Park Ji Sung: il timido talento di Manchester arrivato dall’Oriente

0
5 ' di lettura

Qualità, classe, agilità, estro, tutti sostantivi utilizzati spesso per descrivere calciatori; termini dei quali spesso si abusa per arricchire ciò che abbiamo da dire o da scrivere, anche se sappiamo che sono pochi i giocatori che possiedono tutte queste caratteristiche. Altrettanto vero è che molti di questi calciatori, seppur carichi di talento, non riescono ad esprimerlo poi così tanto, finendo per concludere la propria carriera con quell’amaro in bocca causato da ciò che poteva essere e non è stato.

Tra le centinaia di nomi di giocatori che ci possono venire in mente con queste caratteristiche ce ne verrà in mente uno (almeno a qualcuno di noi) che per qualche motivo resta quasi unico tra questi. Prendendo una foto di questo calciatore e sollevando lo sguardo lentamente dal basso verso l’alto, da quel paio di Nike Tiempo di colore bianco verso la maglia rossa più immediatamente riconoscibile della storia del calcio, quella del Manchester United con il vecchio sponsor Vodafone, e dopo aver notato il numero 13 nero sul pantaloncino bianco, alziamo lo sguardo ancora un po’ e scorgiamo due sottili occhi a mandorla che raccontano una storia che parte da molto lontano. Una storia che inevitabilmente ci riconduce all’Oriente, là dove il sole è sorto per la prima volta regalando linfa vitale alle primavere dei ciliegi in fiore e delle ninfee, là dove le dinastie e gli imperatori con le loro concubine hanno ispirato affascinanti favole di antichi libri. Non parliamo della grande Cina né dell’elegante Giappone, siamo in Corea, quella del Sud, e il nostro protagonista arriva da lì.

In Corea i cognomi sono pochi, un paio di centinaia, e sono distribuiti su più di cinquanta milioni di persone, dunque è facile che anche una persona “speciale” abbia un cognome “comune”. Park è un cognome diffusissimo in Corea del Sud, probabilmente un cittadino coreano preso a caso conosce mediamente almeno una cinquantina di persone che hanno questo cognome, ma per gli appassionati del gioco più bello del mondo e, ancora di più, per gli appassionati del campionato più bello del mondo, dopo quel “Park”, viene solo e soltanto “Ji Sung”.

Park Ji Sung nasce nel febbraio del 1981 a Seoul e cresce in una città satellite della capitale. Sebbene i sudcoreani, come tutti gli asiatici, abbiano una visione un po’ diversa dello sport da quella di noi occidentali, il primo approccio con le varie discipline sportive lo hanno a scuola e la fortuna qui è stata che nella scuola che frequentava Park Ji Sung si giocava a calcio, cosa non scontata a queste latitudini. Già dai tempi delle elementari, Park sovrastava tutti i suoi compagni e avversari, era il numero uno, bastava guardarlo toccare la palla e si capiva che, molto probabilmente, di lì a poco sarebbe partito per qualche luogo un po’ più ad occidente.

Video: le migliori giocate di Park

La prima tappa fu il Giappone, quando Park non aveva ancora compiuto neanche vent’anni, nella suggestiva e ricca di storia città di Kyoto, con la squadra Kyoto Purple Sanga che gli offrì il primo contratto da professionista. La scelta fu giusta da entrambe le parti: tre stagioni costellate da dribbling impossibili, assist al bacio e anche qualche gol, una retrocessione al primo anno alla quale seguì la vittoria del campionato di “serie B” dell’annata successiva con la squadra letteralmente trascinata da questo fortissimo esterno. Park, con quel “comune” cognome, si guadagna tutto quello che ottiene, dapprima la convocazione con la sua nazionale, con la quale parteciperà al mondiale di casa sua, quello del famoso Corea-Italia arbitrato dal celeberrimo Byron Moreno, e poi la chiamata del vecchio continente, con il PSV Eindhoven guidato dall’allenatore che, si può dire, lo ha reso grande facendolo conoscere al mondo intero, Guus Hiddink. Hiddink era stato il CT di quella Corea del Sud arrivata in semifinale al mondiale del 2002, ma soprattutto era stato il primo a rendere Park più libero di creare presupposti offensivi, levandogli i compiti di rientro in difesa. Dopo un inizio difficile e la partenza per Londra di un certo Arjen Robben, Park Ji Sung si ritaglia il suo spazio e comincia a giocare e a farlo bene, tanto bene da contribuire pesantemente soprattutto al secondo campionato vinto, nel 2005 (il primo era stato nel 2003), e da catturare l’attenzione di uno che quando indica un calciatore significa che quello è o diventerà un grande calciatore, Sir Alex Ferguson.

Park passa ai Red Devils nell’estate del 2005 per 4 milioni di sterline e si rivela subito una pedina importante per Sir Alex: gioca spesso all’ala, sia a destra che a sinistra, non fa differenza per lui. Impressionante è la capacità di adattarsi in pochissimo tempo ai ritmi del nuovo campionato. I tifosi all’Old Trafford si innamorano di lui: quando mai si era visto uno con gli occhi a mandorla che tocca la palla come un sudamericano? Il modo di interpretare il ruolo è delizioso, la visione di gioco è praticamente priva di limiti, ma la cosa incredibile è che, in una squadra che tra le sue file ha gente come Cristiano Ronaldo, Wayne Rooney, Ruud Van Nistelrooy, Ryan Giggs, Paul Scholes e tutti gli altri campioni, questo timido ragazzo arrivato dall’oriente sia riuscito a ritagliarsi il suo spazio importante e sia stato capace di distinguersi. Purtroppo, un difetto di questo giocatore sono le caviglie deboli, per questo motivo soffre un po’ gli infortuni, ma torna sempre più forte di prima e dà sempre il suo contributo nelle partite importanti, soprattutto regala magnifici assist, come quello per il gol di Wayne Rooney nel quarto di finale di Champions League del 2008 contro la Roma. La finale di quell’anno a Mosca, raggiunta dopo aver eliminato il Barcellona nel turno precedente, rimane un mezzo rimpianto per Park, che venne lasciato in panchina per tutta la partita da Ferguson. Ovviamente la consolazione è arrivata con il trionfo sul Chelsea ai calci di rigore, ma lo stesso Sir Alex definì come una delle decisioni più difficili mai prese quella di lasciare fuori da quella partita Park. Il numero 13 giocherà una finale da titolare tre anni dopo, ma non andrà così bene: lo United uscirà da Wembley sconfitto 3-1 dal Barcellona.

Video: Park al Manchester United

 

Dettagli a parte, la storia di Park all’Old Trafford si prolungherà fino al 2012 e reciterà qualcosa come quattro titoli in Premier League, tre coppe di lega, quattro Community Shield, una Champions League e un mondiale per club.

Così il primo coreano di Manchester saluta i Red Devils dopo aver giocato con quella maglia più di duecento partite, segnato ventisette gol, e dopo aver anche indossato la fascia da capitano in più occasioni. Ad oggi Park rimane l’unico calciatore del continente asiatico ad aver alzato la coppa dalle grandi orecchie. Dopo una stagione al QPR e un’altra da figlio prodigo al PSV, abbandona il calcio giocato lasciando nei ricordi degli appassionati quella grazia e quel talento che lo hanno contraddistinto, ciò che lo ha reso “speciale” a dispetto del cognome, cos’ “comune” in patria, quell’estro che ha fatto di lui, almeno fino all’arrivo in Europa di Heung-min Son, il miglior giocatore asiatico della storia del calcio.