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“Rolandinho” Bianchi e quei sei mesi a Manchester con la maglia numero 10 del City

5 ' di letturaL’anagrafe di Lovere – piccolo Comune di 5000 anime della provincia bergamasca – riporta il nome di Rolando Beniamino Romano Bianchi, nato il 15 Febbraio del 1983. Attaccante celebre non solo per l’assonanza con il più talentuoso Ronaldo, ma anche per aver fatto strage nei cuori dei tifosi – e delle rispettive mogli – di tutta la penisola. Bianchi è un prodotto del vivaio atalantino, da sempre una garanzia di eccellenza che oggi viene giustamente certificata dalle meravigliose performances calcistiche della Dea.

È un attaccante moderno, il nostro Rolando. Una prima punta con un ottimo fisico, ma anche con una discreta tecnica e una buona velocità. Eccellente colpitore di testa ma in grado, all’occorrenza, di inserirsi bene negli spazi partendo da posizione più arretrata. A Bergamo, ovviamente, se lo coltivano in casa. Lo fa debuttare, ad appena 18 anni, il saggio Giovanni Vavassori. Il sergente Vavà, come lo chiamano da quelle parti, sceglie per Bianchi un battesimo di fuoco. È il 17 Giugno del 2001 e lo stadio è il Delle Alpi di Torino, l’avversario la Juventus di Carletto Ancelotti. Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette”, direbbe De Gregori.

Nelle due stagioni successive, nonostante sia ancora giovanissimo, Rolando staziona stabilmente in prima squadra. Colleziona in tutto una ventina di presenze ma non mette mai il sigillo, non segna, non morde. È troppo acerbo e, soprattutto, troppo inesperto per bucare le difese mostruose di quella serie A. L’Atalanta peraltro va male, scende in B e procede ad una rifondazione totale.

Bianchi viene ceduto in comproprietà al Cagliari, sempre in cadetteria, che cerca una punta da affiancare a Suazo e a Fabrizio Cammarata. Dietro, a distribuire magia, c’è quel meraviglioso giocatore che risponde al nome di Gianfranco Zola. Il secondo anno in Sardegna, alla corte dell’esperto Edy Reja, Rolando centra la promozione in serie A. E proprio in serie A non sfigura, nonostante il bottino dei gol sia ancora piuttosto misero. Bianchi piace soprattutto perché si sacrifica per la squadra e in campo si rende indispensabile per gli equilibri tattici, sia partendo da titolare che subentrando a partita in corso.

Se ne innamora Walter Mazzarri, che lo vuole a Reggio Calabria per comporre un coraggioso tandem d’attacco con Nick Amoruso. E qui, dopo l’infortunio che lo tiene ai box per gran parte della prima stagione, Rolando esplode letteralmente. Nell’anno calcistico 2006/2007 segna 18 reti in 37 partite. La Reggina, penalizzata di 11 punti a causa dello scandalo Calciopoli, trascinata dai suoi due bomber si salva miracolosamente. Li chiamano i gemelli del gol, Amoruso e Bianchi. Rolando, in particolare, segna in  tutti i modi. Immarcabile, implacabile e spietato.

Ha solo 25 anni e, in Italia, la sensazione è quella di avere appena trovato un altro grandissimo attaccante. Entra nel giro della Nazionale di Donadoni, mezza Europa calcistica lo segue e, ovviamente, in molti si fanno avanti per averlo.

Il Napoli del Presidente De Laurentiis, appena promosso in serie A con importanti proclami di futura gloria, fa un’offerta importante per assicurarselo. Niente da fare. Rolando dice no e il vulcanico Aurelio vira su un altro giovane di belle speranze, tale Ezequiel Lavezzi detto “El Pocho”. Ma perché, nonostante il parere positivo del Patròn della Reggina Lillo Foti, Bianchi rifiuta deciso la corte serrata del Napoli?

La risposta è semplice. All’orizzonte c’è lei, Sua Maestà la Premier League. Da Manchester, sponda City, è appena arrivata un’offerta imperdibile. Uno di quei treni che passano una volta nella vita e che non si possono rifiutare. E Rolando Bianchi, giustamente, quel treno lo prende al volo.

È vero, non è ancora il City dei fantamiliardi dello sceicco Mansour. In città continua a spadroneggiare lo United di Sir Alex, ma qualcosa si muove già. I Citizens sono appena stati acquistati dall’imprenditore tailandese Shinawatra, che ha tante idee e un portafoglio sufficientemente pieno per realizzarle. Il Tycoon asiatico affida la squadra al quotatissimo Sven-Goran Eriksson e spende, in pochi giorni, oltre 60 milioni di euro per acquistare i brasiliani Elano e Giovanni, il combattente bulgaro Martin Petrov, Valeri Bojinov e il nostro Rolando Bianchi.

Shinawatra, a quanto pare, ha letteralmente perso la testa per l’attaccante bergamasco. Alla Reggina vanno circa 10 milioni di euro, e al giocatore un faraonico quadriennale da 2 milioni di euro a stagione. Il fulcro del progetto, la punta di diamante della squadra. Questo, nelle idee della nuova dirigenza, deve essere il ruolo di Rolando Bianchi da Lovere. I giornali, addirittura, lo ribattezzano “Rolandinho” per paragonarlo al talentuoso fantasista brasiliano del Barcellona.

Pronti via e si comincia, con un pesante fardello sulla schiena: il numero 10. Già, proprio così, giusto per capire quali aspettative gravano sull’ex centravanti della Reggina. Rolando, comunque, parte bene e addirittura segna all’esordio nel 2 a 0 in casa del West Ham di Ljungberg e Craig Bellamy.

Inizialmente il City di Eriksson gioca un buon calcio, diverte e vince le prime tre partite, tra cui un acceso derby casalingo contro gli odiati cugini con la casacca rossa. Piano piano, però, Rolando perde quota. Sparisce dai radar del tecnico svedese, che gli preferisce Samaras, Émile Mpenza e il rapido Darius Vassell. Con sempre meno minuti a disposizione, a Manchester si parla già di flop.

La squadra affonda, i tifosi lo fischiano e la stampa lo critica aspramente. A Dicembre, però, quando siamo ormai alle porte della finestra di mercato invernale, Bianchi ha un ultimo sussulto di orgoglio. In pochi giorni segna al Tottenham, al Bolton e all’Aston Villa. Sembra di rivedere l’attaccante implacabile ammirato a Reggio Calabria solo pochi mesi prima, ma la decisione è già presa.

Erikkson non ha troppa fiducia nelle sue doti e lui, invece, vuole giocare a tutti costi per rimanere nel giro della Nazionale e strappare al c.t. Donadoni il pass per Euro 2008. Di comune accordo, le parti decidono di separarsi. La missione per la chiamata agli Europei fallisce, e Rolando – forse immeritatamente – non avrà mai l’onore di indossare la maglia azzurra.

Dopo Manchester approda alla Lazio e poi al Torino, dove torna a giocare ad ottimi livelli e a segnare con una regolarità. Chiude poi la carriera girovagando tra la Spagna, la sua Bergamo, Bologna e Perugia. In merito alla sua esperienza coi Citizens, però, guai a parlargli di fallimento. Ormai ritirato dal mondo del calcio, tra le campagne e i suoi adorati cavalli, in un’intervista di qualche mese fa ha dichiarato: “Ho segnato 6 gol in 27 partite, fossi rimasto sarei arrivato in doppia cifra. È stata un’esperienza di vita e di calcio pazzesca e ho sbagliato a tornare in Italia”.

Chissà, forse se Rolando non avesse avuto tanta fretta lo avremmo visto ancora per un po’ con la maglia numero 10 del City sulle spalle. Proprio quella maglia che, di lì a breve, sarà indossata da Robinho, Edin Dzeko e dal “Kun” Sergio Agüero.

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Giovanni Mastria
Nato a Lucca, classe 1991. Scrivo con passione di cultura, attualità, cronaca e sport e, nella vita di tutti i giorni, faccio l’Avvocato.

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