Jay-Jay Okocha: in un secondo ti dribblo e un attimo dopo sarai pazzo di me

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Jay-Jay Okocha, basterebbe un nome così per restare impresso nella memoria della gente, più che un nome ricorda una sinfonia quasi perfetta, ma se a ciò si aggiunge un talento sconfinato, giocate da funambolo e personalità da vendere, arrivi a comporre una leggenda del gioco del calcio. Tale è Jay-Jay Okocha, all’anagrafe Augustin Azuka Okocha, professione portatore di gioia, emissario di bellezza, danzatore col pallone e professore di fisica senza cattedra, ma con un bel numero 10 sulle spalle e due scarpe coi tacchetti per far vedere al mondo le sue nuove teorie che contraddicono tutto ciò che la scienza ha già rivelato. Ma se oggi – ipoteticamente – Okocha si guardasse allo specchio e provasse a descriversi, cosa direbbe di ciò che è stato il suo modo di giocare a calcio? Noi abbiamo provato a immaginarlo:

“Non ne posso fare a meno, se incontro un avversario in mezzo al campo io lo dribblerò, lo scavalcherò, lo supererò. In che modo? Posso ubriacarlo con una serie di finte infinite, posso fargli un elastico per farlo cadere a terra, posso fargli passare la palla in mezzo alle gambe e posso persino umiliarlo con un sombrero. Se questo non basta, sono pronto a staccarlo in velocità, in pochi al mondo riescono a tenere il mio passo. Poi, non importa in quale zona del campo io mi trovi, sono sempre pronto alla giocata, a schernire in modo giocoso l’avversario. Qualcuno potrebbe dire che sono anarchico o non funzionale alla manovra della squadra? Questa è pura eresia, le mie giocate hanno sempre una sua logica e poi l’obiettivo primario è quello di regalare un’emozione, infiammare il pubblico, scaldare il cuore dei propri tifosi. Soltanto in questo modo si può raggiungere l’immortalità. C’è bisogno di calciare un punizione? Sono pronto a togliere le ragnatele dall’incrocio. Serve qualcuno che batta un corner? Ci penso io, ci sono vari modi per farlo e tanti trucchetti che conosco alla perfezione. Qualcuno dice che sono come un circense? No, preferisco essere definito uno sciamano, pronto a stregarti con un magico incantesimo, ed è per questo che ho sempre esultato in questa maniera un po’ buffa, come se facessi una danza tribale. Per me l’importante è la spensieratezza, il calcio alla fine è solo un gioco e io mi diverto e faccio divertire tutti quanti”.

A confermare questa fantasiosa auto-descrizione di Okocha potrebbero pensarci i tifosi del Bolton, che per ben quattro stagioni (2002-2006) hanno potuto ammirare le gesta atletiche e funamboliche del “Maradona d’Africa”. Un diamante prezioso, sbarcato fra i Trotters, un po’ per caso nell’estate del 2002, dopo una breve parentesi in maglia Red Devils. Sir Alex Ferguson decise di scaricare il 10 nigeriano senza tanti rimorsi, ma questo ha fatto la fortuna di una tifoseria – quella del Bolton – che lo ha accolto e osannato come un re. Questo amore incondizionato è stato ampiamente ripagato sul campo, con 185 presenze e 14 reti all’attivo soltanto in Premier League, ma soprattutto con giocate e preziosismi da antologia. Negli anni della sua permanenza, il Bolton ha alzato la testa, ha navigato in acque tranquille, mentre di solito doveva far i conti con una salvezza da raggiungere sempre con le unghie e con i denti. Lui un mago, uno sciamano che ha stregato tutti quanti, spendendosi anima e corpo per un team che oggi lo venera come un vero e proprio dio, facendogli raggiungere lo status di leggenda. Questa è l’essenza di Jay-Jay Okocha: divertimento, spensieratezza e amore per qualcosa che alla fine è solo un gioco, ma che sa emozionare e far sognare tutti quanti.