Mark Viduka, il gigante buono dai piedi fatati che incantò Elland Road

La leadership silenziosa del colosso in Terra d'Albione

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“Una terra promessa, un mondo diverso, dove crescere i nostri pensieri…”

Chissà se Joe Viduka, fuggendo da una Croazia in frantumi, ha pensato qualcosa di simile sulla nave per Melbourne. Imbarcarsi per il Nuovo Mondo, cominciare una vita nuova, lontana da un’area balcanica devastata dai conflitti intestini, adesso sotto l’egida della Repubblica Federale jugoslava di Tito.

Un mondo diverso, in cui vivere in serenità non rappresenti un’utopia, in cui crescere una famiglia in armonia non sia un’illusione. Tutto questo è ciò che l’Australia ha rappresentato per centinaia di rifugiati europei. La libertà è un bene difficilmente ricompensabile, ma anche le centinaia di migranti hanno qualcosa da offrire al Nuovo Mondo: l’amore per il calcio. Un sentimento che rimane il filo conduttore alle proprie origini, una passione da tramandare di padre in figlio. Ed è esattamente ciò che farà Joe con il suo Mark.

Mark è un ragazzone schivo, silenzioso, che ha imparato l’umiltà da chi ha preso un sacco sulle spalle ed è partito alla volta di una realtà tutta da scoprire, senza niente in mano. Non è un tipo agitato, anzi, conduce una vita tranquilla, senza eccessi o pretese. Solo due cose lo trascinano fuori da questo vortice di ordinarietà: i racconti delle esperienze croate del padre, ma soprattutto scendere in campo, correre dietro un pallone, sentire l’odore dell’erba e… fare goal.

Viduka inizia a calcare i campi da gioco con la casacca dei Melbourne Knights, la squadra degli immigrati croati. Vestire quella maglia gli dà una sensazione speciale, è come ricongiungersi con la sua terra d’origine. In verità Mark non si sente lontano da casa, anzi, l’Australia lo ha cresciuto, forgiato nel carattere, non vorrebbe essere in un posto diverso. Eppure, in quella misteriosa macchina che è la mente umana, vive quel sentore di nostalgia verso ciò avremmo potuto avere ma che la vita ci ha tolto, senza chiedercelo.

Viduka in azione con la casacca dei Knights

Il debutto con i grandi arriva nel 1993. Alla gente del posto bastano una manciata di partite per capire che quel ragazzone alto 1.90 è quantomeno un giovane dalle belle speranze. È un gigante buono, ma che appena tocca campo si trasforma in un concentrato di dinamite pura. È fisicamente dominante, impossibile da spostare, ma dimostra anche di avere buone doti tecniche. Come arginarlo? Beh… questa è una domanda che resterà insoluta per decine di difensori avversari.

L’impatto con i Knights è semplicemente devastante, Viduka segna incessantemente e diventa l’idolo di un’intera comunità. Mezza Melbourne si riversa negli stadi per ammirare le sue giocate, dai bambini agli anziani. Un talento simile in Australia non si era mai visto. Mark gioca per la sua gente, segnare significa omaggiarla.

Viduka festeggia assieme ai compagni del Melbourne Knights

I 47 centri in 53 gare con la casacca dei Knights gli valgono una chiamata dal sapore particolare. Dalla Croazia, all’indomani della dissoluzione della Repubblica di Tito, arriva l’offerta della Dinamo Zagabria. Il Presidente Tudjman, allora anche Capo di Stato, convince Viduka a sbarcare nella penisola balcanica. Corre il 1995, e da quelle parti sono anni particolari. Il calcio è uno sport popolare che vive in un contesto socio-politico devastato. La Croazia è appena uscita dalla guerra d’indipendenza ma numerosi altri conflitti intestini continuano ad attanagliare i Balcani. In un’atmosfera surreale, intrisa di paura, il calcio si mischia con la politica, ma non si ferma.

Si gioca, e Mark fa ciò che gli riesce meglio: si concentra, rimane focalizzato sull’obiettivo, e segna. Caterve di goal. A Zagabria trascorre 3 anni ricchi di successi. La squadra del Presidente Tudjman è protagonista sul campo di un’acerrima rivalità con l’Hajduk Spalato. Il gigante buono deve rendersi tosto, perché in Croazia si fa la guerra anche sui campi di calcio. La stazza donatagli da madre natura sicuramente accorre in aiuto del buon Mark, ma anche il carattere non si dimostra meno roccioso. Dai racconti del padre ha capito molto di quella terra, delle regole del gioco, ma soprattutto ha imparato a non aver paura. “Vedi Mark, se sei schiavo della paura, sei debole”.

Alla luce del monito paterno, l’ambientamento per Mark non si rivela poi troppo difficile. Viduka nella capitale dimostra di avere stoffa, ma soprattutto di essere un calciatore completo, un attaccante dalle caratteristiche inusuali. È un colosso che fa a sportellate con tutti gli arcigni difensori della categoria ma, curiosamente, il pallone non è un nemico tra i suoi piedi, piuttosto un qualcosa da custodire con cura. Quel gigante ha sì prestanza fisica, ma si dimostra anche scaltro e rapido nell’attacco degli spazi.

Nei tre anni di permanenza a Zagabria vince e segna tanto. In 81 presenze ne fa 40, conquistando tre campionati di fila e due coppe nazionali. Eppure viene ricoperto di fischi. Sì, perché è tutto mischiato, calcio e politica. Un personaggio divisivo come Tudjman, dopo anni di gloria nazionale, è diventato inviso al popolo croato. A Viduka, considerato il suo “pet signing”, tocca la stessa sorte. “Capii che non era questione, di football ormai” dichiarerà anni dopo lo stesso Viduka. Così, come un fuggiasco, allo stesso modo del padre, Mark lascia la “sua” Croazia.

Non tutto il male viene per nuocere. Ironia della sorte, all’indomani della cacciata dai Balcani, Mark troverà la sua terra promessa Oltremanica, alla corte di Sua Maestà.

Il manager del Celtic, Wim Jansen, stravede per lui ed è disposto a far follie per portarlo a Glasgow. Così, nel Dicembre del ’98, il club scozzese sborsa 3.5 milioni di sterline per assicurarsi le prestazioni del centravanti australiano. Coach Jansen vede in Viduka il perfetto punto di riferimento attorno al quale far svariare un altro pezzo pregiato della scuderia biancoverde, un certo Henrik Larsson. Dopo un iniziale periodo di ambientamento, nella stagione ’99-’00 Viduka vive la sua consacrazione.

Viduka con la maglia del Celtic

Il disegno di Jansen si realizza. Tra Larsson e Viduka nasce un’alchimia meravigliosa. I due danno vita a un tandem offensivo semplicemente devastante. Una perfetta sinergia tra rapidità e fisicità, tra tecnica e predominanza atletica che li rende divinamente complementari. Ed i risultati sul campo ne sono la semplice dimostrazione. Viduka termina la stagione con 27 reti realizzate, assicurandosi il premio di miglior giocatore della lega scozzese dell’anno. Un discreto biglietto da visita. Numeri impressionanti, che comunque non furono sufficienti a portare il Celtic sul tetto di Scozia, poiché i Bhoys dovettero fare i conti con la corazzata allestita dai concittadini del Glasgow Rangers, che dominò il torneo palesando una superiorità schiacciante.

Viduka, ad ogni modo, mette in mostra tutto il suo repertorio. È un centravanti dal fisico erculeo, in grado di destreggiarsi e battagliare da solo nel bel mezzo dei rocciosi avamposti scozzesi. Si impone come punto di riferimento silenzioso per i compagni: è colui al quale affidarsi con disperati lanci lunghi quando c’è bisogno di respirare, ma anche il giocatore in cui riporre le speranze di una giocata che risolva il match. In sintesi, un centravanti completo, pronto a salire sul più prestigioso palcoscenico d’Inghilterra.

La sua esplosione è così fragorosa che l’eco giunge sino a Leeds. Gli Whites sono reduci da un campionato sorprendente, al termine del quale si sono classificati terzi ottenendo una clamorosa qualificazione in Champions League. Elland Road è il teatro in cui si esibisce una squadra giovane, piena di estro e fantasia, frutto dell’incoscienza e del lavoro tattico di O’Leary.

Una macchina quasi perfetta, che però ha assolutamente bisogno di un catalizzatore della mole di gioco prodotta. O’Leary non ha dubbi, anzi, si è letteralmente innamorato dello stile di gioco di quel ragazzone australiano; ritiene che sia la ciliegina sulla torta che manca al Leeds per sognare. La proprietà lo accontenta, staccando un assegno al Celtic da sei milioni di sterline. Beh, a posteriori, il coach non si sbagliava.

Viduka festeggia con la maglia del Leeds

Viduka si cala perfettamente in una realtà importante ed ambiziosa, confermando la sua leadership silenziosa. L’australiano diventa il pilastro offensivo di quello che passerà alla storia come il “Leeds dei miracoli”. La sua fisicità ed abilità nel duettare in velocità lo rendono il partner ideale per giocatori estrosi quali Alan Smith ed Harry Kewell, i quali, contando sulla stazza di Mark, possono utilizzarlo come boa per convergere verso il centro del campo e seminare il panico. Non solo, Viduka si batte come un leone nella metà campo avversaria, risultando una garanzia per i compagni: consegnargli la palla, in qualsiasi modo, equivale a metterla in una bolla d’aria, in grado di ripararla da ogni tempesta. Ma non è finita qui… Mark è anche dannatamente intelligente in campo. Non solo con i movimenti ad aprire gli spazi per i compagni, ma anche in area di rigore. Non azzardatevi a lasciargli un centimetro di spazio, perché ritroverete un secondo dopo il pallone in fondo al sacco”. Sì perché Viduka non è semplicemente un faticatore offensivo, ma anche un cannoniere instancabile, capace di segnare di testa, al volo o dopo un dribbling. La sua stazza non comprometteva la tecnica negli spazi stretti, per conferma chiedete ai Reds.

Ad Elland Road si sono tutti innamorati di quel gigante buono, di quel leader silenzioso. Dopo quella semifinale di Champions tutto il popolo di Leeds cova la speranza di stagliarsi sul tetto d’Inghilterra, trascinato dal proprio beniamino. Il destino sarà tristemente diverso. Da una parte le speranze di gloria, dall’altra la cruda realtà. Non tutte le storie hanno un lieto fine: la favola Leeds United si dissolve nei dissesti finanziari.

La crisi economica del club costringe la dirigenza a smantellare pezzo dopo pezzo quella macchina perfetta. Le voci di una partenza di Viduka per una grande squadra si fanno sempre più insistenti. Il condottiero non avrebbe mai voluto abbandonare il suo popolo, in passato ha rifiutato la corte di Milan e Manchester United, ma la retrocessione del Leeds in Championship porta ad una separazione inevitabile. Elland Road ha perso la sua favola, ed il suo gigante.

Viduka viene ceduto nel 2004 al Middlesbrough, altro club dai progetti ambiziosi. La dirigenza del Boro si era prodigata nell’allestire una squadra di valore, che fosse una sintesi di talento ed esperienza.  Viduka sarebbe andato a completare un ottimo reparto offensivo composto da Yakubu, Hasselbaink e da un giovanissimo Maccarone.

Viduka esulta dopo una rete con la maglia del Boro

Nonostante alcuni fastidiosi infortuni, durante la prima stagione in maglia Smoggies Viduka si conferma ad un livello impressionante, risultando spesso decisivo.  Del resto, a 29 anni Mark è ancora nel pieno della sua carriera ed è animato da una voglia matta di riscatto dopo l’infelice esito dell’esperienza a Leeds. Grazie alle sue reti il Middlesbrough si posiziona settimo a fine stagione e strappa per il rotto della cuffia una insperata qualificazione in coppa UEFA. L’anno successivo Viduka brilla sia in campionato che in Coppa UEFA, trascinando i suoi lads sino a una sorprendente finale, purtroppo persa rovinosamente contro il Siviglia. L’ultimo anno di militanza in maglia Boro si rivela invece una stagione difficile, non all’altezza delle aspettative, tanto che il club si trova invischiato nella lotta per non retrocedere. La solidità mentale ed i gol di Viduka si rivelano fondamentali per salvare la categoria e scacciare le paure che, a fronte di una rosa di qualità superiore che si ritrova a lottare per la sopravvivenza, rischiano di prendere il sopravvento.

A fine stagione per l’attaccante australiano è il momento di fare nuovamente i bagagli, destinazione Newcastle. Con le Magpies iniziano a palesarsi gli acciacchi dell’età e delle tante battaglie disputate in un campionato fisico, vissuto senza lesinare sportellate ed essendo picchiato più degli altri, a causa della sua stazza. Mark però, come un gigante buono, ha risposto a modo suo: senza una lamentela, ma senza mai arrendersi. Ed è proprio la sua imperturbabilità che faceva andare di matto i difensori, che per fermarlo le provavano tutte. Il primo anno a St James’ Park si rivela tutto sommato positivo, Viduka riesce a siglare 7 reti e contribuisce a salvare il club.

L’anno successivo ormai il fisico non lo assiste più. Quello che vediamo in campo non è neanche un lontano parente del Viduka ammirato ad Elland Road, è un’ombra macchinosa che si trascina sul campo, con lentezza pachidermica. Uno spettacolo che nessun tifoso del Leeds avrebbe mai voluto vedere; dal momento che la sua gente avrebbe fatto di tutto per ibernare il talento visto in quel pomeriggio del 4-3 rifilato al Liverpool. Anche Mark lo sa, per questo decide di appendere gli scarpini al chiodo, conscio di aver impresso un marchio indelebile in Terra d’Albione.

Adesso serve il caffè dietro il bancone del bar che ha aperto a Zagabria, a riassaporare la bellezza di quella Terra che suo padre fu costretto a abbandonare e che in fondo Mark sente un po’ come casa sua.