“The English Game”: quando la classe operaia va in paradiso

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di Alessandro Bientinesi 

Sapete quando è nata, almeno calcisticamente parlando, la frase “la classe operaia va in paradiso”? Non provate a cercare su Google. Anche perché non servirebbe a nulla. Vi aiutiamo solo un po’: tutto inizia, obviously, nella terra dall’Albione. 

Certo, come dimenticare il leggendario Leicester City di Jamie Vardy e Claudio Ranieri campione d’Inghilterra nel 2016. Purtroppo per voi, siete lontani. Lontanissimi. Il Blackburn Rovers di Alan Shearer che trionfò nel 1995? L’impresa è di quelle memorabili. E la città protagonista della nostra storia è proprio quella dell’Inghilterra del nord. Ci servirà, però, una macchina del tempo più potente. 

Provo a darvi un secondo indizio. Una sola parola: Netflix. In giorni di isolamento sociale e di sport azzerato praticamente in tutto il mondo aumentano il bisogno di divano, intrattenimento e, perché no, calcio. Anche se i campionati sono tutti fermi. Parlo di calcio vero: il campionato del Nicaragua mi rifiuterò, anche in punto di morte, di seguirlo. E una serie uscita in piena quarantena potrebbe fare al caso vostro.

Niente neppure adesso? Dopo tre capoversi di aria fritta ho una prima risposta per voi: 31 marzo 1883. Al Kennington Oval di Londra, stadio londinese dove oggi si gioca solo a cricket, va in scena la finale di Fa Cup tra gli Old Etonians e il Blacbkurn Olympic. A bordo campo ci sono migliaia di persone, alcuni giornali del tempo parlano addirittura di diecimila tifosi. Un dato pazzesco se si pensa che il calcio moderno, nato come passatempo tra gli studenti ricchi dei college londinesi, è stato definito con regole ben definite solo pochi anni prima. 

Il vento, però, sta iniziando a cambiare. In Inghilterra il calcio non è più solo lo sport d’èlite, ma inizia a prendere sempre più corpo anche fuori Londra. E non solo tra i benestanti. Il paese è in piena industrializzazione e al nord le squadre formate dagli operai iniziano a partecipare alla più antica competizione calcistica, la Fa Cup. E a diventare sempre più agguerrite e competitive. 

Ancora niente? Allora aprite l’app di Netflix e cercate nel catalogo “The English Game”. La miniserie in 6 puntate di Julian Fellowes, lo stesso di Downton Abbey, ci riporta nel 1879. Quattro anni prima della finale tra Blackburn e Old Etonians. Protagonista è il Darwen, squadra del Lancashire, la prima formazione dell’Inghilterra del nord a raggiungere i quarti di finale di Fa Cup. 

La serie racconta l’ingaggio nel Darwen di Fergus Suter. Ufficialmente tagliapietre, Suter è in realtà il primo professionista della storia del calcio. Come racconta molto bene la serie, però, essere pagati per giocare a calcio è proibito dalle regole (ovviamente decise dai ricchi benestanti, perché per loro il football è solo un passatempo tra gentiluomini. Mica una ragione di vita o di morte). 

Ecco, ora è il momento della prima spoilerata. L’unica che, se non volete rovinarvi la visione di “The English Game”, dovete evitare di leggere. Pronti? Bene, lo scozzese Fergus Suter, passato nel frattempo dal Darwen al Blackburn, a differenza di quanto mostrato nella puntata finale della serie, perderà quella prima finale tra i ricchi del sud e gli operai del nord. L’happy ending è pura finzione cinematografica.

Cosa non da poco, la prima squadra del nord a vincere la Fa Cup, dopo 11 anni ininterrotti di dominio del sud, sarà proprio i 31 marzo 1883 il Blackburn Olympic. E Suter, che nella serie segna addirittura una doppietta, in quella finale non scenderà neppure in campo. Il tagliapietre scozzese, difensore dal fisico minuto ma dalla grande intelligenza tattica e dai piedi educati in grado di impostare il gioco, è un giocatore dei Rovers. E il suo Blackburn, non l’Olympic, vincerà con Suter in campo tre edizioni di fila della Fa Cup. 

Un record di vittorie consecutive mai più battuto e che andò a eguagliare il precedente del Wanderers Football Club. La squadra vincitrice della prima edizione della Fa Cup e nella quale giocò Arthur Fitzgerald Kinnaird. Co-protagonista, con Suter, di “The English Game” e in grado di detenere ancora oggi il record di finali disputate in Fa Cup: nove, di cui cinque vinte. I giornalisti di fine 1800 ne parlavano come una star, un antenato dei nostri Messi e Cristiano Ronaldo. Solo con una barba molto, molto più folta.  

Al netto della non perfetta ricostruzione storico-statistica, “The English Game” è una serie da non perdere. E solo un nerd di storia di calcio e statistiche (sì, forse è il mio caso) non perdonerebbe qualche errore dettato dalla necessità di romanzare l’intero racconto. E di rendere leggendario il finale.

La serie, però, è curata in ogni minimo dettaglio. I primi palloni di stracci con i quali si gioca in strada, le maglie da calcio cucite a mano, l’assenza di reti nelle porte e gli spogliatori simili a delle tende da circo. I primi rudimenti tattici, le prime risse tra tifosi sugli spalti, la prima volta in cui, dopo il pareggio per 5-5 tra Old Etonians e Darwen, viene stabilito di giocare nuovamente la partita. Il 13 febbraio 1879 nasce il replay della competizione calcistica più antica del mondo.

C’è tanto da vedere in “The English Game”. Una serie del passato ma che ci riporta dritto ai giorni nostri. Ai tempi dell’emergenza Coronavirus, con i calciatori considerati come privilegiati. Essere professionista, qualunque sia il livello, li fa apparire (a volte a ragione) su un piedistallo, lontani anni luce dalle difficoltà della vita quotidiana. La natura del professionismo, e la serie lo mostra molto chiaramente, era in realtà completamente opposta.

Agli albori del calcio i ricchi del sud, spesso, non dovevano lavorare. Avevano cibo in abbondanza, disponevano di tempo libero e potevano allenarsi ogni volta che volevano. Per gli operai del nord tutto era diverso: ore a spaccarsi la schiena in fabbrica, difficoltà a riempire la pancia ogni giorno, al massimo qualche minuto da passare in una taverna a bere birra. 

Il professionismo, invece, permise al calcio di diventare uno sport diffuso in tutto il mondo. E praticabile da tutti. Perché tutti potevano avere le stesse possibilità di vincere la gloriosa Fa Cup. Il calcio era, per città operaie come Darwen e Blackburn (dove a fine Ottocento c’erano ben 12 squadra di calcio!), un’occasione di riscatto. Di sognare anche un futuro migliore. Era più di un passatempo tra galantuomini, era la metafora di come, uniti, si potesse battere anche i proprietari di quelle industrie dove si lavorava in condizioni al limite dell’umano.  

Lo stesso motivo per il quale imprese come quella del Leicester del 2016 e del Blackburn nel 1995 hanno fatto parlare dei protagonisti di quei miracoli sportivi in tutto il mondo. Perché tutti, per una volta, abbiamo tifato affinché la classe operaia volasse in paradiso.