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lunedì 15 Dicembre 2025
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Michael Owen, l’eroe che nessuno si aspetta del derby di Manchester

9 ' di letturaDifficile trovare uno scozzese che abbia avuto più successo in Inghilterra di Sir Alex Ferguson. È uno scozzese duro e puro, non c’è dubbio: lo si capisce immediatamente da quello sguardo penetrante pronto a mostrare accenni d’ira alla prima cosa che non va. E in ventisette anni di carriera alla guida del Manchester United, il burbero tecnico cresciuto nei sobborghi di Glasgow ha vissuto tante situazioni che proprio non gli sono andate giù.

Nelle ultime stagioni al timone dei Red Devils, per esempio, una delle cose che gli ha dato più fastidio è stato assistere all’ascesa dell’altra squadra di Manchester. Agli occhi di Sir Alex i Citizens non erano mai stati dei veri rivali. Li aveva addirittura visti retrocedere in League One nel ‘98. I derby erano partite come le altre, da vincere tassativamente solo perché ha sempre considerato lo United una delle squadre più forti al mondo. Fino a che non sono arrivati i soldi dell’ex premier tailandese Shinawatra, sostituiti poi dai più sostanziosi petrodollari degli sceicchi di Abu Dhabi. Gli investimenti del City si sono fatti importanti, i nomi dei giocatori sempre più altisonanti. I rapporti di forza sono iniziati inesorabilmente a cambiare.

L’estate del 2009 è una delle più difficili per Ferguson, nonostante lo United possa vantarsi di aver conquistato le ultime tre Premier League. Da una parte vede la parte blu di Manchester pronta a spendere e spandere per rafforzarsi. Dall’altra si trova costretto a dire addio a uno dei giocatori che più ha amato in tutta la sua lunga carriera. Con un comunicato ufficiale dal tono asettico e tremendamente british, l’11 giugno lo United annuncia che ha accettato l’offerta da 80 milioni di pound del Real Madrid per Cristiano Ronaldo. Il fenomeno di Funchal vuole lasciare l’Inghilterra, Sir Alex ha fatto di tutto per trattenerlo ma non può più rimandare l’inevitabile. Ma non è tutto, perché una decina di giorni dopo diventa ufficiale anche la cessione di Carlitos Tevez. Il caso diventa un vero e proprio affronto quando l’attaccante argentino sceglie di trasferirsi proprio al Manchester City.

Il cartellone esposto dal Manchester City una volta acquistato Carlos Tevez

Sapere che in città campeggia quel cartellone blu con il volto di Tevez e la scritta “Welcome to Manchester” è un boccone amarissimo per Sir Alex, nonostante il rapporto con l’argentino non sia mai stato dei migliori. Un fastidio esacerbato da una verità indiscutibile: la rosa ha bisogno di un altro attaccante. Wayne Rooney non si discute, Dimitar Berbatov è incostante ma capace di giocate incredibili, i due giovani Welbeck e Macheda possono far comodo, ma ci vuole una punta di razza da poter inserire nelle partite più difficili. Dalle cessioni di Ronaldo e Tevez sono arrivati tanti soldi, le possibilità non mancherebbero. Eppure col passare dei giorni c’è un profilo che stuzzica la fantasia del tecnico scozzese, un nome completamente inaspettato.

Un attaccante a fine carriera… A 29 anni?

Hull City o Everton. Due strade, le sole due disponibili, diverse e in un certo modo deludenti. Club di Premier League, indubbiamente, ma non proprio di prima fascia. Se glielo avessero chiesto qualche stagione prima, Michael Owen non avrebbe mai immaginato che a 29 anni si sarebbe trovato a dover scegliere tra una squadra in lotta per la retrocessione e quella sbagliata di Liverpool. Nonostante da bambino tifasse per le Toffees, infatti, era poi cresciuto nelle giovanili dei Reds diventandone un vero e proprio idolo. Eppure, dopo aver concluso con un’amara retrocessione la sua avventura a Newcastle, si trova di fronte solo queste due offerte per continuare a giocare in Premier. Lui avrebbe un solo desiderio, tornare ad Anfield, ma il club non lo ha voluto.

Il destino sembra essere segnato per l’ex golden boy del calcio inglese. Quanti calciatori hanno iniziato la parabola discendente accettando un trasferimento in una squadra di livello inferiore per poi perdersi del tutto. Tanti, tantissimi, ma forse nessuno di loro ha corso il rischio di inabissarsi così presto nonostante il talento sconfinato a loro disposizione. Perché Michael Owen non è un attaccante qualsiasi, è un predestinato. Basta elencare i suoi successi e l’età in cui ha tagliato certi traguardi: a 18 anni aveva già vinto per due stagioni consecutive il titolo di capocannoniere della Premier League, a 22 ha conquistato il Pallone d’Oro (ultimo inglese a riuscirci), a 24 è diventato il nuovo attaccante del Real Madrid dei Galacticos.

In quel momento nessuno avrebbe mai messo in dubbio che avrebbe goduto di una lunga carriera ai vertici del football. Una carriera che avrebbe potuto sorpassare anche quella strepitosa di Alan Shearer. Tanto che, dopo la parentesi non troppo felice con le Merengues, era stato proprio il Newcastle ad acquistarlo per comporre un tandem da sogno di fianco allo stesso Shearer ormai negli ultimi anni di carriera. Ma proprio a St James Park inizia un calvario apparentemente senza fine. Owen gioca infatti solo 14 partite nei primi due anni al Newcastle. La frattura al dito del piede rimediata a dicembre 2005 gli ha fatto saltare tutta la seconda parte di stagione. È riuscito a tornare in campo per i Mondiali del 2006, ma si è fermato di nuovo al primo minuto dell’ultima gara del girone contro la Svezia. Stavolta è il legamento crociato anteriore del ginocchio destro a saltare, uno di quegli infortuni che può diventare una sentenza.

Michael Owen si è infortunato dopo pochi secondi dall'inizio della gara tra Inghilterra e Svezia ai Mondiali 2006

Nonostante ritrovi un po’ di continuità nelle stagioni successive non smette mai veramente di avere problemi fisici. La brillantezza che lo contraddistingueva a Liverpool ormai non si vede più. Per molti ormai è un giocatore finito, su cui possono scommettere solo squadre sull’orlo della retrocessione o che hanno bisogno del nome di spessore. Anche lo stesso Owen sembra essere rassegnato al suo destino, tanto da volare in America per conoscere David Moyes, il manager dell’Everton. Passano una giornata insieme giocando a golf e discutendo della squadra.

Di ritorno dagli Stati Uniti, però, riceve una chiamata. Dall’altra parte della cornetta c’è Nicky Butt, ex centrocampista del Manchester United con cui aveva condiviso lo spogliatoio al Newcastle e in Nazionale: «Giusto per avvertirti, Alex Ferguson ti vorrebbe mettere sotto contratto». Owen non ci può credere, pensa sia uno scherzo. Come può l’allenatore più iconico della Premier League pensare di ingaggiarlo nonostante il suo passato negli acerrimi rivali del Liverpool, nonostante non sia più il giocatore di un tempo tanto da aver ricevuto un secco no dai Reds, nonostante abbia praticamente solo una gamba buona? Invece è tutto vero. Pochi giorni dopo lo chiama direttamente Sir Alex che mette il carico da novanta: per lui è pronta l’iconica numero 7, la maglietta che fu di Best, passò a Cantona e ha avuto come ultimo divino interprete Cristiano Ronaldo. Owen non può che accettare l’offerta e iniziare un nuovo capitolo della sua carriera.

Il nuovo numero 7 del Manchester United

L’annuncio dell’arrivo di Michael Owen al Manchester United crea un piccolo tumulto in tutta l’isola. I fan del Liverpool insorgono per il passaggio di una loro vecchia gloria agli odiati rivali. Sentimenti simili a quelli dei tifosi dei Red Devils, che mettono sotto accusa anche Ferguson per aver sostituito due calibri da 90 come Ronaldo e Tevez con quello che è considerato un ex giocatore. Gongolano invece i supporter del City, godendo delle apparenti disgrazie dell’altra metà di Manchester mentre la proprietà araba promette investimenti faraonici.

Alex Ferguson però è uno scozzese duro e puro. Ha una convinzione granitica nelle sue idee e dell’opinione dei tifosi non se ne cura minimamente. Lui sa perché ha ingaggiato Owen, e non è solo per il lusso di avere un calciatore del genere disponibile a entrare dalla panchina per risolvere qualche grana. Sir Alex sa bene che i campionati si vincono sì con i piedi, ma ancor di più con la testa, e Owen è un agonista nato, sente la competizione come pochi altri. È uno di quegli uomini che porta la consapevolezza nei propri mezzi a un livello tale da diventare anche un po’ arroganza, ai limiti della disillusione. Nonostante sappia anche lui di non essere più l’atleta di qualche anno prima, è ancora convinto di poter segnare tante reti in Premier ed è pronto a dimostrarlo.

Michael Owen in maglia Manchester United

L’inizio di stagione del Manchester United è indubbiamente buono. Nella seconda giornata di campionato, a Burnley, Ferguson schiera per la prima volta dall’inizio la coppia Rooney-Owen ma arriva una sconfitta. È però l’unico passo falso di un periodo che vede l’esordio positivo contro il Birmingham e una cinquina rifilata al Wigan nella trasferta successiva dove, da subentrato, Owen segna il suo primo gol con la maglia dei Red Devils. Sir Alex tiene in panchina il nuovo numero 7 nelle vittorie contro Arsenal e Tottenham, mentre gli regala 25 minuti in un risicato successo a Istanbul nell’esordio stagionale di Champions League contro il Besiktas. La partita più importante dell’inizio di stagione è però indubbiamente quella del 20 settembre: a Old Trafford arriva il Manchester City e Alex Ferguson ha qualche motivo in più del solito per cercare di vincere il derby.

Sono tante le personalità di rilievo in questa gara. A partire da quelle sedute sulle panchine: su quella dei Reds ovviamente c’è Ferguson mentre l’allenatore dei Citizens è nientemeno che Mark Hughes, vincitore di due Premier, due FA Cup, una Coppa di Lega e una Coppa delle Coppe con i Red Devils guidati proprio da Sir Alex. Il City schiera ovviamente l’ex dal dente avvelenato Tevez al centro dell’attacco, affiancato da giocatori iconici (per motivi molto diversi tra loro) come Craig Bellamy e Shaun Wright-Phillips. Ma tutti i reparti sono zeppi di nomi che rimarranno nella mente degli appassionati.

Il derby da sogno di Michael Owen

La partita ha un ritmo scoppiettante e sembra prendere subito i binari giusti per lo United quando, dopo due minuti, Rooney si destreggia in area e infila Shay Given. Ma al quarto d’ora un’uscita criminale di Foster permette a Tevez di servire a porta vuota Gareth Barry per il pareggio del City. All’inizio della ripresa il copione si ripete: Fletcher incorna di testa un cross di Giggs e porta in vantaggio i padroni di casa, Bellamy tre minuti dopo risponde con una botta tremenda da fuori area che si infila nel sette. I Citizens non hanno intenzione di mollare il colpo, Ferguson è fumante in panchina e capisce che ha bisogno di qualcosa di diverso. Così al 78’ arriva il momento di Michael Owen, che prende il posto di Berbatov.

Craig Bellamy va a segno con una doppietta in questo speciale derby di Manchester
via https://x.com/ManCity/

È una partita strana, speciale, quella che si svolge al Teatro dei Sogni. Lo si capisce due minuti dopo l’ingresso in campo di Owen, quando Fletcher (non proprio un bomber di razza) mette a segno addirittura la sua doppietta personale. Di nuovo di testa, di nuovo su cross di Giggs. Giochi conclusi? Neanche per sogno perché, allo scoccare del novantesimo, lo United si tira un’altra zappata sui piedi: Rio Ferdinand sbaglia malamente un appoggio sulla metà campo, Bellamy si invola in solitaria verso la porta e brucia Foster. Il gol del 3 a 3 gela Old Trafford e allunga a dismisura il recupero, un agonizzante assedio dello United che cerca senza successo uno spazio nella difesa dei Citizens.

Arriva così l’ultimo minuto di recupero, il cronometro sta per scoccare sul 96. Il City non ha più energie per difendersi e chiede a gran voce il triplice fischio. Le squadre hanno perso totalmente qualsiasi concetto di disposizione tattica in campo, si va avanti solo sui nervi e sul cuore. Rooney si trova addirittura a fare da ultimo uomo difensivo, anche se sempre ben oltre la metà campo, e senza troppa grazia alza un campanile verso l’area rispedito dalla difesa verso il centro del campo. Il pallone rotola tra i piedi dell’onnipresente Giggs che alza lo sguardo e scorge un miraggio: la parte sinistra dell’area del City è sguarnita, Micah Richards ha stretto troppo verso il centro. C’è un uomo in maglietta rossa che attacca quello spazio e alza le braccia nervosamente reclamando il pallone. L’ala gallese non si fa pregare e lo serve con precisione.

Quel calciatore solo sul lato sinistro dell’area ha la maglietta col numero 7 sulla schiena. Michael Owen si fionda su quel passaggio filtrante come ne dipendesse la sua vita. Sarà anche un giocatore dal fisico ormai rovinato, non avrà più la leggiadria del golden boy che aveva incantato il mondo intero, ma vive per momenti del genere. Gli è sempre bastata una sola occasione per lasciare il segno. Old Trafford aumenta i decibel, avverte che sta per avverarsi qualcosa di magico. Wright-Phillips si accorge troppo tardi del disastro e prova a rimontare, Given esce dai pali e gli si para davanti, ma Owen in quella situazione semplicemente non può sbagliare. Anticipa entrambi con un colpo di punta che si infila sibilante all’angolino.

Michael Owen segna il gol decisivo nel derby di Manchester
via https://x.com/ManUtdSnapshot/

Il Teatro dei Sogni tiene fede ancora una volta al suo nome e aggiunge un’altra pagina da batticuore alla sua incredibile storia. Lo stadio esplode e abbraccia il suo numero 7 che corre a perdifiato, quasi incredulo, sotto la curva festante. Le polemiche delle settimane precedenti sono già dimenticate, cancellate da una rete contro un rivale che fa sempre più spavento. Owen diventa in un sol colpo una leggenda dei Red Devils. Il commentatore televisivo si fa scappare un ironico “Welcome to Manchester”, rigirando ulteriormente il coltello nella piaga aperta nel cuore dei tifosi Citizens. Anche Sir Alex perde il suo aplomb e scatta in campo urlando, mentre a Mark Hughes non rimane altro che prendersela col quarto uomo perché il tempo sarebbe già scaduto.

L’ultima pennellata d’autore di un match incredibile non può che essere proprio la sua, quella del burbero tecnico di Glasgow che non riesce a nascondere un sorriso soddisfatto alle telecamere delle tv che lo intervistano nel dopo gara. Dopo aver ribadito con fare sornione che a lui dei derby non interessa perché quel che conta è vincere il campionato, piazza il colpo di genio con quell’accento scozzese che rende il tutto ancora più esilarante: «Ok, al momento abbiamo un vicino di casa e delle volte i vicini di casa sono rumorosi. Non ci puoi fare niente, devi andare avanti con la tua vita». Perché fino a che è rimasto al comando l’ultima parola l’ha sempre avuta lui, Sir Alex Ferguson.

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