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Stuart “Psycho” Pearce: l’elettricista emblema del calcio inglese

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Il 24 aprile del 1962, a Londra – come nel resto del mondo – è martedì. Di cose, in quell’anno, ne succedono parecchie. L’11 settembre, ad esempio, i Beatles registrano il loro primo singolo: si chiamerà Love me do. Un mese prima, Marylin Monroe viene trovata senza vita nella sua casa a Bretwood, Los Angeles. La causa è una presunta overdose. Sempre in agosto, stavolta in Sudafrica, Nelson Mandela viene arrestato dal governo ed incriminato per incitamento alla ribellione. Spostando avanti e indietro le lancette degli eventi e spolverando un orologio ormai scarico e consunto, saltano fuori anche il celebre discorso di John Fitzgerald Kennedy (che per la prima volta a reti unificate annuncia we choose to go to the moon, indicando un possibile allunaggio entro il prossimo decennio), il primo film della serie James Bond – Agente speciale 007 e, in ordine puramente sparso e causale, l’annuncio dell’indipendenza di Trinidad & Tobago.

Ma il 24 aprile di quell’anno ha in serbo un altro evento speciale: in casa Pearce, in un sobborgo della City inghiottito da muraglie cinesi di mattoncini premuti contro un cielo d’acciaio, nasce un maschietto. Lo chiamano Stuart. Il bambino diventa in fretta adolescente ed inizia a dare una mano, mentre si disimpegna con disinvoltura tra scuola e pallone. Quei lineamenti del volto, quasi angelici, lascerebbero presagire un futuro che oscilla tra il monastico ed il cattedratico, anche se i genitori lo vorrebbero contabile. Faccia pulita e sorriso sempre pronto, il giovane Stuart sembra l’archetipo del vicino perfetto, quello che ritira la posta per te o che ti allunga una copia in più del giornale, visto che tanto è andato a prenderlo all’edicola la mattina presto.

In famiglia, si diceva, c’è da dare una mano. Da sollevare le maniche per appiccicare pranzo e cena. E Stuart non si tira indietro, iniziando a sfaccendare come elettricista. Nel frattempo, però, il calcio è già uno di quei vizi che uno non può smettere, smettere mai. Rimbalzato dopo un provino con il QPR, il giovane Pearce riceve un’offerta dall’Hull City, ma la rispedisce al mittente. Alla fine la scelta ricade su una piccola formazione locale, il Wealdstone, un luogo della mente più che una squadra: scolpitevelo dentro come un fotogramma, perché è qui che comincia ad abitare la nostra storia. Sempre qui che il ragazzino elettricista dalla faccia linda che piace tanto agli anziani del quartiere inizia a mettersi in mostra come terzino sinistro.

Stuart Pearce in azione con la maglia del Coventry City

Il destino, si sa, è un rivolo di schiuma marina che sfila via tra le dita: non lo controlli, anche se a volte ti sembra di poterlo gestire. E il fato di Stuart non è tra cacciaviti e interruttori. Per lui, ha in serbo qualcos’altro. Il punto di svolta, la sliding door confezionata su misura, si chiama Coventry City: è il 1983 quando stacca un assegno da 30mila sterline per il ragazzo, all’epoca ancora un semiprofessionista. Il piccolo club di quartiere si sfrega le mani, incassa ed accompagna Stuart all’appuntamento con il suo futuro. Agli Sky Blues giocherà 52 partite, timbrando il cartellino dei marcatori per 4 volte. Annotatevi anche questo particolare, perché per il caso – in questa storia – ci sono solo posti in piedi.

Nel 1985 la vita che non c’era mai stata fino a quel momento scampanella feroce sulla soglia di casa. Aprendo la maniglia, davanti ti trovi il Nottingham Forest. Stuart ancora non lo sa, ma sarà quello il giorno fortunato. Un matrimonio di dodici anni. La fascia da capitano. Un ruolo da allenatore – giocatore. La possibilità di attingere da Brian Clough in persona. Un pezzo di vita che racconta di 401 presenze e, alzate il volume, 63 gol: una cifra monstre per qualsiasi difensore, ma non per Pearce. “Perché ho fatto così tanti gol? Forse, è stato grazie alla mia immensa determinazione“, dichiarerà un giorno per provare a dare un nome e un cognome al fenomeno. In bacheca ci sono 2 coppe di Lega inglesi e 2 Full Members Cup. Non si tratta però degli unici trofei. Ce n’è un altro, più imponente, di cui Stuart inizialmente farebbe volentieri a meno, ma che negli anni diventerà un marchio di fabbrica, il segno di riconoscimento.

Pearce diventa capitano e icona del Forest

La stampa britannica, infatti, inizia a chiamarlo Psycho. Il motivo è semplice, a tratti lampante: a stridere è la differenza tra quel viso rassicurante e l’impeto quasi folle, maniacale, che Pearce infonde nelle sue partite. Interventi al limite, esaltazione delle folle e di sé stesso, in campo Stuart subisce una sorta di trasformazione genetica, diventando un agonista a tratti sprositato. Sarà questo il tratto distintivo della sua carriera calcistica, anche quando proseguirà con le maglie di Newcastle, West Ham e Man City.

L’elettricista che si è è fatto calciatore di fama mondiale, a dire il vero, fa poco o niente per sfatare l’appellativo. Amante della musica Punk, finisce sulla copertina di una band inglese – i The Lurkers – ed ispira (così narra la leggenda) il nome della casa discografica degli Stranglers, la Psycho Records.

Ma è in campo che questo sentimento si amplifica, fino a detonare. Una volta Stuart dichiara Farei qualsiasi cosa per vincere una partita di calcio. Nel suo caso, non si tratta di una semplice boutade machiavellica. Sul rettangolo verde, per lui, il fine giustifica i mezzi. Emblema della sua intensa follia diventa una gara con la nazionale dei Tre Leoni. Nei quarti di finale di Euro ’96 tutto Wembley trattiene il fiato e si aggrappa ai propri santi per spuntarla alla lotteria dei rigori contro la Spagna. Sul dischetto si presenta anche Stuart: gol. Una rete come un balsamo che lava cuori e coscienze, ripulendolo dall’errore contro la Germania a Italia ’90. Pearce si volta verso il pubblico e per qualche secondo resta immobile. Poi esplode: pugni al cielo, grida di rabbia, occhi rossi che sembrano cedere il passo al pianto.

Pupille sempre in procinto di uscire dalle orbite, sguardo allampanato, Stuart viene iscritto agli annali della storia anche per lo sciagurato retropassaggio a Seaman che, il 17 novembre 1993, consente alla punta del San Marino, David Gualtieri, di segnare il gol più veloce nella storia delle qualificazioni ai mondiali: 8 secondi e 33 centesimi. Quella gara finirà comunque 7-1 per l’Inghilterra, ma la nazionale non riuscirà ad accedere alla manifestazione.

Stuart in maglia Newcastle

Sono meno, invece, quelli che ricordano quanto Pearce, a causa della sua forsennata verve, del suo perenne e tracimante stato di trance agonistica, abbia contribuito a salvare la panchina di Sir Alex Ferguson. Il 7 gennaio 1990 si gioca Nottingham Forest – Man Utd: al City Ground va in scena il terzo turno di F.A. Cup. Ferguson si trova ad un passo dall’esonero perché, da quando è arrivato sulla panchina dei Red Devils (nel 1986, ndr) i risultati sono a dir poco disastrosi. Il Forest di Clough è in controllo, quando ad un certo punto un episodio cambia l’inerzia della gara. Riscrive la storia. Con un protagonista che conosciamo bene. Hughes crossa dalla sinistra ed il giovane Mark Robbins si coordina per concludere al volo di destro. Alle sue spalle però arriva come una furia Pearce, che lo spinge sbilanciandolo con forza in avanti. Robbins finisce per colpire di testa e la mette alle spalle di un esterefatto Crossley. Lo United vincerà quella coppa. A dirla tutta, vincerà 38 trofei nella luminosa era Ferguson, che sarebbe potuta non esistere.

Episodi sfortunati a parte, Stuart Pearce – un uomo in mezzo ad un pugno di bambini, come lo definì Roy Keane – è stato probabilmente l’incarnazione di tutti i motivi per i quali amiamo il calcio inglese: il cuore spappolato sul campo, per difendere i colori che ami. E pazienza, davvero, se la tua faccia racconta una storia diversa.

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Paolo Lazzari
Paolo Lazzari
Giornalista

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