglie di prendere unāaltra strada. Porta a Eindhoven, in Olanda, dove gioca un giovane attaccante brasiliano dalle potenzialitĆ strabilianti tanto quanto fragili sono le sue ginocchia. A metĆ luglio il Barcellona annuncia lāacquisto di Ronaldo NazĆ”rio da Lima per la cifra record di 20 milioni di dollari.
Rimane allora lāaltra grande di Spagna, il Real Madrid, il cui presidente Lorenzo Sanz farebbe carte false per acquistarlo. Come lāAvvocato Agnelli a Torino, che ĆØ follemente innamorato di Shearer ma capisce presto che si sta scatenando unāasta come non se ne sono mai viste e finisce per tirarsi indietro. In Italia si fa anche il nome dellāInter, ma non ci sarĆ mai nulla oltre a qualche telefonata. Tutti i grandi club provano ad acquistarlo, e quasi tutti falliranno subito.
Essere o non essere: la grande scelta di Alan Shearer
Tra le varie peculiaritĆ dei grandi geni, ce nāĆØ una che a volte dĆ addirittura fastidio: sono spesso capaci di descrivere il mondo con una precisione fuori dalla portata dei comuni mortali, con parole che non subiscono mai il crudele passare del tempo. Ā«To be, or not to be, that is the questionĀ» ĆØ una di quelle frasi immortali, capace con poche sillabe di inquadrare ogni forte dilemma interiore.
Cinquecento anni sono passati da quando William Shakespeare scrive per il principe Amleto uno dei monologhi più conosciuti e recitati di sempre e chissĆ se Alan Shearer non ne tenga in casa una copia. Un piccolo tomo consumato dallāutilizzo, di quelli che occupano la parte più laterale di uno scaffale da libreria, cosƬ che sono facili da ritrovare e leggere per lāennesima volta. Devāessere proprio un dubbio amletico quello che attanaglia lāattaccante del Blackburn, pronto a una svolta epocale. Ma deve decidere lui, più che la dirigenza, come vorrĆ cambiare la sua vita.
Da una parte cāĆØ il Manchester United, campione della scorsa Premier League. CāĆØ Alex Ferguson, un manager giĆ leggendario che ha cercato per anni di acquistarlo. CāĆØ una squadra di campioni che pare essere costruita per lui. Cantona come spalla dāattacco, un compagno come mai ne ha avuti fino a quel momento, e poi tutti i ragazzi della Classe del 92: le sgroppate di Giggs, lāintelligenza e la tecnica di Scholes e Butt, le giocate di Beckham. CāĆØ la prospettiva di dominare in patria e magari di vincere anche in Europa. Chi lo sa, magari di arrivare a un treble, come mai non ĆØ riuscito a una squadra inglese fino a quel momento.
La Classe del 92 del Manchester United nella finale di FA Cup giovanile del 1992 – fonte manutd.com
Il caso vuole che sia proprio il due volte Pallone dāOro a guidare il Newcastle, che fa unāofferta al Blackburn di grande valore economico per portarlo a casa. Sembra che il destino voglia proprio il ritorno del figliol prodigo nel Tyneside. Eppure non ĆØ colpa di nessuna circostanza astrale, di nessuna supposta opposizione della dirigenza del Blackburn alle offerte dei Red Devils, se alla fine il bomber prende la sua scelta con lāunico organo a cui ha sempre dato retta, fin da quando scelse il pallone invece che i ferri patinati: il cuore. E il cuore non vede altro che Alan Shearer indossare la maglia delle Magpies in un St James’ Park stracolmo di tifosi.
Ć un evento cosƬ importante che la sua presentazione viene coperta dalla tv nazionale. Newcastle accoglie il suo figlio adorato come sa fare solo lei, con un cielo ancora più scuro del solito e una pioggia costante, fitta, che non lascia tregua. Ma non importa. St James’ Park viene preso dāassalto da ventimila tifosi, forse una stima per difetto. Decine di migliaia di persone in maglia bianca e nera che cantano a squarciagola, senza fermarsi per un momento: Ā«Shearer is coming home, Shearer is coming homeĀ». Alan si prende un bagno letterale, lāacqua non smette di scendere un secondo, ma soprattutto di folla. Lāeroe del popolo geordie ĆØ veramente tornato a casa.
Alan Shearer in uno degli ultimi anni di carriera al Newcastle – fonte National Football Museum
Alex Ferguson si prende la prima di una lunga serie di rivincite una decina di giorni dopo. Ć lā11 agosto e a Wembley si disputa la Charity Shield. Il Manchester United batte con un sonoro 4-0 il Newcastle della coppia dāattacco fortissima Shearer-Ferdinand. Non ĆØ un inizio incoraggiante per le Magpies, ma lāentusiasmo della cittĆ ĆØ incontenibile. Qualche dubbio ai più smaliziati inizia a salire nella prima gara di Premier League, la settimana seguente a Goodison Park. LāEverton non dovrebbe essere un avversario cosƬ tosto per i vicecampioni dāInghilterra, eppure vince per 2-0. Quattro giorni dopo, però, cāĆØ lāesordio a St James’ Park. Ospite del Newcastle ĆØ il Wimbledon.
La partita si mette subito bene, Batty al terzo minuto segna un favoloso lob dai 35 metri che porta in vantaggio i bianconeri. Ma lo stadio stracolmo vuole vedere un evento ben preciso e attende con ansia. I minuti però scorrono, le Magpies dominano ma non ci sono altre reti. Le consegne di Keegan ai suoi sono chiare, quando possibile si deve dare palla a Shearer. Che segna a inizio secondo tempo, ma in fuorigioco. Le occasioni sono molte, anche se non sui piedi del numero 9. A due minuti dalla fine riceve palla fuori area, prova a imbastire un uno contro uno da fermo con un difensore che morde senza remore la sua caviglia destra: è fallo, punizione diretta dai 30 metri.
Il pallone se lo prende lui, senza nessun altro attorno. Non ĆØ conosciuto per essere un mago delle punizioni, ma non cāentra nulla essere forti in quel fondamentale. Conta solo segnare, proiettare il pensiero verso il pallone che compie una parabola perfetta per entrare in rete e imporre al piede di eseguire proprio il gesto necessario per arrivare a quel risultato. Shearer fa esattamente questo. Prende la rincorsa, blocca la caviglia destra e colpisce forte il pallone. La distanza ĆØ ragguardevole, ma non conta nulla. La sfera ruota, la parabola ĆØ veramente perfetta e si conclude esattamente dove voleva lui, precisa sotto lāincrocio dei pali.
Tutta Newcastle trattiene per un momento il respiro, i cuori di 250mila persone saltano un paio di battiti. Poi St James’ Park esplode e riporta la cittĆ alla vita con una veemenza inaudita. Lo stadio traballa, trema come nella migliore tradizione argentina. Alan Shearer, in maniera simile a quel primo gol di Euro 96 a cui tanto aveva pensato, non alza il braccio dāordinanza. Corre verso la curva, pianta i tacchetti a pochi passi dai suoi concittadini festanti e urla di gioia. Tutto ĆØ andato come doveva, Shearer ha segnato davanti ai suoi tifosi la prima di una serie impressionante di reti.
E chi se ne frega se quellāanno, cosƬ come i successivi, Alan Shearer non vincerĆ il campionato o un qualsiasi trofeo con la maglia del Newcastle. Chi se ne importa se a Manchester o in un altro dei grandi club dāEuropa avrebbe potuto ammassare coppe e assegni. Non conta nulla. Conta solo esser tornato a casa, stare fra la sua gente, farla contenta a suon di reti. Tra lāessere e il non essere, la prima ha avuto il sopravvento. Tutto il resto non interessa, non ĆØ importante. Non può che chiudersi cosƬ questāestate magica: con un gol da cineteca sotto la curva, la sua curva. Shearer and football have come home.
Fino alla morte. O molto vicino a essa. Dopo otto stagioni i Black Cats rivedono finalmente la Premier. Gli ultimi anni di purgatorio sono ormai un lontano ricordo. Il Sunderland torna nel massimo campionato inglese dopo aver lottato fino allo stremo, come da suo stile, nella serie playoff vinta con Coventry e Sheffield, battuto in rimonta nella finalissima di Wembley. Un altro capitolo da aggiungere alla saga del Sunderland ‘til the end.
Il doppio tonfo nel biennio terribile 2017-2019, con la retrocessione prima in Championship e lāanno successivo nella terza serie del calcio inglese, la League One, appartiene al passato. Due anni che rimarranno per sempre scolpiti nella storia del club e dei tifosi, con le implacabili telecamere di Netflix a immortalare le sventure del club. Ne avevamo parlato. E un poā, inutile dirlo, avevamo sofferto insieme alla squadra durante lāennesimo binge-watching che dopo lāultima puntata ci aveva lasciato tanto amaro in bocca.
Risorgere dalle ceneri
Riavvolgiamo brevemente il nastro. Stagione 2019-2020. Il Sunderland partecipa, per la prima volta dopo trentāanni (Lāultima apparizione risaliva al 1988) alla League One, la Serie C britannica. Ci vogliono quattro stagioni di autentico inferno per tornare in Championship. Merito di due scozzesi: il tecnico Alex Neil, il terzo allenatore a sedersi sulla panchina biancorossa in quella tribolata stagione 2021-2022 dopo Lee Johnson e Mike Dodds. E lāattaccante Ross Stewart, arrivato lāanno precedente sulle rive del fiume Wear e alla sua prima esperienza con un club inglese. Ross firma il contratto a gennaio 2021, debutta in biancorosso due mesi dopo e termina la sua stagione con tredici presenze e tre reti, entrando quasi sempre a gara in corso. Nel 2021 sfuma la promozione in Championship (sconfitta ai play-off contro il Lincoln City), bisogna quindi attendere la stagione successiva per assistere alla rinascita. Ancora sotto il segno di Stewart, che quellāanno segnerĆ ben ventiquattro reti trascinando i compagni al quinto posto vista playoff: superato in semifinale lāostacolo Sheffield, nella finale di Wembley la squadra di Neil batte il Wycombe con due reti (il secondo gol, manco a dirlo, ĆØ di Stewart) e il club torna al piano di sopra, nella seconda serie. Ć il 2022.
Il Sunderland termina la regular season al quarto posto con settantasei punti e si avvia con decisione ai playoff. Il primo ostacolo in semifinale si chiama Coventry e i precedenti in stagione sorridono alla formazione di Frank Lampard (un pari e una vittoria per the Sky Blues), ma nella gara di andata giocata fuori casa ci pensano le reti di Isidor e Mayenda a decidere la faccenda, con il team di Le Bris che si aggiudica il primo atto per 2-1.
Nella gara di ritorno lo Stadium of Light ĆØ una bolgia, strepitosa la coreografia preparata dai tifosi di casa con un enorme e feroce gatto nero con gli artigli sguainati, issato sugli spalti e sotto la scritta āāTil the endā.
Mica facile contro la squadra arrivata terza in campionato, quattordici punti in più dei Black Cats. Sono gli avversari di mister Chris Wilder a passare in vantaggio con Campbell al 25ā del primo tempo. Ma il Sunderland, Ƨa va sans dire, non muore mai e Mayenda al 76ā riapre i giochi. La finale si avvia nei minuti di recupero, tutto sembra far presagire i tempi supplementari quando la rete di Watson (siamo al 95ā) completa la rimonta del Sunderland che in maniera davvero eroica strappa le chiavi del paradiso e ottiene nuovamente lāingresso nella massima serie del calcio inglese.
Le Bris si guadagna il rinnovo e il parallelismo con mister Roy Keane, che nel 2007 portò il club in Premier, nellāultima promozione della squadra nella massima serie.
I tifosi del Sunderland sono in estasi e si preparano a vivere una stagione incredibile, nel campionato che questa cittadina del nord-est inglese affacciata sul Mare del Nord, una realtĆ tutta calcio e appartenenza si merita. Pronti a lottare ogni partita fino alla morte. Sunderland ‘til the end. O magari ā si spera – un poā prima.