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Com’ĆØ nato il Leicester, dal perchĆ© del soprannome “Foxes” al pellegrinaggio per trovare una casa

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Nella Leicester del tardo XIX secolo la scena sportiva era dominata dal rugby. Ciononostante, in tutto il paese spirava aria di burrasca: era il vento del calcio, che andava acquisendo sempre più popolaritĆ  come sport della working class. Il Leicestershire non fece eccezione: anche nella contea fiorirono tante piccole compagini locali, per lo più fondate da allievi della Wyggeston e della Mill House School. Fu cosƬ che nel 1884, un manipolo di ā€œold wyggestoniansā€ desiderosi di socializzare fuori dalla giurisdizione universitaria, si diede appuntamento in un capanno degli attrezzi proprio dietro l’attuale ā€œFosse Road Southā€. Nacque cosƬ il Leicester Fosse Football Club.

Esattamente, avete letto bene. Il nome scelto inizialmente fu proprio ā€œFosseā€, l’equivalente in gergo anglosassone di canale o fossato, a sua volta tratto dal latino ā€œfossaā€. Una scelta quantomai appropriata, dal momento che la neonata creatura riuscƬ a noleggiare un terreno privato sulla Fosse Road South, una strada d’epoca romana nata per congiungere Exeter a Lincoln. Fu un soggiorno brevissimo, anzi, l’inizio di un pellegrinaggio continuo da un impianto all’altro. GiĆ , perchĆ© nessuno voleva dare una casa ai Fossils (il loro primo nickname, mutuato direttamente dal nome della compagine). Dopo pochi mesi dovettero trasferirsi all’interno dell’ippodromo cittadino, meglio noto come Victoria Park, a dire il vero poco adatto a quelle tipologie di manifestazione sportive. Infatti dal 1887 si avvertƬ la necessitĆ  di monetizzare le esibizioni della squadra, motivo per cui si rese nuovamente necessaria una trasmigrazione verso una struttura che meglio permettesse di controllare l’afflusso dei tifosi: la scelta ricadde su Belgrave Ground, sito a nord della cittĆ . Piccolo inconveniente: al campo non c’erano gli spogliatoi, ecco quindi che i giocatori per cambiarsi utilizzavano le stanze del White Hart Hotel, a meno di un miglio di distanza! Qualche anno dopo, fu a causa di motivi economici che la compagine dovette fare i bagagli e sloggiare. Infatti, la situazione finanziaria dei Fossils non era abbastanza solida da consentire loro di rilanciare dinanzi all’offerta del Leicester Rugby Club per garantirsi l’utilizzo esclusivo dell’impianto. Altro giro, altra corsa: next stop, Mill Lane. Un luogo idilliaco, ideale affinchĆ© il club potesse prosperare: niente di più sbagliato, perchĆ© alla fine della stagione 1890-1891 alla proprietĆ  fu intimato di lasciare il terreno di gioco, espropriato per favorire munifici progetti d’edilizia urbana.

Ecco che, in questa curiosa storia, fa ingresso una certa Miss Westland, personaggio chiave nella scelta di una nuova casa per la compagine errante. Un giorno, mentre camminava mano nella mano con un adorato zio, la ragazza notò un appezzamento di terreno che ritenne essere il posto ideale per ospitare i Fossils. ChissĆ  che fine avrebbe fatto oggi il Leicester City, se quella fredda mattina non avesse deciso di portare fuori lo zio a passeggio? La proposta della giovane signorina venne immediatamente presa in considerazione e la gente del posto iniziò a lavorare alacremente per recintare la zona e sviluppare il nuovo sito sportivo. GiĆ  dal tardo Ottobre 1891 il Leicester Fosse FC si insediò a Walnut Street, in quello che sarebbe diventato noto come ā€œFilbert Streetā€, la casa del Leicester City sino al 2002. Qui, nel 1920, si decise inoltre di abbandonare per sempre il suffisso ā€œFosseā€, e sostituirlo con ā€œCityā€, di maggiore appeal.

Ecco una vignetta raffigurante le vecchie divise adottate dal Leicester.

Non sappiamo se Miss Westland recitò o meno un ruolo fondamentale anche nella scelta dei colori sociali. Certo ĆØ che il blu da sempre ha recitato un ruolo di prim’ordine nell’outfit, senza che però ci fosse un modello regolare. All’alba dei tempi le Foxes (ci arriveremo a chiamarle cosƬ) indossavano una maglia total black con una fascia blu. La successiva versione fu particolarmente spinta e di dubbio gusto, se cosƬ si può definire una maglia metĆ  blu e metĆ  color cioccolato. L’avvicinamento del XX secolo recò la novitĆ  delle maglie bianche e dei pantaloncini blu, presto rinnegati in nome della famosissima ed attuale ā€œroyal blue versionā€, destinata a fissarsi nella tradizione del club, salvo una mal riuscita variazione nei primi anni ’70, quando fu sperimentato un kit interamente bianco, ben presto scartato.

Dietro al soprannome ā€œFoxesā€, si cela (neanche troppo) una grande tradizione venatoria. In particolar modo, la secolare caccia alla volpe che si tiene nel Leicestershire non ispirò soltanto il nickname che tutti oggi conosciamo, ma anche la scelta dello stemma del club. Infatti, il mammifero dal pelo fulvo appare sulle maglie del City a partire dalla stagione 1948-1949. Due fruste furono aggiunte allo scudo nei decenni a seguire, mentre i primi anni ’80 furono quelli dell’introduzione dell’icona della volpe racchiusa un cerchio. L’attuale logo fu adottato nel 1991, in corrispondenza del lancio di una nuova corporate identity, con ultima modifica datata 2010. Esso incorpora la testa di una volpe avvolta da un cimiero cinquefoglie. Questo ornamento militare, emblema della ā€œLeicester armsā€, venne usato a lungo quale insegna personale del primo Conte di Leicester, Robert de Bellomonte. La testa della volpe dorata, nell’attuale logo, si riallaccia al vecchio stemma dei ā€œLeicester Fossesā€, adottato prima della Grande Guerra.

Questo breve e curioso racconto non può giungere a conclusione senza un cenno al mitologico ā€œPost Horn Gallopā€. Infatti, per decadi le Foxes sono scese in campo sulle emotive note di questa traccia. L’inno, ora inciso dalla Band oh the Royal Marines, l’ala musicale della Royal Navy, in origine veniva utilizzato per annunciare l’arrivo delle carrozze della posta, ma anche per mettere in guardia i passanti del veloce avvicinarsi dei veicoli galoppanti. La melodia venne suonata per la prima volta a Filibert Street negli anni ’30: immaginate l’atmosfera, la folla oceanica, poi, un uomo vestito in un cappotto dai ricami blu e bianchi, con in testa un elegante cilindro, esibirsi nel cerchio di centrocampo in un assolo di tromba. Qualche anno addietro qualcuno osò suggerire che le Foxes avrebbero dovuto rimpiazzare il sound della tromba solidaria con qualcosa di più rumoroso, senza però aver fatto i conti con l’immediata rivolta della maggioranza dei fedeli di Filibert Street. Ecco dunque che, ancora oggi, a fianco delle note di ā€œWhen Your Smilingā€ (l’inno ufficiale del club) il Leicester preserva la più antica e tradizionale melodia ad accompagnarlo in campo. Non più a Filibert Street, ma nel nuovo e imponente Walkers Stadium, a pochi passi dal vecchio campo di battaglia.

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The Great Escape: come il Torquay United venne salvato da un cane

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I dolci pendii verdi, rigogliosi e vitali, floridi di alberi bassi e in salute. Le file di case dai colori chiari, qualcuna nuova altre vecchie di secoli, che spuntano dai colli come funghi avidi del sole tiepido che fa capolino tra le nubi. Il consueto porticciolo turistico, sovrastato dalla guglia della antica cattedrale. Gli stormi di gabbiani, che accompagnano la vita della cittĆ  con quello stridio acido che non si sa come riscalda sempre il cuore. Il mare, placido nel suo incedere costante, che lambisce la costa senza fretta.

Se non fosse per qualche cliff di troppo, sembrerebbe di star parlando di un qualsiasi paesino della Costa Azzurra. Invece siamo a Torquay, una cittadina sulla Manica a cui gli inglesi amano affibbiare il titolo di “English Riviera”, sperando in qualche modo di elevarla al rango delle più (giustamente) quotate localitĆ  degli eterni rivali francesi. Per caritĆ , di qua dallo stretto in pochi penserebbero di andare a fare una vacanza al mare in Inghilterra, ma i britannici nei loro modi un po’ “autarchici” ne sono innamorati, soprattutto sapendo che in questo luogo di mare nacque più di un secolo fa Agatha Christie.

Torquay, nonostante le sue apparenze poco british, rimane pienamente nello spirito inglese. Questo vuol dire che il weekend il cuore degli abitanti batte per una sola ragione: il football. In Marnham Road, lontano dagli occhi indiscreti della parte più turistica della città, sorge il Plainmoor. Lo stadio dove vive le sue faticose giornate nelle divisioni inferiori della Football League il Torquay United, ovviamente soprannominato The Gulls, i gabbiani. In questo stadio quasi centenario migliaia di poveri diavoli, vecchi e giovani, ricchi e poveri, soffrono nel guardare la squadra andare su e giù per le scale del calcio senza riuscire a trovare un posto fisso, possibilmente sui gradini più in alto.

La cittĆ  di Torquay

Col Torquay United non ci si annoia mai

I tifosi del Torquay United si riconoscono sicuramente da un aspetto: non hanno il cuore semplicemente forte, ĆØ veramente d’acciaio. Proprio come in un romanzo della Christie, la trama della storia ĆØ sempre complicata, il finale non ĆØ mai scontato, ma sicuramente non ci si annoia. Non che dalle parti del Plainmoor sia passato del gran football, anzi i Gabbiani non sono mai andati in prima divisione in tutta la loro centenaria esistenza. Ma di salite e discese, di promozioni sudate e retrocessioni fulminee, le tribune del vecchio stadio ne hanno viste a decine.

Giusto quest’anno, quando manca una giornata alla fine della Vanarama National League, il Torquay ha ottenuto l’accesso ai play-off per tentare la risalita in League Two. Manca dal professionismo da ben 7 anni. Ma non sono degli habituĆ© della vetta: nei sei anni precedenti non hanno mai superato il quindicesimo posto, lottando sempre per non retrocedere ulteriormente e salvandosi spesso ai play-out.

La fortuna dei cardiologi della zona sta proprio qui. Se si va a tracciare un grafico delle prestazioni dei Gabbiani, facciamo degli ultimi 30 anni ma si può allargare il discorso anche fino agli anni ’80, non c’ĆØ mai stata una stagione di pace. Una, che sia una in cui riescono a tenere una tranquilla metĆ  classifica. O sono in cima, di solito a sorpresa, oppure come spesso capita li trovi a lottare nella fanghiglia degli ultimi posti.

Con questo tipo preciso di nomea, non ĆØ difficile immaginare con quale nomea ĆØ diventato famoso il club: The Great Escape. Di salvezze rocambolesche ce ne sono state tante, ma questo nickname prende spunto da un episodio particolare. Tutto nasce da quello che succede alla fine della stagione 1986/1987. Siamo al Plainmoor, ed ĆØ una storia del cane che salverĆ  il Torquay United.

Plainmoor, lo stadio del Torquay United

The Great Escape

9 maggio 1987. Il Torquay United si appresta a giocare l’ultima giornata di campionato della League Two, ospitando al Plainmoor il Crewe Alexandra. I Gabbiani hanno avuto una stagione a dir poco sottotono: la squadra non gira, il livello ĆØ basso e la porta avversaria sembra stregata ogni maledetta partita. La corsa a evitare l’ultimo posto ĆØ un affare a tre tra il fanalino di coda Burnley, il Torquay e il Lincoln City, divise l’una dall’altra da un misero punto. C’ĆØ però un particolare diverso rispetto al solito relegation saturday: proprio da quest’anno chi arriva ultimo retrocede direttamente, perchĆ© non c’ĆØ più possibilitĆ  di essere re-elected.

Dire che i tifosi sono pessimisti è quasi menzognero. Sono pronti alla disfatta. La rosa non sembra molto fiduciosa, anche perché il Crewe è di livello superiore a loro. Accolti dai tipici stridii dei gabbiani, i 22 giocatori scendono sul campo duro e secco spazzato dalla brezza marina. Dopo venti minuti di gioco il Crewe è già avanti 2-0, e i tifosi del Torquay iniziano ad arrabbiarsi sul serio. Se la squadra dovesse finire fuori dalla League Two, rischierebbe seriamente di andare in bancarotta.

Parte dei fan inizia a divellere le strutture dello stadio. Ringhiere, pali di ferro, parti di tribuna, in campo inizia a finirci di tutto. Così la polizia fa il suo ingresso, già allertata visto lo stato di tensione pre-match, e decide di portare con sé un aiuto su quattro zampe. Dei magnifici esemplari di alsaziani vengono portati al guinzaglio a lato del campo, davanti la tribuna dove i facinorosi si fanno più sonori ogni minuto che passa.

All’inizio del secondo tempo il terzino destro Jim McNichol accende però un lume di speranza nella giornata stranamente assolata di Torquay. Servito da una punizione sul limite dell’area, il suo tiro trae in inganno il portiere avversario ed entra in porta. Il 2-1 sembrava impossibile fino a pochi minuti prima, ora c’ĆØ una possibilitĆ  di salvarsi. Infatti il Lincoln City sta avviandosi a una sonora sconfitta, cosƬ basterebbe un misero punto per evitare la retrocessione diretta.

Il terzino del Torquay United McNichol

I Gabbiani seguono un unico piano di gioco: palla avanti e si cerca alla rinfusa di segnare. Chiaramente non sortisce alcun effetto, se non quello di spazientire ancor di più i presenti. Si entra negli ultimi cinque minuti di partita. Il pallone torna ancora una volta indietro, verso la difesa del Torquay. Scivola veloce verso l’out di destra, mentre proprio McNichol lo rincorre fino alla linea laterale. LƬ fermo a sorvegliare la folla inferocita c’ĆØ però John Harris, un agente di polizia che ha al guinzaglio il suo amato cane Bryn. La sfera rotola proprio tra i piedi del poliziotto, e il giocatore non riflette molto sulle sue azioni. Si avvicina e prova a prendere il pallone.

Il cane fa il cane, e morde pesantemente McNichol. Un taglio profondo si sviluppa sulla coscia destra, che lo tiene a terra per quattro lunghi minuti. Tutti i giocatori si avvicinano al terzino steso sul prato, mentre sugli spalti i tifosi non hanno idea di cosa sia successo, a parte coloro che hanno assistito increduli al fatto davanti ai loro occhi. I Gulls hanno giƠ fatto la loro sostituzione poi, cosƬ rischiano di rimanere in dieci. CosƬ McNichol si fa bendare la ferita, e annuncia di voler continuare a giocare. Zoppicando vistosamente si riposiziona sulla fascia destra e la partita ricomincia.

Le lancette annunciano velocemente la fine dei tempi regolamentari, così il guardalinee alza la tavoletta: 4 minuti di recupero, esattamente quelli necessari per curare McNichol. Il Torquay prova in tutti i modi a tirare verso la porta, si porta avanti con tutti gli effettivi. Con pochi secondi rimasti sul cronometro, un centrocampista del Crewe dà però di matto. Prende palla nei pressi della sua area e invece di spazzare decide di giocare a terra. Sbaglia però il passaggio, che finisce tra i piedi della punta dei Gulls che quasi incredula trafigge il portiere. Il Torquay United ha incredibilmente pareggiato.

La partita finisce praticamente qui. I tifosi invadono completamente il terreno del Plainmoor, giubilanti e senza apparente ricordo dell’ira soffocante provata fino a poco tempo prima. La polizia non può far nulla che ritirarsi, compreso il buon John Harris sempre seguito dal fido Bryn. I pochi che ancora hanno le radioline all’orecchio sentono poi notizie ancora migliori: il Lincoln City intanto ha perso per 3-1, cosƬ il Torquay United ĆØ ufficialmente salvo.

Chiaramente nessuno sa come sarebbe andata altrimenti, se il pastore tedesco non avesse visto come un assalitore il povero McNichol, ma giĆ  dopo poche ore tutti sapevano quello che era successo a Torquay: un cane aveva salvato dalla retrocessione la squadra locale. Tutti felici e contenti, a parte proprio McNichol. Il terzino verrĆ  suturato appena finita la partita, con ben 17 punti e fortunatamente nessuna conseguenza a lungo termine. GiocherĆ  ancora per anni, ma la sua legacy sarĆ  per sempre questa. Essere il protagonista de The Great Escape, il primo dei numerosi salvataggi che messi in mostra dal Torquay United.

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Michele Padovano, dalle vette juventine al fallimento al Crystal Palace

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Negli anni ’90 la Premier League diventa terra di conquista per i giocatori italiana, attratti dalla possibilitĆ  di giocare sui campi di sua maestĆ . Ci sono giocatori nostrani che in Inghilterra hanno lasciato il segno – su tutti Gianfranco Zola al Chelsea – e altri che non hanno certo vissuto la loro esperienza migliore. Appartiene a questa seconda categoria Michele Padovano attaccante che, nelle file del Crystal Palace, non ha confermatole doti realizzative che ha mostrato per tanti anni in Italia.

I primi anni di carriera, con il gol come denominatore comune

Padovano ĆØ stato uno di quei classici bomber di provincia con il gol nel dna. Dopo gli anni di formazione giovanile tra Brancanova e Asti, all’inizio degli anni ’90 ha mostrato un certo feeling con la porta avversaria in serie B con il Cosenza. 13 gol in due stagioni gli valgono la chiamate del Pisa nell’estate del ’90, dove si conferma non patendo minimamente l’impatto con la Serie A. I toscani retrocedono, ma lui segna comunque 11 reti e rimane in massima serie.

L’anno successivo passa al Napoli, dove realizza 7 gol in 27 partite di campionato. Un bottino di tutto rispetto visto il livello del campionato italiano di quegli anni. Padovano si conferma all’altezza della situazione anche nelle annate seguenti, vissute con le maglie di Genoa e Reggiana. Un bomber di provincia, con umiltĆ  e senso del gol come doti principali. Queste qualitĆ  attirano l’interesse della Juventus nell’estate del 1995.Una chiamata irrinunciabile, che Padovano dimostrerĆ  di meritare nei due anni successivi.

L’esperienza alla Juventus: gol e trofei

L’attaccante nato a Torino arriva dunque in una squadra zeppa di campioni, fresca vincitrice dello scudetto e che vuole dare l’assalto alla Champions League. La concorrenza non manca, dovendo dividere il reparto con campioni come Vialli e Ravanelli e talenti sulla cresta dell’onda come Del Piero. Padovano attende con TranquillitĆ  il suo momento, lavorando sodo in allenamento e facendosi trovare sempre pronto.

Nella sua prima annata bianconera segna 5 gol tra campionato e Coppa Italia, ma soprattutto realizza due reti fondamentali per la campagna europea della Juventus. All’esordio contro il Borussia Dortmund, dopo il momentaneo svantaggio firmato da Moller, Padovano realizza il momentaneo 1-1 dando i lĆ  ad una rimonta completata da Del Piero e Conte. Ancora più importante ĆØ la sua realizzazione nel ritorno dei quarti di finale contro il Real Madrid con cui la Juve ribalta la sconfitta dell’andata e compie un passo decisivo verso la vittoria finale.

Gli exploit bianconeri di Padovano proseguono nella stagione 1996/97. Al posto di Vialli e Ravanelli sono arrivati il giovane Vieri e il campione croato Boskic, ma la filosofia dell’attaccante non cambia. Padovano infatti migliora il suo score in campionato (8 gol) e si toglie la soddisfazione di contribuire con una doppietta al 6-1 su PSG nell’andata della doppia finale di Supercoppa Europea. Il punto più alto della carriera di Padovano, impreziosito anche dall’esordio in Nazionale.

Padovano
Padovano in azzurro: l’apice della carriera prima del flop inglese

Padovano al Crystal Palace: un flop da record

Dopo due anni ricchi di gol e soddisfazioni, termina l’avventura di Padovano alla Juventus. I bianconeri lo cedono al Crystal Palace, dove trova l’ex compagno juventino Attilio Lombardo. Tutti si aspettano un’altra esperienza all’insegna delle marcature in sequenza, ma il campo darĆ  risposte diametralmente opposte.

Padovano al Crystal Palace gioca solo 10 partite, segnando appena un gol. Come se non bastasse, viene inserito nella lista dei 50 peggiori attaccanti stranieri che hanno giocato nel massimo campionato inglese occupando la ventottesima posizione. Certamente una delle esperienze peggiori tra quelle dei giocatori italiani in cerca di fortuna in Inghilterra, vissuta da un attaccante che aveva abituato a ben altri standard di rendimento.

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Rush Champions, tre squadre per due posti nella grande Europa

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Manca una sola giornata per decidere chi, insieme a Manchester City e Manchester United, andrĆ  a rappresentare l’Inghilterra nella prossima Champions League. Uno scenario che, a novanta minuti dal termine, vede tre squadre in lotta per due posti: Chelsea, Liverpool e Leicester.Ā  Al terzo posto momentaneamente ci sono i Blues, una squadra rinata e rilanciata da uno straordinario allenatore come Thomas Tuchel. I londinesi sotto la gestione del tedesco hanno mantenuto un posto fra le prime quattro ma, soprattutto, sono riusciti a sbaragliare la concorrenza di Atletico Madrid, Porto e Real Madrid prima di giungere in finale di Champions, un traguardo che mancava dal 2012, anno dell’unica vittoria del club nella competizione.

Il Chelsea due giorni fa si ĆØ preso la rivincita della finale di FA Cup persa lo scorso quindici maggio contro il Leicester, battuto proprio nell’ultimo Monday Night che ha permesso alla compagine di Londra di superare proprio le Foxes in classifica. Adesso manca soltanto la sfida in programma a Birmingham con l’Aston Villa per chiudere il discorso. I Villans all’andata raccolsero un punto a Stamford Bridge ma il Chelsea, stavolta, non sembra intenzionato a lasciare punti. Un eventuale successo garantirebbe la partecipazione dei Blues alla prossima Champions League senza dover pensare agli altri campi. Archiviato questo passaggio, Tuchel e i suoi si potrebbero concentrarsi con maggiore serenitĆ  non più sulla qualificazione ma sulla vittoria della competizione. Chelsea-Manchester City oltre ad essere la terza finale tutta inglese della storia, dopo Manchester United-Chelsea (2008) e Liverpool-Tottenham (2019), sarĆ  uno scontro tra due delle squadre più forti d’Europa, un match che corona la stagione fantastica di entrambe le formazioni ma che, per una delle due, finirĆ  con la delusione più grande.

Una delle squadre che sembrava quasi certamente esclusa dalla prossima Champions fino a poco tempo fa era il Liverpool. L’incredibile involuzione dei Reds ĆØ chiaramente la sorpresa dell’anno. Passare dal difendere un titolo di campioni d’Inghilterra a rincorrere un’Europa che sembrava una formalitĆ  non dev’essere stato semplice. Gli uomini di Klopp però si sono ripresi e nelle ultime settimane hanno raccolto punti su punti. Con l’ultima vittoria (la settima nelle ultime nove di Premier) conquistata in casa del Burnely, il Liverpool ĆØ riuscito a raggiungere il quarto posto scavalcando anche il Leicester in base agli scontri diretti. Mancano soltanto novanta minuti ad Anfield e un nuovo successo con il Crystal Palace per mettere in salvo una stagione disastrosa ma che, con un quarto posto, potrebbe sembrare meno grigia.

La sfida più difficile delle tre in programma per chi si giocherĆ  la Champions sarĆ  quella del Leicester. Le Foxes hanno centrato un grande obiettivo con la vittoria della prima FA Cup della loro storia, ma servirĆ  qualcos’altro per completare una delle migliori stagioni degli ultimi anni. Al King Power Stadium per l’ultima giornata arriverĆ  il Tottenham, ancora in lotta per la Conference League. Il Leicester non solo dovrĆ  centrare una vittoria ma sperare che il Liverpool non vinca o pareggi. Uno scenario davvero complicato per la squadra inglese che ha più stupito quest’anno ma che, in questo caso, non sarĆ  padrona del proprio destino. In caso di mancato accesso alla Champions le Foxes o una delle altre due squadre si accomoderanno in Europa League, con l’obiettivo di arrivarci fino in fondo.

I 5 portieri (prima di Alisson) ad aver segnato un gol in Premier League

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Portieri che segnano un gol se ne sono visti pochi nella storia della moderna Premier League. L’impresa di Alisson, che col suo colpo di testa in pieno recupero ha regalato ai Reds la vittoria con il West Bromwich, ĆØ stata giustamente celebrata dalla stampa, perchĆ© ha qualcosa di eccezionale. Dal 1992 a oggi, infatti, ĆØ la prima volta che il gol di un portiere risulta decisivo per la vittoria della partita da parte della propria squadra. Quello di Alisson ĆØ inoltre il primo gol segnato di testa da un portiere nella storia della Premier League. Prima delle rete del numero uno ex Roma, di imprese simili se ne contavano su una mano. Alcune sono frutto di abilitĆ  e di un insperato senso del gol, altre sono state aiutate dalla buona sorte… Andiamo a rivivere insieme i 5 momenti della Premier League nei quali il portiere si ĆØ improvvisato bomber a sorpresa.

PETER SCHMEICHEL, ASTON VILLA, 2001

Il leggendario estremo difensore danese non ha bisogno di presentazioni: i suoi successi in nazionale e al Manchester United parlano per lui. Oltre che uno dei migliori interpreti del ruolo degli ultimi 30 anni, ĆØ stato un vero e proprio portiere goleador. Peter Schmeichel nella sua trionfale carriera si ĆØ tolto la soddisfazione di segnare ben 11 gol. 8 li ha realizzati nel campionato della sua Danimarca, nei primi anni di carriera, uno in nazionale, un altro in Coppa Uefa, con la maglia dei Red Devils. La rete che gli vale il diritto di entrare nella nostra speciale lista arriva nella stagione 2001/2002, quando dopo il biennio allo Sporting Lisbona, Scmeichel torna in Premier League per difendere i pali dell’Aston Villa.

Il 20 ottobre 2001 a Goodison Park si gioca la decima giornata di campionato. L’Everton conduce agevolmente per 3-1, quando il cronometro segna il 90′. Schmeichel però – che nel carisma ha sempre avuto un punto di forza – ĆØ uno degli ultimi ad arrendersi, e in occasione di un calcio d’angolo per i suoi si avventura in area avversaria. Dalla destra parte un cross lungo che viene deviato sul secondo palo, dove Schmeichel ĆØ appostato e libero da marcatura. Il portierone ha il tempo per coordinarsi, calciare e battere il collega Paul Gerrard con un destro al volo. Un bel gesto, che però non evita ai Villans la sconfitta per 3-2.

BRAD FRIEDEL, BLACKBURN ROVERS, 2004

Il portiere americano ha giocato per la nazionale a stelle e strisce 82 volte, dal 1992 al 2004, e ben oltre i 40 anni suonati era ancora protagonista sui campi della Premier League. E’ Il Liverpool a portarlo in Inghilterra, dove si afferma al Blackburn nei primi anni 2000. Proprio con i Rovers Brad Friedel segna il suo unico gol in carriera. Una rete dolce e amara allo stesso tempo, perchĆØ in un solo minuto passa dall’essere decisiva al risultare inutile. Il 21 febbraio 2004, al The Valley, Charlton e Blackburn si affrontano nella 26esima giornata di campionato. I padroni di casa vanno al riposo col doppio vantaggio, ma nella ripresa i Rovers prima accorciano le distanze, poi completano la rimonta con chi proprio non ti aspetteresti.

Al 90′ Friedel si gioca il tutto per tutto, e quando i suoi hanno un angolo a favore decide di andare a cercar fortuna nell’area degli Addicks. Dagli sviluppi del corner nasce il classico batti e ribatti, che fa capitare la palla proprio sul destro del portiere, bravo e reattivo nell’aprire il piattone che fulmina Dean Kiely. Il settore dei tifosi ospiti ovviamente impazzisce di gioia, ma non sempre le storie hanno il lieto fine. Un giro di lancette più tardi, infatti, il Charlton trova il match point con Claus Jensen, che pesca il jolly e con una parabola morbida beffa lo stesso Friedel e tutto il Blackburn.

PAUL ROBINSON, TOTTENHAM HOTSPURS, 2007

L’ex portiere inglese, cresciuto nelle giovanili del Leeds, si ĆØ costruito una carriera di tutto rispetto, riuscendo a vestire la maglia della nazionale in 41 occasioni. E’ proprio con i Whites dello Yorkshire che si afferma ad alti livelli e trova la consacrazione internazionale, prima di difendere i pali di Tottenham e Blackburn. In carriera Paul Robinson assapora due volte la gioia del gol. La prima volta al Leeds, in League Cup, tra l’altro con un colpo di testa da attaccante navigato. La seconda arriva invece alla sua terza stagione al Tottenham, nel modo più inatteso e beffardo per il portiere avversario. Il 17 marzo 2003 a White Hart Lane gli Spurs ospitano il Watford per la 30esima giornata di campionato.

Il portiere Robinson esulta dopo aver segnato il gol al Watford, in Premier League

Dopo circa un’ora di gioco, i padroni di casa sono avanti solo 1-0, e il risultato ĆØ quindi ancora aperto. Robinson si appresta a un classico rinvio dopo un fuorigioco – fuori l’area di rigore – e nessuno può prevedere ciò che sta per accadere. Il lancio del portiere a cercare gli attaccanti ĆØ potente e teso; il difensore degli Hornets Danny Shittu accenna a un rinvio di testa ma poi si ferma. Quando il portiere del Watford Ben Foster, appostato un passo fuori l’area di porta, si rende conto di cosa sta accadendo ĆØ ormai troppo tardi. Il pallone rimbalza e lo scavalca, andandosi a insaccare in rete. E’ il 2-0 che spiana la strada al il 3-1 finale per il Tottenham.

TIM HOWARD, EVERTON, 2012

Altro portiere made in USA, che di fatto ha ereditato da Friedel la maglia di titolare numero uno, rimasta sulle sue spalle fino al 2017. Il percorso di Tim Howard nella Premier League ĆØ in un certo senso simile a quello del connazionale: arriva in Inghilterra via Manchester United, e trova la sua dimensione ideale all’Everton, dove si rivela un ottimo interprete del ruolo per un’intera decade. Anche Howard ha provato la gioia di segnare un gol una sola volta. Il match ĆØ quello fra Everton e Bolton, valevole per la 20esima giornata del campionato 2011/2012. Il 4 gennaio a Goodison Park, dopo circa un’ora di gioco i padroni di casa passano in vantaggio proprio grazie al loro portiere, che in questo caso viene aiutato – e nemmeno poco – dal forte vento che sta soffiando sul campo.

Tutto nasce da un normale retropassaggio di un difensore, che alleggerisce all’indietro dalla zona di metĆ  campo. Il rinvio di Howard ĆØ molto potente, e il vento aumenta ulteriormente la velocitĆ  del pallone. Il numero uno del Bolton Adam Bogdan ĆØ appena fuori l’area di porta, ma il rimbalzo che prende la palla ĆØ del tutto imprevedibile, simile a quello delle palline di gomma con cui giocavamo da bambini. Il povero Bogdan prova a tuffarsi, ma non può fare niente per impedire il gol. Poco male per la squadra ospite, che riesce a ribaltare il risultato e ad imporsi per 1-2.

ASMIR BEGOVICH, STOKE CITY, 2013

Il Portsmouth porta lo sloveno in Inghilterra appena 16enne, e lo inserisce nella propria academy, senza tuttavia dargli fiducia, visti i tanti prestiti e le pochissime partite giocate. A credere in lui ĆØ lo Stoke City, dove per 5 anni trova finalmente continuitĆ  di impiego, per poi passare al Bornemouth, di cui ĆØ l’attuale portiere. Lo sloveno riesce nel colpaccio il 2 novembre 2013, quando al Bet365 Stadium i Potteries ospitano il Southampton nella decima giornata di campionato. Si tratta di quello che in Inghilterra chiamano instant goal. Tutto accade in meno di 15 secondi dal fischio d’inizio, e anche in questo caso a favorire la rete ĆØ un normalissimo retropassaggio.

Il rilancio di Begovich ĆØ potente, ma questa volta non siamo in presenza di forte vento. Il portiere dei Saints Arthur Boruc sembra un pelo più colpevole rispetto agli sfortunati colleghi che avevano subito la stessa sorte orima di lui. Si trova molto fuori porta – all’altezza del dischetto di rigore – e impiega troppo tempo a leggere la situazione. I difensori centrali non aiutano, dal momento che si fermano dando per scontato l’intervento del loro portiere, che probabilmente non aveva però chiamato l’uscita. Sta di fatto che il pallone ha tutto il tempo di rimbalzare e scavalcare il polacco, prima di depositarsi lentamente in fondo al sacco. Allo scadere del primo tempo il Southampton riesce tuttavia a rimediare, trovando l’1-1 finale che assegna un punto a testa.

Esclusiva Diamanti: ā€œLasciare il West Ham ĆØ stato il mio errore più grandeā€

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Abbiamo fatto due chiacchiere con Alessandro Diamanti che nella stagione 2009/2010 ha vestito la maglia del West Ham. ā€œAlinoā€ ci ha raccontato un po’ della sua esperienza attualmente in corso in Australia e del suo prossimo futuro. Inoltre, abbiamo ricordato insieme il suo periodo a Londra dove ha insegnato calcio anche in Premier League.Ā 

 Buonasera Diamanti, come sta? Perché ha scelto di andare in Australia? Come si trova?

Sto bene grazie. Ho scelto l’Australia perchĆ© avevo voglia di fare un’esperienza all’estero, l’ennesima. Volevo vivere e scoprire un’altra cultura e quando ĆØ arrivata l’offerta dall’Australia non c’ho pensato due volte e ho deciso di venire qua con la famiglia. Anche perchĆ© un altro anno di serie A non mi avrebbe cambiato la vita, invece qua me la sta cambiando. Mi sto trovando davvero benissimo, sia a livello lavorativo che nella vita di tutti i giorni, ĆØ davvero un gran bel periodo!Ā 

 È il capitano del Western, quanto è stimolante per lei guidare una squadra? Che differenze calcistiche ha notato tra Italia, Inghilterra e Australia?

Si ĆØ molto bello fare il capitano, fortunatamente l’ho quasi sempre fatto nelle squadre in cui ho giocato, ĆØ una sensazione che giĆ  conosco. Anche dove non l’ho fatto sono sempre stato un leader carismatico. Arrivare due anni fa qua e ricevere subito la fascia da capitano ĆØ stato un bellissimo atto di stima e di rispetto, una cosa che mi ha fatto molto piacere. Comparare i tre campionati ĆØ molto difficile, sono diversi tra di loro. Innanzitutto diversi culturalmente, sicuramente l’australiano e l’inglese si assomigliano di più rispetto a quello italiano. L’italiano ĆØ unico, con la nostra tattica e i nostri dettagli, cose che da altre parti non curano molto.

Ā Ha compiuto da poco 38 anni, ha deciso cosa fare da grande?Ā 

Da grande giocherò un altro po’ a calcio. Se la testa e il fisico continuano a rispondere cosƬ, e se la professionalitĆ  e la passione continuano ad essere cosƬ alte perchĆ© non continuare. FinchĆ© riesci a dare le paghe ai ragazzini conviene andare avanti, poi vediamo. Sicuramente mi girerò per un anno l’Australia, in seguito valuterò cosa fare.

Ā Noi di Storie di Premier ti ricordiamo sempre con molto piacere al West Ham. C’è qualcosa che ti manca di Londra? Ā 

Ā L’unica cosa che non rifarei ĆØ quella di andarmene dal West Ham, ho fatto forse una scelta sbagliata ai tempi. Però dai, la carriera ĆØ andata bene uguale. Un’ esperienza che sicuramente mi ha formato molto. Sono innamorato di Londra, mi manca molto e appena posso cerco sempre di tornarci. Ho un sacco di amici nella city e ho anche una casa lƬ.

(foto, fonte:AAP)

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Mount, il gioiello nella trequarti del Chelsea

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Nella brillante formazione di Tuchel che ha raggiunto la finale della Champions League, spicca un brillante gioiello, Mason Tony Mount. Da piccolo, era facile incontrarlo nei campi di calcio di Portsmouth, sua città natale. Il giovane da mattina a sera era lì, a correre su profumati campi inglesi con un pallone incollato ai piedi, ed un grande sogno, diventare un calciatore professionista, calcare palcoscenici stellari. 

Mount da bambino

Il piccolo Mount ha militato nelle fila del Boarhunt, l’accademia locale. Ma quel bambino, a soli 6 anni, brillava di una luce diversa rispetto agli altri, aveva giĆ  un talento innato. E qual ĆØ stato il primo club ad invidividuarlo? Il Chelsea. Ed ĆØ entrato cosƬ nell’accademia della squadra londinese, Mount ha iniziato a migliorare gara dopo gara, ed ha sollevato per due anni la FA Youth Cup, con la fascia di capitano al braccio.Ā 

Poi, una breve parentesi, un anno nel Vitesse ed uno nel Derby County. Ma l’obiettivo di Mason ĆØ sempre stato quello di tornare, per mostrare tutte le sue grandi qualitĆ , fantasia, visione di gioco ed un destro magico. L’idolo di Mount ĆØ sempre stato lui, uno dei giocatori più forti nella storia dei Blues, vale a dire, Frank Lampard, il quale ĆØ rimasto stregato da questo giovane. Nel pre-campionato, il giovane gioiello inglese ha fatto strabuzzare gli occhi a tanti, ha impressionato incredibilmente e da lƬ, il Chelsea, ha iniziato a credere fortemente in lui.

Mount e Lampard al termine di una partita del Chelsea

E poi, ha cominciato passo dopo passo a prendersi la trequarti del Chelsea, e quel gol, quel lampo contro il Real Madrid, quella rete del 2-0 che ha portato i Blues dritti alla finale della Champions. Ed oggi Mount, corre, corre su ogni pallone, per portare il suo Chelsea sulla vetta d’Europa. Ma non solo, c’è anche un’Inghilterra da conquistare.

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This is Sheffield: cittĆ  dell’acciaio e culla del football. Le ferite e la storia di una comunitĆ  racchiuse in uno stemma

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Si scrive Sheffield, si legge ā€œcittĆ  dell’acciaioā€. Il cielo plumbeo e la cultura dell’alacre lavoro dei suoi burberi manovali sono gli elementi che l’hanno resa nota, ma non la ragione alla base del suo sviluppo. Tutto infatti prese le mosse dall’opera dell’ingegno di pochi abitanti dello Yorkshire: verso metĆ  del Settecento venne ideata una nuova procedura per la produzione di acciaio damasco, metodo che forniva un prodotto finale di gran lunga più pregiato rispetto a quello offerto dai concorrenti. Successivamente fu il turno dell’Old Sheffield, una tecnica che, attraverso il calore, ricopriva lastre di rame con l’argento, permettendo successivamente un lavoro di sbalzo e di cesello tipico di superfici e oggetti in argento puro. Inizialmente diffuso in Inghilterra, fu un metodo che ben presto diventò famoso in tutto il mondo, in primis per la raffinatezza ed eleganza degli oggetti prodotti. Queste furono le due innovazioni che resero Sheffield una delle cittĆ  più industrializzate del regno.

Gli alti fumi che uscivano dalle ciminiere non offuscavano però il desiderio di svago dei ragazzi dello Yorkshire. CosƬ, se la mattina Sheffield si svegliava quale capitale della siderurgia, al pomeriggio si trasformava nella ā€œculla del footballā€. Questo ĆØ infatti il secondo appellativo che la cittadina si porta dietro, precisamente dal 24 Ottobre 1857, giorno in cui venne alla luce il club più antico al mondo, lo Sheffield Football Club. William Prest e Nathaniel Creswick, i due padri fondatori, non si accontentarono di dare i natali a una nuova creatura, ma si adoperarono affinchĆ© quel gioco rudimentale divenisse più chiaro e godibile. Nacquero cosƬ le celeberrime ā€œSheffield Rulesā€: in luogo di una corda fu issata una traversa di legno, ma soprattutto fu il principio del fuorigioco, del calcio d’angolo e del calcio di punizione. L’occasione per stabilire la durata di una partita fu invece la prima trasferta dello Sheffield FC: due tempi da 45 minuti ciascuno.

Calcio e industria divennero il cuore pulsante, le due ragioni di vita di un’intera comunitĆ . E mentre l’industrializzazione avanzava imperterrita, anche il pallone non smetteva di rotolare sul rettangolo verde, affascinando e divertendo un numero sempre maggiore di persone. CosƬ, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, il polmone dell’acciaio vide accrescere a tre il novero delle compagini: al ā€œvecchioā€ Sheffield FC si aggiunsero Sheffield Wednesday e Sheffield United. Nel giro di poco tempo, le due neonate rubarono la scena alla primogenita, avviatasi verso un lento declino, dando vita a una rivalitĆ  giunta fervida sino ai giorni nostri: lo Steel City Derby.

Ecco due operai impiegati nella lavorazione dell’acciaio in uno degli enormi stabilimenti della cittĆ .

Lo tsunami della Grande Depressione non risparmiò neanche Sheffield, mettendo in ginocchio il tessuto industriale dell’intero Yorkshire. Ecco allora che il calcio divenne l’ancora di salvezza per una gigantesca fascia di popolazione, stretta dal morso della fame: il titolo conquistato dal Wednesday nel ’34 fu una boccata d’aria, prima di un nuovo tuffo nelle tenebre. Tra il 1936 e il 1946 le due squadre furono costrette a sospendere l’attivitĆ  sportiva per via dello scoppio del secondo conflitto mondiale. Le superstiti fabbriche d’acciaio della cittadina furono convertite alla produzione di armi e munizioni. La rilevanza strategica acquisita dall’area urbana fu il motivo per il quale Sheffield venne bombardata incessantemente dalla Luftwaffe, causando la morte di numerosi civili e dilaniando la quasi totalitĆ  delle abitazioni. Da tale ecatombe la cittĆ  non si riprenderĆ  più. Il suo volto, ormai sfregiato, non conoscerĆ  più il sorriso, lo sviluppo, la vita veloce. Gli anni ’50 e ’60 furono quelli della ā€œricostruzioneā€, o per meglio dire della trasfigurazione: i vecchi quartieri, arroccati ma pur sempre ricchi di storia, furono rasi al suolo per lasciare il posto ad enormi complessi di case popolari. A dare la mazzata finale a quel briciolo di comparto industriale rimasto ci pensò la crisi dell’acciaio degli anni ’80: le ultime fabbriche non ebbero altra scelta che quella di chiudere i battenti, schiacciate dalla crescente automazione e dalla concorrenza straniera a basso costo.

Di tutto questo, della longeva storia della cittĆ  e delle sue ferite, conserva memoria l’araldo dello Sheffield United. Uno stemma che si lega inscindibilmente al portato storico e valoriale di una comunitĆ  intera.

ƈ il 1977 quando Jimmy Sirrel, all’epoca allenatore dello United, decide di apporre sulla sacra casacca biancorossa, rigorosamente en pendant coi pantaloncini neri, l’attuale simbolo della cittĆ . Leggenda narra che l’idioma venne elaborato circa vent’anni prima da Jimmy Hagan, un vero e proprio Dio dalle parti di Bramall Lane, strepitoso centravanti e trascinatore delle Blades dal ’38 al ’58. Vent’anni di amore condensati in un progetto destinato a rimanere impresso per l’eternitĆ .

Un disegno semplice, che va dritto al punto, come la gente del posto. I tre colori, bianco rosso e nero, sono un chiaro rimando all’uniforme del club, un omaggio ai colori sociali, gli stessi che ogni neonato conosce sulla propria pelle, prima ancora di indossare un paio di scarpette. A blandire lo scudo ecco il nome e l’anno di fondazione del club; mentre al centro si stagliano le due sciabole incrociate, simbolo al contempo rappresentativo del soprannome della squadra (Blades) e del carattere combattivo della sua gente. PerchĆ© vivere in quel di Sheffield significa combattere ogni giorno: in campo con gli acerrimi rivali, cosƬ come nella difficoltosa quotidianitĆ  di una terra impoverita, cui ĆØ rimasto soltanto l’orgoglio di un illustre passato. Ah quelle sciabole… icone di gloria e decadenza: gli anni dell’acciaio, il boom dell’industria metallurgica, e quella stessa crisi del metallo che ha prima messo in ginocchio e poi distrutto un tessuto sociale. Con un popolo che però non ha mai smesso di lottare.

ā€œTenere vivo il passato per guardare il presente alla luce del soleā€. CosƬ, nella parte alta della trama, poggia la rosa bianca degli York, come a suggellare e declamare l’appartenenza alla contea, facendo uso del simbolo che ne sintetizza la storia. Peraltro, si tratta di un chiaro rimando alla Guerra delle due rose: la rosa rossa (dei Lancaster) e quella bianca (degli York) furono usate dai due casati belligeranti nella guerra civile quale segno distintivo. Il matrimonio tra Enrico VII di Tudor (ma Lancaster da parte di madre) ed Elisabetta di York pose la parola fine al conflitto, anche dal punto di vista simbolico: fu infatti adottata la Rosa Tudor, emblema ottenuto dal congiungimento della rosa bianca degli York con la rossa dei Lancaster, a dimostrazione dell’unificazione del potere temporale sotto il casato dei Tudor.

Charles Reep, l’inventore del “Palla avanti e pedalare” in salsa british

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Il primo pare esser stato Mario Sperone, allenatore del Milan nella stagione 1952/53. ƈ stato però il Paròn, Nereo Rocco, a portare questa espressione nel gergo di tutti gli italiani che seguivano il calcio. “Palla avanti e pedalare”, una di quelle frasi che ci ricordano i tempi che furono, un calcio più semplice e d’annata. Ora ci si vergogna anche un po’ a utilizzarla, soprattutto se affiancata alla partita di una grande squadra. I dettami tattici moderni sono diversissimi, e quegli allenatori che non guardano all’estetica tanto quanto al risultato sono considerati dei retrogradi.

Lanciare il pallone il più possibile in avanti sul campo da gioco, senza passare da intricate manovre di metĆ  campo, ĆØ stato per anni un marchio di fabbrica del calcio, non solo italiano. Più o meno negli stessi anni, dall’altra parte della Manica nasceva la stessa idea di gioco. Curiosamente però, il promotore di questa visione aveva pochissimo in comune con Sperone e Rocco. Prima di tutto, non era un allenatore, anzi non faceva proprio parte del mondo del calcio.

Era un contabile, e veterano della Royal Air Force. Ma soprattutto, non intendeva quel “Palla lunga e pedalare”, o come lo chiamava lui “Long ball football”, come mezzo per difendersi, ma come modo più efficiente per segnare più reti possibili. E tutto ciò non nasceva solo da una sua convinzione, ma dall’apporto di una gran serie di dati. PerchĆ© Charles Reep ĆØ stato, sopra ogni cosa, il primo analista della storia del calcio.

Un giovane contabile alla RAF

Sulla frastagliata costa della Cornovaglia fustigata dal vento, Torpoint ĆØ una piccola cittadina di qualche centinaio di anime. Pianificato a metĆ  del ‘700 come zona di residenza per gli operai delle vicine industrie, ĆØ sostanzialmente un carino distaccamento di Devonport. Ogni giorno chi lavora nella zona portuale di Plymouth prende un grane traghetto bianco e blu che lo trasporta da una parte all’altra del fiume Tamar. Proprio a Torpoint nasce, nel 1903, Thorold Charles Reep.

Charles è sempre stato forte coi numeri, puntiglioso nel controllare ogni singolo dettaglio. Tanto che dopo essersi diplomato alla Plymouth High School decide di diventare un contabile. È davvero in gamba, tanto che come molti suoi coetanei della zona si trova alla fine a servire sotto Sua Maestà. Stranamente non cerca di entrare in Marina, che a Devonport ha una delle sue basi più importanti, ma vince un concorso per entrare nella Royal Air Force.

Siamo nel 1928. Reep non può neanche immaginare che meno di vent’anni dopo verrĆ  spedito in Germania, nel pieno dell’ultimo anno di combattimenti della Seconda guerra mondiale. RaggiungerĆ  il grado di “wing commander”, molto di più di quello che tanti si aspettano da lui. LascerĆ  l’aeronautica nel ’55, dopo quasi tre decadi di onorata carriera. Forse presto rispetto ad altri, ma non gliene importa nulla: la sua grande passione, a parte quella dei numeri, ĆØ il football, ed ĆØ proprio lƬ che sta facendo qualcosa di mai visto prima.

Gli aerei della RAF nella Seconda guerra mondiale

Charles Reep, tifoso e appassionato del W-M

Il calcio ĆØ sempre stato nella vita di Charles Reep, come più o meno tutti gli inglesi. Quando ancora a Torpoint andava sempre all’Home Park a guardar giocare il Plymouth Argyle, poi l’entrata nella RAF equivalse al trasferimento nella grande Londra. CosƬ il contabile del sud ha modo apprezzare il meglio del calcio inglese, decidendo di seguire maggiormente il Tottenham e soprattutto il grande Arsenal di Herbert Chapman.

Chapman lo fa proprio impazzire. Aveva un modo diverso di vedere il gioco, di studiare la tattica e la disposizione degli uomini in campo. Plasma la squadra come vuole, diversamente da tutti gli altri allenatori, e gioca sempre all’attacco. Il suo approccio offensivo, fatto di veloci transizioni guidate dalle ali esterne, ĆØ esattamente ciò che Reep pensa sia il miglior modo di giocare. Quando poi nel 1933 Charles Jones, capitano e terzino destro dei Gunners dell’epoca, si presenta al campo della RAF per tenere una serie di lezioni proprio sui principi di gioco della sua squadra, il giovane contabile ĆØ completamente rapito.

Nel 1947 Reep torna dalla guerra. L’Inghilterra si sta faticosamente riprendendo dagli sforzi di guerra, ma il football ha giĆ  ricominciato ad allietare le domeniche dell’isola. Il wing commander della RAF non ha perso la passione per il gioco nonostante il periodo trascorso a tener cara la pelle in Germania. Eppure, guardando le partite di campionato, appare sconsolato, quasi incredulo. Chapman ĆØ morto nel ’34, eppure a tredici anni di distanza ancora nessuno sembra implementare le sue idee rivoluzionarie. Non tanto per il W-M, la sua formazione classica, quanto per il modo di portare il pallone in avanti.

La nascita del sistema di analisi del football

Il 15 aprile 1950, al County Ground di Swindon, la squadra locale affronta i Bristol Rovers. I padroni di casa dominano il primo tempo, ma non riescono mai a creare seri pericoli alla porta avversaria. Charles Reep è sugli spalti, sempre più irrequieto. Non comprende perché lo Swindon giochi in maniera lenta e prenda conclusioni chiaramente troppo facili da neutralizzare. Ci vuole un approccio diverso. Lui però non è uomo di calcio, è un contabile, allora fa esattamente ciò che è da sempre abituato a fare: prende penna e taccuino, e inizia ad annotarsi tutto ciò che succede in campo.

Sono le 15:50, minuto più minuto meno. Per tutto il secondo tempo Reep non smette mai di scrivere. Tiri, passaggi, cross, tackles, nulla viene dimenticato. Che sia bravo a prender appunti giĆ  lo sapeva, ma capisce di esser andato oltre. Grazie a un sistema di simboli e note, ĆØ riuscito a scomporre il fluido scorrere del pallone tra i piedi di 22 ragazzi in un organizzatissimo elenco di azioni. Ha letteralmente scritto, d’impulso, la prima analisi di una partita di football.

Gli basta un anno per sviluppare a dovere il suo sistema di annotazione. Se giĆ  prima era un appassionato del gioco e dell’analisi di dati, l’unione di queste porta a un impalco tutto nuovo. SƬ, perchĆ© Reep non ama solo collezionare appunti delle quaranta e più partite di campionato che andrĆ  a vedere da quel punto fino alla fine dei suoi giorni. Lui cerca le prove analitiche delle sue convinzioni, della superioritĆ  del suo modo di vedere il football rispetto alle altre squadre. Non ĆØ un vero e proprio analista, che guarda oggettivamente ai numeri e cerca di capire a quali conclusioni portano. Siamo ancora ben lontani dagli astrofisici messi sotto contratto recentemente dal Manchester City per studiare alcuni aspetti del gioco.

Stan Cullis, leggendario allenatore dei Wolves che lavorò per tre anni con Charles Reep

Il Wolverhampton di Cullis e Reep

Quando la RAF decide di spostare il wing commander vicino Birmingham, Reep avrĆ  l’occasione più importante della sua vita. Poco dopo il suo trasferimento infatti conosce Stan Cullis, il manager dei Wolverhampton Wanderers. Siamo alla fine del 1951, i Wolves stanno crescendo ma non sono ancora la potenza destinata a incantare tutto il mondo. Manca un qualcosa, che arriva sotto forma dell’ex contabile della Cornovaglia. Reep siederĆ  al Molineux e annoterĆ  tutte le partite della squadra, lavorando poi con Cullis alla definizione del sistema di gioco.

L’allenatore dei Wolves ĆØ uno spirito affine. Pensa al calcio esattamente come lui. Vuole un gioco veloce, il pallone lanciato lungo in avanti, ali rapide che scardinino le difese avversarie e cross direzionati verso una parte precisa dell’area di rigore. Esattamente quello che Reep sapeva, statisticamente parlando, il punto da dove venivano segnate più reti.

Grazie a queste indicazioni, Cullis e il Wolverhampton dominano il campionato del 1953, ma non si fermano qui. Per mostrare la forza del club campione d’Inghilterra, al Molineux arrivano tutta una serie di squadre da ogni angolo del mondo per testare la forza dei Lupi. Celtic, Racing Club di Avellaneda, First Vienna, addirittura lo Spartak Mosca. Ognuna di queste viene battuta. Per finire, viene ospitato l’HonvĆ©d di Ferenc PuskĆ”s. Le vinceranno tutte, anche contro gli ungheresi che pochi mesi prima hanno letteralmente umiliato la selezione britannica. Reep sarĆ  sempre sugli spalti, e conserverĆ  stretto il ricordo di aver visto e analizzato un campione come PuskĆ”s.

I dati raccolti da Charles Reep

Dopo l’esperienza al Wolverhampton e il ritiro dalla RAF, Charles Reep continuerĆ  a lavorare come consulente per altre squadre, quando ufficialmente e quando invece solo discutendo via lettera con gli allenatori. Lo Sheffield Wednesday lo paga 750 sterline all’anno per tre stagioni, e sarĆ  uno degli ultimi incarichi ufficiali che gli viene offerto. Da quel momento verrĆ  sempre contattato, un po’ di nascosto, da allenatori disposti a ragionare dei suoi principi ma poco volenterosi di mostrarsi al suo fianco.

Questo perchĆ© i suoi principi, e i dati che raccoglieva secondo il suo punto di vista, suggerivano un’idea di gioco semplice quanto a un certo punto ostracizzata dai più. L’estetica nel calcio non serve a nulla. Reep sosteneva che la sua analisi raccontasse una storia ben precisa: per segnare un gol ci vogliono in media 10 tentativi; il 50% delle reti arriva da azioni formate da un passaggio o meno, l’80% da massimo tre passaggi consecutivi; il 50% dei gol arriva da azioni veloci che si sviluppano con un solo tocco dalla propria area; riguadagnare il possesso della sfera nella metĆ  campo offensiva assicura molti più gol.

Il suo lavoro ĆØ talmente completo, guidato da una passione che non tramonterĆ  mai in lui anche quando l’Inghilterra calcistica lo porrĆ  definitivamente nel dimenticatoio, che anche dei veri e propri statistici rimangono affascinati dal suo lavoro. Nel 1968 firma un paper riguardo il football con Bernard Benjamin, futuro capo della Royal Statistic Society. ƈ il primo lavoro accademico mai scritto sul gioco del calcio.

Phil Foden, ormai diventato una "punta" nello scacchiere del City. Uno sviluppo del calcio che Charles Reep non avrebbe mai gradito

Le ultime analisi

L’etĆ  avanzata non ferma il fuoco sacro del contabile del calcio. Chi lo va a trovare nella sua casa vicino Plymouth si becca una presentazione di almeno 5 ore, dove Reep espone tutti i dati che ha mai collezionato e che tiene costantemente aggiornati, compresa una cartografica delle partite a cui ha assistito dal vivo del Mondiale del 1958 in Svezia. Ancora negli anni ’80 ĆØ in contatto con manager che cercano aiuto dai suoi principi di gioco, come Graham Taylor al Watford, mentre nel ’93 viene ospitato a Oslo dalla federazione locale per assistere proprio al match contro l’Inghilterra. Tra i fiordi il suo lavoro veniva apprezzato e studiato da vent’anni.

Reep non si è veramente mai fermato nella sua azione di raccolta dati e analisi. Nel 1996, a 92 anni, guarda e studia la partita di Coppa UEFA tra Newcastle e Halmstad. Da PuskÔs a Asprilla e Ljunberg, il buon Charles ha visto e analizzato a quel punto 2193 partite. Alla sua morte il 3 febbraio 2002, quasi centenario, dice sia arrivato pressappoco a 2500 match. Non ha mai cambiato idea nella sua vita, nonostante in 60 anni di carriera abbia visto di tutto. Per lui il calcio era un sistema risolto dalla soluzione che aveva proposto già tanti anni prima.

Della sua scomparsa fece riferimento solo il Times con un piccolo necrologio. Da tempo ormai il “Long ball football”, il “Palla avanti e pedalare”, ĆØ considerato nel mondo del calcio come un sistema anacronistico e inefficace, pure brutto da vedere sul campo. Molte generazioni sono state cresciute cercando di sviluppare qualitĆ  diametralmente opposte a questo stile di gioco. Le conseguenze le vediamo oggi, quando il City arriva in finale di Champions non schierando praticamente da un anno una punta, quando il Barcellona ha reso famoso il falso nueve.

Charles Reep in patria ha trovato l’ostracismo di tanti, molti attori del football. Pochi hanno voluto, dopo Wolvers e Owls negli anni ’50, avere a che fare pubblicamente con lui. Eppure la storia di questo contabile diventato pilota e ufficiale d’aeronautica ci ricorda che il mondo del calcio non ĆØ fatto principalmente da grandi talenti intoccabili, da fondi d’investimento spendaccioni e da luccicanti salotti televisivi. Il football ĆØ passione, quella che guarda avidamente partite anche alla soglia dei cento anni, di diventare un analista senza avere manco un titolo accademico, di studiare con la stessa precisione PuskĆ”s come Asprilla. Lunga vita a Charles Reep, il primo analista del football.

William, il principe ā€œribelleā€ tifosissimo dell’Aston Villa

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La famiglia reale inglese, da sempre viene accostata all’Arsenal ma al suo interno ha un’eccezione, il principe William Arthur Philip Louis Mountbatten-Windsor o più semplicemente William. Egli ha dichiarato diverse volte di essere tifosissimo dell’Aston Villa.

Quando ĆØ scoppiata la sua passione per i ā€œThe Villansā€?Ā Il duca di Cambridge si ĆØ iniziato ad interessare all’Aston Villa ai tempi del college, quando per volontĆ  di Lady D (la quale l’aveva fatto in precedenza) frequentò Eton, la scuola più prestigiosa del Regno Unito localizzata nel Berkshire.Ā 

William con la maglia dell’Aston Villa

Ma ĆØ stato lo stesso William a raccontare com’ĆØ sbocciata in realtĆ  la sua passione, in quale occasione, o meglio in quale gara.Ā “Vedo le partite tutte le settimane e conosco le statistiche dei calciatori. ƈ cominciato tutto dalla prima partita di FA Cup a cui sono stato – ha detto il Principe – era Aston Villa-Bolton. Mi ricordo che ero sugli spalti con un cappellino in testa, avrò avuto 12 anni, ed ero lƬ con un sacco di amici. Ero seduto tra i tifosi dell’Aston Villa e mi sono innamorato, l’atmosfera era magnifica e i valori della squadra splendidi. All’epoca volevo disperatamente evitare di tifare Chelsea o Manchester United come facevano tutti quanti a scuola. Mi piaceva l’idea che l’Aston Villa avesse una vera storia, che avesse vinto la Coppa dei Campioni e tutta quella roba lƬ”.

Il principe ha scelto quindi il suo club in base ai valori che incarna, ma anche per distinguersi dalla “massa”, un “ribelle” dal cuore “Villans”.

“Voglio che i club e i giocatori diano il buon esempio ai ragazzi – ha aggiunto -, voglio che quando i nostri figli vanno allo stadio tornino dopo essersi divertiti e dopo aver visto i loro idoli comportarsi nella maniera in cui tutti vorremmo che facessero”.Ā 

Willam, George e Kate sugli spalti di Villa Park

William infatti sta cercando di trasmettere proprio questo ai suoi figli, nel 2019, il suo primogenito, George, ha “debuttato” sugli spalti di Villa Park con indosso i colori sociali del club, “The Villa” recita la maglia che indossa. Un amore dunque che il principe sta diffondendo all’interno della “neo” famiglia reale inglese.

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