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Kalvin Phillips, il Pirlo dello Yorkshire

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“Speriamo si renda conto che non molte persone diventano calciatori professionisti. Inizi a scordarsi una carriera nel calcio” Correva l’anno 2009 e queste parole vennero indirizzate da alcuni professori a un quattordicenne calciatore in erba di origini giamaicane che aveva chiesto l’esonero dalle lezioni per potersi allenare con le giovanili del Leeds. Questo calciatore porta il nome di Kalvin Phillips, perno insostituibile della nazionale di mister Southgate.

 

Le origini

Riavvolgiamo il nastro alla scoperta di un giovane talento inglese, a dispetto di quanto dichiarato dai suoi insegnanti. Kalvin Mark Phillips nasce a Leeds nel 1995, madre irlandese e padre giamaicano: Kalvin e il compagno di nazionale Sterling, anch’egli originario dell’isola caraibica, vengono chiamati i “Marley’s Boys”, due pedine fondamentali nell’Inghilterra di Southgate accomunate dalla stessa radice a tinte nero-verdi. Origini che traspaiono inequivocabilmente dalle acconciature sfoggiate da Phillips in campo, con i capelli a volte raccolti in finissime treccine e a volte lasciati liberi, come un mega cespuglio ribelle. L’infanzia di Kalvin è tutt’altro che spensierata, il padre entra ed esce costantemente di prigione, la mamma è costretta agli straordinari per sfamare i suoi quattro figli (Kalvin ha due sorelle e un fratello). Tra le tante incertezze nella sua esistenza, l’unica sicurezza proviene dal pallone: Kalvin muove i primi passi calcistici nel Wortley, poi passa alle giovanili del Leeds, la squadra della sua città.

Il Leeds tatuato sulla pelle

Il progresso del centrocampista è palpabile, a poco meno di vent’anni diventa il capitano della squadra Under 18 e nel giro di una stagione viene aggregato alla prima squadra. Quantità e qualità in mezzo al campo, il ragazzo è aiutato dal fisico e da una notevole visione di gioco: sono gli assist il suo marchio di fabbrica, uniti a una discreta tecnica e una voglia matta di sacrificarsi per la squadra in ogni angolo del campo. L’esordio con i grandi avviene il 6 aprile 2015 in una partita contro il Wolverhampton. Nelle stagioni a venire la sua presenza in squadra è una garanzia e dopo cinque anni di purgatorio in Championship è con il tecnico argentino Marcelo Bielsa che Phillips, soprannominato dai tifosi “The Yorkshire Pirlo” e la sua squadra fanno il definitivo salto di qualità: la promozione in Premier League del 2020, la consacrazione definitiva per il giocatore che brucia letteralmente le tappe attirandosi le meritate sirene della Nazionale maggiore. È il 25 agosto 2020 quando Gareth Southgate lo convoca: non accadeva da sedici anni (Alan Smith nel 2004) che un giocatore del Leeds venisse convocato nella Nazionale dei Tre Leoni.

La svolta

Col suo club il 12 settembre 2020 Phillips fa l’esordio in Premier contro il Liverpool. Arriviamo all’8 febbraio 2021 e il giocatore viene premiato per le sue 200 presenze con la maglia del Leeds. La prima rete in campionato arriverà solo all’ultima giornata, su punizione contro il West Bromwich Albion. Uno squillo che gli vale senza mezzi termini, insieme a una stagione prestigiosa terminata al nono posto, la chiamata in Nazionale per partecipare all’Europeo dove è titolare a scapito di compagni di reparto ben più quotati di lui. Non male per un ragazzo che fino all’anno scorso militava in Championship. E dire che secondo i suoi prof avrebbe dovuto cambiare carriera… Nel 2020 la doppia svolta, tra Premier League e Nazionale e ora l’avventura all’Europeo che potrebbe attirare su di lui l’interesse di qualche top club. Riuscirà il Leeds a trattenerlo basandosi sul suo amore incondizionato per la sua città?

Eva Bertolacci

 

 

 

Milton Núñez, il mini-Tyson del Sunderland acquistato per sbaglio

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Ah, i magici anni prima dell’arrivo della modernità. Il football era uno sport serio all’epoca. Ci si menava, si sudava ogni singolo gol, i ventenni non prendevano milioni, i più forti non cadevano a terra frignando per ogni piccolo colpettino preso.
Il credo di ogni nostalgico dei tempi che furono è all’incirca questo, pianto più pianto meno. Ci si scorda spesso, però, che il calcio al tempo era anche altro. Uno dei lasciti più iconico è l’acquisto di mercato totalmente sbagliato. Non perché il giocatore non si integrasse con la squadra, oppure per qualche litigio, magari semplicemente aver avuto la sfiga di una stagione no. Questi casi ci son sempre stati, dalla nascita del gioco. No, qui stiamo parlando proprio di errori madornali: manager convinti da un paio di videocassette sgranate, scout che si perdono nei meandri delle leghe inferiori, chiamate fasulle da parte di insperati parenti. La Premier League ha avuto la sua fetta di cantonate — e nulla c’entrano con il mitico Éric. Uno di questi è un piccoletto che a tutti ricordava Mike Tyson, ma ha mai visto un ring e sostanzialmente neanche un campo di Premier League. Il suo nome è Milton Núñez.

Un'altra immagine di Milton Núñez

Black Cats da urlo

La primavera del 2000 è una di quelle dal profumo fragrante di grandi speranze e sogni nascosti, dalle parti di Sunderland. Il porto sul Wear brulica di tifosi eccitatissimi dalla stagione di Premier League che si sta avviando alla conclusione. I Black Cats si sono issati fino al settimo posto in classifica, trascinati dalla futura Scarpa d’Oro stagionale Kevin Phillips, che chiuderà il campionato con ben 30 reti siglate. Un premio che mai nella storia aveva vinto un calciatore inglese (e mai succederà successivamente), che per giunta era alla sua prima stagione nella massima categoria.

Il manager della squadra è Peter Reid. Ex centrocampista di bellissime speranze, mai del tutto espresse se non in una gloriosa stagione all’Everton: vinse campionato e Coppa delle Coppe, arrivò in finale di FA Cup perdendo 1-0 contro il Manchester United. Vinse quell’anno il PFA Footballer of the Year, e nella votazione per il titolo di miglior giocatore in Europa del magazine World Soccer arrivò al quarto posto, dietro i soli Platini e Maradona.

Da allenatore, invece, le speranze erano fin da subito molto rade. Fautore di un gioco stantio che sapeva tanto di anni ’70, palla lunga e pedalare senza nessun guizzo d’inventiva nel mezzo, la sua carriera era già in rapida discesa dopo le prime due panchine. Manchester City, Southampton per poi finire al Sunderland in First Division. Reid era già allenatore quando i Black Cats abbandonarono l’iconico Roker Park per giocare nell’avveniristico Stadium of Light, ma riuscirono a festeggiare il nuovo stadio con promozioni in Premier League seguite da istantanee retrocessioni. Un tira e molla con la massima divisione che sembrava dovesse durare anche nel 1999. Invece la neopromossa piazzò il colpaccio, grazie al già citato Phillips e l’apporto di Niall Quinn. Così Reid si trova a dover fare una campagna acquisti importante, per cercare di mantenere il club nei piani alti del football.

Kevin Phillips, Scarpa d'Oro nel 2000 col Sunderland

Storia di uno scouting quantomeno particolare

Qui si inizia a entrare in territori inesplorati, dove mito e realtà si fondono per creare una trama fantastica. Lo scouting, superato il canale della Manica, al tempo non raggiungeva i livelli professionistici odierni. Anzi, in realtà i club inglesi avevano deciso da poco di allargare gli orizzonti. Ma Peter Reid si trova con un budget non troppo lusinghiero per cercare un attaccante di backup per Phillips e Quinn, capace di portare la squadra a mantenere quella settima posizione, così fa di necessità virtù. Tra le videocassette che arrivano sulla sua scrivania ce n’è una vergata da un alfabeto antico. Arriva da Salonicco, nord della Grecia.

Su quel nastro sono incise le gesta degli attaccanti del PAOK, la squadra locale. Quello su cui mette gli occhi Reid è colombiano e ha giocato con maglie importanti come quella del Bayern Monaco e dell’Atlético Madrid — e un successivo passaggio in Serie A alla Reggiana, giusto per ricordare che campionato pazzesco fosse il nostro. È uno stinco d’uomo, più di un metro e 80 di forza impressionante, tanto che tutti lo chiamano El Tren. Il Treno è anche leggermente convinto delle sue capacità, si dice che nei giorni migliori si ritenga più forte di Pelé e Maradona. Adolfo Valencia ha già 32 anni, ma quantomeno in Grecia sembra aver mantenuto la forma giusta per diventare il sostituto della coppia titolare del Sunderland.

Ecco dove la leggenda inizia a infittirsi. A Sunderland girano moltissime versioni di questa storia.

La più semplice è che i video dell’epoca fossero troppo sgranati per il povero Reid. Ma se dobbiamo raccontare una bella storia, perché fermarsi alla versione più plausibile? Così la si scarta a priori.

Un’altra narra di un viaggio del manager fino in Grecia, per visionare il nuovo acquisto. Salonicco, a quanto parrebbe, è però città tentatrice. Reid avrebbe passato serate movimentate, a base di birra locale in grandi quantità, tanto da offuscarne la vista anche di giorno.

Un’altra ancora è la più surreale. Reid avrebbe visionato Valencia, scambiandolo però per un altro giocatore. Un honduregno di nome Eduardo Bennett, sempre un giocatore di potenza conclamata, tanto che è conosciuto agli esperti di fútbol sudamericano con i soprannomi di El Balín o El Demonio. Un diavolo dell’attacco, che non ha mai messo piede in realtà su un campo da gioco europeo, ma ha vissuto una onestissima carriera in Argentina tra San Lorenzo, Argentinos Juniors e Quilmes, oltre a vestire la maglia della Nazionale per 36 volte con 19 reti segnate. Così il buon Peter si sarebbe imbarcato in un altro viaggio finito male, stavolta nel ben più lontano Honduras di inizio millennio, per provare a firmare la sua riserva d’attacco. L’unica speranza è che sia questa la versione corretta.

I difficili giorni di Milton Núñez al Sunderland

Insomma, che sia colpa della tecnologia, di fiumi di birra o di viaggi assurdi, l’unica verità da poter raccontare è quella di chi si presenta con il manager al suo rientro allo Stadium of Light. Non è né Adolfo Valencia né Eduardo Bennett, a cui rende almeno 15 centimetri d’altezza (secondo le stime dell’epoca, in altri momenti della sua carriera gli sono stati affibbiati a malapena 160 centimetri) e sicuramente parecchi chili. È sempre un attaccante, almeno in questo Reid c’ha preso, con particolarità mescolate tra i suoi due obiettivi: giocava nel PAOK con Valencia, ed è honduregno come Bennett. Ha uno sguardo contrito, dall’espressione alle volte truce, capace però di sciogliersi in un sorriso abbagliante. Il suo nome è Milton Núñez, ma come tutti i sudamericani è identificato dall’apodo, dal soprannome che spesso è in perfetta aderenza all’anima della persona, ma altre volte è una palese presa in giro: lo chiamano tutti Tyson, perché quel volto ricorda molto il pugile americano. Reid ci ha speso ben un milione e mezzo di sterline.

Milton Núñez, il mini-Tyson del Sunderland acquistato per sbaglio

Sia ben chiaro: Milton Núñez sa giocare a pallone. Non è un nano capitato per caso in un campo da calcio. Prima di essere andato in prestito in Grecia ha figurato discretamente al Nacional di Montevideo, uno dei club più importanti di Uruguay e del continente. Quando lascerà la Nazionale nel 2008 conterà 86 presenze e 33 goal, il doppio del Demonio Bennett. Ha un piede discreto, la tecnica di base c’è, e per quanto capisca subito che è un pesce fuor d’acqua vuole in tutti i modi cercare di giocare per i Black Cats.

Il primo problema arriva al tesseramento. In Sudamerica i procuratori possono detenere quote del cartellino di un giocatore, ma la situazione di Milton Núñez sembra essere ancora più contorta. Il Sunderland cita in giudizio quel procuratore, ma tutto finisce in un accordo extragiudiziario mai svelato. La leggenda narra che il cartellino fosse detenuto in buona parte da un’altra squadra uruguaiana, l’Uruguay Montevideo di terza divisione. Come mai, non è dato saperlo.

Poi c’è una questione molto meno divertente. Il Sunderland al tempo è l’unica squadra a non avere alcun giocatore di colore o di etnia diversa da quella caucasica, e Milton Núñez rimarrà l’unica anomalia ancora per qualche tempo. Ma c’è di più, Peter Reid viene da molti additato come razzista. Vero o no, non acquisterà mai giocatori che non siano bianchi.

Fatto sta che la versione pocket di Iron Mike calcherà i prati verdi della Premier League solo una volta, in una partita già vinta contro il Wimbledon per poco meno di mezz’ora di gioco, con un paio di presenze in FA Cup. Poi, dopo due anni di panchina, viene mandato via con poche cerimonie. Ecco come buttare un milione e mezzo di pound nel cestino.

Un finale particolare come l’inizio

Che fine hanno fatto i protagonisti di questa storia?

Peter Reid rimane allenatore del Sunderland per altri due anni. Riesce davvero a tenere i Black Cats in settima posizione per un’altra stagione, ma nel 2002 a malapena evita la zona retrocessione ed esce da tutte le coppe al primo turno. Il 7 ottobre 2002, dopo una partenza tragica in campionato, viene esonerato.

Adolfo Valencia va veramente via dal PAOK pochi mesi dopo che Reid ha fatto capolino a Salonicco. Invece che lo Stadium of Light, vede luci di tutt’altra magnitudine. Trova infatti casa a New York, dai Metrostars che diventeranno qualche anno dopo di proprietà della Red Bull. Dopo 21 gol stagionali, si divide tra Sudamerica e Cina per altri 4 anni prima di appendere gli scarpini al chiodo. Concluderà la sua carriera con più di 130 reti segnate da professionista.

Eduardo Bennett, come già detto, non ha mai lasciato il continente di origine. Quando finisce tra le mire del Sunderland è dislocato nel deserto cileno, di proprietà del Cobreloa. Da lì il Diavolo giocherà in Argentina per altri due anni prima di tornare in patria. Chiude la carriera con due anni al Necaxa, in Messico, a 42 anni.

Núñez con la maglia della Nazionale

E Milton Núñez? Il piccolo Tyson se ne torna al Nacional in Uruguay, ma dura solo una stagione. Poi va in Messico, anche lui al Necaxa ma qualche anno prima del compatriota, prima di iniziare a girare numerose squadre tra Guatemala e Honduras. Detto del suo abbandono della Nazionale nel 2008, è tuttora il suo terzo miglior marcatore e il quarto per numero di presenze. Soprattutto, non ha ancora smesso col calcio. L’ultima sua squadra è il Club Deportivo Victoria, sempre in Honduras, e a 48 anni suonati continua a essere molto più forte della media dei suoi compagni. Tra cui è presente un altro Milton Núñez, che non è un omonimo ma bensì suo figlio. Un finale diverso, e più coerente con questa storia folle, non era possibile trovarlo.

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Vinnie Jones in versione portiere: “E va bene, ci penso io!”

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Vincent Peter Jones, per tutti Vinnie Jones, classe 1965, passato alla storia come il principale esponente della “Crazy gang” di Wimbledon che batté il culture club Liverpool nella F.A.Cup del 1988. Tornato nei gialloblu dopo una parentesi di tre stagioni in altre squadre (Leeds, sponda Blades di Sheffield e Chelsea) ci ha regalato una perla che pochi ricorderanno o conosceranno, per nulla legata agli interventi poco ortodossi che tutte le cronache calcistiche erano solite riportare e che lui aveva perfino voluto illustrare in un video intitolato “Soccer’s Hard Men”, pubblicato nel 1992, per il quale si beccò multa e squalifica dalla Federazione Inglese.

“Non merita nemmeno di essere considerato un calciatore!”

Disse lo statuario francese Ginola di lui. E il 21 ottobre 1995 la squadra del nostro antieroe affrontò proprio le magpies di David in un St. James Park affollato da circa 36.400 spettatori. Dopo un’ora di gioco, con i dons sotto per 3-1, il portiere Heald effettuò un’uscita fuori area e atterrò il n°9 avversario, rimediando così un rosso diretto. È un bel problema perché i londinesi avevano già finito le sostituzioni. Toccò quindi a qualcuno già in campo prendere posto tra i pali: e chi può avere avuto tale spirito di iniziativa? Niente meno che lui: quel pazzo furioso di Vinnie psyco Jones.

“E va bene, ci penso io!”. Si fece avanti con una bella dose di incoscienza. Indossò così la maglia del portiere, con un’espressione che lasciò trasparire il vortice di pensieri nella sua testa, si aggiustò i guanti e si piazzò in porta, col suo solito fare irriverente e spavaldo e col suo sguardo beffardo e pungente; forse per intimorire gli avversari, ma più probabilmente non lo cambi uno così nemmeno sul finire della carriera: è il suo carattere. Della “Crazy Gang” non era praticamente rimasto più nessuno e lui stesso abbandonerà il calcio tre stagioni dopo, ma questa prestazione entusiasmò talmente tanto i presenti, supporters locali compresi, da passare agli annali del calcio. Una di quelle storie che possono ascoltare i figli e i nipoti, quando si parla degli anni ’90, di chi può dire “Io c’ero” o “Me la ricordo”.

Vinnie Jones indossa la maglia da portiere

Sembrò un disastro annunciato e il risultato finale parla chiaro: eppure sarebbe potuta andare molto peggio. Vinnie Jones, in fin dei conti, si rivelò un portiere più che decente. Non dimentichiamo che là davanti, in maglia bianconera, c’erano due fuoriclasse come “Le magnifique” e Les Ferdinand (autore nello specifico di una tripletta) a compiere scorribande nell’area avversaria. Anche se, nel complesso, i padroni di casa sbagliarono molto e la loro fortuna fu che gli ospiti non seppero invece creare troppe occasioni, né approfittare delle poche che capitarono. E in tutto questo Vinnie era lì, spalle alla rete, ben piazzato, forse non troppo elegante, ma solido e concentratissimo.

Una roccia, come sempre. Tra un fu*k, una chiamata di palla, un gesto scomposto, urla e sbracciate: eppure fece la sua figura limitando, con parate basic, quello che sarebbe potuto diventare un tracollo totale; anche effettuando (ad un certo punto) un doppio salvataggio con piedi e mani. “Mi sono quasi rotto il sigaro in uno di quei salvataggi!” disse senza peli sulla lingua (laddove “cigar” è liberamente interpretabile). Finì 6-1, con 3 gol subiti nei 33 minuti tra i pali dal nostro hard men. Certo, uscì dal terreno con una fisiologica dose di frustrazione per quel risultato: però il pubblico era tutto dalla sua, gli aveva tributato applausi e incitamento, e anche gli avversari avevano dimostrato di apprezzare il suo impegno e il suo coraggio. Lui fece caso a tutto questo e ciò limò la rabbia per quella sconfitta con goleada.

“Mi è piaciuto vedere Les Ferdinand ridere dopo una delle parate. E i tifosi del Newcastle sono stati fantastici quel giorno: penso che mi abbiano anche un po’ perdonato per aver strizzato le p***e di Gazza (sette anni prima – ndr).”

Già: magari solo un po’. “E va bene, ci penso io!” non avrebbe potuto esclamarlo nessuno, se non lui. Chi altro avrebbe potuto buttarsi nella mischia per guidare la propria squadra in un’impresa dai tratti alquanto impossibili? Un vero condottiero e trascinatore, qualunque fossero le acque in cui navigassero i suoi. Decisamente un uomo con carisma, energia e carattere da vendere. Un episodio simbolico degli ultimi sprazzi di una carriera che con quella maglia l’ha consegnato alla leggenda.

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Vinnie Jones

Billy Bremner, il “piccoletto” leggenda del Leeds

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“”10° filo spinato” a causa della sua tenacia e del suo duro contrasto” così il Sunday Times lo soprannominò. Centrocampista, scozzese, capelli rossi e ampia stempiatura, alto 1.65m. Ecco l’identikit del giocatore di cui vi parliamo oggi, Billy Bremner, la leggenda del Leeds United.

E’ vero molti di noi non hanno avuto l’onore di vederlo giocare, ma le sue gesta sono rimaste indelebili fino ad oggi. E se sei un tifoso del Leeds, non puoi non averne sentito parlare almeno una volta nel corso della tua vita di quel “piccoletto” che faceva girare il centrocampo. Anche solo per una sfida, chi ha respirato quella magica atmosfera ad Elland Road, non può non essersi imbattuto nella possente statua di Bremner. Chissà quanti bambini, spinti dalla curiosità tipica della tenera età, hanno esclamato “Papà, papà, chi è questo giocatore con le braccia alzate al cielo?”…

La statua di Billy Bremner ad Elland Road

Gli anni di Billy al Leeds…

Billy ha militato negli Whites dal 1959 al 1976, ha conquistato una Coppa di Lega nel 1968, una Coppa d’Inghilterra nel 1972, un Charity Shield nel 1969 e due scudetti. Soddisfazioni tolte sì, trofei alzati al cielo, ma pochi, rispetto a quanti ne avrebbe magari meritati. Nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe divenuto un idolo della squadra del West Yorkshire, dal suo ingresso in campo però, i tifosi dei bianchi se ne innamorarono subito. Perchè? Nonostante il suo fisico brevilineo, gettava tutto il suo cuore su quel rettangolo verde, correva come un forsennato su ogni pallone, non mollava un centimetro. L’obiettivo di Billy era non far passare nessuno dalle sue parti. Come faceva? Mordeva le caviglie, entrava in scivolata o come poteva. Se prendeva la palla bene, se prendeva le gambe, bene lo stesso. Vi chiederete… Perchè? Perchè il suo obiettivo l’aveva raggiunto, nessuno era riuscito a saltarlo. Spesso però i nervi (soprattutto agli avversari) scattavano, saltavano eccome, e si sfiorava la rissa. Era il tipico calciatore britannico che si incontrava in quell’epoca.

Bremner in campo con la maglia del Leeds

Una strofa dell’inno in suo onore…

Ma non esiste solo una statua per ricordarlo, per rendergli omaggio. In una strofa dell’inno “Glory Glory Leeds United Song” cantato, gridato dagli Whites in ogni partita casalinga viene citato proprio lui:

“Little Billy Bremner is the captain of the crew

For the sake of Leeds United he would break himself in two

His hair is red and fuzzy and his body’s black and blue

As Leeds go marching on”

La vita gli è stata strappata via troppo in fretta, due giorni prima del suo cinquantacinquesimo compleanno venne colpito da un infarto che non gli lasciò scampo. Che beffa, ha fatto cilecca proprio quel cuore che batteva all’impazzata ad ogni ingresso all’Elland Road. Billy sarà per sempre il “piccolo” guerriero nel cuore del Leeds.

Le pioniere del calcio femminile in UK: da Mrs Graham a Nettie Honeyball

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Il Regno Unito ha da sempre avuto un ruolo fondamentale nel mondo del calcio, è risaputo. Ma forse non tutti sanno che anche a livello femminile è stata la Gran Bretagna a dare un’inequivocabile spinta al movimento, una spinta assestata contro tutti i pregiudizi (ancora oggi in triste voga) alla fine dell’ ‘800.

Mrs Graham e l’inizio scozzese

Helen "Graham" Matthews

Nel 1881 nasce in Scozia, precisamente a Stirling, la prima squadra femminile di calcio, le “Mrs Graham’s XI”. L’iniziativa parte da Helen “Graham” Matthews, originaria di Montrose, che si innamora del gioco dopo aver visto un derby maschile al Kennington Oval di Londra fra Scozia e Inghilterra. Helen è il portiere della selezione scozzese dove le giocatrici sono costrette a nascondere la loro vera identità, usando un falso nome per non essere riconosciute. Helen, che si fa chiamare per la propria incolumità Mrs Graham, è al pari delle altre calciatrici una suffragetta che lotta per i diritti delle donne, in primis per il diritto di voto.

È il 9 maggio 1881 quando mille spettatori assistono all’Easter Road di Edimburgo al primo match di calcio femminile in assoluto della storia. Si affrontano le Mrs Graham e una selezione di suffragette provenienti dall’Inghilterra, vince la squadra scozzese per 3 a 0. Si tratta a tutti gli effetti di un evento storico che non può non attirare l’attenzione del pubblico e dei media, forse più scioccati che entusiasti nel vedere ventidue donne correre dietro a un pallone, ma il dado è tratto e la storia è destinata a ripetersi.

La sfida di ritorno è infatti di scena il 16 maggio dello stesso anno allo Shawfield Athletic Ground di Glasgow. Qui le giocatrici hanno l’ardire di presentarsi in pantaloni, una mossa che probabilmente contribuisce a infervorare gli animi degli spettatori uomini presenti: al 50’ minuto di gioco si assiste a un’invasione di campo da parte del pubblico che vuole ostacolare lo svolgersi della partita. L’invasione ben presto degenera in rissa e le calciatrici vengono raggiunte da una fitta sassaiola, costrette ad abbandonare il campo e il loro sogno di giocare a pallone. I disordini convincono il governo scozzese a varare una legge per proibire alle donne di giocare a calcio, considerato solo ed esclusivamente roba da uomini. Alle donne resterà il ricordo di una bellissima impresa, un’impresa che però è destinata a ripetersi dopo poco più di un decennio più a sud.

Nettie Honeyball e il sogno delle British Ladies’ Football Club

Dunque, siamo a Londra nel 1894, da sei anni è nato in Inghilterra il primo campionato di calcio al mondo per squadre rigorosamente maschili. Il movimento prima ha una connotazione fortemente elitaria, ma ben presto diventa popolare, apprezzato da tutte le classi sociali che si appassionano in maniera crescente alle partite e ai loro resoconti in qualunque parte del paese.

Jessie Allen è una “semplice” cassiera in una drogheria. Ed è proprio lì, sul posto di lavoro, mentre è intenta a prezzare biscotti e zucchine, che sente parlare di calcio per bocca dei clienti che discutono e commentano le avvincenti partite ogni lunedì. Incuriosita, il suo interesse per il calcio cresce a dismisura, nonostante gli sguardi scettici della clientela maschile che la prende per pazza ogni volta che cerca di intavolare discussioni su quello che viene considerato un “affare per soli uomini”.

Ma la Allen non si arrende e decide di dare un’opportunità a tutte le appassionate come lei: l’idea è quella di mettere su la prima Lega in assoluto di calcio femminile. È a dir poco fantascienza per l’epoca (per molti lo è ancora oggi), ma Jessie – che verrà successivamente soprannominata Nettie Honeyball – se ne infischia dei pregiudizi e va avanti per la sua strada: mette un annuncio sul giornale e in men che non si dica aderiscono all’iniziativa trenta donne, tutte convinte di intraprendere uno sport che di femminile, almeno apparentemente, non ha niente. Come Nettie dichiara nel febbraio del 1895 al “The Daily Sketch” si tratta di un’iniziativa per “dimostrare al mondo che le donne non sono quelle creature ornamentali e inutili che gli uomini immaginano” e soprattutto aggiunge: “Immagino un futuro dove le donne potranno sedere in Parlamento e avere voce negli affari, specialmente quelli che le riguardano più da vicino”.

la locandina del primo incontro di calcio femminile in Inghilterra

La Pasionaria va avanti con la sua lotta, perché di lotta si tratta, una battaglia fra i sessi con due fortunate eccezioni maschili: una porta il nome di Frederick Smith, marito di Nettie, grande appassionato di pallone che asseconda e incoraggia la moglie a inseguire il suo sogno. L’altra eccezione si chiama John William Julian, difensore ex Arsenal sul finire della carriera col Tottenham: è lui l’allenatore delle ragazze. Nasce insomma la British Ladies’ Football Club, la prima lega di calcio femminile della storia. Le trenta calciatrici in erba vengono divise in due squadre: una rappresentativa del nord di Londra, le “rosse” e una del sud in maglia blu: il primo storico derby si gioca nel Crouch End il 23 marzo 1895 e vede trionfare il nord per 7-1.

La rappresentativa del nord, Nettie Honeyball è la seconda da sinistra in piedi

“Pochi minuti sono stati sufficienti a dimostrare che il calcio praticato delle donne, se le British Ladies possono essere prese come criterio, è totalmente fuori questione. A un calciatore sono richieste velocità, giudizio, abilità e coraggio. Nessuna di queste quattro qualità è stata mostrata sabato. Per gran parte della gara le donne vagavano senza meta sul campo, in un trottare senza grazia.”

Senza troppi giri di parole il reporter del “The Daily Sketch” liquida con questi toni il battesimo del calcio femminile in Inghilterra, ma nonostante le critiche le British Ladies vanno avanti. Il derby fra le due squadre si ripete con una formula itinerante viaggiando di città in città: da Londra per arrivare a Bristol, Newcastle, Brompton. Agli incontri accorrono curiosi e appassionati, si arrivano a toccare gli 8000 spettatori nel St. James Park e il successo è doppio visto che durante le gare vengono raccolti fondi da devolvere in beneficenza. La favola delle British Ladies FC è però destinata a esaurirsi presto, nel giro di due anni. Il fisico delle donne viene ritenuto inadatto a sopportare le fatiche del rettangolo verde e per tornare ad assistere a partite di calcio femminile bisognerà arrivare al Primo conflitto mondiale.

Per sostituire i calciatori mandati al fronte le donne potranno prendere il loro posto in campo, ma anche questo fenomeno è condannato a spegnersi nel giro di poco tempo: la Football Association nel 1921 dichiarerà addirittura le donne inadatte a giocare al football proibendo agli stadi inglesi di ospitare le loro partite. Nel 1969 nasce la Women’s Football Association (WFA), ma ci vorranno ancora due anni (e l’intervento dell’UEFA) per costringere la FA a rivedere le proprie posizioni e far decadere il bando di cinquant’anni prima. Nel 1993 la WFA cessa formalmente di esistere e il calcio femminile diviene una competenza della FA. Dopo cento anni le battaglie di Nettie Honeyball e delle sue compagne di squadra vengono vinte dal movimento che vede finalmente riconosciuto il proprio sacrosanto diritto: quello di giocare a pallone.

Eva Bertolacci

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Stanley Matthews, il primo pallone d’oro della storia parla inglese

 

Se il Chelsea esiste dobbiamo ringraziare un cane

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Partiamo dal Chelsea. Anzi no, partiamo dalla terra che gli ha dato i natali. Descrivere l’Inghilterra come la culla del football sarebbe semplicemente riduttivo. Questo incredibile paese è anche e soprattutto il luogo da cui prendono le mosse una serie di viscerali emozioni, le quali impattano frontalmente con questo sport, o per meglio dire con questo stile di vita: sentimenti che condizionano il corso degli eventi, volontà di potenza che costituiscono il motore di imprese folli, di storie meravigliose. Tra queste, quella del Chelsea Football Club.

È il 1896 quando Henry e Joseph Mears, fratelli di sangue e in affari, ambedue follemente innamorati del pallone, decidono di rilevare lo Stamford Bridge Athletics Ground. I due businessmen credono fermamente che quello sport, per il quale hanno letteralmente perso la testa, in breve tempo diverrà un prosperoso terreno d’affari. E allora quale opzione migliore se non quella di comprare un impianto sportivo da mettere a reddito, trasformandolo nello stadio più bello d’Inghilterra?! “Con la proliferazione di un numero sempre maggiore di club in molti saranno interessati, e il prezzo lo faremo noi, ci puoi scommettere Jo”.

Sulle ali dell’entusiasmo, di cui ogni imprenditore di successo è provvisto, i due fratelli si recano immediatamente a caccia del pesce grosso, che nella Londra dell’epoca, significa bussare alle porte del Fulham. I due sono convinti di avere tra le mani una perla di una graziosità tale da far mutare i piani di investimento già predisposti dal club bianconero: infatti alcuni emissari del Fulham già dal 1894 avevano concluso un accordo con una nobile famiglia londinese per rilevare una vasta area in Stevenage Road, là dove sorgeva il cottage fatto costruire da William Craven, VI barone dell’omonima famiglia (di qui il nome dello storico stadio, Craven Cottage, e del nickname della squadra londinese, Cottagers). Da quel momento erano passati due anni, senza che però fossero stati fatti significativi passi in avanti nella costruzione del nuovo impianto.

I fratelli Mears contano pertanto di inserirsi in questa fase di stallo, avanzando sul piatto l’offerta di un impianto immediatamente pronto e rimesso a nuovo, in cambio di un cospicuo canone mensile da versare nelle loro tasche. Peccato che i due intraprendenti affaristi abbiano fatto i conti senza l’oste. Infatti, proprio in quegli stessi giorni, salta fuori un ulteriore accordo vincolante tra i bianconeri e gli antichi proprietari dell’area che prevede la corresponsione da parte del club acquirente di una percentuale sulla vendita dei biglietti in favore della famiglia cedente. Inoltre, come se non bastasse, si sbloccano i lavori per la costruzione di quello che, in meno di un anno, diventerà Craven Cottage. Le aspettative dei due fratelli vengono deluse: l’immagine di Stamford Bridge che apre le porte a un club prestigioso sembra destinata a rimanere tale. Piuttosto è il secco no del Fulham, pronunciato con voce roca dall’allora Presidente Henry Norris, a richiamare il sordo rumore di un portone che viene sbattuto in faccia.

Siamo alla fine dell’Ottocento e, dopo un ventennio di crescita sfrenata, lo spettro della Grande Depressione aleggia anche nella patria dello sviluppo industriale. I Mears riescono a limitare le perdite, ma quell’enorme struttura rischia di essere un peso troppo grande da sopportare per l’azienda. Ad un certo punto si fa avanti la Great Western Railway Company, manifestando un certo interesse a rilevare il terreno per utilizzarlo come deposito di carbone. Ed è qui che il mito si mischia alla realtà, ammantando di un’aura magica questa incredibile storia. Leggenda vuole che Gus Mears fosse sul punto di concludere la trattativa con la big company, ma che un suo collega, tale Fred Parker, riuscì a dissuaderlo. Il motivo? Il cane di Gus, un vivace scotch terrier, morse Parker ad una gamba proprio mentre stava parlando con il padrone di quanto fosse auspicabile la cessione dell’impianto sportivo alla Great Western. Fred considerò l’incidente una premonizione, persuadendo lo stesso Mears a non vendere. Così, su consiglio del collega, Gus decise di fondare una squadra che finalmente popolasse Stamford Bridge.

Una vecchia fotografia del Rising Sun.

Il 10 marzo 1905, al pub The Rising Sun (ora noto come The Butcher’s Hook) di Fulham Road, nasce il Chelsea FC. Non potendolo chiamare Fulham (con un pizzico di risentimento), i Mears decidono di prendere in prestito il nome del quartiere limitrofo, dopo aver bocciato gli appellativi di London FC, Kensington FC e Stamford Bridge FC. Una storia speciale, quella dei Blues, la prima squadra costruita per riempire uno stadio vuoto, e non di uno stadio costruito per dar casa ad una squadra.

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Fabio Borini, un pirata alla conquista della Premier League

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Gli ultimi 30 anni di calcio raccontano di tanti italiani che hanno deciso di cercare fortuna in Inghilterra. Tra questi figura anche Fabio Borini, grande promessa (non pienamente mantenuta) che però si è guadagnata il suo spazio con grande determinazione. La stessa con cui un pirata – il suo soprannome, per via dell’esultanza con la mano in bocca a mo’ di coltello tra i denti – va a caccia dei tesori.

Gli inizi al Chelsea e la storica promozione con lo Swansea

Il legame tra Borini e l’Inghilterra nasce molto presto, con il Chelsea che lo acquista dal Bologna nel 2007. L’attaccante classe ’91 non patisce minimamente l’impatto con il calcio inglese, affermandosi come il bomber delle riserve dei Blues con 10 gol in 11 partite. Nel corso della stagione 2009/10 viene promosso in prima squadra dal tecnico Carlo Ancelotti, che lo impiega in 8 partite (di cui una in Champions League).

Pur avendo impressionato nelle sue prime apparizioni tra i grandi, nel gennaio del 2011 Borini viene ceduto in prestito allo Swansea. Il club gallese punta alla prima promozione in Premier della sua storia: un tesoro invitante per il pirata Borini. L’attaccante segna 6 gol in regular season, determinanti per il raggiungimento del terzo posto da parte del club che poi completa l’opera vincendo i playoff.

Swansea
La salita in Premier con lo Swansea: il primo tesoro per il pirata

Con la fine della stagione 2010/11 termina anche il contratto di Borini con il Chelsea, che non viene rinnovato. L’attaccante torna in Italia, vestendo la maglia della Roma dopo un breve intermezzo al Parma. Sembra concretizzarsi il definitivo ritorno in patria per Borini, ma il richiamo dell’Inghilterra è troppo forte.

Borini inglese parte seconda: flop a Liverpool, trascinatore al Sunderland

Dopo una sola stagione passata in Italia, con 10 gol in 26 partite con la maglia della Roma e con la convocazione da parte di Prandelli per gli Europei del 2012, Borini è uno dei migliori talenti azzurri in circolazione. Su di lui punta il Liverpool, che sborsa poco più di 13 milioni di euro pur di portare il giovane attaccante ad Anfield. I Reds vogliono tornare al più presto ai vertici del calcio inglese ed europeo, ma non sarà certo la stagione 2012/13 quella del loro riscatto.

La squadra allenata da Brendan Rodgers non brilla in nessuna competizione, così come poco entusiasmante è il rendimento di Borini in maglia rossa. L’attaccante, tra infortuni e scelte tecniche che prediligono altri giocatori, mette insieme solo 2 gol in 20 partite.

Borini
Borini e il Liverpool: un amore mai nato

La deludente stagione di Liverpool viene però subito archiviata da Borini, che nell’estate del 2013 passa in prestito al Sunderland. Quella che ha tutta l’aria di essere una bocciatura viene trasformata in una nuova opportunità dal pirata, che con 7 gol in 32 partite trascina i Black Cats ad una splendida salvezza. Inoltre il club sfiora una storico successo in League Cup, perdendo la finale contro il Manchester City dopo aver battuto lo United (anche grazie ad una rete di Borini) nel turno precedente.

Le ultime annate in Premier League

Dopo una stagione del genere, il Liverpool riaccoglie Borini a braccia aperte. Il feeling tra l’attaccante e Anfield però non sboccia neanche questa volta e lo score del giocatore è lì a dimostrarlo, con un solo gol realizzato in tutta la stagione.

La grinta messa da Borini in ogni gara, unita al suo senso del gol, non è stata però dimenticata dai dirigenti del Sunderland, che decidono di acquistarlo a titolo definitivo per poco più di 10 milioni di euro. In biancorosso il pirata ritrova il suo solito spirito, conquistando ancora il tesoro chiamato salvezza. Un traguardo che non ripete nella stagione 2016/17, al termine della quale lascia l’Inghilterra per passare al Milan.

Borini
Il Sunderland: il club “della vita” per Borini

Magari non avrà strabiliato con le sue giocate d’alta scuola come Zola, ma certamente l’esperienza inglese di Borini può essere considerata globalmente positiva. Del resto, quando un giocatore dà tutto in campo come lui, non può che piacere al pubblico britannico.

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Gascoigne e i fantasmi dietro la maschera da clown: il lato oscuro di Gazza

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Gascoigne il buffone, Gascoigne l’estroso, Gascoigne l’eterno bambino, Gascoigne l’autodistruttivo. Tante definizioni per un solo uomo, e altrettante sarebbero adatte per descriverlo. Tutte adeguate, per carità, ma nessuna sufficiente da sola per mettere veramente a fuoco il personaggio, talmente complesso e irripetibile da risultare impossibile da ingabbiare dentro i paletti di una qualunque etichetta.

Una persona che si possa definire “normale” o convenzionale non fa i propri bisogni dentro i calzini dei compagni; non si denuda in pullman con la squadra approfittando del buio di una galleria; non entra in piena notte in casa di un compagno per farsi un panino. Qualcuno potrebbe inserire Gascoigne nella schiera dei vari Paul Merson, Tony Adams e compagnia: quei calciatori talentuosi che per vari motivi durante la loro carriera hanno stretto un rapporto troppo intimo con la bottiglia.

In parte giusto. Ma Gascoigne è stato molto più che un semplice alcolizzato. E’ stato un giullare, uno showman, un clown. Il compositore Ruggero Leoncavallo, con la sua opera Pagliacci fa capire molto bene come dietro il cerone e il trucco grottesco si nasconda quasi sempre un uomo dilaniato da tristezza e angoscia.

“Vesti la giubba e la faccia infarina. La gente vuole ridere qua”

Così canta Canio, il protagonista dell’opera lirica mentre si prepara ad andare in scena subito dopo aver scoperto il tradimento della moglie Nedda.

Ma cosa si nasconde allora dietro la maschera di Gascoigne? I fantasmi che hanno tormentato l’esistenza del talentuoso ex centrocampista risiedono nella sua infanzia, nascono da un evento tragico e si sono alimentati delle debolezze di Gazza. Paul John nasce col doppio nome in onore di McCartney e Lennon, i due leader dei Beatles, che la madre Carol amava molto. E se dovessimo scegliere una canzone dei fab four come colonna sonora ideale per questo articolo, questa sarebbe senza alcun dubbio Help.

Il piccolo Paul è un bambino estremamente vivace, che mostra talento in vari sport: basket, tennis e badminton su tutti, nei quali riesce a vincere alcuni trofei a livello giovanile. Un giorno una zingara legge la mano alla madre, e le annuncia che uno dei suoi figli diventerà famoso grazie ai propri piedi. La signora Carol subito pensa alla figlia Anna, bravissima ballerina. Ma dopo pochi anni sarà ben chiaro a tutti che i piedi baciati dalla fortuna sono quelli del piccolo Paul, che gioca a pallone in strada cercando di imitare Cruijff.

Il calcio ha rappresentato la salvezza per Gascoigne, è stato ciò che letteralmente lo ha spinto a continuare a vivere. Non è un caso che il periodo più buio della sua vita sia cominciato proprio dopo aver chiuso la carriera da calciatore. Ma veniamo ai fantasmi di cui sopra. Ebbene, i fantasmi di Gazza nascono quando lui ha appena 10 anni. Un pomeriggio, come molte altre volte, è in giro a divertirsi con il suo amico Keith, a cercare di rubare le caramelle in un negozio. Quel giorno, i due amici portano in giro con loro il piccolo Steven, due anni più piccolo e fratello minore di Keith. E’ proprio Paul a convincere la madre del bambino: “Tranquilla signora Spraggon, a Steven bado io”. Sfortuna vuole che in un momento di distrazione, il bambino attraversi la strada in modo avventato, venga travolto da un furgone dei gelati e perda la vita.

Per Gascoigne è l’inizio della discesa negli inferi. “Era il primo corpo morto che avessi mai visto, e sentivo che fosse colpa mia. Avevo detto che avrei badato a lui, ma non lo feci.” Dopo quel brutto fatto, Paul inizia a soffrire di alcuni tic, e viene assalito da manie di tipo ossessivo compulsivo: deve toccare gli oggetti un determinato numero di volte, accendere e spegnere la luce, aprire e chiudere la porta. Ma non è finita qua. Tempo dopo Gascoigne vede morire un altro amico, a causa di un incidente in cantiere. Contestualmente il padre inizia a soffrire di Convulsioni. Le cose per Paul cominciano ad andare meglio nell’adoloscenza, quando il calcio assume un ruolo importante nella sua vita. All’età di 13 anni un osservatore del Newcastle lo nota in una partitella dei Gateshead Boys e lo porta nelle giovanili delle Magpies.

“Non avevo spasmi, né mi preoccupavo della morte quando giocavo a calcio”

Non per questo smette però di mettersi nei guai. Tutt’altro. Come quando insieme all’amico Jimmy Gardner finisce davanti a un giudice per un incidente stradale. O come nel periodo che viene sopraffatto dalla ludopatia per le macchine da gioco. Tuttavia la carriera calcistica di Gascoigne prosegue sui binari giusti. Nel 1985 vince da capitano la FA Youth Cup, e arriva così la chiamata in prima squadra.

Oltre al calcio, altra grande passione del giovane Paul è quella per il cibo spazzatura: dolciumi, panini, bibite gassate, qualsiasi cosa fritta. Tutto questo comporterà un serio problema legato alla forma fisica di Gazza, che vedrà sempre nella bilancia un acerrimo nemico. Un aneddoto su tutti. Un giorno il manager del Newcastle Jack Charlton gli accarezza la pancia affermando: “Ho sentito dire che ci sono delle qualità sotto quella ciccia. Hai due settimane per perderla”. Gascoigne esce dall’ufficio piangendo, ma deciso nel voler raggiungere il suo obiettivo. In quei giorni rinuncia al junk food, e corre avvolto in un sacco della spazzatura tenuto sotto la maglia, per sudare di più.

Ecco però che un bel giorno la morte torna a bussare alla porta di Gascoigne. Quando è ormai un giocatore professionista, partecipa a una campagna per incoraggiare gli asmatici a giocare a calcio in sicurezza. Un cuginetto asmatico allora gli telefona, e gli chiede se anche lui possa giocare a calcio. Gazza risponde di sì, purché ricordi di portare sempre con sé il suo inalatore. Ecco, succede che un giorno quel ragazzino vada a giocare ma dimentichi l’inalatore a casa. La crisi respiratoria che lo colpisce non gli lascia scampo e lo strappa alla vita.

“Da quel giorno in cui Steven si buttò di corsa in quella strada sono stato circondato da giovani persone morenti; decessi di cui sono parzialmente responsabile. Perché sono morti loro e non io? Forse sarei stato il prossimo”

La chiave di lettura per comprendere l’aspetto autodistruttivo di Gascoigne probabilmente risiede tutta in queste parole. Le cose si complicano ulteriormente dopo i mondiali di Italia 90. Il centrocampista risulta come uno dei giocatori migliori del torneo, e con le sue giocate contribuisce a portare l’Inghilterra fino alle semifinali. Dopo il mondiale, scoppia la gazzamania: tutti lo vogliono, tutti lo cercano, per citare ancora una volta la lirica (Il Barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini). I tabloid non lo mollano più, e arrivano anche ad inventare fantomatiche storie sulle sue bravate notturne (qualcosa di vero c’è, chiaro). In quel periodo Gascoigne è un giocatore del Tottenham, e per lui uscire di casa a Londra diventa impossibile. E’ proprio in questo contesto che trova rifugio nella bottiglia, che l’alcol diventa l’unica via di fuga.

Mi piacciono gli hotel così come gli ospedali. Del resto, ho passato anni della mia vita in hotel e ospedali. È per quella sensazione di essere accuditi, per il comfort… Suppongo che è parte del mio desiderio di fuggire…

Gascoigne ha sempre preferito vivere in albergo, piuttosto che in casa. Per sentirsi accudito, per fuggire, come dice lui. E proprio per sottolineare questa sua incredibile fragilità, vogliamo chiudere con un’ultima immagine molto forte. Torniamo ai mondiali del 1990, siamo ai supplementari della semifinale fra Inghilterra e Germania. Gazza viene ammonito, è diffidato e dovrà saltare per squalifica l’eventuale finale. E qua vediamo un ulteriore aspetto del Gascoigne eterno bambino, che non vuole o forse non può crescere: l’incapacità a trattenere le lacrime nei momenti di difficoltà. Terminati in parità anche i tempi supplementari, la contesa con i tedeschi sarà decisa ai calci di rigore. Il numero 19 dei Tre Leoni è uno dei 5 prescelti dal coach Bobby Robson per calciare dagli 11 metri, ma Gascoigne non se la sente. Troppo insostenibile la disperazione per essere incappato nella diffida. Il centrocampista ha il volto paonazzo, ed è in preda a un pianto incontenibile. Le parole del suo allenatore per cercare di calmarlo sono estremamente dolci: “Sei stato uno dei migliori giocatori del torneo, non preoccuparti figliolo. Sei stato assolutamente magnifico. Hai tutta la vita davanti a te, non preoccuparti”.

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Christian Pulisic, il primo calciatore a stelle e strisce a vincere la Champions League

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“I primati, quelli belli. L’America conta più di trecento milioni di abitanti, ma solo uno ha vinto la Champions League”

Ci dicono sempre di inseguire i propri sogni. Di cambiare paese e voltare pagina. Per molti giovani il sogno americano è una vera e propria opportunità, ma se per una volta fosse il contrario?

Infatti a Christian Pulisic è andata proprio così. Amante del calcio fin da piccolo, ma con poche possibilità negli USA. Lì, il calcio è semplicemente un passatempo dopo scuola. Ma per Christian è sempre stato qualcosa di più di tutto questo. 

I suoi genitori giocavano entrambi a calcio a livello professionistico, e furono proprio loro a spingerlo in Europa. Christian infatti dal suo arrivo nel gennaio del 2015 ad oggi ha battuto vari record. Tra questi: è il più giovane marcatore della nazionale statunitense e il più giovane calciatore del Borussia Dortmund a giocare in Champions League. La sua è una gioventù inarrestabile. 

Pulisic, grazie al successo del suo Chelsea in finale di Champions League è diventato il primo calciatore americano a vincere il trofeo più ambito dalle squadre europee. 

È nato in Pennsylvania nel 1998, le sue origini sono croate e conosce il calcio che conta grazie alla Germania. Infatti come detto la sua prima esperienza in Europa è stata proprio al Borussia Dortmund. Giocando in Bundesliga Chris migliora di partita in partita, e sposa in modo eccellente lo stile di gioco europeo. 

Il suo talento dopo quattro stagioni in Germania è evidente. In totale colleziona 90 presenze e 13 goal con la squadra giallo e nera. Non male per un ragazzino di 21 anni. 

Il Chelsea infatti non se lo fa scappare e lo acquista per ben 60 milioni di sterline, diventando così uno dei giovani più pagati a Stamford Bridge. Pulisic brucia le tappe pure a Londra e alla prima stagione con i Blues diventa il più giovane a siglare una tripletta. Ma non finisce qui, è attualmente il miglior marcatore statunitense della Champions League con cinque reti segnate. Ed ora, anche il primo ad averla vinta. 

Chris non sembra intenzionato a fermarsi qui, a soli 23 anni è lui l’americano d’Europa. 

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Alessandro Pistone, l’Inter, il Newcastle, l’Everton… E la piadina

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La breve carriera del difensore che dall’Inter provò a conquistare il Regno Unito senza riuscirvi. Poi il ritorno in patria, lo sbarco nel calcio minore e l’avventura imprenditoriale.

Quando panchinò Roberto Carlos…

Alessandro Pistone il primo grande salto della sua carriera lo fa nel ’97. Dal L.R: Vicenza all’Inter di Roy Hodgosn per 1,5 miliardi di lire. Non certo noccioline, ma per un giocatore che l’anno prima aveva alzato la coppa dell’Europeo Under 21 un investimento da non sottovalutare per il clan nerazzurro. A fare le spese di quest’investimento è niente meno che Roberto Carlos. Hodgson infatti gli preferirebbe Pistone, sicché a fine stagione il brasiliano si accasa al Real Madrid, mentre il terzino milanese macina presenze e chilometri sulla fascia sinistra dell’Inter. Dopo la seconda stagione in nerazzurro arriva alla guida del club il tecnico Gigi Simoni, che sembra volerlo lasciare in panchina. Sicché il buon Alessandro Pistone fa le valigie e approda in Inghilterra, al Newcastle.

Il Pistone d’Oltremanica

A 22 anni è giovane e soprattutto è l’unico italiano in squadra. Non è facile integrarsi con il resto dei compagni, ci sono i problemi con la lingua e dopo una stagione mister Kenny Dalglish viene rimpiazzato da Ruud Gullit. L’olandese non esita a mettere fuori rosa Pistone e gente del calibro di Alan Shearer, poi ci sono gli infortuni a rendere ancora più complicato il quadro. Il difensore veste la maglia bianconera per tre stagioni (salvo una breve parentesi di prestito al Venezia). Gioca circa una cinquantina di gare e come “picco” di questa esperienza raggiunge nel 1998 la finale di FA CUP, poi persa, contro l’Arsenal. Nel 2000 Pistone si accasa all’Everton dove giocherà insieme a Paul Gascoigne e conoscerà come compagno di squadra un giovane Wayne Rooney. Nelle sette stagioni trascorse con i Toffees (costellate dai sempre troppi infortuni) colleziona più di cento presenze, poi arriva una sorta di sentenza finale. La rottura del legamento crociato, che lo costringe a stare fuori dal campo per addirittura due anni, al termine dei quali resta svincolato. Al suo posto viene chiamato Matteo Ferrari, Pistone disputa un’ultima stagione in Belgio con la maglia del Mons, prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo.

Il ritorno in Italia

Come molti ex giocatori Alessandro Pistone inizia la carriera da allenatore. La sua gavetta parte come vice agli Allievi Regionali dell’Aldini Bariviera, passa poi alle giovanili del Varese. Seguono le esperienze nei dilettanti con Oggiono e Vighignolo, per poi tornare nel vivaio dell’Aldini. Ma è la ristorazione il ramo in cui debutterà con convinzione. L’ex difensore è socio di Farinami, un ristorante di Milano dedicato alla piadina romagnola, macinando non più chilometri sulla fascia, ma i caffè per i clienti dietro al bancone.