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sabato 15 Maggio 2021
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Stefano Eranio e l’arte di reinventarsi: dal Milan al Derby County

5 ' di lettura

Per Stefano Eranio da Genova reinventarsi significa molto di più che mollare il Milan campione di tutto per andare alla volta di una Premier League all’epoca ancora sconosciuta al grande pubblico. No, quello è fin troppo facile per uno come lui. Del resto, quando su un campo di calcio hai rischiato la vita, beh, non può certo farti paura cambiare campionato e Paese. Sei genovese, la sete di scoperta e d’avventura ti scorrono in quelle vene salmastre dal giorno che sei venuto al mondo. Nei tuoi primi anni di carriera hai cambiato ruolo almeno tre volte, dopo i gravi infortuni ogni volta sei ripartito, e hai conquistato la nazionale e la gloria europea col Milan. Cambiare pelle per te è semplicemente la regola per sopravvivere e andare avanti.

Ma procediamo con ordine.

QUATTRO RUOLI, UN SOLO GIOCATORE

I cambi di ruolo, dicevamo. Eranio nelle giovanili del Molassana – il suo quartiere di Genova, a due passi da Marassi – gioca come libero, e con lo stesso ruolo approda alle giovanili del Genoa. Viene avanzato in posizione di tre quartista, poi Tarcisio Burgnich, allenatore del Grifone, lo nota nella primavera e se lo porta in prima squadra. Gli cambia però ancora  il ruolo, e lo sposta a destra. Da Burgnich a Scoglio, passando per Perotti, che sarà importante nella carriera di Eranio per altri motivi, ma ci arriveremo. Il “professore” Franco Scoglio lo vede come terzino fluidificante, a tutta fascia diremmo oggi. Ed è proprio in quel ruolo che sboccia definitivamente. Dopo la promozione in Serie A, con Osvaldo Bagnoli in panchina vive la stagione del Genoa quarto in campionato e semifinalista in Coppa Uefa. Grazie alla nuova posizione in campo, dopo i mondiali di Italia ’90 Azeglio Vicini lo chiama in nazionale, divenendo così il primo genovese del dopoguerra a vestire l’azzurro.

GLI INFORTUNI, SGRADITI COMPAGNI DI VIAGGIO

Già, la nazionale. Se chiedete a Stefano Eranio quale sia il suo più grande rimpianto sportivo, vi risponderà sicuramente la mancata convocazione a USA ’94. Colpa di un infortunio, il secondo grave che subisce. Una costante sfortunata nel corso di tutta la sua carriera. Il primo arriva ad appena 19 anni. A Cesena perde l’equilibrio dopo un contrasto, e cade col fianco sinistro sul ginocchio piantato a terra. Un rene e la milza ne escono danneggiati, e dopo otto mesi dall’intervento chirurgico nessuno se la sente di concedergli l’idoneità a giocare. Sarà Attilio Perotti e prendersi la responsabilità e a dare a Eranio una seconda possibilità. Si arriva così al 1992. Confermato nel giro della nazionale da Arrigo Sacchi, è proprio un suo gol allo scadere contro la Svizzera a regalare agli azzurri il pass ai mondiali negli Stati Uniti. Ecco che però a maggio del 1994, proprio alla vigilia del grande evento, il tendine di achille fa crack, ed Eranio deve così dire addio ai sogni di gloria americani.

BYE BYE MILAN, ALLA SCOPERTA DELLA PREMIER LEAGUE

In tutto questo, Stefano Eranio nel 1992 era diventato nel frattempo un giocatore del Milan. Con Fabio Capello in panchina, l’esterno destro vince quasi tutto a livello nazionale ed Europeo, compresa la Coppa dei Campioni del 1994. Il suo ruolo in squadra però non è più centrale come ai tempi di Genova. Vuoi per i problemi fisici, che si presentano più o meno seri a più riprese, vuoi per la forte concorrenza di grandi campioni, Eranio nel 1997 decide di lasciare il Milan. Dopo una sua gran partita a Udine, Arrigo Sacchi – cavallo di ritorno succeduto a Oscar Tabarez – si scusa con lui per non avergli concesso il dovuto spazio fino a quel momento. Adriano Galliani gli chiede di ripensarci, proponendogli anche il rinnovo del contratto a condizioni migliori, ma niente da fare. Troppo tardi, in tribuna allo stadio Friuli quel giorno erano seduti gli osservatori del Derby County, e poco tempo dopo l’esterno destro ha già un accordo sottoscritto col club inglese.

PAESE NUOVO, VITA NUOVA

Stefano Eranio diviene così il decimo italiano a tentare l’avventura inglese in Premier League, sull’onda dei vari Vialli, Zola, Ravanelli e Di Canio. Eravamo in pieno periodo di invasione italiana, iniziata nel 1995 anche grazie alla Legge Bosman. Dai palazzi di Milano alle volpi della contea del Derbyshire. Cambiare vita fa bene a Eranio, che a 31 anni ha ancora molto da dare al calcio. All’epoca il motto Italians do it better era più che mai attuale in ambito calistico, e l’ex Milan si rivela un valore aggiunto per i Rams, grazie alla sua qualità ed esperienza. Talmente amato e ben voluto dal suo nuovo pubblico, da essere inserito nella top 11 all time del Derby County, in un sondaggio indetto fra i tifosi. Il bilancio dell’esperienza inglese per Eranio è assolutamente positivo, sia dal punto di vista tecnico che da quello umano. Fuori dal campo, oltre ad apprezzare la casa immersa nella campagna, verifica che in effetti sì, è vero, dopo la partita i giocatori hanno l’usanza di andarsi a bere una pinta al pub. “Confermo, anche se noi eravamo forse l’unica squadra astemia. Per fare un nome, ricordo Craig Burley, che nonostante fosse scozzese non sapeva tenere un bicchiere di birra!” (intervista a TMW del 2013).

LE STAGIONI AL DERBY: L’AMORE DEI TIFOSI E I SOLITI INFORTUNI

In maglia bianca Stefano Eranio segna 7 gol distribuiti in quattro stagioni e 97 presenze. Nel 1999 diventa il capitano della squadra. Nonostante gli infortuni. I soliti maledetti infortuni. Nello stesso anno subisce il terzo grave della sua carriera, ovvero la frattura di una gamba. Rientra nella stagione successiva nella quale ritrova una discreta continuità. Tuttavia annuncia il ritiro al termine del campionato 2000/2001. Ci ripensa, e ad agosto è di nuovo in pista. Troppo forte il legame instaurato con i Rams e il loro popolo, come testomoniano le parole riportate all’epoca dalla BBC: “Ho giocato in uno dei più grandi club al mondo, ma non mi sono mai sentito a casa come a Derby. Amo i tifosi, e non potrei pensare a niente di meglio che tornare e finire qua la mia cerriera”. A ottobre però il manager Jim Smith viene esonerato, ed Eranio rescinde il contratto e torna definitivamente nel Bel Paese, dove dirà basta al calcio giocato dopo essersi divertito un paio di stagioni in Serie C2, alla Pro Sesto. A spingerlo verso questa decisione è anche un incidente a cavallo capitato alla figlia, per fortuna risolto con una ferita e niente più. Lo spavento però è grande, e la lontananza degli affetti e della famiglia si fa sentire forte come non mai. L’ultima cosa che lascia in eredità al Derby County è… Fabrizio Ravanelli. E’ proprio Eranio infatti a convincere l’attaccante a tornare in Inghilterra per vestire di bianco, dopo le sue annate al Marsiglia e alla Lazio.

IL PRIMO A SEGNARE NEL NUOVO STADIO

Oltre che per l’affetto riconosciuto dai tifosi, Stefano Eranio sarà per sempre nella storia dei Rams per essere stato il primo giocatore ad aver segnato nel nuovo Pride Park Stadium. O meglio, il primo gol a finire ufficialmente a referto. L’evento dei fatti è piuttosto singolare. Per inaugurare l’impianto il Derby County organizza un’amichevole con la Sampdoria. Vincono i blucerchiati 1-0, con gol di Montella. L’esordio ufficiale avviene l’11 gennaio 1997 contro il Wimbledon. Ashley Ward segna l’1-0 per i padroni di casa, Eranio porta i suoi sul 2-1 dopo il pareggio degli ospiti. Black out. L’impianto di illuminazione salta e l’intero stadio rimane al buio per una mezz’ora. L’arbitro ritiene quell’attesa sufficiente e sospende la partita. Ironia della sorte, subito dopo torna la luce. Ma ormai il referee aveva fischiato la fine dell’incontro, e non torna sui suoi passi. In attesa di recuperare quel match, avviene dunque un nuovo esordio a Pride Park, contro il Barnsley. Ciccio Baiano sbaglia un calcio di rigore, ma il Derby si vede assegnare un secondo penalty. Questa volta dagli undici metri va Eranio, che non sbaglia. In un’intervista a TMW il centrocampista di Genova ricorderà in questo modo la sua intesa sul campo con il connazionale: “Io e Ciccio eravamo portati sul palmo di una mano. Il calcio che portammo non lo capivano neanche, andavamo a un’altra velocità. Poi però apprezzarono”. Well Done, Stef.

Leggi anche Ciccio Baiano: dal Foggia dei miracoli al Derby County

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