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domenica 19 Settembre 2021
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Perché Sunderland e Newcastle si odiano da più di 400 anni. Viaggio alle origini del Tyne-Wear derby

Alla scoperta di una delle rivalità più antiche del calcio inglese.

5 ' di letturaIl Tyne-Wear derby non può essere una partita come le altre. Parliamo di un conflitto che, a ben vedere, anticipa di “appena” due secoli la nascita del calcio. Uno scontro che ha fatto giurare eterna inimicizia a due cittadine, distanti appena 12 miglia l’una dall’altra. La gente che viveva sulle sponde del Wear iniziò a detestare quella cullata dalle acque del Tyne per una questione di soldi. Infatti, durante la seconda decade del Seicento, il Re Giacomo I decise di dirottare le principali linee del commercio carbonifero verso Newcastle, assegnando i relativi diritti commerciali ai mercanti del Tyneside. Tale scelta politica, portata avanti in maniera ancor più decisa dal suo più noto figlio, Carlo I, rese del tutto inutile la presenza dei mercanti di carbone del Wearside, e finì per mettere in ginocchio l’intera Sunderland, privandola delle sue due ragioni d’essere: carbone e navi.

L’apice dell’astio tra i due popoli venne raggiunto nel 1642, con lo scoppio della Guerra Civile. La città di Newcastle, in ragione del potentato commerciale conferitole, prese le parti della Corona. Sunderland, invece, a causa della disparità di trattamento e delle vessazioni ricevute, si schierò al fianco dei cromwelliani, supportati anche dai Covenanters scozzesi. L’odio cementificatosi nei decenni precedenti prese le forme di un conflitto tra la Sunderland del movimento repubblicano-socialista e la Newcastle lealista. Adesso forse iniziate ad aver chiaro il motivo per il quale non possiamo permetterci di declassare la sfida tra le Magpies e i Black Cats a semplice rivalità di campo: perché le divergenze tra le due compagini trovano le loro radici in battaglie basate sulla necessità di sopravvivere, di riuscire a sfamare i propri figli e garantire il benessere della propria città. La differenza politica tra le due realtà culminò con la battaglia di “Boldon Hill”: le truppe realiste e l’esercito anti-monarchico si diedero appuntamento in territorio neutrale, equidistante dalle due città, per dar vita ad uno scontro all’ultimo sangue. A prevalere fu la fazione parlamentarista: il popolo di Sunderland si prese momentaneamente l’agognata rivincita, mentre la vicina Newcastle venne trasformata in un fedele avamposto militare repubblicano per il resto del conflitto. Il monopolio del commercio di carbone del Tyneside era finalmente stato spezzato, il Wearside poteva tornare ai suoi fasti originari. Come ben potete immaginare, questo fu uno scenario che non durò a lungo: l’avvento della Restaurazione ed il conseguente ritorno sul trono di Carlo II Stuart nel 1660, vide quest’ultimo ripristinare la situazione originaria. Il sovrano riattribuì i diritti commerciali ai suoli alleati a Nord del Tyne, relegando l’adiacente cittadina in una consueta posizione di subalternità.

Un odio che parte da lontano, e che arriva ai giorni nostri. Muta la forma ma non la sostanza: prima si trattava di una rivalità sfogata sui campi di battaglia, oggi sugli spalti, ma il sentimento è sempre quello. E qualche volta anche la forma resta la stessa. Nel Marzo del 2000, più di 70 hooligans di Newcastle e Sunderland si resero protagonisti di una delle peggiori violenze correlate al calcio che la Terra di Sua Maestà abbia mai conosciuto. E si pensi che non era neanche un match-day. Quelli che la polizia ebbe a chiamare “rispettabili padri di famiglia” decisero di darsi appuntamento in un territorio neutrale, proprio come i loro antenati qualche secolo addietro, per dar vita a un regolamento di conti con coltelli, mazze e blocchi di mattoni volanti. Il bollettino di quella giornata fu funesto: svariati feriti, di cui alcuni  riportarono danni cerebrali permanenti. Decine di persone vennero arrestate, collezionando svariati anni di prigione in pochi minuti.

Certamente, negli anni sono cambiate molte cose. Due economie cementificate sull’industria navale e del carbone, due città legate l’una con l’altra dalla politica, dal fanatismo per il calcio e dall’alcol. Gente la cui identità è inestricabilmente legate al proprio lavoro, spesso duro e aspro, e al sentirsi differenti dalla norma. Questo era il portato della Newcastle e della Sunderland nella prima metà del Novecento. Nelle decadi successive, questo modo di vivere iniziò a disfarsi, a sgretolarsi inesorabilmente. Il declino industriale e il terribile impatto della disoccupazione traumatizzarono talmente tanto la regione da forzarne una nuova nascita. Ma le cose forzate spesso non riescono bene. L’età post industriale, con l’enfatizzazione del turismo e dei consumi, ha finito per trasformare il modo in cui il North East guarda a se stesso, lasciandolo un po’stranito, in balia dell’incertezza e della paura. I call centers hanno rimpiazzato le miniere di carbone, i centri commerciali hanno preso il posto dei cantieri navali. La gente se la passa meglio? Non è compito nostro dirlo, ma quello sguardo malinconico, smarrito, costituisce più di una semplice risposta. Ormai sono lontanissimi i giorni in cui la mascolinità trasudava dal duro lavoro, dalle mani usurate. Quella mascolinità oggi la si dimostra per le strade, sugli spalti, nei pub. Quelli che un tempo erano uomini dalle certezze incrollabili, oggi devono fare i conti con una realtà che li ha costretti a cambiare, che ha dettato nuove regole del gioco, senza però chiedere il permesso. Identità insicure, incertezze economiche e il risentimento verso il posizionamento post industriale della cittadina di Newcastle sono ciò che è rimasto alla gente di Sunderland, e ciò che emerge in modo più aspro nel Derby Day: perdere contro gli “scum” è sempre stato un grande attacco contro la propria autostima.

Mutano le forme, ma non la sostanza. Oggi la gente di Sunderland si lamenta di pagare le tasse per finanziare due infrastrutture proprio nell’odiata Newcastle, la Metro e l’aeroporto. In senso lato, per loro è come se la storia si stesse ripetendo di nuovo, inesorabilmente. Resta l’ostracismo montante della working-class verso l’establishment ad accomunare le grida che si levano dagli spalti di St James Park e dello Stadium of Light, quegli stessi spalti dai quali Mackems e Geordies continuano da quasi due secoli ad urlare le tenere opinioni che gli uni nutrono degli altri. A proposito:

Perché Mackems e Geordies? 

Le origini dei due termini risultano incerte. Secondo alcuni, ambedue gli appellativi discendono dalle rispettive appartenenze storico-politiche. “Geordies” deriverebbe del fedele supporto degli abitanti del Tyneside nei confronti di Giorgio II di Hannover (da qui “Geordie”, quale diminutivo di George) durante la rivolta giacobina del 1745. Invece le radici del termine Mackem, sempre secondo questa lettura storicistica, sarebbero dovute alla benevolenza che la gente del Wearside recava nei confronti della Scottish ‘Blue Mac’ army durante il conflitto civile. Ad ogni modo, come sostenuto da molti altri, è più probabile che le origini di questi appellativi scaturiscano da aspetti afferenti ai settori dell’industria navale e del carbone. Si dice infatti che i minatori di carbone del Tyneside preferirono utilizzare, quale strumento di sicurezza sul lavoro, la lampada ideata da George Stephenson, denominata proprio ‘Geordie’, anziché la più utilizzata e diffusa lampada di Humphry Davy. Al tempo stesso, è ormai universalmente appurato che il termine Mackem derivi dalla frase “Mak(e)’em and Tak(e)’em”, coniata dai costruttori di barche del Tyneside per insultare i colleghi del fiume Wear, visti come acerrimi concorrenti ed ostacolo al raggiungimento del proprio benessere.

LEGGI ANCHE: NEWCASTLE-SUNDERLAND 0-2, IL PIÙ IMPORTANTE TYNE-WEAR DERBY DI SEMPRE

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