HomeStorie in the boxL'amore per il calcio ai tempi del Coronavirus.

L’amore per il calcio ai tempi del Coronavirus.

Non supereremo mai questa fase. Cosa significa essere tifosi sugli spalti e nella vita: soprattutto in tempi difficili.

6 ' di lettura

“…What are you doing, Sunday, baby?…” 

Cantano i Pulp. Marzo è arrivato. Mi aspetta l’ennesimo viaggio: Scozia e Inghilterra. Sabato vado allo stadio: Arbroath vs Inverness. E penso che niente e nessuno possa fermarmi. 

Lunedì 9 marzo: la notte più lunga… Il momento in cui tutto si è fermato. Le ultime parole famose. Inizio un nuovo turno di notte e quello che mi dà forza, in una situazione che sta evolvendo rapidamente e male, è proprio il pensiero di partire… Ore 21:15: <<L’Italia è zona rossa!>> esclama il collega. In un attimo vedo tutti i miei programmi lì, ad un passo, sgretolarsi… in un sol colpo vedo il cassetto dei sogni richiudersi bruscamente. Sento l’ansia di ciò che potrebbe accadere al lavoro e nelle nostre case, montarmi dentro. Ma non c’è tempo per pensarci troppo, perché poco dopo squilla il telefono delle urgenze. “Zona rossa… Codice rosso… Zona rossa…” le parole che mi risuonano in testa, tra un paziente e l’altro… La notte va via tutta così: tra emergenze da una parte e pazienti “nuovi” dall’altra. Arrivano le 6:30 di mattina. Guardo l’alba, fumando: e mi rendo conto che stavolta non posso guardare avanti. La “rogna” è arrivata: è un nemico invisibile e siamo solo all’inizio… E mi ha appena portato via un pezzetto di vita: il calcio si fermerà. I viaggi si fermano. La vita tutta va in stand-by. È tutto così surreale… D’ora in poi e per chissà quanto: ci saranno solo la preoccupazione per i propri cari e il lavoro. 

Deve averlo pensato anche la mia amica che ha il negozio di alimentari, il mio amico banconiere al supermercato e l’altro che fa il camionista: tutti fratelli di una stessa famiglia, che è quella che si ritrova allo stadio, chissà dove, dietro ai propri colori, e che adesso fa parte di quel Paese che invece non si può fermare. Deve averlo pensato l’amico che abita a due ore da qui, l’altro che sui suoi viaggi ci scrive libri, e l’altro ancora che abita in Polonia o quello che vive in Kazakistan e ho conosciuto in un Arsenal-Lazio a Stoccolma: tutti membri di un’altra grande famiglia, quella dei groundhoppers; siamo quelli che vedete negli stadi di ogni competizione e serie possibile, non sempre dietro alla propria fede, per la pura passione e il puro entusiasmo di vedere posti nuovi e partite. L’ha pensato il mio amico ingegnere navale a Londra: che avrei dovuto beccare per una birra a Derby; mi scrive subito, preoccupato per me e perché le cose si metteranno male anche lì. Devono averlo pensato, nei giorni seguenti, tanti tifosi di mezza Europa: perché tutto si fermerà lentamente in ogni Paese; in nome di un appello dato da noi sanitari: state a casa, perché questo virus è altamente contagioso e dobbiamo cercare di diluire il più possibile il numero dei ricoveri, per curare tutti al meglio possibile. Da appassionata e tifosa sono doppiamente colpita: se si stoppa anche il grande spettacolo che è il calcio, vuol dire che siamo davvero “nelle peste”… 

Time-out: il Mondo si ferma. E il pallone doveva fermarsi, anche se l’ha fatto in ritardo. Solo che è difficile da accettare, quando lo vivi in modo totale. Chi ha visto o letto “Febbre a 90°” sa di cosa parlo: non supereremo mai questa fase. Di Paul Ashworth ne è pieno il mondo: è dura per gli adulti, ma vallo a spiegare ai bambini… vagli a spiegare che sabato non si potrà andare a tifare la loro squadra… che non si può stare nemmeno più nel cortile sotto casa… Per un po’: niente gradoni da salire. Niente sciarpa da indossare. Niente mal di gola da urla per i cori. Niente pinta per festeggiare una vittoria, digerire una sconfitta o semplicemente idratare le corde vocali provate. Niente Borghetti. Niente match-programme. Niente viaggi della speranza. Tutti soldi risparmiati? Ad un prezzo moralmente alto, considerando anche (se non soprattutto) la situazione in generale. 

Cos’è il calcio per tanta gente? È davvero un pezzo di vita. È un sogno: chiedere ai tifosi del Liverpool, che aspettano di tornare a vincere lo scudetto da 30 anni; chiedere ai tifosi del Leeds: che non giocano in Premier League da 16 anni.  Vorrei poteste chiederlo a Bradley Lowery: il bambino tifoso del Sunderland, malato di una rara forma di tumore e morto nel 2017 a soli 6 anni; i giocatori e i tifosi l’avevano eletto a loro mascotte e avevano organizzato raccolte fondi per pagargli le cure costose: il male, disgraziatamente, ha vinto, ma il piccolo ce lo ricordiamo tutti, in campo, col sorriso e gli occhi che brillavano per la gioia enorme di essere lì a tifare per la sua squadra fino all’ultimo. Vorrei poteste chiederlo a Damien Nixon, tifoso 32enne del Manchester United: che mentre passava i suoi ultimi giorni in ospedale (perdendo purtroppo anche lui la battaglia contro un brutto tumore), ha ricevuto la visita del suo idolo Sir Alex Ferguson. Chiedetelo a Fred Young: che è stato festeggiato due mesi fa allo stadio, in occasione dei suoi 100 anni, dalla sua squadra del cuore, il Luton Town. Chiedetelo ad Olga & Vera: rispettivamente di 87 e 104 anni, abbonate dal 1930 al Manchester City, che le aveva festeggiate portandole in campo, nel giorno del loro compleanno di due anni fa; oppure avreste dovuto chiederlo a Bernard Jones: tifoso attivo ed entusiasta del Preston North End fino alla veneranda età di 107 anni (morto lo scorso anno e detentore del record di supporter più longevo). Chiedete cos’è quello spirito che ti anima così tanto, anche a Roy Larner: che al grido di “F**k you: I’m Millwall!” si era scagliato contro l’attentatore del London Bridge, nel giugno 2017, incassando anche una pugnalata. Chiedetelo ai tifosi della nazionale inglese: che all’inizio dell’amichevole Francia-Inghilterra (pochi giorni dopo) hanno intonato “Don’t look back in Anger” degli Oasis, insieme ai francesi, in risposta agli attacchi terroristici appena avvenuti a Manchester e nella capitale e in memoria delle vittime degli stessi. 

Tutto ora si è fermato. Anche la Gran Bretagna, alla fine, sta entrando in una progressiva quarantena. Le leghe calcistiche sono sospese in attesa di decisioni… le serie minori inglesi, sotto la Non-League, sono state annullate. Le squadre più piccole, da nord a sud del Paese, in previsione di una luce che non si vede in fondo a questo tunnel, si trovano in forte difficoltà nel pagare chi ne fa parte e ci lavora (in campo e fuori); alcune altre squadre stanno prendendo decisioni in quel senso: lampante l’esempio del Leeds United, i cui giocatori e membri dello staff hanno deciso di tagliarsi gli stipendi per far sì che non venga a mancare un introito al personale non calcistico. Si moltiplica la beneficenza, già fortemente attiva da parte delle varie charities e foundations. Il sentimento di unità tra calcio, tifosi e popolazione in generale, è ancora più forte. Come anche il sostegno al Servizio Sanitario Nazionale, l’NHS: con Wembley che si è colorato di blu, in segno di solidarietà. 

Il calcio ci manca: perché è nelle nostre vene, nel nostro dna, e perché era la nostra distrazione dal quotidiano. Ma adesso dobbiamo tutti lottare contro un brutto nemico che ci sta togliendo tutto: gli abbracci, la libertà, i sogni e i sorrisi. E solo uniti possiamo sconfiggerlo. E torneremo, un giorno (spero non troppo lontano) alla nostra normalità. Torneremo alla nostra “malattia” preferita: quella che ci accompagnerà davvero per sempre. Ogni giorno che passa, per quanto pieno di preoccupazione e/o sofferenza, è anche un giorno in meno che ci separa da tutto quello che ora non abbiamo. Intanto dobbiamo stringerci forte a chi è in difficoltà e a chi sta piangendo dei lutti. Adesso dobbiamo vivere giorno per giorno, pensando alle nostre famiglie e al lavoro; a testa bassa e con tanta speranza nel cuore. E da tifosi quali siamo: con tanta grinta e passione. A Liverpool, in un ospedale cittadino, medici e personale sanitario hanno alzato le braccia intonando, per qualche secondo, “You’ll never walk alone”, l’inno dei Reds: come incoraggiamento a quanti sono giornalmente impegnati nella cura dei malati di Covid-19 e in sostegno dei pazienti stessi. Anche io e tanti altri, in ogni Paese, ogni giorno, indossiamo e togliamo con cura delle strettissime mascherine, un sovra-camice e due paia di guanti… e magari, sul primo paio che metto, scrivo pure il nome della mia squadra: così, per non dimenticare chi sono e cosa mi dà la carica, in quelle ore faticose e lunghissime… in cui sono in pensiero per le persone che assisto, per i miei parenti a casa e per i miei amici in giro… Ma torneremo si: più forti di prima. Come sempre. E sarà più bello.

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Ilaria Ciangola
Ilaria Ciangola
Di Trento. O.S.S. in Pronto Soccorso. Tifosa e appassionata di calcio (italiano e internazionale), viaggi, Oasis e tutto ciò che è oltremanica.

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