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Il football a Wimbledon: dalla Crazy Gang alla rinascita dagli ultimi gradini della piramide del calcio

13 ' di letturaQuando si arriva per la prima volta a Wimbledon non si ha affatto l’impressione di essere in un quartiere del sud di Londra. Le strade sono più strette e scevre di quel traffico persistente che imperversa a tutte le ore, le persone camminano con una calma che non è di casa nei quartieri scintillanti sulle rive del Tamigi. Il colore dominante non è il grigio acciaio o il rossiccio dei mattoni, ma il verde: quello degli alberi onnipresenti, dei giardinetti di ogni casa così tipicamente inglese, di un parco grande quasi quanto tutta la zona abitata.

La zona potrebbe essere scambiata per un borgo qualsiasi delle campagne dell’isola fino a che, percorrendo la tranquilla Church Road, non ci si imbatte in un edificio dalle grandissime vetrate e dalle mura ricoperte di rampicanti ben curati che esibiscono orologi dalla corona dorata: è il Center Court dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, l’iconico campo da tennis del club che organizza il torneo più famoso del mondo delle racchette.

Il Center Court di Wimbledon
Il Center Court dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club

Wimbledon è elegante, calmo e anche ricco. Tanti, soprattutto benestanti, sfuggono alla frenesia di Londra per vivere in questo quartiere, fatto in larga parte a immagine e somiglianza dello sport che l’ha reso celebre in tutto il mondo. Su quel Center Court fuoriclasse assoluti sono diventati leggende non solo dello sport, ma anche dello stile: dall’etereo assolutismo di Roger Federer alla grinta inossidabile e insofferente di Novak Djokovic, da Pete Sampras e Björn Borg fino ai giovani e letali Jannik Sinner e Carlos Alcaraz.

L’anima popolare di Wimbledon: gli anni della Crazy Gang

L’anima di Wimbledon, però, non è solo quella raffinata e glamour fatta da vip sugli spalti, divise immacolate rigorosamente in bianco e premiazioni pompose portate avanti dalla Famiglia reale. C’è un essenza più caotica, grezza, rappresentata da calci, cori, fango e i colori giallo e blu. È indubbiamente più popolare, perché low budget, ad alto tasso di appartenenza ed emozioni, lontana dagli sfarzi del Center Court. Ovviamente è l’anima calcistica del quartiere, in completa antitesi rispetto al tennis.

Plough Lane è a soli due chilometri dai lindi campi da tennis dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, eppure sembra d’essere in un’altra città. Palazzi da cinque o sei piani, il supermercato, lo Starbucks: è il cuore della parte più popolare del quartiere. Non poteva che sorgere in questa via il vecchio stadio, dove ha giocato fino agli inizi degli anni ‘90 il Wimbledon FC.

Ecco, se è mai esistito qualcosa di diametralmente opposto all’elegante danza del tennis giocato sul Center Court, non può che essere il gruppo dei Dons degli anni 80 e 90. Se il tennis è un’elegante opera da pianoforte, il football è il rock da urlare a squarciagola, ballando come dei forsennati nello storico Wimbledon Palais, il locale che ha ospitato negli anni 50 e 60 tutti i più grandi gruppi dell’epoca: Beatles, Rolling Stones, Who, Pink Floyd, tutti passati da una delle piste da ballo più grandi d’Europa.

I giovani Rolling Stones
I giovani Rolling Stones

Quel gruppo di calciatori scanzonato, maleducato, arrivato al limite dell’antisportività solo per capire come fare a superarlo in modi sempre più eclatanti, è diventato ormai una pietra miliare della cultura del football. Vinnie Jones, Dennis Wise, Dave Beasant, John Fashanu: sono solo alcuni dei giocatori, forse i più importanti, a imporsi sulla scena dell’allora First Division nel 1986, quando il Wimbledon fa il suo debutto in massima serie.

Il loro soprannome non nasce subito e, come spesso accade in Inghilterra, è coniato da uno dei tanti abili commentatori televisivi dell’isola. Si chiama John Motson, lavora per la BBC ed è lui a raccontare la famosa finale di FA Cup del 1988 dove il Liverpool campione della First Division esce sconfitto da Wembley. A battere i Reds è proprio quel gruppo di giocatori in maglia gialloblù odiato da gran parte dei colleghi, mal sopportato da giornali e tv, ma amatissimo dalla propria città. Immediatamente dopo il fischio finale Motson non si trattiene: “The Crazy Gang have beaten the Culture Club”. Un nickname che rimarrà nella storia del calcio.

La fine di un’era (e di uno stadio)

La Crazy Gang non ha vita lunga. Come ogni anima troppo vispa, che vive ogni suo attimo al massimo delle sue possibilità, è destinata a esaurire presto la sua forza. Dave Beasant viene ceduto nel 1988, subito dopo la finale di FA Cup. Vinnie Jones va via l’anno successivo, quello ancora dopo Dennis Wise. Pian piano la rosa cambia e mantiene sempre meno del carattere che l’aveva forgiata nei primi anni.

La Crazy Gand del Wimbledon dopo la vittoria della FA Cup
La Crazy Gand del Wimbledon dopo la vittoria della FA Cup (foto via The Guardian)

Non per questo il Wimbledon FC va male, anzi. Galleggia per una decina d’anni nei quartieri medio alti della classifica prima di First Division e poi di Premier League, presentandosi più volte alle semifinali di FA Cup e League Cup. Plough Lane viene abbandonato a inizio della stagione 1991/92, dopo l’approvazione della nuova legge sugli stadi in seguito al disastro di Hillsborough, così il Wimbledon si trova a dover condividere Selhurst Park con il Crystal Palace.

La fine degli anni 90 vede però un crollo verticale dei Dons. Prima un quindicesimo posto, poi un sedicesimo. Le difficoltà economiche sono sempre più evidenti, nonostante i buoni risultati degli anni precedenti: è il prezzo che le piccole squadre devono pagare per la nascita della Premier League. Allo scoccare del 2000, nella prima stagione del terzo millennio, il Wimbledon retrocede. Mentre in campo si consuma una piccola tragedia, una più grande si profila all’orizzonte: al centro della scena c’è sempre la questione dello stadio.

Il vecchio Plough Lane viene considerato impossibile da rinnovare e ristrutturare e Wimbledon sembra non poter offrire altri spazi. Così i proprietari del club, prima il businessman libanese Samir Hammam e dal 1997 i norvegesi Kjell Inge Røkke e Bjørn Rune Gjelsten, cercano negli anni soluzioni per riallocare il club. Molte sono alquanto fantasiose: per un po’ di tempo si tiene in piedi l’idea di andare a Dublino, ipotesi che trova subito l’opposizione dei tifosi, ma nel tempo si sente parlare di Belfast, della Scozia, del Galles. Nessuna opzione però sembra essere fattibile ed è in questa situazione difficile che entra in scena un tale di nome Pete Winkelman.

Il vecchio stadio di Plough Lane
Il vecchio impianto di Plough Lane (via London Museum)

La città senza club che vuole fare uno stadio

Pete Winkelman è un eccentrico businessman di Wolverhampton. Ha un passato da produttore musicale per la Columbia Records, una delle etichette più grandi sul mercato, e viene descritto con i più classici dei cliché che si attribuiscono ai self made man: è perennemente ottimista, non sta mai con le mani in mano ed è estremamente capace di convincere le persone dei suoi grandi piani per fare successo.

Una delle sue idee più importanti è quella di costruire uno stadio nella località di Milton Keynes. Non è strano se non ne avete mai sentito parlare. Infatti è una città nata nel 1967, un progetto ex novo che unisce alcuni paeselli e villaggi in una sola entità di 250mila persone, appositamente creata per cercare di alleviare i cronici problemi abitativi di Londra. Dalla capitale però è distante una cinquantina di miglia verso nord, circa ottanta chilometri: per quanto non manchino i collegamenti per i pendolari, andare a vivere lì è una scelta di vita. Proprio quella che fa Winkelman nel 1993 con la sua famiglia.

Nel 2000 Winkelman crea una sua società per promuovere la costruzione di uno stadio. Niente di sbagliato, se non che Milton Keynes non ha cultura o tradizione in nulla, figurarsi nel football. Le squadre locali sono tutte amatoriali, a un passo dall’essere allegre compagini di Sunday League: quella più alta nella piramide è in ottava serie, a quattro gradini di distanza dal professionismo. Troppo poco per il piano di Winkelman, che vuole costruire uno stadio da 30mila posti con annessi esercizi commerciali come un supermercato Asda e uno store IKEA, finanziatori silenziosi del progetto.

Pete Winkelman
Pete Winkelman

Per il produttore musicale diventato businessman e costruttore c’è una sola scelta: portare un club professionistico in città. Non pare impossibile: tanti stadi sono vecchi e fuori norma, tanti club non hanno i soldi per mantenersi in piedi e sicuramente non ne hanno per riammodernare i propri impianti storici. Winkelman però scopre presto che i club spesso non ragionano come delle aziende, soprattutto per quella noiosa volontà dei tifosi di tenere ancorato alla città di provenienza il club che ne porta il nome o quantomeno le radici.

Così per primo rifiuta la sua proposta il Luton, che dista una quarantina di chilometri da Milton Keynes. Winkelman allora punta su Londra: Crystal Palace e Barnet non ne vogliono sapere. Anche il QPR, nonostante sia in evidente difficoltà finanziaria, non ne vuole sapere. C’è solo un club che pensa seriamente a questa soluzione: il Wimbledon FC.

La scomparsa del Wimbledon FC

La storia a questo punto diventa alquanto caotica. Il nuovo amministratore dei Dons è un tal Charles Koppel e si narra che non abbia mai visto una partita di football prima d’ora. Viene però presto convinto, anche dai proprietari norvegesi che sono stanchi di versare qualcosa come 6 milioni di pound all’anno nelle casse del club, della bontà del piano di Winkelman. Nonostante uno stadio a Milton Keynes ancora non ci sia, e non ci sarà per almeno un altro paio d’anni. Così Koppel annuncia a inizio agosto 2001 la volontà di trasferirsi a Milton Keynes. Ad opporsi non sono solo i tifosi, come prevedibile da chiunque – a parte forse dei businessman, ma anche la stessa Football League rifiuta immediatamente l’idea.

Le dichiarazioni sulla stampa della FL sono chiarissime e si leggono su tutti i giornali: queste mosse rischiano di distruggere il tessuto stesso del gioco. L’amministrazione del Wimbledon però non ci sta e fa ricorso alla Football Association che, dopo aver formato un panel speciale di arbitrato, a inizio 2002 dichiara come la decisione della Football League sia stata troppo rigida e fa ripartire il procedimento: stavolta la FL lascia la decisione alla FA, che crea una nuova commissione indipendente di tre individui.

In un mese questo triumvirato sui generis raccoglie moltissimi pareri. Ascolta le istituzioni pubbliche di Milton Keynes e di Wimbledon, per capire le possibilità di costruzione di un nuovo stadio. Non mancano le interviste a membri della FA e della FL che ribadiscono l’opposizione completa al progetto. Sono ascoltati anche i tifosi dei Dons, raccolti in diversi gruppi o trust e guidati per l’occasione da Kris Stewart. Ovviamente si presenta anche Winkelman, sempre sorridente e ottimista: promette di mantenere intatta l’identità del club nonostante il passaggio in un’altra città e si dice sicuro che i tifosi seguiranno la squadra a Milton Keynes.

A fine maggio 2002 arriva il verdetto ed è a suo modo incredibile: nonostante il parere della FA sia nettamente contrario, la commissione creata dalla stessa federazione dimostra di essere davvero indipendente e accetta il trasferimento. Per il triumvirato è l’unica chance che ha il club di sopravvivere alle difficoltà finanziarie sempre più imponenti. I tifosi Dons però non ci stanno: il Wimbledon per loro è morto e la squadra di Milton Keynes non ne sarà mai l’erede.

L'impresa del Wimbledon FC in FA Cup
L’impresa del Wimbledon FC in FA Cup

La rinascita del vero football a Wimbledon

L’estate 2002 è una corsa contro il tempo per Kris Stewart e altri tre grandi tifosi dei Dons. L’obiettivo è uno solo: ridare a Wimbledon quello che gli è stato tolto. Non importa ripartire da zero, l’importante è avere un club nel quartiere. La decisione di creare una nuova squadra viene presa definitivamente in un pub nel bel mezzo del Wimbledon Commons, il grande parco dove qualche giorno dopo viene tenuto un provino pubblico per creare una squadra dal nulla. Vi partecipano 250 giocatori svincolati. Tutta la base del tifo viene mobilizzata e, in vista della prima amichevole, vengono venduti più di tremila biglietti: un numero incredibile per un club che non ha ancora una rosa precisa, un allenatore o addirittura un ufficio.

Anche la questione stadio viene risolta velocemente: mentre il vecchio stadio di Plough Lane viene prima venduto a una catena di supermercati e poi demolito per fare spazio a un complesso di appartamenti, Stewart e gli altri amministratori del neonato AFC Wimbledon trovano un accordo con il Kingstonian, squadra che ha residenza a solo cinque miglia dal quartiere. Da lì il nuovo club, rigorosamente con divise giallo e blu, partecipa alla Combined Counties League: riparte dal nono gradino della piramide del football inglese.

Il Wimbledon FC, denominato ironicamente da molti tifosi dell’isola “Franchise FC”, ha invece ottenuto il tanto agognato passaggio a Milton Keynes ma, come prevedibile, non è la panacea di tutti i mali. Il nuovo stadio non è ancora pronto, così è costretto a rimanere un’altra stagione a Selhurst Park: alla prima di campionato si presentano tutti i vecchi tifosi dei Dons che formano un picchetto e convincono le persone a non entrare allo stadio. Il risultato è che le partite del team in procinto di trasferirsi hanno una media di spettatori inferiore a quella del club in nona divisione.

Lo stadio del MK Dons
Lo stadio del MK Dons

Il mancato incasso dello stadio diventa la pietra tombale per la storia del Wimbledon FC. I proprietari norvegesi a fine stagione 2002/2003 sono definitivamente stufi di iniettare soldi in una creatura morente e senza neanche più un seguito e mandano il club in amministrazione controllata, a un passo dal fallimento. Chi è che si presenta per acquistare il club? Ovviamente Pete Winkelman e il suo consorzio che, dopo un anno di trattative con i vari debitori, sborsa 850mila sterline e compra la squadra, trasferendola immediatamente. Il primo ordine del giorno è rimangiarsi la parola data due anni prima: cambia il nome, lo stemma e i colori della maglia. Nascono così i Milton Keynes Dons.

Un’eredità impossibile da dimenticare ed evitare

La storia è finita? Neanche per sogno. Perché mentre i MK Dons rimangono tranquillamente in League One e l’AFC Wimbledon inizia la sua avventura nei bassifondi della piramide, c’è ancora una questione fondamentale da dirimere. Acquistando il club, Winkelman si porta a Milton Keynes tutto, anche i cimeli e i trofei vinti dal Wimbledon FC. L’eredità del vecchio club è sua perché, dirà spesso in pubblico, i MK Dons ne sono i veri diretti discendenti.

Peccato che non la pensi così chi veramente conta nel calcio: i tifosi. Non solo quelli di Wimbledon, ma di tutta l’Inghilterra. Le più grandi federazioni che raccolgono centinaia di migliaia di fan dell’isola boicottano per anni i MK Dons, non danno possibilità di affiliazione a nessun loro tifoso e non parlano del club nelle loro pubblicazioni. A Milton Keynes c’è un franchise, non una squadra di calcio. Winkelman si trova così costretto a fare dietrofront e trova un accordo con i vari gruppi: il boicottaggio termina mentre l’eredità del Wimbledon FC torna a Londra.

Un'esposizione dei cimeli del vecchio Wimbledon FC
Un’esposizione dei cimeli del vecchio Wimbledon FC

Le strade dell’AFC Wimbledon e del MK Dons si separano così del tutto, nonostante rimanga il particolare di quel nomignolo “Dons” di fronte alla sigla di Milton Keynes che i tifosi gialloblù vorrebbero strappare via dalle divise bianche del franchise di Winkelman. L’ex produttore musicale, sceso ormai a patti con una realtà ben diversa da quella fatta di artisti pazzoidi e proprietà immobiliari da rigirare come vuole, probabilmente spera in cuor suo di non dover sentir parlare più di Wimbledon.

Invece le pastoie del dilettantismo non fermano il nuovo club. La scalata è costante e neanche così lenta: nel 2011 i Dons, quelli veri, approdano per la prima volta in League Two. Wimbledon torna ad avere una squadra professionista e quelli di Milton Keynes sono lì, a una sola divisione di distanza. I tempi sono maturi per uno scontro che farà sicuramente discutere.

AFC Wimbledon vs MK Dons: una partita sempre particolare

Il 14 novembre 2012 si tiene l’estrazione del secondo turno di FA Cup. La dea bendata come sempre ha la vista molto lunga per le vicende umane e si diverte a creare tranelli dove può: a Milton Keynes andrà di scena MK Dons-AFC Wimbledon. Il match va di scena il 2 dicembre e il clima è tutt’altro che amichevole: i tifosi gialloblù noleggiano un piccolo aereo che sorvola più volte lo stadio, sulla fusoliera è appeso il banner “We are Wimbledon”. La partita non può che avere un finale drammatico: al 93’, sul risultato di 1-1, il pallone carambola in area del Wimbledon e rimbalza sul tacco del terzino destro dei MK Dons, finendo rocambolescamente in rete. Per i tifosi di Milton Keynes è subito il “Tacco di Dio”.

Una sfida tra AFC Wimbledon e MK Dons
Una sfida tra AFC Wimbledon e MK Dons (via MK Dons)

La stagione 2016/17 vede nascere una nuova puntata della storia: MK Dons e AFC Wimbledon sono per la prima volta nella stessa serie, la League One. L’andata si gioca a Milton Keynes e vede nuovamente vincere il Franchise FC; il ritorno però si disputa a Londra, ancora nello stadio del Kingstonian, e il fattore casa si fa sentire. L’impianto è pieno e completamente colorato in gialloblù, mentre sul programma ufficiale e sui tabelloni dello stadio la squadra in trasferta viene chiamata solo MK o Milton Keynes: il Wimbledon viene multato dalla federazione ma paga con grande soddisfazione, dopo aver battuto 2-0 i rivali.

Due stagioni dopo avviene quello che dieci anni prima nessuno avrebbe pensato: i MK Dons retrocedono in League Two e l’AFC Wimbledon per la prima volta è un gradino più in alto di loro. La gioia dura un solo anno, ma non conta: è una dichiarazione d’intenti, un’affermazione del potere della volontà dei tifosi che può rendere l’impossibile una bellissima realtà. Manca solo un particolare alla quadratura completa del cerchio e arriva nel 2020: riportare veramente la squadra a Wimbledon, a giocare nel quartiere dei suoi tifosi.

Il vecchio Plough Lane è ormai da anni un complesso residenziale, così è necessario creare un nuovo stadio. Una missione impossibile secondo i vecchi proprietari del Wimbledon FC, Winkelman e il triumvirato indipendente della FA. Ma anche in questo caso, basta semplicemente avere la volontà di fare. Si scopre così che il modo c’è e non è neanche così difficile trovarlo: basta sfruttare il sito del vecchio stadio per le corse dei cani e ruotare di 90 gradi la struttura. Dopo uno sviluppo quasi decennale, il 3 novembre 2020 Wimbledon vede finalmente la sua squadra di casa giocare nel proprio quartiere, trent’anni dopo l’ultima volta. Dov’è lo stadio? Ovviamente a Plough Lane, a non più di duecento metri da dove sorgeva il vecchio impianto.

L'AFC Wimbledon nel nuovo impianto a Plough Lane
L’AFC Wimbledon nel nuovo impianto a Plough Lane

Una favola dal finale ancora non scritto

L’AFC Wimbledon riuscirà mai ad arrivare in Premier League, a raccogliere in toto l’eredità della Crazy Gang? Difficile a dirsi. La scalata alla vetta della piramide inglese è complicatissima: la Championship è uno dei campionati più difficili al mondo e tante delle squadre medio piccole che sono riuscite ad andare in Premier hanno avuto diversi problemi negli anni a venire, sia di natura sportiva che, più spesso, di origine finanziaria.

Inoltre pare impossibile vedere riformarsi un gruppo di giocatori con il carattere, la follia e, siamo onesti, certe barbarie della Crazy Gang. La cultura del football e in generale della società di oggi non permetterebbe in alcun modo il riproporsi di certi comportamenti, dentro e fuori il campo. Se è un bene o un male, decidetelo voi.

Da qualcosa si dovrà però pur partire. Intanto nella stagione 2025/26 è avvenuto nuovamente il sorpasso: l’AFC Wimbledon è tornato in League One, lasciando i MK Dons in League Two. Che sia la volta buona per una vera scalata verso la Premier League? Solo il tempo lo dirà. Ma la favola del club distrutto da scelte di business e rinato dalle ceneri del suo tifo continua. Ed è una storia che, nel football sempre più aziendale e sempre meno emozionale dei giorni nostri, non può che continuare ad appassionarci.

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