5 cose che probabilmente non sapevi sull’origine del calcio inglese

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CI MANCA L’UNDICESIMO… ENTRI IN PORTA?

Calcio e scuola sono molto più legati di quanto si possa pensare. In Inghilterra già nel 1600 nelle università e nei collage i giovani praticavano un gioco con la palla antenato del football. Le varie classi si sfidavano tra loro in partite interne, e indovinate da quanti studenti era composta una sezione? Non proprio undici, quasi, da dieci ragazzi, ai quali si univa il maestro con il ruolo di portiere, per evidenti ragioni anagrafiche. Ed ecco servito il classico undici contro undici. Un po’ come quando un padre di famiglia si aggrega alla partita dei ragazzini, per poter raggiungere il numero pari. Direttamente dalla figura del maestro-portiere deriva quella del capitano, che anche oggi nell’immaginario collettivo è il giocatore che possiede le maggiori doti caratteriali e carismatiche. 

CON LE MANI O SENZA MANI?

In quello che veniva chiamato dribbling game, si affrontavano due squadre, talvolta di 11 altre di 22 giocatori. Ancora nel 1820 però, non era ben chiaro a tutti quando era consentito l’utilizzo delle mani e quando no. Una prima distinzione fra “gioco con le mani” e “gioco con i piedi” si ebbe nel 1846, con la nascita della Rugby Union, che prese la propria strada. Bisogna aspettare fino al 1863, esattamente il 26 ottobre, affinché il calcio assuma una valenza istituzionale. A Londra, nella Free Mason’s Tavern, si riuniscono i rappresentanti di altrettante associazioni sportive londinesi per creare la prima federazione calcistica nazionale unitaria, che prenderà il nome di Football Association.

Il punto all’ordine del giorno era ambizioso: stilare un regolamento chiaro e definitivo. Da una parte la fazione “pro mani”, capitanata da mr. Campbell, presidente del Blackheat; dall’altra, il gruppo “anti mani”, di cui l’appena eletto segretario dell’associazione mr. Morley era sostenitore. Serviranno altre due riunioni per venirne a capo, ma finalmente l’8 dicembre viene stabilito che nessun giocatore può portare la palla con le mani, né caricare l’avversario. E’ il distaccamento definitivo dal rugby; è la nascita del calcio moderno.

ARBITRO MAL POSIZIONATO…

Quante volte sentiamo in TV questa espressione? praticamente dopo ogni partita, durante l’analisi della moviola. Ecco, provate a immaginare come potesse vedere bene l’arbitro a fine ‘800, considerando che stava a bordo campo. Proprio così, la direzione vera e propria della partita spettava a due giudici in campo, ognuno scelto da una squadra. Solamente quando i due non si trovavano d’accordo, ecco che interveniva l’arbitro, il cui giudizio risultava quello decisivo. Ora, però, ok lo spirito vittoriano; vero che si trattava di sfide tra gentlemen, ma ben presto fu evidente che ognuno dei due giudici finiva quasi sempre per perorare la causa della propria squadra. E dunque, dal momento che divenne necessario interpellare l’arbitro praticamente in occasione di ogni palla contesa, tanto valeva far dirigere la gara a una singola persona super partes. E così fu fino ai giorni nostri.

E’ ENTRATA OPPURE NO?

Provate a immaginare la situazione di assoluta precarietà nella quale si svolgevano le partite alla fine del IXX secolo. Niente reti nelle porte,  niente illuminazione artificiale, pubblico accalcato intorno alla porta, quasi a bordo campo. Con i soli peli e traversa  risultava spesso estremamente complicato, se non impossibile, stabilire se la palla fosse entrata oppure no. La soluzione al problema, semplice ma geniale, venne nel 1891 a John Alexander Brodie, ingegnere civile di Liverpool, gran tifoso dell’Everton, in seguito a un gol regolare non convalidato alla sua squadra contro l’Accrington. Egli pensò che una rete fissata a due sostegni dietro alla porta avrebbe risolto ogni dubbio sul fatto che la palla avesse attraversato la porta oppure no. L’intuizione si rivelò efficace in una amichevole, e ben presto la Football Assocation impose la rete come obbligatoria in ogni campo. Per la line tecnology ed il var ci sarebbe voluto ancora qualche anno…

MA CHE FALLO HAI FATTO?

Frase tipica in ogni partitella fra amici. Che si tratti di una sfida al campetto o della finale di FA cup, tutti sanno che in caso di fallo subito all’interno dell’area di rigore avversaria, si ha la possibilità di calciare un penalty. Tutto facile, ma quando il calcio di rigore non esisteva? Semplice, i difensori se ne approfittavano, senza remora alcuna!  Bloccare un avversario con un tackle violento, o intercettare il pallone con le mani non costituiva una colpa troppo grave. Anche in caso di scorrettezza nei pressi della propria porta, veniva assegnato un semplice tiro libero, con la possibilità per la squadra in difesa di schierare in barriera tutti i giocatori più il portiere: segnare era un’impresa.

A dire “basta”, ironia della sorte, fu proprio un portiere. William McCrum, portiere del Milford Everton, perfetto portavoce dei valori di De Coubertin, mal sopportava la condotta antisportiva degli avversari, come quella dei compagni di squadra. Egli riteneva che in questi casi fosse giusto prevedere per la squadra in attacco un tiro da calciare  a tu per tu col portiere, senza alcuna barriera. McCrum parlò della sua proposta con Jack Reid, presidente della federazione irlandese di calcio, affinché la inoltrasse alla International Board (organo britannico nato a Londra, responsabile del regolamento). Dopo le resistenze iniziali, gli inglesi, si sa, non vedevano troppo di buon occhio gli irlandesi, il 2 giugno 1891 venne introdotta la norma del penalty, mentre il dischetto fu introdotto solo nel 1902.