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mercoledì 20 Ottobre 2021
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Le partite della Tregua di Natale, una storia di pace e (forse) football in tempo di guerra

8 ' di letturaLa notte della vigilia era più fredda del solito. Non che di norma le ore buie portassero calore, ma come se da lassù qualcuno avesse ben chiara la situazione in quelle lande, una coltre di neve e brina copriva i campi quando i ragazzi si risvegliarono dai loro giacigli scomodi. Le pozze di fango sporco, la terra brulla e inospitale, le lunghe gallerie che andavano strette e sinuose per chilometri e chilometri: tutto era ammantato di ghiaccio.

Il Natale sembrava un giorno come un altro per molti di loro quando aprirono gli occhi. L’unica grande differenza la faceva il silenzio. Nessun frastuono improvviso, nessun sibilo che puntava dritto alla testa e la mancava di pochi centimetri. Le urla che solitamente arrivavano secche dall’altra parte di quella terra ora tutta ghiacciata mancavano del tutto. I giovani uomini si levarono da terra e iniziarono a svolgere le loro mansioni mattutine, tristi di esser così lontani da casa. Sicuramente non c’era troppa aria di festa da quelle parti, anche se qualcuno aveva provato ad addobbare un minimo le gallerie.

La notte precedente era successo però qualcosa di inusuale. Dall’altra parte della barricata si era lentamente levato un canto. In una lingua straniera, solitamente udita con toni secchi e minacciosi. Stavolta no, la melodia cresceva sempre più armoniosa, quasi festiva. La carola è conosciuta, tanto che alcuni anche di qua si uniscono. Ognuno con parole diverse, nel suo idioma di origine, a formare un improbabile coro ovattato dalla neve e dal ghiaccio.

Mentre sempre più voci si univano alla carola di Natale, uno dei dirimpettai decise di metter piede fuori dalle gallerie. Con passo incerto, avanzava sul terreno smosso coperto di brina. C’era del timore nei suoi occhi, ma continuava a camminare in avanti, fino a esser a portata di voce. Stava fermo lì, in mezzo a quella terra brulla e inospitale che tutti chiamavano “di nessuno”, unico ostacolo tra i due schieramenti nemici. Esitante, in una lingua non sua, si rivolgeva a chi era dall’altra parte della barricata: “Tomorrow, we don’t shoot, you don’t shoot, ok?”

I piani son fatti per essere disattesi

L’inverno del 1914 arriva su tutta l’Europa portando una tetra notizia: tutte le idee che si avevano sulla guerra fino a quel momento sono andate a farsi maledire. I tedeschi sono quelli che forse l’hanno digerita peggio, visto che lo scintillante piano di assalto rapido creato dal Feldmaresciallo Alfred Graf von Schlieffen è andato in frantumi sulla disperata resistenza francese alle porte di Parigi. Le potenze dell’Intesa però non se la passano molto meglio, considerato che ogni contrattacco e nuova offensiva dei loro eserciti è stato bloccato.

Il 3 agosto la Germania aveva dichiarato guerra alla Francia: secondo il piano Schlieffen sarebbero bastati 42 giorni per sconfiggere l’antico nemico. Ne sono passati invece 142, e la situazione non può essere più diversa da quella immaginata. Si è formata una lunga linea di fronte, dalle Alpi al Mare del Nord. Chilometri e chilometri di immobilità, dove milioni di uomini hanno scavato nel terreno e hanno piantato i piedi, pronti a non far passare il nemico a costo della loro vita. Tra i due schieramenti, una sottile striscia di terra che nessuno può dichiarare di aver conquistato, smossa dalle granate e i proiettili che finiscono anzitempo il loro cammino. La Prima guerra mondiale era ormai diventata, quantomeno sul fronte occidentale, quella che noi tutti conosciamo come una guerra di trincea.

Le varie divisioni sparpagliate su questo lunghissimo fronte sono quasi del tutto abbandonate al loro destino. Le comunicazioni sono difficili, se non impossibili in alcune zone, e pochi sanno quello che succede sulla trincea qualche chilometro più in là. Gli uomini ormai sono demoralizzati, la forza della propaganda che in casa sembrava così forte non trascina più le truppe all’assalto. La loro fedeltà va semplicemente ai compagni d’armi, ai fratelli acquisiti che darebbero la vita per loro e per cui sono disposti a contraccambiare. La patria diventa per molti un concetto relativo, lontano tanto quanto il calore di casa. Sono stanchi, tremendamente stanchi di questo conflitto che era stato promesso come breve e vittorioso e invece è diventato abnorme, lungo e all’apparenza totalmente inutile.

Un giorno ancor più speciale

Al fronte viene mandata tanta gente comune. Non sono i soldati ultra-allenati e professionisti di ora: vengono arruolati giovani e meno giovani, carpentieri e laureati. La tragedia della guerra appiana le differenze sociali, le rende sciocchezze di poco conto davanti alla necessità di aver salva la pelle. Sminuisce anche molto di ciò che la propaganda ha raccontato dei nemici, quelle che dovevano essere bestie assetate di sangue sono in realtà persone come loro, fratelli in armi come loro, solo con l’uniforme diversa.

La vigilia di Natale arriva sui campi di battaglia solo grazie alle tacche segnate dai soldati nella terra. Non sono permesse festività nelle trincee. Nell’aria non c’è quell’odore di dolci e prelibatezze, serpeggia solo l’acre della polvere da sparo e il sentore vivido della morte. Le note alte delle carole che sfuggono dalle chiese sono troppo lontane per esser sentite. Ma gli uomini al fronte non hanno dentro di loro la forza di continuare a combattere anche in quei giorni. Così, quando un soldato tedesco, quando un inglese, qualcuno inizia a portare avanti una richiesta. Spontanea, sincera, candida quanto quella del Natale. Non è condivisa da tutti, c’è chi continua a pensare che il nemico rimane il nemico e la guerra non si ferma davanti a nulla. Ma a macchia di leopardo prende piede in più luoghi del lungo fronte: domani, per favore, non spariamoci addosso.

La mattina del 25 dicembre alcuni si alzano dai loro giacigli sapendo che sarebbe stato un giorno come un altro. Fucili in canna, a mirare oltre quella landa desolata che separa i due eserciti. Altri invece sperano che il Natale possa portare qualcosa di diverso. Effettivamente, in alcune parti del fronte non ci sono azioni di guerra. Lentamente, gli uomini si alzano dalle trincee. I soldati tedeschi, durante la notte, hanno posto delle candele sulla loro fortificazione e sugli alberi poco distanti. Con l’arrivo del giorno iniziano a cantare le loro carole, e presto arriva la risposta degli inglesi. È iniziata una vera e propria Tregua di Natale.

Le partite della Tregua di Natale

I primi soldati, di entrambi gli schieramenti, iniziano a mettere piede nella terra di nessuno. La gelata della notte ha in qualche modo smorzato gli odori nauseabondi del campo di battaglia, e fermato il terreno altrimenti fangoso e poco stabile. Portano con sé dei piccoli doni, qualche sigaretta, o un cibo tipico che è arrivato fortunosamente fino ad allora senza andare a male. Vengono accolti dagli avversari del giorno prima non come nemici, ma come fratelli invischiati nello stesso terribile destino.

Qualcuno tira fuori una macchina fotografica e scatta qualche istantanea dell’incontro. Qualche altro gruppetto intona canti insieme. C’è chi si scambia oggetti, quando dei bottoni oppure qualche altra minuzia da collezione. Addirittura si racconta che un soldato inglese, in patria barbiere apprendista, tiri fuori il rasoio e inizi a radere anche i tedeschi. Altri, semplicemente, si fermano a parlare in mezzo alla desolazione. Presto si decide di adoperarsi, tutti insieme, a recuperare i corpi dei caduti lasciati a marcire nella terra di nessuno. Si improvvisa una cerimonia religiosa comune.

In alcune zone nasce un’altra idea. Il passatempo preferito delle truppe è, ovviamente, il football. Ormai dalla madrepatria inglese sta prendendo piede anche sul continente, e tutti sanno giocare. Qualcuno fa sbucare fuori un pallone vero e proprio, altri ammassano degli stracci e li arrotolano per creare una forma vagamente arrotondata. Ogni soldato vuole partecipare così nascono dei “kickabout”: nel campo improvvisato, con i giacconi a segnare le porte, si gioca tutti assieme, anche in 200 in un sol colpo.

Non sono partite regolamentari, e come potrebbero in una situazione del genere. Ricordano più il calcio di strada, quello che attualmente non si vede più, quando i bambini si raccoglievano nella via a prendere a calci il pallone fino a che qualcuno non li cacciava. Si corre, si chiama a voce alta la palla, si prova a tirare totalmente scoordinati. Gli scarponi in dotazione agli eserciti sono duri e pesanti, arano il campo brinato, così è ancora più difficile colpire bene la palla. Ma non importa, basta trovare una briciola di tranquillità e spensieratezza.

Difficilmente si tiene il conto di quel che succede in campo. Nelle partite della Tregua di Natale non ce n’è bisogno di arbitri, i gol di entrambe le parti sono salutati con gioia. C’è solo un caso in cui i soldati sono stati talmente disciplinati da segnare anche il punteggio, e va a favore dei tedeschi. Viene raccontato in una lettera spedita al Times e pubblicata il 1 gennaio 1915, da un dottore di campo a cui un soldato ha raccontato di aver giocato contro i Sassoni e di aver perso 3-2. Ernie Williams, che milita nel sesto battaglione del reggimento Cheshire, parla invece in un’intervista del 1983 della sua gara contro i tedeschi.

Un evento che non si ripeterà più

Così come è iniziato, tutto finisce in poco tempo. Alcuni racconti parlano dei capi militari di entrambi gli schieramenti che non prendono di buon grado la fraternizzazione col nemico. Sicuramente notizia di questo incontro di pace, forse di queste partite, arriva fino a casa, dove la stampa non perde tempo a massacrare i partecipanti. Dovrebbero passare il loro tempo a odiare il nemico, non a scambiarsi regali e giocare a calcio.

Ma così non è. Nel dicembre 1914 non si era ancora accumulata così tanta acredine tra i vari schieramenti. Non c’erano ancora state le battaglie campali di Verdun e della Somme, non si era ancora vista la presenza degli infami gas letali o dei carri armati. Molti soldati non avevano ancora assistito coi loro occhi alla morte del loro intero battaglione e rimasti vivi per miracolo. C’è una sincera curiosità nel capire chi abita la trincea di fronte, se veramente sono i mostri terribili disegnati dalla propaganda. C’è la volontà di prendersi un giorno o due di pausa da questa guerra insulsa, di dare una parvenza di normalità a un periodo dell’anno di solito dedito ad altro, con la consapevolezza che nel giro di poco tutti sarebbero tornati ai loro posti col fucile spianato.

Sarà praticamente l’ultima volta che una tregua su così larga scala si imporrà spontaneamente. Col passare degli anni, le cicatrici saranno troppo profonde per poter anche solo pensare di allacciare rapporti con le truppe nemiche. Nel 1915 se ne vedranno, ma molto poche. L’anno successivo, non ci sarà proprio volontà di voler avvicinarsi.

Attenzione, non c’è da illudersi: in moltissime parti del fronte non c’è stata nessuna tregua. Si è continuato a sparare senza sosta, o al massimo si è dato giusto il tempo di seppellire i propri caduti. Nessun tipo di incontro, nessun tipo di scambio. In relazione al numero di soldati dislocati al fronte si calcola che una bassa percentuale si è sostanzialmente fermata, per la maggior parte in Belgio e nel nord della Francia. E che sono state soprattutto truppe tedesche e inglesi, mentre pochi francesi avrebbero partecipato. I racconti in prima persona delle partite poi si contano sulle dita di una mano, la maggior parte sono dei “sentito dire” che non possono fungere da testimonianza rigorosa. Potrebbero essercene state pochissime in realtà, c’è che si sostiene tutto questo sia solo un mito.

Ma questo non è solo il racconto della Tregua di Natale, o di una partita di football. È una storia che parla di come, anche nelle avversità più gravi, l’uomo sia disposto a condividere, a conoscere il prossimo. Che sono necessari anni e anni per brutalizzarlo fino all’odio totale verso un altro popolo. È una storia di speranza. Perché allora rovinarla con la verità?

Leggi anche: The Footballers Batallion, quando i calciatori andarono veramente in guerra

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