Matchday al The (new) Den: nella tana dei Leoni del Millwall!

Nella periferia londinese, tra leggenda e realtà

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The Den, Millwall - foto: Ilaria Ciangola - settembre 2019
5 ' di lettura

Chi non vorrebbe, almeno una volta, fare un giro al The (new) Den: nella tana dei leoni del Millwall? Magari proprio durante una partita. Chi non è rimasto affascinato dalle storie che girano sulla Isle of Dogs e i suoi tifosi? Settembre 2019: sono in viaggio nel sud dell’Inghilterra. Un sabato prendo il treno in direzione Londra, carica a mille. Nelle orecchie “Common people” dei Pulp, in cui Jarvis Cocker canta le differenze tra high society & tourists da una parte, commoners & working class dall’altra: perché in fondo, Zampa Road, è questo.

Scendo a South Bermondsey: dai binari si vede la metropoli in lontananza, da una parte, e la periferia più proletaria e degradata, dall’altra. Scendo le scale ripide e trovo una stradina che, immagino, per i supporters avversari non sia esattamente il massimo… Cammino lungo il marciapiede. Un misto di timore e curiosità. Ho fatto una cosa simile mille altre volte per la mia squadra, dovunque: ma stavolta è un’emozione diversa. Seguo alcuni tifosi locali e arrivo finalmente al mitico tunnel. Dietro intravedo lo stadio. Non sto nella pelle e decido di fermarmi ad un loro banchetto a prendere una maglietta: decisamente molto più bella (senza offesa per la società) di quelle ufficiali. Stampato sopra, c’è il loro leggendario motto: “No one likes us, we don’t care!”. La indosso subito e vado a ritirare il mio biglietto. Passo davanti ad un chiosco che vende hot dog & chips: è fuori da un garage, tra polvere e copertoni, e sfido le norme igienico-sanitarie, nonché il mio sistema immunitario… Si, c’è anche il loro bar, con tavolini esterni: ma vuoi mettere calarsi in toto nel posto in cui mi trovo??

The Den, Millwall – foto: Ilaria Ciangola – febbraio 2020

Il nuovo The Den è un impianto moderno, seppure in stile british. Ci sono molte famiglie e sembrano conoscersi tutti. Dimenticatevi gente con in tasca il “Millwall brick”, il tipico giornale arrotolato dei Bushwackers, o una lattina di birra: quelle sono solo storie carine da raccontare in giro. Vecchi miti. La realtà è un’altra: anche se ha il riflesso di qualche anno fa e conserva intatto il suo fascino oldnasty. Certo: non ha affatto l’aria di un posto tranquillo. Però di hooligans nemmeno l’ombra, anche se i più “caldi” li riconosci a naso. Come loro riconoscono i turisti del calcio: e non li sopportano. Adotto un low-profile e faccio pochissime foto. Nonostante questo, ai tornelli ho uno scambio “affettuoso” di battute con un “armadio” grande il doppio di me (uguale a Hugo di “Lost”), visibilmente alticcio: e tra il suo accento incomprensibile e il mio inglese maccheronico, la cosa muore lì. Entro e prendo posto nella parte bassa della Cold Blow Lane. Un gruppetto di italiani si fa foto stile ultrà e sento i commenti sprezzanti di chi mi sta vicino. Quando parte “Hey Jude”, con i calciatori in campo, tutti iniziano a cantare. Giocano contro il QPR. Tempo stupendo. Impianto abbastanza pieno. Locals che si fanno sentire: inneggiano i propri giocatori, ma insultano parecchio l’arbitro. Vanno sotto al 56°, ma al 71° pareggiano ed esplode un boato entusiasta; purtroppo dura poco: al 72° vanno di nuovo in svantaggio e finirà così, 1-2. Passo allo store per dare un’occhiata. Ripasso sotto al tunnel. Percorro a ritroso Ilderton Road e vado a mettermi in fila per riprendere il treno, in mezzo a molti Millwall fans.

The Den, Millwall – foto: Ilaria Ciangola – settembre 2019

Ci torno 5 mesi dopo, in occasione del viaggio a Londra del febbraio 2020. Altro scenario stavolta: la tempesta Ciara sta sfogando la sua potenza e una pioggia torrenziale si abbatte quel giorno sulla città. Stazione chiusa e discesa obbligata, con la metro, a Canada Water; poi in bus fino allo stadio. “Hey Jude” sotto raffiche di vento e acqua. Stesso posto in Cold Blow Lane. Derby col WBA: purtroppo un’altra sconfitta, per 0-2. Vanno via così 90 minuti: tra un “F*ck” ogni due parole, un “Referee s*it” ogni tre, una serie incalcolabile di amenità e un tifo sentito e avvelenato, sia degli home che degli away. La lady 50enne, occhialuta, col piercing sul labbro inferiore, seduta vicino a me, durante il primo tempo s’è stizzita perché ha notato che stavo scattando molte foto: ha pensato che non mi fregasse nulla della partita. “She’s not interested!”. Ma è l’esatto contrario, miss. E penso pure, sorridendo, che lei è come sarò io tra qualche anno. Curiosità: vendono birra italiana al bar interno. Preferisco quella inglese, ma ne ho ugualmente presa una e sono andata a berla vicino al vecchio pullman piazzato fuori dallo stand, sigaretta in mano, in mezzo a tutti gli altri, stretti a ripararsi da quella brutta perturbazione. A fine partita incontro per caso degli amici, lì anche loro, e ci infiliamo in un Uber, fradici da poter strizzare i vestiti.

South Bermondsey, The Den, Millwall – foto: Ilaria Ciangola – settembre 2019

Mi sono affezionata al Millwall: li tiferei, se non avessi il cuore già occupato. La loro attitude cinica e combattente è simile alla mia e il loro essere una squadra che lotta, ma non riesce a fare il salto di qualità, mi fa provare empatia. Mi dispiace non aver visto il vecchio The Den: quello doveva essere un posto che faceva davvero tremare le gambe, dove sentivi davvero il ruggito dei tifosi sulle gradinate. Della fama degli anni del “We fear no foe” che precede tutto, rimane questa zona di capannoni e case a ridosso del glam londinese; nonché il modo di fare senza fronzoli, molto diretto e a tratti rude, dei suoi tifosi: con cui, però, mi sento a mio agio. Asfalto, polvere e strade laterali, apparentemente senza via d’uscita, fanno da sfondo. Di queste due partite, porto con me tutto questo. Ma soprattutto tre ricordi indelebili: la bellissima “Hey Jude” cantata da tutti all’inizio dei match, il chiosco degli hot-dog tra copertoni d’auto, e i binari di South Bermondsey, da cui si vedono gli scintillanti palazzoni di acciaio e vetro della City. I grattacieli si prendono il cielo di Londra… Il tramonto illumina la periferia coi suoi raggi caldi e malinconici, mentre la pioggia sembra invece rendere tutto uguale… Vien voglia di tornare e non vedo l’ora: perché a me loro piacciono molto, anche se a loro non importa!