Cos’erano Shearer e Sutton al Blackburn: la SAS, gol e romanticismo

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La fortuna degli acronimi sembra non conoscere limiti. Viaggia attraverso il tempo e lo spazio, impermeabile al cambiamento. Se ne trovano a tonnellate, specie nel mondo del calcio: servono a cicatrizzare una situazione, a scolpire una coppia o comunque a levigare  un qualcosa che ha imprigionato al suo interno la giusta dose di magia, quella che ti fa meritare il tuo posto a sedere al banchetto dell’Olimpo.

Se riavvolgiamo scrupolosamente il nastro della storia, facendo attenzione a non eroderlo o annodarlo, può capitare di inciampare nella SAS. Di che si tratta? No, come molti sanno non ha nulla a che vedere con una qualche formazione societaria. Anche se, a dire il vero, i protagonisti di questa fortunata sigla avrebbero potuto anche metterla su, una società. Di sicuro avrebbero avuto successo.

SAS sta, più semplicemente, per Shearer and Sutton.

La SAS: una delle coppie d’attacco più complementari di sempre

La stagione è quella 1994/95: trascinato dalle prodezze dei suoi zaffiri il Blackburn guidato dai Kenny Dalglish si laureò campione d’Inghilterra. Il bottino messo via da quei due impegnati là davanti sarà letteralmente folle: 34 goal Alan, 15 Chris. Una coppia complementare come poche se ne sono viste dalla nascita della Premier League in poi. Forti tecnicamente, affamati, appassionati: Shearer e Sutton hanno incarnato una delle ultime combinazioni di un calcio romantico che sembra essersi preso una vacanza prolungata.

In campo la SAS mieteva vittime, sgretolando le certezze dei manager che provavano ad ingabbiarla. Shearer e Sutton si trovavano al buio e grazie alla loro conformazione fisica riuscivano a scambiarsi spesso i ruoli: una volta era Alan ad aprire varchi e fare sponde, l’altra Chris a ricambiare il favore.

Shearer e Sutton alzano il cielo il titolo vinto con il Blackburn

Con i suoi 191 cm Sutton era lo scudiero ideale per la superstar Shearer: offuscato soltanto parzialmente dalla feroce supremazia del compagno, Chris sfoggia abilità difficilmente riscontrabili in una punta di quel genere. Viene dentro il campo a prender palla, con cadenze ritmate dalla sua intelligenza tattica. Sembra sempre un pizzico lento, forse per via di quelle movenze compassate, ma in realtà con lui il gioco va in cassaforte. La squadra sale e respira. Fa da catalizzatore. Da accentratore delle attenzioni altrui. Poi smista, con la sapienza di uno che è stato partorito in una cabina di regia. Un ariete con i piedi da centrocampista: ecco svelata l’illusione. Quando gli avversari se ne accorgono il campionato è già finito e il Blackburn si dà ai bagordi in campo.

Shearer gli si muove intorno. Quello spilungone solo all’apparenza ruvido apre spazi abitati dai cavalli ruggenti del numero nove. Alan ci si infila dentro e sprigiona ogni grammo della sua potenza, scavando la fossa ad ogni retroguardia avversaria. Feroce, preciso, letale: una fottuta macchina da guerra lanciata in corsa.

Ecco: mescolateli insieme, questi due, ed il risultato sarà quell’acronimo che faceva impallidire ogni avversario. Votarsi al santo di turno, comunque, non serviva mai.

Un duo atomico che fece sbocciare la rosa di Blackburn, fino a farle raggiungere il massimo splendore. Davvero un peccato che, da quelle parti, si siano visti sostanzialmente per un anno e mezzo: nella stagione successiva Sutton sarà bersagliato dagli infortuni, mentre Shearer abbandonerà successivamente per andare al Newcastle, la squadra della sua città.

Shearer & Sutton: double trouble

Un anno e mezzo per distribuire splendore, tuttavia, è stato sufficiente. La SAS è stata un’esperienza tanto breve quanto abbacinante. Dove sarebbe potuto arrivare il Blackburn se questi due avessero continuato a giocare insieme per una manciata d’anni di fila? Non è dato saperlo, ma gli indizi elargiti nella stagione del titolo lasciano presagire l’esaltante trama di giorni mai accaduti.