Tecnica, goal e follia? Citofonare a Mick Harford, prego

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Mick Harford

Siamo in un pub in Hemel Hempstead. Una serata tranquilla con un paio di amici passata come tante altre a chiacchierare, a scherzare e a bere qualche pinta. In questo pub c’è un lungo bancone fatto ad “L” e per andare al bagno devi percorrerlo tutto. Ho lasciato i ragazzi e mi sono avviato verso la toilette. Quando esco vedo quattro tipi, decisamente su di giri, che mi squadrano da capo a piedi.

“Ehi, ma tu non sei quel coglione che gioca in porta nel Watford?” mi chiede uno di loro.
“Si. – rispondo io – Gioco in porta nel Watford ma non sono un coglione”.
“Se il mio amico dice che sei un coglione vuol dire che lo sei” dice un altro del gruppo.
“Quindi anche tu mi stai dando del coglione?” gli dico io guardandolo dritto negli occhi.
“Certo. Anche secondo me lo sei” è la sentenza definitiva di quest’ultimo. È evidente che non c’è molto margine per ragionare per cui è meglio chiudere qui la discussione. Meglio tornare al mio posto.

“Dove stai andando coglione?” mi chiede ancora il tipo. Stavolta la tentazione è troppo forte. Gli mollo un pugno dritto sul mento. Lui barcolla ma, prima che io possa finire la mia opera, gli altri tre mi sono addosso. Due mi tengono fermo mentre un altro inizia a colpirmi. A quel punto però accade qualcosa. Con la coda dell’occhio vedo arrivare un corpo lanciato in avanti a mezz’aria. Come un attaccante che cerca di colpire un pallone di testa in tuffo. Solo che l’obiettivo stavolta non è un pallone: è la testa di quello che mi stava riempiendo di pugni.

L’impatto mi fa venire in mente un cocomero che cade in terra: il volto del tipo è una maschera di sangue. I due che mi stavano tenendo hanno un attimo di smarrimento. Un attimo di troppo. Pochi secondi e anche loro sono stesi per terra a far compagnia al loro amico. Rissa finita, tutto sistemato. Ha fatto tutto lui, il mio amico Mick “The BludgeonHarford. Che effettivamente fa l’attaccante e segna tanti goal di testa in tuffo.

Mick Harford con la maglia del Birmingham

Si fa un gran parlare di “duri” nella storia del calcio inglese. C’è una vera e propria cultura e anche un’ammirazione forse malsana o quantomeno esagerata verso questo tipo di calciatori. La lista è davvero infinita. Mick Harford, però, è semplicemente di un’altra categoria. Intanto appartiene a quella categoria che non provoca, che non irride l’avversario e che tantomeno lo minaccia. “Quelli che di solito ti dicono che sono pronti a spaccarti questo o quell’altro osso, quasi sempre se picchi forte per primo, poi se ne stanno buoni buoni” ama ricordare spesso Mick.

Steve Foster, difensore centrale e per diverse stagioni compagno di squadra di Mick Harford al Luton, ricorda i duelli con Mick prima del suo arrivo agli Hatters: “Sembrava di andare a sbattere contro un muro. Più forte entravo su di lui e più male mi facevo. Non nego che il mio compagno di reparto al Luton Mel Donaghy ed io fummo molto felici quando ci venne comunicato il suo acquisto”. Con il Luton Mick Harford raccoglierà le più belle soddisfazioni della sua carriera.

Nell’aprile del 1988 vincerà a Wembley la Coppa di Lega nella rocambolesca finale contro l’Arsenal. Il 1988, quando ha già ventinove anni, sarà proprio l’anno delle più grandi soddisfazioni. A febbraio arriverà il suo esordio nella Nazionale maggiore inglese in un’amichevole contro Israele (entrando nella ripresa al posto di Clive Allen), mentre a settembre ci sarà l’esordio dal primo minuto sempre in amichevole stavolta contro la Danimarca. Ma sarà la stagione 1985-1986 a consacrare definitivamente Harford. Durante la stagione precedente, dopo alcune annate eccellenti a Birmingham, Mick viene acquistato dal Luton Town di David Pleat e sarà proprio Pleat a trasformare letteralmente la carriera di Harford.

Harford
Mick Harford ha vissuto i suoi anni migliori al Luton

Harford è stato utilizzato fino a quel momento della sua carriera come classico “target man” per fungere da punto di riferimento per i compagni smistando palloni e per fare essenzialmente da spalla all’attaccante principale. Ora, grazie a David Pleat il cui piano di gioco al Luton Town si sviluppa soprattutto sulle fasce, con i cross che arrivano prevalentemente dalla linea di fondo invece che dalla tre quarti per il suo gioco di sponda, Harford, che nel gioco aereo è probabilmente il più forte centravanti di tutta la First Division, si trasforma in una autentica iradiddio. Già al termine della prima stagione, nella quale, ricordiamolo, è arrivato a dicembre, Harford segna 16 reti in 22 partite.

Al termine di quella successiva i goal di Harford saranno 22 reti in 37 partite e aiuteranno a portare il Luton ad un eccellente nono posto in classifica. Bobby Robson, il nuovo manager della Nazionale Inglese, è un suo grande estimatore. Per i Mondiali messicani sarà indeciso fino all’ultimo se inserire nella lista definitiva Mick Harford o il centravanti del Chelsea Kerry Dixon. Sarà quest’ultimo a spuntarla ma sono in molti gli osservatori che affermano che Harford avrebbe maggiormente meritato la convocazione.

Al Luton, Harford rimarrà fino all’inizio della stagione 1989-1990 prima di trasferirsi al Derby County. A rivolerlo a tutti i costi è il suo vecchio manager dei tempi del Newcastle United, Artur Cox. Al Derby tornerà a fare principalmente la “spalla” più che il terminale offensivo per il suo compagno di reparto, il gallese Dean Saunders. La coppia è ben assortita ma il resto del team è decisamente non all’altezza. Nella prima stagione arriverà una salvezza sofferta nelle ultime giornate, ma nella stagione 1990-1991 il Derby chiuderà mestamente all’ultimo posto della First Division.

Mick Harford però riuscirà ad essere determinante. Ancora una volta per il “suo” Luton Town. È l’11 maggio del 1991. Si gioca l’ultima partita della stagione. Il Luton Town ospita il Derby County, già matematicamente retrocesso. Per il Luton invece è una partita decisiva. Deve assolutamente vincere questo match e poi sperare che il Sunderland non vinca le sue ultime due partite di campionato. Solo così il Luton potrà rimanere in First Division. La partita, sul terreno artificiale del Kenilworth Road di Luton, è tesa ed equilibrata. Il Luton inizia nervosamente il match ed è proprio Mick Harford ad avere la prima occasione: è un gran tiro al volo al quale Alec Chamberlain, il portiere del Luton, si oppone con grande bravura.

Il Luton prende fiducia, inizia a spingere ma senza creare troppi problemi alla difesa del Derby County, che sta giocando la sua partita con attenzione e soprattutto grande professionalità. Siamo quasi allo scadere del primo tempo quando viene fischiata una punizione a favore del Luton sulla trequarti, sulla destra della porta difesa dal “vecchio” Peter Shilton. Reece, centrocampista del Luton, va a calciare. È una bella palla a rientrare verso il primo palo. Il classico grappolo di giocatori va a cercare la palla. A saltare più in alto di tutti, come quasi sempre, è Mick Harford che, con un delicatissimo tocco di testa, mette il pallone sul palo opposto scavalcando Peter Shilton. Il Luton si salverà e per l’ennesima volta nella sua storia recente dovrà ringraziare sempre lui, “the bludgeon” Mick Harford, che però quel giorno giocava con gli avversari.

Mick Harford nasce a Sunderland il 12 febbraio del 1959. È un tifoso sfegatato dei Black Cats, che fin da ragazzino segue negli incontri in casa e in trasferta, anche in autostop pur di non mancare ad una partita dei suoi idoli. È talmente tifoso che tra i 15 e i 17 anni è più interessato a seguire il Sunderland che a giocare a calcio. Nel frattempo ha lasciato la scuola è ha iniziato a lavorare come idraulico. Ma di giocare a calcio Mick Harford è capace. È alto, molto magro e ha una elevazione sorprendente. Non solo! Ci sa fare con i piedi e non è neppure lentissimo, considerato il fisico.

È proprio per i biancorossi del Roker Park che Mick sogna di giocare. Arriva finalmente la possibilità di un provino. In Inghilterra i provini durano mediamente una settimana, durante la quale i ragazzi hanno la possibilità di mettersi in luce senza la pressione della partita singola, dove o la va o la spacca. Kevin Arnott, giovane e fortissimo centrocampista del Sunderland appena entrato nelle giovanili, lo vede in azione: “Mick, hai stoffa. Mi sa che ci vedremo presto in squadra” gli dice.

Un giovane Mick Harford con la maglia del Lincoln

Mick invece viene scartato. La delusione è grande, ma Mick non è certo il tipo da piangersi addosso. Anzi. Prima seguire il Sunderland, lavorare come idraulico e giocare alla domenica con gli amici poteva tutto sommato stargli bene. Adesso vuole giocare a calcio. Sul serio. Passano pochi mesi e Mick firma il suo primo contratto professionistico. È il Lincoln City, squadra di terza divisione. Qui rimane per tre stagioni facendosi notare per le sue qualità fisiche e tecniche. E anche per quel carattere tosto e determinato che gli fa affrontare difensori esperti e spesso assai poco teneri con grande disinvoltura.

41 reti in tre stagioni sono un bottino eccellente e sono diverse le squadre della divisione superiore che mettono gli occhi su Mick. La più determinata, per ironia della sorte, è il Newcastle, squadra acerrima rivale del “suo” Sunderland. Arthur Cox vede in lui le qualità che servono ai Magpies per fare il salto di qualità e tornare a lottare per la promozione in First Division. Il pubblico del St. James’ Park, però, non gli perdona le origini e il mai rinnegato tifo per i rivali del Sunderland. Mick viene costantemente fischiato e lui, per sua stessa ammissione, non riesce comunque a rendere come avrebbe voluto.

Nella sua ultima partita con il Newcastle, una vittoria per tre reti ad una contro il Leyton Orient, Mick segnerà una doppietta. Ma sia lui che Cox convengono che per Mick sia meglio cambiare aria. Per Mick si fa avanti il Bristol City, un club che viene da due retrocessioni consecutive ed è in caduta libera. Harford gioca una stagione eccellente, segnando 11 reti e giocando ad altissimi livelli. Tutto insufficiente per il Bristol City, che subisce la terza retrocessione consecutiva. Un record per il calcio inglese. Ma per Mick Harford arriva finalmente una chiamata importante. È il Birmingham City e soprattutto è la First Division! Harford ci metterà qualche settimana ad adattarsi alla categoria.

Ma nel finale di stagione sarà decisivo per le sorti di un Birmingham fanalino di coda della First Division che, a sei partite dal termine del campionato, sembrava spacciato. Invece arriveranno 5 vittorie negli ultimi 6 incontri a sancire una salvezza quasi miracolosa. A 4 giornate dal termine Harford segnerà il goal della vittoria nella trasferta a Sunderland per ripetersi due giornate dopo nella vittoria interna contro il Tottenham. Rimane l’ultimo match della stagione fuori casa a Southampton. Una sconfitta potrebbe costare la retrocessione al Birmingham. Non succederà.

I Blues vincono per una rete a zero grazie ad un goal di Mick Harford, che si avventa come una furia su un pallone non trattenuto dal portiere avversario. Questi quasi si sposta per evitare di essere travolto dalla foga di Mick che quel pallone lo vuole buttar dentro a tutti i costi. Nel dicembre del 1984 è il Luton Town di David Pleat che bussa alla porta dei Blues con un quarto di milione pronto per acquistare il cartellino di Harford. Sarà, da subito, una storia d’amore con i tifosi degli Hatters.

La sua aggressività, il suo coraggio, la sua capacità di guidare l’attacco, facendo da punto di riferimento per i compagni sia sui palloni alti che nel gioco palla a terra, lo catapultano immediatamente tra i preferiti per i tifosi. Il terreno sintetico del Kenilworth Road quasi accentua le sue doti di “target man” del team. Il Luton, intanto, inizia a specializzarsi come squadra di coppa. In campionato il team veleggia per diverse stagioni su tranquille posizioni di centro classifica ma nelle coppe nazionali si costruisce ben presto un nome di squadra decisamente combattiva e arcigna. Proprio al termine della prima stagione di Mick con la maglia del Luton arriverà una storica semifinale di FA Cup nella quale il Luton terrà testa con grande qualità e applicazione alla corazzata Everton soccombendo solo nei tempi supplementari.

Con il Luton Harford ha vinto il suo unico trofeo, la Coppa di Lega inglese

Wembley, però, dovrà attendere solo 3 stagioni prima di vedere il Luton. È la finale di Coppa di Lega (Littlewoods Cup ai tempi) e di fronte gli Hatters si trova l’Arsenal di George Graham, campione uscente. Il Luton farà l’impresa: 3 a 2 e un trofeo storico nella bacheca del piccolo club della periferia londinese. E per Mick sarà il primo (e anche l’ultimo) trofeo conquistato in carriera. Nel gennaio del 1990 si fa avanti il Derby County che per un calciatore di quasi trentuno anni non esita ad offrire al Luton praticamente il doppio di quanto era stato pagato dagli Hatters sei anni prima.

Al Derby Mick giocherà a buoni livelli ma senza mai toccare le vette delle stagioni precedenti. E così quando per i Rams arriva la retrocessione, al termine della stagione 1990-1991, nel settembre dell’anno successivo Harford farà ritorno al Luton. Mick viene accolto come un Dio, in una squadra decisamente più debole rispetto a quella di poche stagioni prima e che in lui e Brian Stein ha le uniche concrete risorse per sperare di sfuggire ad una retrocessione che pare scontata. Già al momento del suo passaggio dal Derby County al Luton, il  Manchester United (impegnato in uno spettacolare testa a testa con il Leeds United nella lotta per il titolo) ha mostrato un timido interessamento nei confronti di Harford.

Alex Ferguson voleva Mick Harford nel suo Manchester United

Harford, in una squadra in evidente difficoltà, gioca ad altissimi livelli e i suoi goal illudono i tifosi del Kenilworth Road. Così dopo poche settimane l’interesse di Alex Ferguson per lui diventa decisamente più insistente. “Non posso cedere Mick. È l’unica possibilità che abbiamo di salvarci” queste più o meno le parole che David Pleat rivolge al manager dei Red Devils. Il Luton non farà il miracolo ma per Mick saranno altre 12 reti in 29 incontri e, soprattutto, sarà il suo spirito indomito, la sua tenacia e il suo coraggio a farlo entrare ancora di più nel cuore dei tifosi degli Hatters. È evidente a tutti però che Harford, anche se si stanno avvicinando le sue trentaquattro primavere, non è certo giocatore da Second Division.

Uno degli idoli della sua infanzia, Ian Porterfield, è in quel momento il manager del Chelsea. La sua offerta è allettante. Per metà stagione Harford è il punto di riferimento dell’attacco dei Blues. Segna con continuità e guida con la solita maestria l’attacco del team di Stamford Bridge. A metà stagione è già in doppia cifra quando un infortunio al tendine d’Achille lo ferma per qualche settimana. Quando rientra in squadra, Porterfield viene esonerato. Al suo posto arriva Neill Webb. La prima cosa che dice a Mick è: “Non c’è posto per te qui. Con me non giocherai neppure una partita”.

Harford, miglior realizzatore del team, non si dà pace. Poi arriva una telefonata di Terry Butcher, ex difensore di Ipswich e della Nazionale Inglese che ora allena proprio il Sunderland, la squadra amata da Mick. A marzo del 1993 Harford ritorna a casa. E poco importa se stavolta occorre scendere in Seconda Divisione. “Nemo propheta in patria” sembra essere la sua costante. Neppure stavolta le cose vanno come Mick “the Bludgeon” sperava. In una squadra in difficoltà i rifornimenti sono scarsi e il ritorno in termini realizzativi è poverissimo: 2 sole reti in 11 partite. Per il Sunderland c’è addirittura una salvezza conquistata all’ultima giornata.

Harford rifà le valigie. Si torna in First Division, nel frattempo diventata Premiership. Stavolta è il Coventry che ha bisogno di lui. Ma è un bisogno effimero. Né Bobby Gould prima né Phil Neal dopo lo ritengono all’altezza. In tutta la stagione Mick Harford giocherà un solo match, entrando a mezz’ora dalla fine in un match contro il Newcastle. Segnerà il goal della vittoria… per poi tornare in tribuna per il resto della stagione.

A trentacinque anni pare che il capolinea sia dietro l’angolo per questo eccellente numero 9 della più pura tradizione del calcio britannico. Scendere di categoria? Finire una più che dignitosa carriera in qualche squadra di provincia di terza o quarta divisione? Cercare un posto come manager o coach? Questi sono i pensieri di Mick in quel periodo. C’è qualcuno però che ritiene che questo vecchio “randellatore” delle aree avversarie abbia ancora qualcosa da dare: è Joe Kinnear, manager irlandese della terribile Crazy Gang del Wimbledon.

Mick Harford ha chiuso la sua carriera al Wimbledon

Saranno tre stagioni memorabili per Mick Harford, che non solo diventerà uno dei leader di quell’incredibile team capace di rimanere ai vertici della Premiership con un budget ridicolo, senza un proprio campo per diverse stagioni e addirittura capace di raggiungere due semifinali nelle coppe nazionali nella stagione 1996-1997, ma si trasformerà diventando un centrocampista muscolare e, tuttavia, assolutamente preciso e puntuale nella fase di creazione del gioco. Harford segnerà il suo ultimo goal della carriera a trentotto anni suonati in una partita di campionato contro il West Ham. È il 18 marzo del 1997. Il goal, ovviamente, è un colpo di testa.

ANEDDOTI E CURIOSITÀ

Non tragga in inganno il fatto che Mick Harford non abbia mai giocato in team cosiddetti “grandi”. Nel 1987 George Graham prima di acquistare Alan Smith tentò ripetutamente di soffiare Harford al Luton, ma la cifra richiesta, un milione tondo tondo di sterline, era al di sopra delle possibilità dei londinesi, che si accontenteranno di spenderne 750.000 per Alan Smith!

Ma il caso più clamoroso riguarda Sir Alex Ferguson. Durante la stagione 1991-1992, nel famoso testa a testa tra il Manchester United e il Leeds, Ferguson tentò ripetutamente di acquistare Mick Harford, già trentaduenne, dal Luton. Senza successo: “Quello fu uno dei più grandi errori della mia carriera di manager. Con uno come Harford al centro dell’attacco sono assolutamente certo che avremmo vinto noi quel campionato” scriverà Alex Ferguson nella sua autobiografia. E se lo dice Sir Alex c’è da credergli.

Harford ricorda con grande affetto il periodo al Birmingham: “Eravamo un gruppo affiatatissimo. In campo e fuori. Solo che i guai sembrava che ci seguissero. D’altronde con tipi come Mark Dennis, Robert Hopkins, Kevin Dillon, Tony Coton, Noel Blake e Pat Van den Hauwe non poteva essere diversamente. E che ci crediate o no io tra loro ero il più tranquillo!»

Tony Coton, suo compagno al Birmingham in quel periodo (e protagonista dell’episodio raccontato all’inizio) ricorderà sempre che in tutte le squadre in cui ha militato, ogni volta che si doveva affrontare il team in cui militava Mick in quel periodo, la domanda era sempre la stessa: “Sapete se Harford gioca oggi?”. Tanto era il timore nei suoi confronti. C’è un solo giocatore nella storia della Crazy Gang del Wimbledon che non sia stato vittima dei due scherzi classici a cui nessun nuovo acquisto del club poteva sottrarsi: il taglio dei vestiti “borghesi” al termine del primo allenamento, e lo spoglio completo del nuovo arrivato prima di essere lasciato a piedi sulla statale SW19 a fianco del campo di allenament. Indovinato chi è?

Mick Harford dopo il ritiro ha proseguito la sua carriera dirigenziale al Luton

Un record di cui sicuramente non andrà particolarmente orgoglioso Harford riguarda quello legato alla reintroduzione in Inghilterra dei cartellini, avvenuta con l’inizio della stagione 1987-1988. Ebbene il primo giocatore nei confronti del quale è stato sventolato un cartellino rosso fu proprio Mick Harford. Al quarto minuto dell’incontro tra Derby County e il Luton alla prima giornata di campionato. Mick Harford, che oggi è Responsabile degli Scout al Luton, (ed è stato allenatore “ad interim” durante l’ultima stagione culminata con il ritorno in Championship) è spesso protagonista di cene di beneficenza dove si mette volentieri a disposizione del fuoco di fila di domande di giovani e meno giovani tifosi del Luton.

Memorabile, in uno di questi incontri la sua risposta alla domanda di un tifoso che gli chiedeva chi fosse l’avversario più brutto mai incontrato. La risposta di Mick è fantastica: “Beh, tu avresti avuto eccellenti possibilità”. Nella rissa nel pub raccontata all’inizio del pezzo manca ancora il finale. Nell’attimo in cui Harford stende l’ultimo dei provocatori arriva il titolare del locale che non trova nulla di meglio che colpire con un grosso manganello l’attaccante del Luton alla nuca. Mick non si muove di un centimetro. Si tocca la zona in cui è stato colpito. La sua mano si riempie di sangue. C’è un taglio profondo.

“Tony, portami al Pronto Soccorso” dice Harford all’amico Coton con la massima tranquillità. Poi si gira verso il titolare del pub lo guarda e gli sussurra:”Con te ci vediamo dopo. Sei in un mare di guai amico”. Coton tornerà in quel pub con altri amici qualche settimana dopo. Il titolare girava per il locale con un paio di grossi occhiali scuri…