Home Blog Pagina 2

Brian Clough, l’ultimo grande manager del vero football all’inglese

17 ' di lettura

Diciamoci per un attimo la verità. Quante volte ci stupiamo di questo mondo che accelera costantemente sotto i nostri occhi, senza darci neanche la cortesia di avvisarci prima di cambiare completamente? Non è solo la tecnologia a mutare in continuazione: il problema è che l’essere umano ormai si trasforma con una velocità impressionante. Una spinta all’apparenza inarrestabile che non dà tempo di fermarsi, di ragionare, di ricordare. Ci impedisce di elaborare i cambiamenti, con la terrificante conseguenza di doverli necessariamente abbracciare in maniera completamente acritica per evitare di affogare trascinati verso il fondo dal vortice impetuoso del progresso.

Ricordare com’era il mondo venti anni fa è più difficile di quel che sembra. Pare che sia passato un secolo dal 20 settembre 2004. Un tipico giorno d’autunno, almeno in Inghilterra: la tonalità del cielo decisamente sul grigio, un leggero ma costante venticello e quella pioggia dalle gocce sottili e sempre di traverso che danno fastidio ma non inzuppano i vestiti. Il marchio di fabbrica di un’intera nazione, uno stato d’animo più che meteorologico, prima che anche quelle precipitazioni leggiadre si trasformassero sempre più spesso in scrosci più adatti alle regioni equatoriali.

Il 20 settembre 2004 non è un giorno come gli altri. Non è il classico lunedì in cui nessuno ha voglia di lavorare e ci si riunisce attorno a un caffè per discutere delle partite del weekend appena concluso, ancora immuni da quei dannati smartphone che oggi tengono tutti incollati allo schermo. Il 20 settembre 2004 non solo il calcio, ma l’Inghilterra intera ha perso uno dei suoi personaggi più controversi, geniali, brutali che abbiano mai calcato le strade dell’isola nel secondo dopoguerra. Quel lunedì, a soli 69 anni, Brian Clough si ritirava dalla vita terrena.

Brian Clough con la Coppa dei Campioni
Brian Clough con la Coppa dei Campioni – da uefa.com

Sono passati poco più di venti anni dalla sua morte, ma pare davvero che sia trascorso un secolo, forse anche qualcosa di più. Perché in questo mondo in perpetuo movimento certi modi di essere e di vivere sono diventati talmente rari da non essere più considerati esistenti, quasi delle razze in via d’estinzione. Tanto che una figura come quella di Brian Clough rischia di diventare un ricordo sbiadito di anziani tifosi sempre più inorriditi dal football moderno.

Non era un’icona della perfezione il buon Cloughie, come lo chiamavano i suoi giocatori. Anzi, era pieno di difetti e di contraddizioni. Egocentrico come nessun altro allenatore, prepotente al limite del bullismo. Arrogante e con quella brutta tendenza a voler passare sempre davanti agli altri, a pensare di avere sempre ragione. Dotato di una lingua tagliente che non riusciva mai a tenere a bada. E con un rapporto distruttivo con la bottiglia, un caso studio di come la dipendenza possa abbattere chiunque.

Brian Clough aveva però degli sprazzi di vera e propria genialità. Impossibile trovarli sulla lavagna tattica, praticamente inesistente al Derby County o al Nottingham Forest. Li esprimeva nelle interazioni con gli altri esseri umani, per mezzo di quelle frasi spesso brevi e completamente spiazzanti che riservava a chiunque. Giocatori, colleghi, dirigenti, giornalisti: nessuno era al sicuro. Colpi sferrati con quello sguardo capace di convogliare a comando ogni emozione possibile e con quell’accento del nord est che agguantava chiunque avesse a portata di orecchio e non lo lasciava più.

Non ci potrebbe essere personaggio più distante dal presente. C’è chi ritiene che potrebbe fare l’allenatore anche ora: è una follia. Troppo distante dalla preparazione maniacale al limite dell’ossessione di ogni singolo dettaglio e dalle comunicazioni standardizzate utili a non dire nulla senza offendere nessuno. Il calcio moderno non avrebbe alcun senso per Brian Clough. Ed è proprio per questo che è bene ricordarlo: per il suo essere, a momenti alterni, irrimediabilmente sbagliato, inguaribilmente idealista o completamente folle. In una parola, diverso da tutto quello che si vede ora.

Per certi versi un precursore, per altri un rigido conservatore. Pieno di difetti e spigoli impossibili da ammorbidire, ma allo stesso tempo adorato da quasi tutti coloro alle sue dipendenze. Insieme despota e filosofo, bullo e guida dei suoi giocatori, tutti appellati col suo classico “son”. Un personaggio della caratura di Brian Clough manca, eccome se manca, al football moderno.

Brian Clough, il giovane bomber arrogante

«How many goals do we have to score to win away from home?»

Pochi ricordano che Brian Clough, prima di essere un grandissimo manager, è stato un grandissimo goleador. Ha segnato qualcosa come 251 reti in sole 274 partite, anche se la gran parte di queste in Second Division. Ha firmato triplette a profusione, arrivando addirittura a infilare 5 reti in una sola partita. Il tutto in soli 10 anni di carriera, interrotti da un infortunio al ginocchio che lo costrinse a smettere.

Ha giocato principalmente al Middlesbrough, la squadra della sua città. Cloughie era innamorato della sua infanzia passata con otto fratelli, mentre i genitori dovevano lavorare tutto il giorno per mettere del cibo nei troppi piatti vuoti posti a tavola. Quel luogo che a tanti non fa pensare ad altro che alla povertà, per lui era un piccolo angolo di paradiso. Così, dopo il servizio di leva, firmò il suo primo contratto da professionista proprio con il Boro, con cui ha segnato 200 gol ma non è mai riuscito a conquistare la tanto agognata promozione in First Division.

Un giovane Brian Clough da giocatore del Middlesbrough
Un giovane Brian Clough da giocatore del Middlesbrough – da brianclough.co.uk

Non poteva essere colpa sua. Il tabellino segnava implacabilmente, alla fine di ogni stagione, un numero che oscillava tra le 30 e le 50 reti segnate. Piuttosto guardava a quella difesa poco organizzata che faceva passare ogni attaccante avversario. Ma se avere 25 anni a quei tempi non garantiva diritto di parola, Brian Clough era fatto di tutt’altra pasta. Così, dopo un pareggio clamoroso per 6-6 in trasferta a Charlton, il giovane bomber non poté che esprimere a suo modo il proprio disappunto: «Quanti gol dobbiamo segnare per vincere in trasferta?»

Non era la prima delle provocazioni che il ragazzo lanciava ai suoi compagni. Aveva addirittura accusato i senatori dello spogliatoio di scommettere contro la propria squadra, di concedere reti agli avversari volontariamente per guadagnare qualche sterlina in più. In un’occasione, forse più d’una, si arrivò alle mani. Non è un caso, così, che Clough fu ceduto alla fine della stagione ‘60/’61. Molto più strano, soprattutto per l’epoca, è il club dove fu spedito senza tante cerimonie: il Sunderland, nemico giurato del Middlesbrough.

Non sarà l’ultimo trasferimento assurdo della sua lunga carriera.

I rapporti tesi tra Brian Clough e il resto del mondo

«No cheating bastards do I talk to. I will not talk to any cheating bastards»

Brian Clough non verrà mai ricordato per le sue grandi doti diplomatiche. Anzi, con quelle dichiarazioni sempre sul confine ultimo di ciò che è accettabile ha rischiato di creare almeno un paio di incidenti internazionali. Per esempio, non ha mai fatto mistero di non apprezzare particolarmente i calciatori provenienti da oltre confine.

Chiamato una volta a commentare la cospicua presenza di calciatori francesi all’Arsenal, disse: «Scommetto che lo spogliatoio puzzerà di aglio più che di pomate nei prossimi mesi». Gli andavano ancora meno a genio i giocatori italiani: «Non so fare lo spelling di spaghetti, figuriamoci parlare italiano».

Tanto di questo astio si può spiegare facilmente. Per iniziare, gli inglesi pensano al football a metà tra una loro creazione esclusiva e un figlio prediletto. Nessuno può giocarlo meglio di loro. Poi, ci sono le cicatrici personali di Brian Clough alla guida del Derby County.

Da sbarbatello in uscita dalla panchina dell’Hartlepool, in quarta divisione, era entrato in un club che languiva in Second Division. L’esperienza era poca, ma il carattere non mancava fin dagli anni passati in campo: fin troppo arrogante ed egocentrico, talmente idealista da rischiare tutto per andare sulla sua strada.

Insieme al vice Peter Taylor, ex portiere del suo Boro, mise in atto una vera e propria rivoluzione. Ogni angolo del club venne preso e rivoltato come un calzino sporco. Dei giocatori della precedente gestione solo 4 rimasero nello spogliatoio. Fece fuori il segretario, il capo scout, il giardiniere e anche le due signore che portavano il tè alla squadra, cacciate sul momento dopo averle scovate sghignazzanti in seguito a una sconfitta.

Brian Clough e Peter Taylor alla guida del Derby County
Brian Clough e Peter Taylor alla guida del Derby County – da x.com/cloughandtaylor

In poco tempo il Derby County era diventato la sua creatura. La squadra giocava per lui e come voleva lui. Palla tenuta rigorosamente a terra ma senza andarsi a cercare troppe complicazioni; azioni indirizzate verso l’esterno per le ali e tanti cross al centro, alti o bassi a seconda della situazione, per le due punte pronte a tuffarsi di testa. Poche le indicazioni tattiche, ma sempre estremamente chiare e concise, espresse sempre da Taylor. Clough non se ne interessava minimamente, lui pensava a motivare i suoi ragazzi: «I giocatori ti fanno perdere le partite, non le tattiche. Ci sono così tante stronzate dette sulla tattica da persone che a malapena sanno come vincere a domino».

I risultati gli diedero ragione. L’anno dopo la promozione in First Division arrivò subito al quarto posto, la stagione successiva vinse il campionato. Un trionfo insperato che portò in dono anche l’accesso alla Coppa dei Campioni, una competizione che rimarrà nel suo destino. Attenzione, la vera Coppa dei Campioni: quella che vedeva una sola squadra per nazione affrontarsi in sfide di andata e ritorno. Dopo un eccitante scontro con il Benfica, dominato al Baseball Ground, in semifinale si trovò davanti la Juventus di Zoff, Capello, Causio e Altafini. A Torino non ci fu storia e i bianconeri si imposero per 3-1.

Clough non accettò di buon grado il verdetto del campo. Per lui era lampante: era colpa dell’arbitraggio, chiaramente a favore dei padroni di casa. Era sicuro che gli juventini avessero passato una sostanziosa bustarella al fischietto tedesco Schulenburg. A fine partita sbottò. I giornalisti italiani avrebbero voluto una sua intervista, ma si chiuse in spogliatoio. Aprendo la porta urlò: «A nessun bastardo imbroglione rivolgo parola. Io non parlo con imbroglioni bari». Pochi minuti dopo rincarò la dose mettendo in dubbio il coraggio del popolo italiano durante la Seconda guerra mondiale.

Non fu una scenata casuale. Con la crescita della sua popolarità, Brian Clough dimostrò di essere capace come nessun altro di utilizzare i media per i suoi scopi. Un vero pioniere della comunicazione, acclamato da giornali e stazioni televisive pronte a stendergli il tappeto rosso sotto i piedi pur di ospitare le sue risposte ficcanti. È indubbio, però, che Cloughie si fece trasportare eccessivamente dalla grande fama nata così rapidamente, fino a diventare succube della sua enorme personalità.

Brian Clough vestito di tutto punto in tv
Brian Clough vestito di tutto punto in tv – da imbd.com

Chi mal sopportava questa noiosa arroganza era la dirigenza del Derby County. Il credito guadagnato per la vittoria del titolo si esaurì presto e gli scontri diventarono sempre più costanti. La goccia che fece traboccare il vaso arrivò nell’autunno 1973: il presidente del Derby County Longson accusò Clough di avere mandato a quel paese nientemeno che Sir Matt Busby, il leggendario allenatore del Manchester United sopravvissuto al disastro di Monaco. Clough per tutta risposta disse di non aver rivolto il “v sign” a Busby, ma proprio al presidente Longson. Fu licenziato pochi giorni dopo.

Brian Clough e il Leeds United: un matrimonio destinato a fallire

«The first thing you can do for me is throw your medals in the bin because you’ve never won anything fairly; you’ve done it by cheating»

Il film “Il maledetto United” ha portato al grande pubblico, anche ai non appassionati di football, una delle storie più assurde mai viste su un campo da calcio. Quella di un matrimonio impossibile, inimmaginabile prima del suo compimento. Come prendere il diavolo per le corna, spruzzarci sopra una gran dose di acqua santa e sperare che non nasca un putiferio. E non poteva che essere Brian Clough il protagonista di questa follia collettiva.

Nel corso delle sue illimitate apparizioni tra radio, tv e giornali Cloughie non risparmiava nessuno, ma c’era qualcuno con cui l’aveva proprio a morte: il Leeds United di mister Don Revie. Un manager che aveva instillato nella sua squadra una cultura vincente ma inammissibile per Brian Clough. Le loro filosofie erano esattamente all’opposto. Revie promuoveva la ricerca della vittoria con ogni sotterfugio e l’estrema fisicità dello scontro fisico, spesso oltre i limiti del fallo. Concetti inammissibili per il manager del Derby.

Cloughie era implacabile nei suoi assalti, dei veri e propri insulti senza quartiere. I giocatori erano tutti degli imbroglioni matricolati, dei giocatori scorretti, dei teppisti, dei veri bari bastardi. Proprio come quelli che aveva incontrato in maglia bianconera a Torino. Arrivò addirittura a chiedere alla FA la retrocessione d’ufficio dei Whites in Second Division, come punizione per il loro gioco oltre i limiti del regolamento.

Don Revie alza la FA Cup con il suo Leeds United
Don Revie alza la FA Cup con il suo Leeds United – da scotsman.com

Nell’estate 1974 Don Revie accettò l’incarico di manager dell’Inghilterra e si trovò costretto a lasciare la panchina di Elland Road, subito dopo aver vinto il titolo. In molti speravano di potergli succedere, ma pochi giorni dopo arrivò l’annuncio che nessuno si aspettava: il nuovo allenatore del Leeds United sarebbe stato proprio Brian Clough. Lo spogliatoio dei Whites rimase basito. I giocatori, a loro dire, riconoscevano il suo valore, ma troppe parole erano state dette per poter spegnere l’animosità. Sarebbe stato necessario un gesto di avvicinamento da parte del nuovo manager, magari nel primo raduno della nuova stagione.

Clough aveva giocato i media come suo solito, riempiendoli di dichiarazioni su come non vedesse l’ora di lavorare con quel gruppo di giocatori. Ma quando si presentò in spogliatoio e si parò davanti a tutti, con quel suo fare arrogante e il sorrisetto perfido, lanciò invece una bomba: «Giocherete pure tutti in Nazionale, avrete vinto tutto quello che potevate vincere con Don Revie. Ma per quanto mi riguarda, la prima cosa che potete fare per me è prendere i vostri premi e buttarli nel cestino perché non avete vinto nulla onestamente; l’avete fatto barando».

Non contento, iniziò a prendersela con ogni singolo giocatore, senza fare prigionieri. Qualcuno se la cavò con un «sei un bastardo scorretto», a Norman Hunter disse che non piaceva a nessuno nonostante lui volesse che lo amassero tutti. Superò definitivamente la misura con l’ala Eddie Gray, spesso colpito dagli infortuni: «Tu fossi un cavallo da corsa, ti avrebbero già soppresso».

Cloughie non pensò minimamente di dover cambiare il suo approccio alla gestione del gruppo e prese di petto i suoi nuovi giocatori. Però questo non era il Derby County fatto da ragazzi scelti da lui e Peter Taylor (che non lo aveva seguito nella nuova avventura). Questo era il Leeds United, campione d’Inghilterra due volte nei cinque anni precedenti, nonché semifinalista di Coppa dei Campioni e vincitore di una FA Cup. Negli spogliatoi di Elland Road c’erano uomini di successo, fatti e finiti, attaccati ancora una volta da quell’arrogante bastardo del nord est che li aveva insultati per anni.

Brian Clough alla guida del Leeds United
Brian Clough alla guida del Leeds United – da x.com/admiral1914

44 giorni. Tanto bastò alla dirigenza per capire che Brian Clough non era l’uomo giusto per raccogliere l’eredità di Don Revie al Leeds United e procedere al licenziamento. Un disastro totale anche per uno come lui, che difficilmente ammetteva di aver sbagliato qualcosa in panchina. «Non credo che si possa fare un buon lavoro nel calcio senza far arrabbiare qualcuno lungo la strada», disse in un’occasione il buon Cloughie. A Leeds sicuramente si impegnò per riuscirci.

Ricreare la magia al Nottingham Forest

«I wouldn’t say I was the best manager in the business. But I was in the top one»

Il fallimento di Leeds fu clamoroso, ma Brian Clough non volle sentire ragioni. Sentiva di aver fatto la cosa giusta e provò subito a dimostrarlo in quella che sarebbe diventata una leggendaria diretta televisiva organizzata in una stazione locale. Di fianco a lui nientemeno che Don Revie, col volto perennemente corrucciato e pronto a strangolarlo davanti a tutta la contea.

Revie difese con passione i suoi giocatori sparando a zero, senza mezzi termini, sull’approccio del suo nemico numero uno. Cloughie dovette concedere che la sua nemesi aveva raggiunto grandi traguardi, ma non poté trattenersi dal lanciare frecciatine: «Don è un po’ differente da me e i risultati dimostrano che forse ha ragione lui. Ma detto questo, io voglio essere me stesso».

Revie perse totalmente le staffe alla stoccata successiva. Piegandosi leggermente verso di lui, Clough sparò a bruciapelo: «Voglio vincere il campionato, ma voglio farlo in maniera migliore della tua». La replica del manager dell’Inghilterra fu glaciale: «Non c’è modo in cui tu possa vincere in maniera migliore della mia». Il battibecco tra i due fu interminabile e Cloughie cercò con tutto sé stesso di avvicinarsi al suo rivale, provando anche ad abbassare i suoi soliti toni esagerati. Evidentemente riconosceva di dover dimostrare qualcosa.

Brian Clough e Don Revie discutono in tv
Brian Clough e Don Revie discutono in tv – da brianclough.co.uk

Nei mesi successivi Clough attraversò un periodo difficile. La moglie aveva capito che qualcosa non andava. Le comparsate sui media si ridussero. Brian era più pensieroso, più cupo. Beveva di più, e non era un obiettivo semplice da raggiungere. Barbara rimase al suo fianco, soffrendo con lui. Nonostante quello che mostrava al mondo esterno, il fallimento di Leeds si fece sentire.

Ma Cloughie non voleva mollare. Così, dopo qualche mese, finalmente il telefono suonò. La chiamata proveniva da una città poco distante da Derby, un club di Second Division che aveva bisogno di qualcuno che potesse cambiare il volto alla squadra. Il Nottingham Forest poteva offrirgli tutto quello che cercava: un luogo dove poter risorgere senza limiti imposti dall’alto, dove poteva fare quel che voleva e dimostrare che la sua idea di calcio era ancora vincente.

Di nuovo raggiunto dal fido Peter Taylor, Clough diede inizio a una rifondazione totale del club. Taylor scovava i calciatori più talentuosi e adatti a seguire i pochi dettami tattici del mister, Cloughie li motivava a dare tutto sul campo. Pochi acquisti mirati, a cui si aggiunsero ragazzi recuperati dalla lista trasferimenti e giovani promossi in prima squadra. Proprio come a Derby, il gruppo si affidò totalmente al suo manager.

In quattro anni il Forest raggiunse risultati inimmaginabili. Conquistò prima la promozione in First Division, la stagione successiva dominò il campionato staccando di sette punti lo stellare Liverpool di Bob Paisley, a cui sfilò anche la Coppa di Lega. Un double ripetuto l’anno dopo, in cui Clough vinse la seconda Coppa di Lega di fila ma soprattutto quella Coppa dei Campioni sfuggita alla guida del Derby. Un risultato stellare, impossibile da immaginare per una cittadina come Nottingham. Una favola di cui il lieto fine sembrava già scritto. Invece la stagione successiva arrivò addirittura il bis in Europa.

Brian Clough e Peter Taylor posano con la Coppa dei Campioni
Brian Clough e Peter Taylor posano con la Coppa dei Campioni – da x.com/CloughandTaylor

Quali sono le squadre ad aver vinto due Coppe dei Campioni di fila? Tutte grandi regine del calcio europeo: Real Madrid, Ajax, Bayern, Benfica, Inter, Milan, Liverpool. E poi c’è il Nottingham Forest, la Cenerentola che quattro anni prima era in seconda divisione e tutto d’un tratto si è messa a sedere al tavolo delle grandi. Questa sì, una storia davvero irripetibile al giorno d’oggi.

Non è così strano allora che Brian Clough, ripensando ai suoi risultati in panchina, esclamasse con sicurezza: «Non direi che sono stato il miglior manager nel business, ma ero in prima posizione». Per una volta, nell’eccesso, era difficile dargli torto.

Brian Clough, il padre padrone del City Ground

«Told you lads, our captain is a fuckin fraud»

Il duplice successo in Coppa dei Campioni rimarrà il punto più alto della carriera di Brian Clough. Tra il 1981 e il 1983 il gruppo che ha colto di sorpresa l’intera Europa calcistica venne completamente smantellato. Peter Shilton, John Robertson, Trevor Francis, anche il fedelissimo John McGovern: tutti i titolari vennero venduti.

Ma a pesare di più di tutto fu l’abbandono di Peter Taylor. L’uomo che lo completava, calcisticamente e non, un vero e proprio fratello adottivo. Il caratteraccio di Cloughie era riuscito ad alienare anche colui che più lo aveva aiutato e compreso. Taylor se ne andò per tornare a Derby, lì dove tutto era cominciato per una delle coppie più iconiche del football, e incominciò a comprare tutti quei giocatori che aveva scelto per il boss. Brian non perdonò mai il tradimento e non gli rivolse più la parola.

Nonostante tutto Clough decise di rimanere comunque a Nottingham. Perché andarsene quando aveva una contea intera letteralmente prostrata ai suoi piedi? Da nessuna altra parte avrebbe ritrovato quell’ambiente. Sicuramente non nei club delle grandi città come Londra o Manchester, dove un uomo del nord est sempre con una pinta in mano e la lingua biforcuta pronta a sparare sentenze non sarebbe potuto essere sé stesso.

Meglio rimanere al City Ground e ripartire quasi da zero. Clough non vincerà più né titoli europei né campionati, riuscendo a collezionare “solo” altre due Coppe di Lega e una finale di quella maledetta FA Cup che non riuscirà mai a conquistare. Ciò in cui riuscì, però, è alimentare ancor di più il suo personaggio. Non perché volesse accrescere un’aura già a livelli da leggenda; non poteva proprio evitare di essere sé stesso. Al punto che ogni singolo giocatore passato dal City Ground si innamorò pesantemente di lui, anche se veniva trattato nel peggiore dei modi.

Martin O’Neill ha sempre ricordato come ogni giocatore di Clough facesse di tutto per ottenere un briciolo di approvazione. Questa poteva arrivare in un solo modo, un gesto distintivo: indice e pollice a formare un piccolo cerchio e l’urlo: «Brilliant, son!». Un marchio che Cloughie apponeva rarissime volte a pochi giocatori scelti. A O’Neill, come a tutti gli altri, dedicava invece il solito “v sign” e un bell’invito ad andare in quella località molto affollata.

Brian Clough non le manda a dire ai suoi giocatori
Brian Clough non le manda a dire ai suoi giocatori – da x.com/CloughandTaylor

Il portiere Mark Crossley ha raccontato tante altre storie. Arrivato da giovanissimo alla corte del Forest, debuttò contro il Liverpool perché tutti gli altri portieri erano infortunati o in prestito. Clough lo tenne in squadra per qualche altra partita, anche al ritorno dei più anziani, ma non evitava di riempirlo di insulti e di epiteti non ripetibili in italiano. Il più edulcorato era “Jigsaw”: «perché ogni volta che un cross entra in area vai a pezzi, son». E quando il giovane portiere divenne un po’ troppo sicuro di far parte della prima squadra, Clough lo spedì a giocare una partita in quinta divisione, nella squadra allenata dal figlio. Il club dilettante dovette anche pagare una multa per averlo schierato: Cloughie la detrasse dallo stipendio di Crossley.

Una delle grandi specialità della casa era il pugno nello stomaco. Lo ha ricevuto Crossley, perché aveva stretto la mano a un arbitro reo di aver diretto malissimo una partita. Se lo è beccato la punta Nigel Jemson, rea di aver sbagliato un cross verso l’area: «Alzati, son. Sei mai stato colpito prima d’ora?». A risposta negativa, Clough gli sferrò un destro e commentò: «Ora sì», prima di dirgli che era una disgrazia e diverse altre amenità.

Anche i suoi pupilli non potevano sfuggire al colpo ben piazzato. L’ultimo suo grande amore calcistico fu indubbiamente Roy Keane: Clough stravedeva per il futuro leader del Manchester United. Faceva tutto quello che lui chiedeva a un centrocampista: correre su e giù per il campo per inseguire gli avversari, passare il pallone, controllarlo bene. Eppure anche l’irlandese si è beccato un cazzotto ben assestato perché aveva sbagliato un retropassaggio verso Crossley. Il commento di Clough sull’evento fu lapidario: «Ho colpito Roy solo una volta. Si è rialzato, quindi non devo aver tirato molto forte».

Clamorose le prese per i fondelli riservate ai giocatori più conosciuti dello spogliatoio. Una delle più famose è quella riservata a Stuart Pearce, uno che si era guadagnato il soprannome di “Psycho” per il suo modo di interpretare le partite. Pearce faceva l’elettricista mentre giocava tra i dilettanti e mantenne in famiglia l’attività quando diventò professionista. Dopo una partita dell’Inghilterra, di cui Pearce era diventato capitano, Clough scoprì un piccolo annuncio sulla brochure della gara del Forest: Stuart Pearce, elettricista. Un giorno si presentò in spogliatoio con una borsa e il programma: «Se Barbara chiama questo numero perché si è fulminata una lampadina non vieni tu, vero?». Quando Pearce spiegò che no, non sarebbe arrivato lui ma il fratello, Clough esclamò: «Ve l’avevo detto ragazzi, il nostro capitano è un fottuto impostore!». Ma il manager non aveva concluso il suo show. Dalla borsa tirò fuori un ferro da stiro: «Il ferro di Barbara si è rotto. Se non lo ripari entro la prossima partita, scordati di giocare sabato». Pochi giorni dopo l’attrezzo era sulla scrivania del boss, ovviamente funzionante.

Brian Clough, Stuart Pearce e Roy Keane scendono in campo per la finale di FA Cup
Brian Clough, Stuart Pearce e Roy Keane scendono in campo per la finale di FA Cup – da x.com/90sfootball

Gli ultimi anni di una leggenda

«I want no epitaphs of profound history and all that type of thing. I contributed – I would hope they would say that, and I would hope somebody liked me»

Gli ultimi anni di Brian Clough alla guida del Nottingham furono difficili per tanti motivi. Nonostante qualche risultato raggiunto, lo stato di forma del leggendario manager era sempre più precario e ormai in pochi potevano negarlo. Le gote rosse, la pelle rovinata, la parlata strascicata rivelavano troppo facilmente come l’alcool stesse prendendo il sopravvento. A rendere tutto più complicato fu la morte improvvisa di Peter Taylor nel 1990: la scomparsa del fratello a cui Cloughie non aveva più rivolto parola fu un colpo micidiale.

Il ritiro definitivo avvenne in un triste giorno di maggio del 1993. Triste non solo perché il manager in quel momento più longevo della Prima Divisione, ormai diventata la nuova scintillante Premier League, stava per lasciare; con quell’ultima gara, infatti, il Nottingham Forest avrebbe abbandonato la massima divisione. E negli occhi sempre vispi e calcolatori di Brian Clough scese un velo di tristezza che nessuno poté mai più sollevare.

Brian Clough all'ultima partita da manager del Nottingham Forest
Brian Clough all’ultima partita da manager del Nottingham Forest – da x.com/CloughandTaylor

Nessuno venne a sapere le difficoltà di salute di Cloughie fino a dieci anni dopo. Il figlio Nigel, attaccante come il padre che debuttò proprio sotto la sua guida al Forest, non disse mai nulla ai suoi compagni. Nel 2003 fu sottoposto a un trapianto urgente di fegato, spappolato da decenni di abuso di alcolici. Senza quell’intervento, secondo i medici, gli sarebbero rimaste poche settimane di vita.

E poi arrivò quel 20 settembre 2004. Quel tipico giorno d’autunno, almeno in Inghilterra, dai toni grigi, il vento sempre presente e quelle gocce d’acqua sottili e costantemente di traverso. In quel lunedì in cui, invece di parlare delle partite del weekend, tutti si trovarono a commentare sbalorditi la notizia della morte di Brian Clough. Se il fegato era stato salvato, lo stomaco aveva sviluppato un tumore inoperabile.

Così se ne è andato via uno degli ultimi grandi manager della First Division, del vero football all’inglese. Tanti ex giocatori ne portano il ricordo, non solo chi è stato allenato da lui. Chiunque abbia indossato degli scarpini tra gli anni ‘70 e ‘90 ha un ricordo di lui, un aneddoto particolare. Da grandi bomber come Alan Shearer e Gary Lineker fino ai terzi portieri dei campetti di periferia tra Derby e Nottingham. Cloughie ricevette anche l’approvazione del più grande di sempre ad aver giocato sull’isola, il primo, vero numero 7 del Manchester United: «Mi piace come manager, non sono troppo sicuro come persona, ma penso voglia giocare a calcio nel modo in cui andrebbe giocato», parola di George Best.

Ma per ricordarlo veramente non possiamo che rifarci alle indicazioni che lui stesso ha fornito. Semplici, pratiche, da poter ricordare in ogni situazione. Esattamente come quelle che dava ai suoi giocatori. «Non voglio epitaffi di immensa importanza, o di grande valore, e tutta quella roba lì. Io ho contribuito – Spero dicano questo di me, e spero di esser piaciuto a qualcuno».

Boxing day: i 5 giocatori della Premier League ad aver segnato più gol

4 ' di lettura

Boxing Day in Inghilterra è sinonimo di campionato, praticamente da quando esiste il primo torneo nazionale di calcio. Questa giornata – che prende il suo nome dalla tradizione di regalare una scatola piena di regali alle persone più povere – ha fatto da sfondo a tante partite rimaste nella storia del football inglese, e ci sono alcuni calciatori che potremmo definire dei veri specialisti di questo turno di campionato dal sapore unico. Vediamo dunque quali sono i 5 giocatori nella storia della Premier League ad aver segnato il maggior numero di gol nel giorno di Santo Stefano.

5o posto. Thierry Henry, 7 gol

Non sorprende che in questa speciale classifica trovi posto il fuoriclasse francese, autore di oltre 200 reti in maglia Gunners, e vera leggenda dell’Arsenal. La prima volta che timbra il cartellino in un boxing day, Henry si regala addirittura una tripletta, nel 6-1 con cui i londinesi schiantano il Leicester nel 2000. Dopo una stagione di pausa, il francese mette la firma sotto l’albero di natale per tre anni consecutivi. Nel 2002 Titì decide la sfida vinta 2-1 contro il West Bromwich. Arriva poi la bella doppietta nel 3-0 sul Wolverhampton, mente la sua ultima vittima è il Fulham. Pur essendo “solo” al quinto posto fra i bomber del Boxing Day, Henry può vantare la media di un gol esatto a partita: per lui sono 7 centri su 7 sfide giocate il 26 dicembre.

4o posto. Alan Shearer, 8 gol in 11 partite

Poteva mancare sua maestà Alan? Ma certo che no! Il re dei gol del calcio inglese (379 in carriera!) almeno in questa classifica si deve accontentare della quarta piazza, in virtù della media dei gol a partita. Le prime reti di Shearer in un Boxing Day arrivano nel lontano 1992, quando il Blackburn si impone per 3-1 sul Leeds, e il numero 9 mette a referto una doppietta. Due anni dopo entra nel tabellino dei marcatori nel 3-1 dei Rovers sul campo del Manchester City. 12 mesi più tardi sono ancora i Citizens a pagare dazio, con Shearer che decide l’1-0 finale. Altri 4 gol arrivano con la maglia del Newcastle. Nel 1999 segna in occasione del 2-2 con il Liverpool, e si ripete l’anno dopo nel 3-0 con il Middlesbrough. La stagione successiva, Shearer è autore di una doppietta, che tuttavia non basta a evitare la sconfitta alle Magpies, uscite sconfitte per 4-3 in una pazza sfida col Bolton.

3o posto. Robbie Keane, 8 gol in 9 partite

Anche l’Irlandese può vantare 8 centri nelle sfide giocate sotto l’albero di Natale nel giorno di Santo Stefano. La prima gioia arriva nel 1999, quando Keane gioca nel piccolo Coventry e riesce a castigare l’Arsenal; gol tra l’altro decisivo nel 3-2 finale per i suoi. La seconda rete è datata 2002, Keane è passato al Tottenham, e gli Spurs impattano 2-2 con il Charlton. Nel 2005 la vittoria per 2-0 sul campo del Norwich vede fa i marcatori l’irlandese, che si porta così a tre. Un anno più tardi, altro 2-0 e altra esultanza in un Boxing Day per l’attaccante, questa volta contro il Birmingham, mentre nel 2007 ecco la doppietta nel 5-1 con cui il Tottenham spazza via il Fulham. L’ex Inter si fa un ultimo doppio regalo nella stagione successiva: durante la sua breve parentesi al Liverpool infatti fa in tempo a firmare un altra doppietta, nel Boxing Day vinto dai Reds 2-0 contro il Bolton.

2o posto. Robbie Fowler, 9 gol in 10 partite

Fino a poche ore pima della pubblicazione di questo articolo, al primo posto solitario di questa classifica c’era l’iconico ex idolo della Kop, famoso per le sue imprese fuori e dentro ai campi da calcio. Il primo centro di Santo Stefano arriva nel 1994, quando i Reds vanno a vincere 2-1 a Leicester. Tre anni più tardi Fowler firma una doppietta decisiva per il 3-1 finale sul Leeds. Nel 2001 veste la maglia del Leeds, e ancora ricorda come si fa gol. La riprova? La tripletta rifilata al Bolton nel 3-0 esterno dei Whites. Un anno più tardi decide invece il 2-1 del Leeds sul campo del Sunderland. 12 mesi dopo, con la maglia del Manchester City, non manca l’appuntamento per il terzo anno consecutivo: la sua rete non serve però a evitare la sconfitta dei mancuniani per 2-1 in casa del Birmingham. Nel 2004 Fowler fa 4 su 4, ma anche questa volta il suo gol nel Boxing Day non porta fortuna al City, che torna a casa dopo il 2-1 inflitto dall’Everton.

1o posto. Harry Kane, 9 gol in 5 partite

Proprio mentre questo articolo era in fase di preparazione, Harry Kane segnava nel 3-0 del suo Tottenham contro il Crystal Palace. Con questa rete, l’ariete della nazionale inglese stacca due pezzi da novanta del calcio made in UK, e raggiunge in classifica Robbie Fowler. La sua prima volta in un Boxing Day è coincisa con la vittoriosa trasferta per 2-1 degli Spurs a Leicester, nel 2014. Dodici mesi dopo sigla invece una doppietta contro il Norwich, nell’agevole 3-0 del Tottenham. L’anno dopo si ripete sul campo del Southampton, in un bel 4-1 a domicilio. 365 giorni separano un’altra goleada del Tottenham ai danni dei Saints: nel 5-2 finale Kane si scatena, e porta a casa il pallone con un hat trick. La stagione seguente tocca invece al Bournemouth: nella goleada per 5-0 c’è spazio anche per la sua firma. Anche Kane si toglie così lo sfizio di timbrare per 4 Natali consecutivi. Dopo una pausa di due anni, il bomber inglese è tornato a colpire, e ha raggiunto il primato assieme a Fowler. A 28 anni sembra avere tutte le carte in regola per staccare la concorrenza, e diventare l’unico re dei Boxing Day.

Leggi anche: Boxing Day e follia vanno a braccetto: Chelsea vs Aston Villa 2007

Lo stemma del Liverpool. Il viaggio negli anni del Liver Bird

3 ' di lettura

Stai per compiere 130 anni, non appartieni al Club più vecchio d’Inghilterra (il primato spetta allo Sheffield Football Club), ma quasi. E ne hai di storia e di storie da raccontare. Mentre te nascevi, correva l’anno 1892, qui da noi veniva alla luce la Pro Vercelli, il club più antico d‘Italia, per intendersi. Stiamo parlando dello stemma del Liverpool e di come è cambiato nel tempo. Dalla mitologia medievale ai fatti di cronaca nera, un viaggio unico di un logo che fa battere forte il cuore davvero a tutti, appassionati e non.

Liver Bird
Il primo stemma del Liverpool

E dire che all’inizio…

Forse non tutti sanno che il Liverpool del 1892 aveva gli stessi colori sociali dell’Everton, l’altra squadra della città; solo dopo due anni si decise di passare al rosso per contrastare il colore dei Toffees. Furono decisamente più lungimiranti gli ideatori del primo stemma della squadra dei Reds, che posero al centro dello stesso subito i due Liver Bird e ai lati il Dio nettuno e il Tritone, a voler sottolineare il legame della città alla tradizione marinaresca. Sopra la scritta latina “Deus nobis haec otia fecit”, letteralmente “Dio ci ha donato questi ozi”.

Liver Bird
Lo stemma del Liverpool in occasione del centenario

Il Liver Bird, l’uccello mitologico che protegge la città

Uno stemma che ha superato i decenni e svariati restyling. Ne abbiamo contati dieci che si sono succeduti in ben più di un secolo di storia. Cosa ha da raccontare questo simbolo? Raffigura il Liver Bird, un uccello mitologico simile al grifone risalente al Medioevo, in realtà metà aquila e metà cormorano, con un ramoscello di ginestra nel becco quale omaggio alla dinastia inglese dei Plantageneti. Il volatile svetta sulle maglie dei Reds e sulle torri del Royar Liver Building, edificio storico di Liverpool, dove una coppia di statue in bronzo raffiguranti questi uccelli sorveglia il fiume Mersey e la città. L’esemplare femmina, per la precisione, volgerebbe lo sguardo verso la città per proteggere le donne e i bambini, il maschio guarderebbe il mare per sorvegliare il ritorno a casa dei marinai. Quando se ne voleranno via – pare – questo significherà la fine della città inglese. Dieci restyling allo stemma, dicevamo, ma il Liver Bird è sempre rimasto, fiero e intoccabile, nonostante qualche aggiustatina e qualche aggiunta qua e là. Il cambiamento più significativo senz’altro nell’anno del centenario, dove viene arricchito con il motto che riecheggia sempre ad Anfield Road, “You’ll never walk alone”, il cui significato ormai lo sanno anche i bambini.

Liver Bird
Le fiamme ai lati dello scudetto, un chiaro omaggio alle vittime dell’Hillsborough

La tragedia dell’Hillsborough fa cambiare lo stemma dei Reds

E poi eccoci alle note dolorose, quelle che costrinsero nel 1993 i grafici a rimettere mano al logo: quattro anni prima la tragedia dell’Hillsborough, un evento che non può essere dimenticato e allora ecco comparire due fiamme ai lati dello scudo in memoria delle 96 vittime. Le fiamme le ritroviamo anche nella versione fine anni ’90, quella che campeggia ancora oggi sui prodotti ufficiali.

Liver Bird
Il logo così come lo conosciamo oggi

Il Liver Bird ai nostri giorni

Mentre per le maglie da gioco è stata adesso utilizzata un’ultima versione, più stilizzata, con il Liver naturalmente sempre fiero protagonista indiscusso. Un ritorno allo stemma utilizzato nel periodo più fortunato del Club, gli anni ’80, quelli dei maggiori successi. Un auspicio che, a giudicare dai successi degli ultimi anni, pare perfettamente centrato.

Eva Bertolacci

LEGGI ANCHE:

https://www.storiedipremier.it/nel-segno-dellarsenal-tutto-quello-che-non-sapevi-sullo-stemma-dei-gunners/

https://www.storiedipremier.it/west-ham-united-come-un-logo-puo-raccontare-la-storia-di-un-popolo-intero/

 

Come si forgia un campione: la vita di Paul Scholes

0
4 ' di lettura

di Luigi Della Penna

Quel 16 novembre del 1974, l’Inghilterra si specchiava nelle pozze d’acqua causate dal solito, grande e piovoso autunno che bagna ogni anno il Regno di Sua Maestà la Regina e nelle radio trasmettevano il rock psichedelico e avvolgente dei Pink Floyd e del loro album The Dark Side of the Moon. Dalle parti di Londra, il futuro scrittore Nick Hornby soffriva le peggiori pene adolescenziali per il suo Arsenal, un amore doloroso che poi gli varrà la grandezza letteraria con Febbre a 90′. A Manchester, invece, lo United si imponeva due a uno sull’Aston Villa. Normale amministrazione, penseranno i più giovani che, al pari del sottoscritto, non riescono neanche ad immaginare, una delle squadre più importanti del mondo, barcamenarsi nella seconda divisione inglese. Al Teatro dei sogni era scesa l’oscurità quando, nella primavera appena trascorsa, in occasione dell’ultima partita di campionato, contro i dirimpettai del City, un gol di tacco di Denis Law, leggendario ex dello United, consegnò la vittoria ai Citizens e condannò i diavoli rossi alla retrocessione.

Law, passato anche in Italia con la maglia granata addosso, insieme a Bobby Charlton e George Best aveva contribuito in maniera decisiva alla realizzazione del sogno europeo di Matt Busby, anche se, il giorno della storica finale del 1968, contro il Benfica di Eusebio, dovette rimanere fuori dai giochi. Lo sostituì Brian Kidd. Un’epoca, quando gli anni Settanta stavano volgendo ad un punto di svolta, era ormai tramontata per sempre sul vecchio palcoscenico dal sipario ormai logoro. Quel 16 novembre 1974, a pochi chilometri da Manchester, a Pendleton, sobborgo di Salford, nasce Paul Aaron Scholes. I tifosi dello United, anime alla ricerca della gloria perduta, gli stessi che stanno imboccando l’uscita dallo stadio della loro vita, non possono neanche immaginare che, venticinque anni dopo, vivranno una delle stagioni più belle della loro esistenza e che, lì vicino, uno dei protagonisti del treble 1998-1999 ha appena emesso i suoi primi vagiti. Di origine irlandese, della quale ne ha sempre fatto un vanto, non nascondendola come altri suoi colleghi, a diciotto mesi si trasferisce insieme alla famiglia a Langley, Greater Manchester.

Avete presente l’immagine tipicamente inglese, con un paesaggio costellato di casette tutte uguali e abbastanza anonime, proprio come nei film? Beh, adesso Langley appare così. Sinceramente, non so come fosse all’epoca, ma probabilmente non si discostava più di tanto dall’istantanea della città media in quell’angolo di mondo. Non è un bel posto in cui crescere, ma per Paul non fa molta differenza. Sono anni difficili per il Regno Unito e per le due entità irlandesi, il sangue scorre nel grigiore dell’occidente post 1945, ma la lezione impartita dal secondo conflitto mondiale è dura da mandare giù. Il 14 novembre 1974, due giorni prima della nascita di Paul Scholes, a Coventry, un membro dell’IRA ( Irish Republican Army) è vittima dell’ordigno che stava per innescare e che esplode in anticipo. Successivamente, al momento del ritorno della salma sul suolo irlandese, il personale dell’aeroporto di Belfast rifiuta di prendere in consegna il corpo. Sarà Dublino a riceverla. La morte dell’attentatore, di nome McDade, verrà utilizzata come giustificazione per quanto avverrà cinque giorni dopo a Birmingham: un’altra esplosione causa 19 morti e 182 feriti. Tale avvenimento passerà alla storia come il fatto di sangue di maggior gravità in tempi di pace nel Regno Unito, almeno fino ai fatti luttuosi del terzo millennio.

In questo marasma di eventi, il piccolo Paul cresce con un pallone tra i piedi e il solo obiettivo di divertirsi, lontano dalle preoccupazioni dei grandi. Il fratello di suo madre, lo zio Patrick, si rivela una figura fondamentale per il piccolo Paul: grande appassionato del Manchester United, con i suoi racconti di trasferte lontane e grandi match del passato, riesce ad ammaliare il nipote, tracciando un profondo solco nella psiche del giovane, interpretando alla perfezione il ruolo del pifferaio magico. L’ossessione calcistica di quello che diventerà l’eroe silenzioso dell’Old Trafford, probabilmente, ha origine da quel rapporto di intimo affetto tra consanguinei. Dall’altra parte, il padre, Stewart, lo porta spesso alle partite dell’Oldham, di cui Scholes si è sempre ritenuto un sostenitore fedele. Come tutti gli accaniti amanti della sfera, gli piace possederla attraverso il tocco, che sia in solitudine, nel classico e scolastico far sbattere la palla contro il muro di casa per affinare la tecnica, oppure in partite di strada, magari con ragazzi più grandi, ma non tanto per mettersi alla berlina, quanto per il gusto adrenalinico del partecipare ad un vero e proprio match. Il suo primo club calcistico è il Langley Furrow, poi gioca con il Boundary Park, dove condivide il campo con alcuni futuri compagni allo United, ovvero Nicky Butt, il suo più grande amico nel calcio, e Gary Neville: in una vecchia foto con la maglia della squadra dell’epoca, possiamo ammirare tre piccoli campioncini in posa. Hanno molti sogni in testa, ma sembra quasi che in quegli istanti non stiano pensando a niente, in quel tipico sguardo del piccolo uomo che non attende altro che il flash faccia il suo dovere e si torni a giocare. Da ragazzino è un più che discreto giocatore di cricket, anzi, diciamo pure che eccelleva anche in questo sport dal sapore decisamente britannico. Jim Hughes, membro del Middleton Cricket Club, dice di lui: era un battitore molto aggressivo e probabilmente avrebbe potuto avere una carriera di buon livello. Sfortunatamente, lo United gli ha chiesto di smettere con il cricket.

Saranno due, gli uomini fondamentali nella vita di Paul Scholes, almeno per quanto riguarda la scelta definitiva del football, quando ha appena quattordici anni: il primo è Mike Coffey, scout del Manchester United che insegnava alla Cardinal Langley High School, l’istituto frequentato dal ragazzo, mentre il secondo è Brian Kidd, si, quel Brian Kidd che aveva giocato da titolare e segnato un gol nell’unica Coppa dei campioni vinta dal club, divenuto nel tempo una personalità di spicco nel settore giovanile dei Red Devils. Mike descriveva il piccolo Scholes come un cervello calcisticamente veloce e nessuno avrebbe mai potuto intimidirlo. Non ho mai visto nessun ragazzo “picchiarlo”, perché aveva la capacità di anticipare i contrasti e affrontare le sfide. Un giocatore di grande talento. Proprio lui, suggerisce a Brian di visionare questo piccoletto dalla capigliatura scarlatta e Kidd non si lascia scappare l’opportunità, porta sia lui che Paul O’Keefe, figlio di Eamon O’Keefe, giocatore dell’Everton e dell’EIRE, alla corte dello United. Il primo incontro con il boss, Alex Ferguson, oscilla tra il compassionevole sguardo del manager scozzese e l’imbarazzo di Scholes. Brian gli aveva annunciato che sarebbe passato per presentargli due giovani promettenti. Quando la comitiva arriva, i due sono nascosti dietro Kidd e Ferguson quasi non li scorge.

Dove sono i bambini?

Sono davvero piccoli, pensa subito. I dubbi sul fatto che sarebbero diventati dei calciatori sono davvero tanti. O’Keefe non diventerà mai un giocatore, l’altro Paul, invece, si.

Il “povero” Zanzi: da Campioni all’Inghilterra

4 ' di lettura

La colonia di calciatori italiani che hanno cercato fortuna in Inghilterra è ricca di nomi illustri, come Magic Box Gianfranco Zola e due bomber implacabili come Fabrizio Ravanelli e Gianluca Vialli. Appartiene a questo gruppo anche un giocatore, a suo modo, iconico. Il protagonista sfortunato di un programma cult dei primi anni 2000 che, dopo questa esperienza piuttosto infelice, ha continuato ad inseguire il suo sogno arrivando a calcare i campi di sua maestà. Si tratta di Vincenzo Zanzi, tra i protagonisti di quel simpatico mix tra sport, emozioni e trash che è stato “Campioni, il sogno”.

Gli inizi al Baracca Lugo, sognando la Juventus

Prima di diventare un idolo del web, Zanzi ha iniziato la sua carriera con buone prospettive. Classe ’78, comincia la sua carriera nell’Unione Sportiva Stuoie per poi passare al Baracca Lugo. Sono anni importanti per la squadra della sua città, passata nel giro di due anni dalla D alla Serie C1 sotto la guida di un giovane Alberto Zaccheroni.

Zanzi entra nel vivaio del club bianconero e, con la formazione Allievi, si aggiudica il Torneo Sacchi battendo in finale il Torino. Nelle file granata milita un attaccante che farà molta strada in Serie A, ovvero la bandiera del Chievo Sergio Pellissier. Negli anni della Baracca Lugo Zanzi si toglie diverse soddisfazioni, tra cui una chiamata a Coverciano da parte della Nazionale Under 15 e soprattutto un provino per la Juventus. È la squadra del cuore del giovane difensore, che ha la possibilità di osservare da vicino alcuni dei suoi idoli assoluti come Vialli, Peruzzi e Del Piero.

La carriera di Zanzi sembra dunque in decollo, ma un brutto infortunio lo tiene lontano dai campi per diverso tempo. Il ragazzo però non molla, torna in campo e prosegue la sua scalata nel vivaio del Baracca Lugo fino ad arrivare alla prima squadra. Alle sue gioie personali fanno da contraltare le difficoltà del club, nel frattempo retrocesso in Serie D e alle prese con problemi economici. Per questa ragione, al termine del campionato 1999/00, Zanzi lascia la squadra della sua città e firma per il Valleverde Riccione (sempre in Serie D).

Zanzi al Cervia, da sogno a incubo ed idolo del web

Per il momento abbiamo raccontato i primi di carriera di un ragazzo che sta facendo la sua gavetta inseguendo il suo sogno. Una carriera che, almeno a livello di notorietà, potrebbe subire un’impennata nell’estate del 2004. Zanzi decide infatti di partecipare ai provini per il Cervia, squadra di Eccellenza protagonista del reality di Mediaset a tema calcistico “Campioni, il sogno”. Un’occasione interessante, che però non dà i frutti sperati.

Zanzi diventa infatti un protagonista sfortunato del reality fin dalla prima puntata. Quando la conduttrice Ilaria D’Amico deve annunciare i membri della rosa del Cervia, prima inserisce Zanzi tra i giocatori selezionati e poi le viene comunicato che il nome del ragazzo ravennate in realtà era stato escluso. Zanzi diventa dunque il primo tra gli sfidanti, che settimanalmente insidiano un componente della rosa per cercare di sostituirlo.

Zanzi

La settimana successiva Zanzi il suo avversario – il bosniaco Zoran Ljubisic – in tre prove stravinte dall’ex Baracca Lugo. Per decretare il vincitore, però, come da prassi nei reality, serve il televoto che invece vede trionfare Ljubisic. Una beffa per Zanzi, che diventa suo malgrado un idolo del web per via di un video commentato dalla Gialappa’s band nel corso del programma Mai dire Campioni.

Oltre alle sue sfortune già citate Zanzi viene descritto come un ragazzo “bullizzato” dai compagni, ma ad anni di distanza fa chiarezza in un’intervista: “Un po’ di notorietà è arrivata, pensa che dopo sedici anni capita sui social che mi scrivano ancora e questo mi fa piacere. Per quanto riguarda la Gialappa’s, sono sincero, in parte ci rimasi male, perché quanto mostrato non rispecchiava la mia reale situazione relazionale: fecero tagli ad hoc per creare una falsa realtà, probabilmente per aggiungere un pizzico di sale, attirando così più telespettatori e di conseguenza ottenere più ascolti. Avevo un ottimo rapporto con i compagni e ancora oggi ho mantenuto i contatti”.

La rivincita di Zanzi, in Inghilterra nel Bromley

Dopo un’esperienza del genere, Zanzi avrebbe potuto anche perdere fiducia in sé stesso e nel suo sogno calcistico. Il ragazzo però non demorde, proseguendo la sua carriera in Serie D tra Pergolese e Castelfranco. Sembra ormai essere quella la sua dimensione, ma l’ex ”brutto anatroccolo” del Cervia vuole dare un nuovo scossone alla sua vita calcistica.

Nel 2008, quando ormai ha compiuto 30 anni, Zanzi tenta l’avventura Inghilterra pur avendo ancora offerte per continuare a giocare in Italia. Comincia a seguire le squadre delle serie minori e, dopo poco tempo, gli viene offerta un’occasione dal Bromley (squadra di Conference South, la sesta serie inglese). Zanzi comincia ad allenarsi con il suo nuovo club e, il 14 febbraio del 2009, esordisce in campionato contro il Worcester.

Zanzi

Un sogno che si avversa per Zanzi, da sempre desideroso di calcare i campi di sua maestà. La sua esperienza inglese termina poco prima dell’inizio della stagione successiva, per motivi familiari. Una bella rivincita, per un giocatore conosciuto più per le sue sfortune ai tempi del Cervia che non per la sua fugace parentesi britannica.

LEGGI ANCHE: Il volo dei cigni: la cavalcata europea dello Swansea nel 2013/14

Joe Morrell “snobba” i grandi centrocampisti inglesi: “Il mio idolo è De Rossi, la 16 in suo onore”

2 ' di lettura

“Nessuna nazione può sopravvivere senza miti, e nessun giovane può crescere senza idoli” (Cit. Yasmina Khadra)

Si può davvero sopravvivere senza avere un idolo? Si può davvero sognare senza ispirarsi ad un modello? Ognuno di noi, da bambino almeno fino all’adolescenza ha avuto un idolo. Impossibile non averlo. Chi magari aveva un cantante, chi un ballerino, chi un attore e chi… beh… chi un calciatore.

Ogni volta che hai calpestato quel campetto d’erba, ogni volta che i tacchetti dei tuoi scarpini affondavano nel fango, ogni volta che hai calciato un pallone con la maglia del tuo idolo sulle spalle, chi, anche solo per un secondo, non si è sentito un campione nei panni del proprio beniamino? O magari ha emulato la sua esultanza. Chi, non ha sognato di incontrarlo e di scambiarci due palleggi?! Gli idoli esistono per questo, sai che è lì, a ricordarti qual è il tuo obiettivo, a ricordarti come vorresti essere un giorno.

E allora, beh… anche Joe Morrell, nato ad Ipswich nel 1997 è cresciuto con le giocate del suo idolo negli occhi, con quelle di Daniele De Rossi. Insolito penserete, Joe, gallese, con cittadinanza inglese, nonostante i tanti campioni dei Tre Leoni a centrocampo come David Beckham, Frank Lampard, ha scelto proprio il giocatore romano come modello da seguire.

Morrell, aveva appena 9 anni quando De Rossi alzò verso il cielo di Berlino la Coppa del Mondo e lo ammirava con grande stupore ed orgoglio. Negli anni crescendo Joe è diventato un calciatore professionista, e guarda caso un centrocampista, proprio come il suo idolo. Morrell è un giocatore modesto, milita in Championship con il Luton, un grande desiderio però è rimasto nel suo cuore, per tantissimi anni, quello di conoscere Daniele De Rossi.

Joe Morrell ed il suo idolo, Daniele De Rossi

Nella sfida contro l’Italia, Morrell è in campo, gli batte così forte il cuore a vedere quella maglia azzurra che il suo idolo per tanto tempo ha indossato. Poi, l’epilogo a sorpresa, De Rossi fa parte della spedizione europea degli azzurri. E Morrell non ha perso nemmeno un secondo del suo tempo, nonostante la sconfitta del suo Galles, a fine partita ha conosciuto De Rossi, ed ha scattato una foto ricordo. “E’ il mio idolo, il motivo per cui indosso la maglia numero 16″. Sì, si è comportato come un semplice ragazzo che incontra il suo modello. 

LEGGI ANCHE, La storia di Sam Bartram, il portiere disperso nella nebbia

Gli acquisti più fantasiosi (per ora) del calciomercato estivo di Premier League

0
7 ' di lettura

Il calciomercato di Premier League è ormai da anni il più ricco del Vecchio Continente. Levate eccezioni come le squadre di punta in Spagna, il Paris Saint Germain in Francia, o il Bayern in Germania, il mercato più proficuo per giocatori e procuratori è sicuramente quello inglese. L’estate 2021 si preannunciava diversa, in tono potenzialmente minore. Nei mesi passati molti dirigenti si sono lamentati dell’insostenibilità del sistema calcio (ma l’unica risposta proposta, la Superlega, faceva acqua da tutte le parti) dopo diciotto mesi di pandemia, e con la Brexit ormai avvenuta anche le regole per gli acquisti di giocatori europei sono più severe.

Dopo un mese di calciomercato, si può però dire che molti pianti e tragici presagi sono stati disattesi. Se è vero che Manchester City e Tottenham ancora non si sono mosse, mentre Arsenal e Liverpool si sono “semplicemente” assicurate due giovani di buonissime speranze, è il Manchester United che sta tenendo banco. La spesa da 85 milioni (più probabili lauti bonus) per Jadon Sancho è stratosferica, ma i Red Devils sarebbero anche vicini ad acquistare Raphael Varane dal Real Madrid mettendo sul piatto altri 50 milioni.

Queste prime settimane di calciomercato di Premier League hanno visto, però, molti altri movimenti. Le squadre medie e piccole, affidandosi come al solito alla programmazione più che al peso del budget trasferimenti, hanno già firmato più giocatori. E come sempre, i profili sono tanti e molti anche particolari.

Il guerriero torna a casa – Ashley Young all’Aston Villa

Il calciomercato di Premier League riporta Ashley Young all'Aston Villa

Il veterano di mille battaglie che torna a casa e si rimette in gioco è da sempre uno dei leitmotiv della sessione estiva. Per il calciomercato di Premier League di quest’estate sono bastate due settimane per vederne l’esempio. Dopo diciotto mesi di più bassi che alti, ma con lo scudetto vinto all’Inter, Ashley Young “it’s coming home” (almeno lui), destinazione Villa Park. Sarà l’ala ex Utd a movimentare le speranze dell’Aston Villa? Difficile, ma i grandi ritorni danno sempre un tocco romantico alla lista degli acquisti estivi.

L’acquisto più assurdo nel calciomercato di Premier League – Jeremy Sarmiento al Brighton

Jeremy Sarmiento, uno degli strani casi del calciomercato di Premier League

Le giovanili del Benfica sono da sempre fucina clamorosa di talenti. Anche negli ultimi anni molte stelline si sono fatte notare dalle parti di Lisbona, per poi approdare in lidi più quotati e soprattutto ricchi. João Félix, Renato Sanches, anche Fabio Silva è passato di lì (anche se appartenente agli acerrimi rivali del Porto). Così non è strano sentire che un talento delle Aquile venga accostato a City, Bayern e Barcellona. Molto più insolito, per non dire totalmente folle, è che scelga di accasarsi al Brighton.

Jeremy Sarmiento è nato a Madrid, da giocatori ecuadoregni, ma è cresciuto in Inghilterra dai 7 anni in là. Ha fatto parte di stellari selezioni giovanili dei Tre Leoni (anche se dice di sentirsi più ecuadoregno), ma decise due anni fa di andare in Portogallo a continuare la sua carriera come tanti altri potenziali fenomeni inglesi. A 19 anni il contratto con il Benfica è scaduto, senza il grande scoppio che tutti si aspettavano. Così si dice abbia rifiutato due colossi come Bayern e Barcellona pur di andare al Brighton. Sarà merito delle spiagge sulla Manica? Sicuramente un giocatore offensivo funambolico e intraprendente come Sarmiento scardinerà l’altrimenti molto organizzato schieramento dei Seagulls, ma è già ufficiale che Jeremy partirà dall’under 23. Misteri del calciomercato di Premier League.

Voglia di Draft – Jacob Montes al Crystal Palace

Jacob Montes, un americano per il Crystal Palace

Chi non vorrebbe sentirsi, per un giorno, uno di quei General Manager con potere assoluto di scelta, che arriva al Draft (quel giorno in cui le squadre americane scelgono tra i migliori talenti disponibili) per pescare dal mucchio un gioiellino sconosciuto ai più e renderlo un nuovo campione. Evidentemente dalle parti di Selhurst Park ci hanno pensato, perché uno dei nuovi acquisti del Crystal Palace è direttamente in uscita da Georgetown University, cattolicissima scuola di Washington DC.

Jacob Montes ha 22 anni, ha origini dell’Honduras ed è un centrocampista molto offensivo. Sarebbe stato già chiamato al Draft della MLS, ma i Portland Timbers non ne hanno reclamato i diritti. Montes in giovinezza si è in realtà già allenato spesse volte con squadre inglesi, con parentesi importanti anche al Manchester United, ma alla fine chi gli ha offerto un contratto sono le Aquile di Londra. Andrà probabilmente in prestito per ottenere punti riguardo il permesso di lavoro in Inghilterra, ma non dovrebbe lasciare la capitale se non per poche settimane.

Speranze da figlio d’arte – Cameron Ferguson al Newcastle

Cameron Ferguson, il figlio di Big Dunc al Newcastle

Se il ritorno del campione ormai in là con l’età è romantico, lo è forse ancor di più se un ragazzo dal cognome molto pesante si fa strada nel calcio che conta. E dalle parti di Liverpool e Newcastle, Ferguson ha un peso poco inferiore che a Manchester. Non stiamo infatti parlando del nipote di Sir Alex, ma di Cameron: il figlio di Duncan.

Big Dunc è ormai da anni collaboratore tecnico del suo grande amore inglese, l’Everton, ma è un’altra sua ex squadra ad aver chiamato il figlio in Premier. I ricordi lasciati da Duncan al St. James Park non sono dolci quanto quelli dei Blues di Liverpool, ma scommettiamo che ai tifosi Magpies basti che il figlio non sia folle quanto lo era il papà. Intanto Cameron ne è la copia, anche se col sorriso di chi non ha ancora visto la prigione: alto, mancino, punta centrale. Ha iniziato a Goodison Park, ma è passato dal Tranmere Rovers prima di finire a Newcastle. Un’altra lacrimuccia da versare in questo calciomercato di Premier League: se vedi giocare il figlio di un idolo che già seguivi decenni fa, sicuramente non sei un fan di primo pelo.

Il vento dell’est spira su Norwich – Milot Rashica al Norwich City

Milot Rashica, l'ala kosovara del Norwich

Per chi segue più di due campionati in Europa, il nome Milot Rashica non può suonare nuovo. Neanche ai tifosi italiani dovrebbe essere del tutto sconosciuto, perché si è parlato spesso di questa ala come possibile colpo per Napoli e altre squadre. Alla fine invece è il Norwich a strapparlo dalla recente mediocrità del Werder Brema.

Rashica è estremamente talentuoso, anche se sembra che a 25 anni le promesse inizino a esser mantenute meno di quel che si pensava. Dalla storia personale importante (è nato durante guerra del Kosovo, in una zona teatro di scontri feroci), Milot si potrà ora confrontare con il campionato più difficile del mondo, in una squadra dove dovrebbe trovare moltissimo spazio. Certo è che, per chi poteva finire due anni fa in una squadra da Champions, trovarsi a lottare per rimanere in Premier non è il passo avanti sperato.

La scommessa sgarbata – Emmanuel Dennis al Watford

Emmanuel Dennis, nuova punta del Watford

Il Watford ha ritrovato la massima serie, ed è quindi chiamato a una campagna acquisti lunga e piena di trasferimenti se vuole riuscire a rimanere in Premier. Così per ricoprire il ruolo di punta centrale le Hornets sono andate a bussare alle porte del Club Brugge. 4 milioni di euro versati ai belgi per avere Emmanuel Dennis.

L’attaccante nigeriano non è una scommessa perché giovanissimo, per quanto abbia solo 23 anni. Ricordate il Club Brugge che due anni fa pareggiò 2-2 col Real al Bernabeu? Doppietta proprio di Dennis. Alla fine di quella stagione, sembrava che mezza Europa volesse comprarlo. Ma nessuno aveva intenzione di spendere i 40 milioni richiesti dalla società belga, con l’Atalanta arrivata fino a 25. Veloce, forte, abbastanza costruito tecnicamente, versatile nel ruolo, con quella fierezza del giocatore di strada che si è costruito da solo e un sinistro di fuoco. Poi quello che si può solo chiamare declino, col prestito al Colonia da gennaio di quest’anno dove ha giocato solo 9 volte senza segnare. Non trova la porta da febbraio.

Cosa è successo a Dennis? Semplicemente, è una clamorosa testa… calda. Una delle ultime genialate è arrivata a novembre. I posti sul pullmann del Club Brugge sono razionalizzati per le norme anti-covid. Il buon Emmanuel trova il suo posto, quello a cui non può rinunciare, barrato. Non ci si può sedere. Parte una lite furibonda e scende, non va a giocare la partita di Champions contro il Dortmund. Tremendamente convinto delle sue qualità (sicuramente troppo), totalmente incostante, indisponibile a sopportare la noia di quelle cose inutili come gli allenamenti di squadra. Così un potenziale crack da 40 milioni di euro di valore viene spedito a Watford per miseri 4 milioni. La storia del calcio insegna che scommesse del genere possono avere solo due risultati: o un successo incredibile (ma quasi mai duraturo), oppure più spesso un insostenibile fallimento. Giocarsi una stagione da neopromossa con questa spada di Damocle che già fa sentire la lama ben affilata, aggiunge ancora più stress.

Il classico esterofilo calciomercato di Premier League dei Wolves – Junior Mosquera e Bendeguz Bolla al Wolverhampton

Yerson Mosquera, un difensore colombiano ai Wolves

Chiudiamo con due acquisti della filiale dell’ambasciata portoghese in Inghilterra, il Wolverhampton. E non è l’ennesimo lusitano, quel Trincão su cui il Barcellona ha speso ben 30 milioni l’anno scorso per mandarlo quest’estate in prestito ai Wolves.

Infatti la Brexit ha avuto apparentemente una conseguenza favorevole per le squadre inglesi. Il governo ha infatti allentato le regole strettissime per acquistare giovani calciatori non europei. Visto che dalle parti di Wolverhampton piace investire in risorse latineggianti, subito sono andati a pescare un giocatore sconosciuto. Dall’Atlético Nacional, storica squadra di Medellín, arriva Yerson Mosquera. Difensore centrale di 19 anni, 24 partite ufficiali disputate, più qualche sfida con l’under 20 colombiana. Alto, ancora smilzo e da sviluppare, buona falcata e sembra piedi senza le classiche banane allegate solite del mestiere. Andrà sviluppato assai, nella colonia portoghese.

Che a Wolverhampton piacciano i nomi particolari s’era già capito. Dopo gli Europei dovevano necessariamente trovare qualcosa fuori dagli schemi, così era chiaro che almeno un acquisto dovesse provenire dall’Ungheria. Bendeguz Bolla però non è per niente uno sconosciuto. Capitano della nazionale under 21, seguito da molti club italiani ed europei, sceglie la multiculturalità degli Wolves per uscire dai confini nazionali. Questo è un prospetto acclarato, anche se verrà mandato un anno in Svizzera a farsi ossa ed esperienza. O forse solo per dare tempo ai Wolves di acquistare ancora più giocatori di diverse nazionalità, a parte che quella inglese.

LEGGI ANCHE: La dichiaro in arresto, Duncan Ferguson! Io, tradito dalla mia Scozia

Nel segno dell’Arsenal: tutto quello che non sapevi sullo stemma dei Gunners

6 ' di lettura

Lo stemma dei Gunners fece la sua prima comparsa il 20 Ottobre 1905, quando il noto “Book of Football” pubblicò un articolo sul meno conosciuto Woolwich Arsenal Football Club. Un pezzo vagamente autoreferenziale, firmato Arthur Kennedy, niente meno che il vicepresidente della società, il quale decise orgogliosamente di accompagnare il proprio scritto con una gigantografia raffigurante l’immagine del club.

La trama prendeva spunto, come ai più sarà noto, dallo stemma del distretto di Woolwich, riproducendone i tratti salienti. Il logo del club presentava però l’aggiunta delle foglie d’alloro e la particolare incisione dei caratteri all’interno di un sinuoso nastro, il quale andava avviluppandosi a mo’ di fiocco, al fine di conferire un carattere più maestoso rispetto all’originale insegna municipale. Immancabile, invece, la replica dei tre cannoni con le teste di leone, così come la trasposizione dell’identico motto latino: ‘Clamant nostra tela in regis querela’.

L’effigie del municipio di Woolwich fu realizzata soltanto pochi anni prima, precisamente nel 1901, in coincidenza con l’investitura del quartiere quale parte integrante del recentemente costituito Consiglio della Contea di Londra. Infatti, per oltre un millennio Woolwich era stata una parrocchia della diocesi di Rochester, nel Kent, contea dalla quale era stata scorporata con un tratto di penna appena 12 anni prima, nel 1889: di qui l’esigenza un re-branding dell’immagine cittadina, a rimarcare la nuova appartenenza. I cannoni raffigurati sul primo emblema sociale, non a caso, erano un ovvio e nostalgico rimando all’influenza militare propria della vecchia Woolwich. Invero, nonostante i legami del club con la suddetta area siano stati recisi più di un secolo fa, curiosamente il tema dei cannoni si è sviluppato nel corso degli anni, rimanendo preminente e centrale nei differenti loghi dei Gunners che si sono susseguiti.

A confronto: 1) Il primissimo stemma del Woolwich Arsenal FC; 2) L’effigie del Metropolitan Borough of Woolwich.

Nei primi anni del Novecento occorre puntualizzare che, quantomeno a livello calcistico, lo stemma non risultava parte integrante dell’identità del club come al giorno d’oggi. Le maglie, infatti, solitamente erano realizzate in tinta unita, senza l’apposizione di alcun emblema, a meno che non si trattasse di un match particolarmente importante, come poteva essere la finale di FA Cup. Lo stemma era invece generalmente rappresentato nei manuali e nei c.d. “matchday programmes”, gli storici opuscoli delle gare, nonché riportato nella carta intestata utilizzata dal club per le varie comunicazioni.

All’indomani del trasloco dei Gunners in quel di Highbury, occorso nel 1913, a nessuno sarebbe saltato in mente che di abbracciare il lascito ereditario del vecchio “Woolwich Arsenal”, mantenendo i cannoni quale segno distintivo. Del resto quelli erano anni veloci, sull’onda lunga dell’industrializzazione imperante e all’insegna del cambiamento repentino: figurarsi se qualcuno si poneva il problema dei legami col passato. A fronte di una continua domanda di produttività, sarebbe stato quantomeno anacronistico. Il club infatti mutò il proprio nome, o meglio lo accorciò, in sintonia con la richiesta di snellezza collettiva, così da “Woolwich Arsenal” divenne semplicemente “Arsenal”. A riportare tutti sulla Terra, alla primordiale esigenza di aggrapparsi alle proprie radici, furono la miseria e il devasto portati dalla Grande Guerra: un evento che non lasciò esente neanche il mondo del calcio, che dopo anni all’insegna del surrealismo iniziò ad assestarsi soltanto a partire dalla stagione 1919/20. Durante il periodo del conflitto nell’universo dei Gunners non vi fu alcuna traccia di uno stemma, del resto c’erano cose più importanti a cui pensare. Ma all’indomani della guerra, precisamente nella stagione 1921/22, la carta intestate del club rifulgeva grazie a un nuovo cannone che si ergeva solitario, puntando verso Ovest.

Per la prima volta un cannone veniva posto in orizzontale sull’effigie del club, così come innovativo era il fatto che puntasse verso Ovest. Il tutto ebbe una durata effimera, poiché l’emblema fu cambiato la stagione successiva, come ci rivela un vecchio opuscolo del match che vedeva l’Arsenal affrontare il Burnley. Proprio per quell’occasione fu predisposta una nuova modifica al logo, recante una rappresentazione di un cannone diversamente stilizzato, più massiccio e temibile alla vista della squadra avversaria, che stavolta puntava verso Est. Chiunque abbia disegnato quest’arma dalla maestosa parvenza ha visto utilizzato il suo lavoro artistico per sole tre stagioni, dal momento che a partire dalla stagione 1925/26 la bocca di fuoco dei Gunners tornò a puntare verso Ovest, oltre ad essere contraddistinta da una stilizzazione più minuta. L’unico particolare della stravagante creazione artistica che venne confermato fu la dicitura ‘The Gunners’ a fianco dell’arma. Ma si sa, prima o poi le mode tornano.

In ordine: 3) il cannone nel logo della stagione 1921/22; 4) il curioso cannone del triennio 1922/25; 5) il modello adottato dal 1925 al 1949.

La derivazione del cannone dal tratto più sottile, storicamente adottato nello stemma dei Gunners (salvo il triennio in cui venne adottata la bizzarra stilizzazione sopradescritta), non è mai stata ufficialmente confermata, sebbene il marchingegno bellico raffigurato sia incredibilmente similare ad uno di quelli rappresentati sull’effigie della Royal Arsenal Gatehouse di Woolwich. Questa tipologia di cannone rimase disegnata sui matchday programmes dell’Arsenal per 17 lunghe stagioni. L’arma da scoppio è rimasta immutata sino ai giorni nostri, eccetto impercettibili modifiche e, nonostante l’affermazione del “Victoria Concordia Crescit” Crest (così è noto lo storico stemma dei Gunners adottato a partire dal 1949), ha sempre continuato a rappresentare il simbolo del club, caratterizzando il merchandise ufficiale.

6) Lo stemma della Royal Arsenal Gatehouse; 7) Il primo storico modello di VCC Crest

Il celebre VCC crest (dal motto in latino ivi riportato), prima di venire rimpiazzato dallo stemma odierno, ha rilevato la pesante eredità di icona del popolo Gunners.  L’editore del matchday programme dell’ultima gara della trionfale stagione 1947/48, soprannominato ‘Marksman’ (meglio noto come Harry Homer), ebbe a scrivere nell’opuscolo: “La mia mente sollecita un’appropriata citazione per chiudere una stagione così gloriosa per I nostri Gunners. Per una volta dovremmo tornare al Latino. ‘Victoria Concordia Crescit’. Tradotto, la vittoria deriva dall’armonia”. Appena due Stagioni dopo l’Arsenal svelò il suo nuovo logo, che guarda caso incorporava la massima latina di Marksman. Tom Whittaker, allora allenatore dei Gunners, anni dopo raccontò in un suo libro di come il board del club fosse rimasto impressionato dal motto utilizzato da Marksman e di come avesse deciso di adottarlo. Il nuovo logo riportava anche la dicitura “Arsenal” in stile gotico, il consono cannone mirante verso Ovest e l’effigie del quartiere londinese d Islington, con il relativo ermellino.

8) Una delle ultime versioni del VCC old style; 9) La stilizzazione commercialmente “pulita” del 2001

Per i successivi 53 anni lo stemma dei Gunners rimase tale e quale, senza ricevere grossi accorgimenti, fino a che all’inizio della stagione 2001/2002 si optò per un parziale restyling, andando a “ripulire” il vecchio stemma per ragioni commerciali, con un solido giallo a rimpiazzare le differenti tonalità dorate e la rappresentazione del motto “Vittoria Concordia Crescit” in un meno adornato carattere tipografico. Il suddetto intervento era soltanto il preludio allo stravolgimento del logo che sarebbe avvenuto l’anno seguente. L’identità del club si era così evoluta nel corso degli anni, così internazionalizzata, al punto che la decisione di elaborare un nuovo stemma nel 2002 fu presa nell’ottica di abbracciare il futuro e andare avanti (“Move Forward”). Con la demolizione dello storico Highbury sempre più vicina e il nuovo Emirates Stadium all’orizzonte, nonché l’ascesa del club allenato da Wenger ai vertici del calcio domestico ed europeo, il club ritenne fondamentale introdurre un nuovo stemma, quasi a inaugurare una nuova epopea, un nuovo dominio.

Lo stemma elaborato all’epoca è grossomodo identico a quello attuale. Uno scudo smussato, dalle finiture oro e blu, cinge un cannone dorato che punta insolitamente verso Est, al di sopra del quale si staglia la maestosa scritta in bianco “Arsenal”. A venir meno sono i motti latini che per decenni hanno contraddistinto l’emblema dei Gunners, rimpiazzati dalla suddetta scritta, forse meno evocativa ma commercialmente più efficace. Nel corso di questi vent’anni non sono stati approntati accorgimenti significativi, salvo un’unica eccezione. Infatti, la maglia per la stagione 2011/12 vedeva affisso sul petto uno stemma speciale, celebrativo del 125° anniversario dalla nascita del club, che combinava la grafica del primissimo simbolo dei Gunners con quella della versione attuale. 15 foglie di alloro alla sinistra dell’effigie del club a rimembrare il dettaglio raffigurato sul retro dei pezzi dei sei pence pagati da 15 uomini per fondare l’Arsenal. Le 15 foglie di quercia (Oak in inglese) sulla destra del logo, in ricordo del Royal Oak Pub, il luogo ove I fondatori erano avvezzi darsi appuntamento. Al di sotto dell’emblema, invece, trova spazio uno dei motti più inflazionati in battaglia -‘Forward’- con le date dei rispettivi anni celebrati.

Nell’immagine: 10) l’attuale stemma dei Gunners; 11) la speciale edizione in occasione del 125° anniversario dalla fondazione del club.

PODCAST: IL FUORICLASSE ROBERT PIRES, L’ARSENAL DEGLI INVINCIBILI E QUEL WENGER MAESTRO

“Chi l’ha detto che i sogni non si realizzano?” Mi chiamo Sterling ed oggi ho segnato a Wembley

0
3 ' di lettura

Quale bambino/a con il football nel sangue, non ha sognato almeno una volta nella vita, di percorrere quel lungo tunnel che conduce dagli spogliatoi al terreno di gioco di Wembley?! Cornice di sfide prestigiose, lì ogni angolo custodisce un ricordo di qualche grande partita di calcio.

Raheem Sterling è l’esempio di chi, con tenacia e sacrificio ha realizzato il suo sogno. “Se in essi non credete, non chiamate Raheem”. Nato a Kingston, in Giamaica, si è trasferito ben presto, a soli 5 anni con la mamma in Inghilterra. Dove? A Neeld Crescent, sobborgo a pochi minuti da Wembley. Se vivi a due passi dallo stadio, indubbiamente quell’imponente struttura con quell’arco scintillante che si staglia tra i grattacieli, non può che farti affiorare magici pensieri per la testa. Chi non se ne sarebbe innamorato?!

Sterling è cresciuto infatti all’ombra di Wembley con un chiodo fisso nella mente, entrare un giorno in quello stadio con sulle spalle la 10 dell’Inghilterra e segnare un gol. Un desiderio troppo, troppo forte tanto che se l’è addirittura tatuato sull’avambraccio. L’ha messo lì, l’ha ammirato ogni volta in cui il traguardo sembrava essere più distante, più impervio, nei giorni in cui pareva sfumare. Lui però era lì, non troppo silenzioso, a ricordargli che tutti quei sacrifici che stava facendo l’avrebbero ripagato. Magari non oggi, magari neppure domani, ma ce l’avrebbe fatta.

Il tatuaggio di Raheem Sterling che raffigura lui con la 10 dell’Inghilterra e lo stadio di Wembley

E’ il 13 giugno del 2021, in programma c’è Inghilterra-Croazia, parte subito con un big match l’avventura europea della Nazionale dei Tre Leoni. Quando Southgate annuncia gli 11 titolari, spicca in attacco Raheem Sterling. Ora dopo ora, minuto dopo minuto, secondo dopo secondo, l’attaccante del Manchester City sente che sta per coronare il suo sogno. Questa volta, il suo tatuaggio sta davvero prendendo vita.

Attraversa il lungo tunnel di Wembley, gli scarpini sono d’improvviso più leggeri… Le gambe cedono, l’aria ha un sapore di casa. Poi, l’ingresso in campo, la 10 sulle spalle e l’inno della sua amata Inghilterra, tutto è perfetto, tutto è dannatamente identico a come lo aveva sempre immaginato. E’ il 57’ quando Kalvin Phillips si inserisce dentro a grande velocità, serve Sterling che trafigge Livakovic. E’ 1-0 a Wembley, sì avete capito bene, a Wembley, a casa di Raheem. Scoppia inevitabilmente in una corsa di gioia incontenibile.

Raheem Sterling esulta dopo il gol realizzato a Wembley, 1-0 Inghilterra contro la Croazia

“È una bella sensazione – ha affermato Sterling – ho sempre detto che un giorno avrei giocato a Wembley e segnato in un torneo importante. Sono cresciuto a due minuti da questo stadio, sapevo di dover segnare. Riuscirci è stata una bella sensazione. Non vedevo l’ora di arrivare qui per giocare”.

Ma sogno chiama sogno, ed ora Raheem ne custodisce un altro. Dopo l’esordio a Euro2020 contro la Croazia, ha segnato alla Repubblica Ceca ed alla Germania. Sterling, non vuole più fermarsi, a suon di gol, vuole portare la Nazionale inglese sul tetto d’Europa, desidera alzare al cielo il trofeo proprio in quel campo dal sapore casalingo, che per uno scherzo del destino, è il palcoscenico della finale.

LEGGI ANCHE: Kalvin Phillips, il Pirlo dello Yorkshire

Il volo dei cigni: la cavalcata europea dello Swansea nel 2013/14

3 ' di lettura

Ci sono squadre per le quali l’Europa, Champions League o Europa League che sia, rappresenta ormai un salotto abituale. Per altre invece risulta un viaggio unico e forse irripetibile che, al di là della durata, lascia in dote emozioni indescrivibili. Fa parte di questa seconda categoria lo Swansea, per la prima volta in Europa League nella stagione 2013/14 dopo aver conquistato la League Cup l’anno precedente. Una Cenerentola data per spacciata ancora prima di iniziare, ma che ha saputo farsi rispettare.

Il mercato estivo e i primi turni preliminari

Per affrontare al meglio la stagione, il patron dello Swansea Huw Jenkins regala al tecnico Michael Laudrup quattro rinforzi. Per la difesa viene preso dall’Espanyol Jordi Amat, mentre la mediana viene rinforzata da Alejandro Pozuelo e Jonjo Shelvey (prelevati rispettivamente da Betis Siviglia e Liverpool). Il colpo principale però riguarda l’attacco con l’ingaggio di Wilfried Bony, capace l’anno precedente di segnare 31 gol in 30 partite con la maglia del Vitesse.

Wilfried Bony, il colpo dell’estate.

Il primo banco di prova arriva ad inizio agosto, con l’andata del primo turno di Europa League in programma al Liberty Stadium contro il Malmo. Nonostante l’evidente differenza a livello di curriculum internazionale, i gallesi spazzano via i rivali con un rotondo 4-0. Sono proprio i nuovi acquista a farla da padroni dato che, dopo l’1-0 di Michu, Bony firma una doppietta e Pozuelo arrotonda ulteriormente il punteggio. Sette giorni più tardi, grazie ad uno 0-0 in Svezia, lo Swansea ottiene il passaggio del turno.

L’avversario successivo è il Petrolul Ploiesti, formazione rumena con alle spalle 10 partecipazioni alle coppe europee. Anche in questo caso lo Swasea non patisce minimamente il gap a livello di curriculum internazionale, stravincendo per 5-1 la gara d’andata. Vanno ancora in gol Michu, Bony e Pozuelo oltre all’esterno offensivo Routledge, autore di una doppietta. Il k.o. per 2-1 al ritorno non pregiudica il cammino dei cigni gallesi, che accedono così alla fase a gironi.

La fase a giorni: Swansea a suo agio in Europa

Dopo due turni preliminari, per lo Swansea arriva il momento di fare sul serio. Ai gironi deve affrontare gli spagnoli del Valencia, i russi del Kuban’ e gli svizzeri del San Gallo. Esattamente come nei turni precedenti, i gallesi si presentano ai nastri di partenza come la squadra meno attrezzata a livello di esperienza internazionale. La squadra di Michael Laudrup, però continua ad affrontare la competizione europea con la giusta spavalderia, che l’ha portata un anno prima a vincere la prima League Cup della sua storia.

L’esordio non potrebbe essere più impegnativo, dovendo affrontare il Valencia in trasferta. Sembra una sconfitta annunciata, ma ben presto si trasforma in un monologo gallese. Lo Swansea vince infatti per 0-3, grazie alle reti dei soliti Bony e Michu e di De Guzman (che poi verrà a giocare in Italia). Nel match successivo i cigni ricevono la visita del San Gallo, che sconfiggono per 1-0 grazie al gol decisivo di Routledge. Due vittorie molto pesanti che, sommate ai pareggi conquistati nelle due sfide contro il Kuban’ consentono ai gallesi di qualificarsi per il turno successivo.

L’esultanza di Michu, dopo il gol nello 0-3 al Valencia.

Il Napoli ferma la campagna europea dello Swansea

Quella dello Swansea è una vera e propria impresa, considerando che si tratta della prima competizione europea della sua storia. Ai sedicesimi di finale l’avversario è il Napoli di Rafa Benitez, appena retrocesso dalla Champions League e tra le più serie pretendenti per la vittoria finale. L’ennesimo ostacolo per il volo dei cigni che, anche in questo caso, riescono a farsi rispettare.

La gara d’andata si gioca al Liberty Stadium il 20 febbraio 2014. Lo Swansea gioca una partita grintosa e attenta, soffocando le iniziative partenopee e chiudendo la contesa sullo 0-0. Si decide tutto al ritorno, quando però prevale la maggiore qualità degli azzurri che riescono a vincere per 3-1. Un k.o. che mette la parola fine alla prima esperienza europea dei gallesi che, anche se chiusa molto prima della finale, rimarrà comunque impressa per sempre nella loro storia.

LEGGI ANCHE: Swansea in paradiso: i cigni trionfano nella League Cup 2012/13