Dennis Wise, l’ultimo capitano del Chelsea romantico

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Si dice che i nomi abbiano alle volte il pregio di descrivere bene la personalità dell’uomo a cui sono affibbiati. Dave Bassett, al tempo allenatore del Wimbledon Football Club, deve aver pensato che fosse castroneria bella e buona quando si presentò per la prima volta a Plough Lane il nuovo acquisto della squadra. Che in realtà non era stato neanche acquistato, quanto aveva accettato il contratto offerto dalla compagine della periferia sud di Londra dopo che il Southampton aveva deciso di non tenerlo in squadra. Rispondeva al nome di Dennis Wise.

Il ragazzino aveva appena compiuto diciotto anni, non arrivava al metro e settanta d’altezza e non dava l’impressione di avere il fisico per giocare nella Second Division, dove i giocatori solitamente prima pensano a tirarti in terra e poi controllano dov’è la palla. Ma soprattutto di “wise”, che nella lingua d’oltremanica vuol dire saggio, non aveva proprio nulla. Era uno abituato a far di testa sua, a dire quello che pensava e aggredire a testa bassa tutto ciò che entrava nel suo raggio d’azione. D’altra parte nascere a Kensington nel pieno dei 60s era un’esperienza tutta diversa rispetto all’eleganza e alla ricchezza che sono mostrate al giorno d’oggi nel quartiere, trasmetteva quasi geneticamente nei suoi abitanti la necessità di un’aperta e perpetua ribellione contro lo status quo.

Forse proprio quella voglia di prendersi tutto ciò che poteva, lottando con ogni mezzo lecito e anche un paio di quelli non concessi, convinse Bassett a far giocare il poco saggio Wise nella sua squadra. D’altra parte il credo calcistico dell’allenatore del Wimbledon era alla fine molto semplice: gli avversari devono aver paura se vogliono tenere il pallone tra i piedi. Aggressività oltre ogni limite, interventi duri senza cura della salute altrui, e che Dio la mandi buona se un rimpallo o un colpo di testa poi regalano anche qualche gol. Così il Wimbledon era riuscito a salire dalla quarta divisione alla terza e subito in seconda nel giro di tre stagioni, ed era pronto all’assalto alla First Division. Un’avventura in cui il giovane, che tutto dava l’idea di essere tranne quella di una fonte di saggezza, poteva forse tornare utile.

L’epoca della Crazy Gang

Se già Wise dimostrava un certo caratterino che ben si abbinava alle velleità poco artistiche del gioco di Bassett, gli acquisti successivi dell’allenatore del Wimbledon evidenziarono ancor di più come più che all’abilità tecnica egli preferiva cattiveria agonistica e una certa vena di follia. Nei due anni seguenti all’acquisizione di Wise arrivarono a Plough Lane un gruppo di personaggi talmente caratteristici e anticonformisti che i media britannici riuscirono a trovare un solo soprannome che ben descrivesse il loro potenziale: la Crazy Gang.

Eric Young, detto il Ninja per la sua fascia rossa di dubbiosissimo gusto sempre portata in capo per proteggersi dai suoi stessi colpi, nato nella lontana Singapore che decise per motivi tutti ancora da scoprire di scendere in campo ben 21 volte per il Galles, nonostante con loro non c’entrasse proprio nulla; John Fashanu, granitico centravanti noto più per il gusto dell’inseguire i difensori avversari per restituire tutti i colpi subiti che per i suoi istinti da goleador, la cui notorietà è purtroppo dovuta più alla triste storia del fratello Justin, morto suicida nel 1998 otto anni dopo aver fatto coming out; in porta Dave Beasant, di cui basta ricordare il soprannome “Lurch” datogli per l’incredibile somiglianza col maggiordomo della Famiglia Addams; e ovviamente, senza aver bisogno di ulteriori presentazioni, al comando del gruppo di teste bollenti la presenza intimidatoria di Vinnie Jones, mister “ho portato la violenza dagli spalti direttamente sul terreno di gioco” come ebbe a dire del suo modo di giocare a calcio.

Il giovane Wise viene svezzato al calcio professionistico da questo gruppetto di gente poco per bene. Certamente l’allenatore aveva i suoi metodi per mantenere in riga la squadra durante la settimana, così da cercare di mantenere al minimo gli incidenti, ma soprattutto per dare carta bianca proprio in quei novanta minuti di terrore della domenica. Ci vuol poco a capire come anche un giovane portatore di saggezza potesse crescere in altri modi rispetto alle premesse ereditate dalla famiglia. Il bello è che la Crazy Gang, di cui Wise è chiaramente l’elemento più talentuoso dal punto di vista tecnico, ottiene anche risultati. In campionato riesce a cavarsela bene, ma è nell’anno della dipartita di Bassett che succede l’imprevedibile: la vittoria della FA Cup del 1988 ai danni dei campioni d’Inghilterra del Liverpool è entrata di diritto negli annali della storia del calcio, “il trionfo della Crazy Gang ai danni del Culture Club” secondo le parole del leggendario cronista della BBC John Motson.

Nel 1990 però il legame tra Wise e il Wimbledon si interrompe improvvisamente. L’offerta da 1.6 milioni di pound, cifra record per l’epoca, è troppo allettante perché la società possa pensare di rifiutarla. Il club che decide di puntare sul poco saggio Wise ha sempre sede a Londra, e non è ancora quel pozzo senza fondo di denaro di dubbia provenienza che ha fatto scalpore nel nuovo millennio. Il Chelsea degli inizi degli anni 90 infatti è una squadra che ancora deve stabilizzare la sua presenza in First Division, promosso solo due stagioni prima, e che non vince una coppa importante dal 1971. Quale modo migliore per investire il proprio capitale se non per acquistare uno dei membri della Crazy Gang?

Il capitano che non ti aspetti

Il trasferimento al Chelsea non cambiò molto il temperamento di Wise, che anche se lasciò uno degli spogliatoi più caldi d’Inghilterra trovò comunque gente di un certo carattere come il capitano Andy Townsend. Invece fu il suo posizionamento sul campo a essere stravolto, visto che probabilmente solo al Wimbledon poteva giocare con successo come ala. Troppo poco veloce, troppo leggero per avere a che fare con i terzini avversari, e una tecnica buona ma non eccelsa che non gli permetteva di saltare l’uomo con facilità resero necessario il suo accentramento. Il ruolo di battitore libero in mezzo al campo, un po’ metronomo della squadra un po’ piccolo incursore che sgusciava facilmente in mezzo agli avversari sempre molto più grossi di lui, gli si addiceva molto di più.

Certamente la formazione ricevuta a Plough Lane non era stata dimenticata dal buon Dennis, che chiarì subito che la casacca blu non avrebbe ammorbidito la sua interpretazione del gioco del calcio, anzi la mancanza di un contorno di compagni dalla sua stessa mentalità sembrò evidenziare ancor di più il suo temperamento. La prima espulsione arriva alla seconda partita di campionato giocata con la maglia del Chelsea, quando decide di litigare col centrocampista del Crystal Palace Andy Gray. Nonostante arrivarono anche una dozzina di gol, la stagione di esordio a Stamford Bridge vide più ombre che luci, e i tifosi lo resero subito uno dei capri espiatori delle colpe della squadra.

Una qualità però innegabile di Dennis Wise era sempre stata quella di ignorare il significato della parola “arrendersi”. Così, noncurante delle critiche, continuò a giocare come aveva sempre fatto. In suo soccorso arrivarono allora due eventi fondamentali nella sua carriera coi Blues. Nella stagione 1991-1992 arrivò a Stamford Bridge il suo migliore amico ed ex compagno di squadra, il leader della vecchia cricca di matti scatenati, Vinnie Jones. I risultati sul campo furono in realtà simili, ma Dennis aggiunse nuova linfa vitale al suo gioco che forse non avrebbe mai scoperto altrimenti. Il secondo avvenne invece nell’estate del 1993, quando Glenn Hoddle prese le redini del Chelsea nel ruolo di allenatore-giocatore.

Fu proprio Hoddle a rendere definitivo il suo spostamento di ruolo in mezzo al campo, ma la sua scelta più temeraria fu quella di renderlo capitano. Certamente alcune doti caratteriali di Wise erano perfette per portare la fascia, la tenacia incredibile, l’attaccamento alla maglia, l’ardore che caratterizzava ogni minuto sul terreno di gioco. Ma sarebbe stato possibile conciliare il suo carattere incontrollabile, mostrato ormai già più volte dentro e fuori da Stamford Bridge, col suo nuovo ruolo di guida della squadra sul rettangolo verde?

I tifosi Blues non immaginavano quanto Hoddle fosse stato lungimirante nella sua scelta. L’aumento delle responsabilità verso la squadra alzò ancor di più il livello di gioco di Wise, che divenne imprescindibile nel centrocampo del Chelsea nonostante il graduale innalzamento del tasso tecnico della squadra. Nel 1995 arrivarono Ruud Gullit dalla Sampdoria, un giovane Dan Petrescu e Mark Hughes dallo United; negli anni seguenti l’influenza di Gullit fece sì che si aggiungessero giocatori internazionali dal valore assoluto come Gianluca Vialli, Roberto di Matteo, Gustavo Poyet, Frank Lebœuf e soprattutto colui che sarà ricordato per sempre a Stamford Bridge come Magic Box, l’altro folletto della squadra Gianfranco Zola. Con tutti loro Dennis fu un vero capitano e uomo squadra, assistendo come poteva l’arrivo dei giocatori internazionali e aiutando il loro inserimento nel campionato inglese. La fascia al braccio sembrava donargli.

Certo ogni tanto la ragione veniva completamente esclusa dal processo di selezione delle scelte di Wise, e il patatrac era sempre sonoro e coronato dalle polemiche. Così nel 1994 perse la fascia di capitano dopo un’espulsione contro il Newcastle, a cui seguì un prolungato monologo dai toni un po’ troppo esagerati per un servo di sua Maestà. Ma Hoddle non poté resistere più di qualche mese prima di riconsegnare i gradi al suo trascinatore. L’anno successivo si guadagnò addirittura tre mesi di prigione per aver distrutto un taxi in centro a Londra e aver colpito con un pugno l’autista, reo di aver fatto male alla sua compagna. Nel 1999 venne accusato di aver morso il giocatore del Mallorca Marcelino Elena in Coppa delle Coppe, anche se venne in seguito scagionato dalla Uefa, mentre pochi mesi dopo stoppò con un poderoso tackle un invasore di campo curdo durante una partita di Champions League contro il Galatasaray.

Le polemiche però non sembravano avere alcun effetto sul prode condottiero di Stamford Bridge. Come il Manchester United aveva un guerriero in Roy Keane, come l’Arsenal aveva tra le sue fila gente come Patrick Vieira e Tony Adams, così il Chelsea scovava la sua vena più fiera e combattente in Dennis Wise. Che come al solito era sempre il primo a tirarsi nella mischia, sempre pronto a farsi rispettare anche contro questi veri e propri titani del campo da calcio, a cui delle volte arrivava giusto al collo. Ma non importava mica nulla a lui, e allora via ad alzarsi in punta di piedi pronto allo scontro. E fu proprio lui il capitano che, venticinque anni dopo l’ultima volta, alzò una coppa al cielo per i Blues.

Con Ruud Gullit in panchina (e saltuariamente in campo), Wise con la fascia al braccio e tutto quel talento in squadra finalmente il Chelsea tornò a vincere. Due FA Cup, una Coppa di Lega, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea sono un palmarès di livello nell’era pre-Abramovič, quando non c’erano ancora i petrodollari a poter sostenere spese folli. Tutte competizioni vinte con fatica e sudore, da una squadra che sempre faceva affidamento sul carattere e la grinta del suo piccolo capitano. L’ultimo trofeo che Wise alzò con la fascia al braccio fu la seconda FA Cup nel 2000, quando portò suo figlio Henry sul palco della premiazione.

La follia continua fuori Stamford Bridge

In quel felice pomeriggio di maggio a Wembley nessuno si poteva aspettare che sarebbe durato solo un’altra stagione il sodalizio tra Wise e il Chelsea. Con l’arrivo di Claudio Ranieri il capitano trovò sempre meno minuti di gioco, un affronto reputato inconcepibile da un uomo che necessita di vedere in faccia l’avversario per poter esprimersi al meglio. Così fu inevitabile la cessione, con lo stesso conguaglio di 1.6 milioni di pound di undici anni prima ma dal sapore totalmente diverso. E per uno di quei particolarissimi casi della vita la squadra che si fece carico di Dennis Wise fu proprio quel Leicester City che diventerà tempo dopo il punto più alto della carriera di Sir Claudio.

A differenza del suo ex allenatore, la carriera di Wise a Leicester è un buco nero che nessuno vorrebbe ricordarsi. La prima anonima stagione lo vide giocare solo 17 volte, ma bastarono due partite per vedersi sventolare il primo rosso da giocatore delle Foxes dopo un diverbio, manco a dirlo, con Patrick Vieira. Più interessanti le bizzarre iniziative fuori dal rettangolo di gioco: cena non pagata con annessa fuga cinematografica pochi giorni dopo l’arrivo in città, discussione con Robbie Savage durante la festa di Natale dopo che Wise decise di regalargli un dildo. Ma è durante il tour estivo in Finlandia che arriva il più grave caso di black-out cerebrale che ha mostrato in tutta la sua carriera, quando decise di prendere a pugni il compagno di squadra Callum Davidson mentre questi era steso tranquillamente sul letto. Doppia frattura delle ossa del viso per Davidson, e ritorno a casa con licenziamento quasi istantaneo per Dennis. Provò la via della disputa legale, ma senza successo.

La carriera del Dennis Wise giocatore sembrava esser finita qui, invece ci fu spazio per un ultimo colpo di coda. Dopo una settimana dalla fine dell’ultimo appello per il licenziamento da Leicester, il Millwall decise di offrirgli un contratto, prima da semplice calciatore e in seguito anche da allenatore. E ancora una volta, quando nessuno se l’aspettava, Wise riuscì a stupire tutti portando la squadra alla finale di FA Cup nel 2004 nonostante giocasse in Championship. E dato che il Manchester United era già qualificato alla Champions League, il Millwall si qualificò così anche alla Coppa Uefa. L’ennesima avventura senza senso, l’ultima vera con gli scarpini ai piedi, anche se la statistiche parlano di una decina di presenze con le maglie di Southampton (in assistenza al suo vecchio mentore Bassett) e Coventry City. Ma ormai quarantenne e destinato a una carriera da allenatore a tempo pieno, interrotta ovviamente poco tempo dopo in maniera controversa, Dennis Wise si ritirò definitivamente dal calcio giocato nel 2006.

Nel giugno 2003 Roman Abramovič acquistò il Chelsea quasi distrutto da una pesante crisi economica. Spese 100 milioni di euro, cifra folle venti anni fa, per ricostruire totalmente la squadra. Nel giro di poco tempo i Blues divennero il simbolo della nuova era del calcio, dove i paperoni possono spendere e spandere a piacimento e spesse volte calpestare senza remore il cuore dei tifosi. Ma nonostante siano passate altre grandi bandiere da Stamford Bridge come John Terry e Frank Lampard, un piccolo spicchio di ogni cuore che sanguina blu sarà sempre dedicato al vecchio capitano Dennis Wise. Un giocatore d’altri tempi, un concentrato ad alta densità di follia e cattiveria agonistica che ha sorretto l’anima della squadra prima che il football diventasse un’asettica questione di soldi.