Sami Hyypiä, il muro di ghiaccio per un decennio a guardia di Anfield Road

Il racconto delle gesta del finlandese in Terra d'Albione.

0
5 ' di lettura

Siamo nel bel mezzo della torrida Estate del ‘99. Dalle parti di Anfield si respira un’aria pesante, all’indomani di una stagione opaca. Il Liverpool ha appena concluso la stagione al settimo posto, trascinato a suon di goal dalla premiata ditta Fowler-Owen ed ispirato dalle giocate di McManaman. Le cose positive, purtroppo per i Reds, si fermano qui. La squadra, nell’arco del torneo, ha infatti palesato numerose criticità, in primis una difesa colabrodo: 49 le reti incassate, appena quattro in meno del retrocesso Derby County. Gli acquisti effettuati nelle precedenti stagioni non avevano offerto sufficienti garanzie; al contempo la vecchia guardia, costituita da gente del calibro di Rob Jones, presentava qualche acciacco di troppo per soddisfare la fame di successi di un’intera città.

Così, il popolo di Anfield, attende intrepido un colpaccio, sulla scia di quello che l’anno precedente aveva portato un certo Jaap Stam nel Teatro dei sogni. Il colosso olandese aveva da subito mostrato di valere sino all’ultimo penny degli oltre 10 milioni di sterline sborsate dai Red Devils. Tuttavia le casse nella Merseyside non arridono come in quel di Manchester: occorre pertanto ricorrere al fiuto ed alla lungimiranza di un uomo di calcio come Gerard Houllier. A pescare si finisce sempre in Olanda, ma non nelle carissime botteghe di PSV o Ajax.  Un ragazzone di oltre un metro e novanta, dalla chioma flava, aveva infatti trascinato carismaticamente l’outsider Willem II ad un inaspettato secondo posto in classifica, guidando la retroguardia con ordine e sicurezza. I Reds si convincono a versare due milioni e mezzo di sterline per portare in Terra d’Albione quello che, agli occhi dei più, non era altro che un perfetto sconosciuto finlandese.

L’approccio è freddo, ad imperversare è lo scetticismo generale: negli ultimi anni il vento scandinavo non ha detto bene dalle parti di Anfield Road; il timore che sia arrivato un legnoso e scoordinato vichingo è ben presente nella testa dei tifosi, che certamente avrebbero sperato in un colpo di maggior risonanza. Legittimo avere dubbi, ma col senno di poi si sarebbero ricreduti in massa. Il gigante albino mette ben presto in mostra le sue doti temperamentali ed il suo carisma, guadagnando la cifra del rispetto tra i compagni. La sua calma glaciale, quasi inquietante, ed un’innata leadership lo elevano a pedina irrinunciabile nello scacchiere di Houllier. Hyypiä rappresenta il partner perfetto per un calciatore eccentrico e inaffidabile come Henchoz (altro innesto dalla neo retrocessa Blackburn) e diviene immediatamente un punto di riferimento per un astro nascente come Jamie Carragher.

I frequenti infortuni che tartassano due pionieri come Fowler e Redknapp spianano al finlandese la strada verso la gloriosa fascia di capitano, prima che diventi proprietà esclusiva di Stevie G. Anfield impara a conoscere Sami molto in fretta: roccioso, impavido, coriaceo. Uno che in campo si impone coi fatti ed i palloni recuperati, non con le chiacchere. Non aveva bisogno di troppe parole per farsi capire e rispettare: lo sguardo di ghiaccio gelava il sangue di avversari e compagni ancor prima che aprisse bocca. Non gli serviva sbraitare coi suoi, era sufficiente un’occhiataccia per ricomporre immediatamente l’ordine nelle fila amiche.

Il primo capolavoro sportivo a cui il finlandese partecipa in modo decisivo è il treble del 2001: i Reds riportano ad Anfield in un sol colpo FA CUP, Coppa di Lega e Coppa UEFA. Il Liverpool sale nuovamente sul tetto d’Europa e fa incetta di coppe in Inghilterra, riconquistando una piccola parte del terreno perso al cospetto di uno United inarrestabile. Il quartetto difensivo composto da Carragher, Henchoz, Babbel e guidato a memoria da Hyypiä fu la vera locomotiva verso i successi. Quel Liverpool si afferma come una squadra solida e impenetrabile, ad immagine e somiglianza del suo roccioso comandante, alla guida della retrovie con la precisione e la risolutezza di un direttore d’orchestra.

L’anno seguente inizia subito con un altro trofeo: i Reds alzano la supercoppa europea in faccia al Bayern, ma poi pagano lo scotto con un secondo posto in campionato. Il sogno di alzare la Premier per la prima volta sfuma di nuovo, e sarà destinato a funestare il sonno dei Reds ancora per svariati anni.

Nelle successive due stagioni alle dipendenze di Houllier la squadra si mantiene a buoni livelli; il genio di Micheal Owen vive la sua consacrazione e Gerrard si dimostra giocatore totale, ma la bacheca resta scevra di trofei. Anche le grandi storie d’amore, talvolta, hanno una fine. Il ciclo di Houiller ad Anfield Road si chiude definitivamente. Al suo posto arriva un tecnico che ha già fatto parlare molto di sé a Valencia: si tratta di Rafa Benitez.

Il madrileno crea una formazione strana, imprevedibile, a tratti folle, ma il risultato è una miscela che la consegna alla memoria come una delle realtà europee più belle e stravaganti. Fantasia, tecnica, ma anche solidità e tenacia made in Liverpool. Le novità cominciano dalla retroguardia, salvo una certezza inderogabile e irrinunciabile: la presenza di Hyypiä come pilastro e direttore della linea arretrata, che al suo fianco ha educato al mestiere di centrale Carragher, nato come terzino. Sulle fasce viene revitalizzato il sino ad allora deludente (e poi scomparso) Traorè, mentre sulla destra trova spazio l’affidabile Steve Finnan. In mezzo al campo un giovane discolo si appresta ad elevarsi professore della mediana, porta la 14 e di nome fa Xabi Alonso. Accanto a lui agisce da polmone e cuore pulsante della squadra Stevie G. Sull’esterno destro c’è forse il più grande capolavoro tattico di Benitez in quella stagione: Luis Garcìa, in grado di dare gamba e inventiva alla fase offensiva. L’esterno sinistro è invece zona franca per un martello giunto direttamente dai fiordi con un bazooka impiantato al posto del mancino: John Arne Riise. Il tutto è condito dal talento cristallino di Kewell, messo a servizio del generoso Baros o di quel matto di Cissè.

Quella squadra bizzarra, come le mosse del suo portiere, sale sul tetto dell’Europa che conta. È un gruppo ricco di personalità forti, forse non il migliore sul palcoscenico europeo, ma sicuramente il più pronto a compiere un’impresa calcistica, come dimostra il miracolo compiuto nella magica notte di Istanbul.

Nel corso degli anni variano molte geometrie, assetti tecnici e tattici, ma una rimane la certezza immutabile: veder svettare il finlandese nelle retrovie dei Reds. Impenetrabile, formidabile nell’anticipo e dotato di un innato senso della posizione, Hyypiä rappresenta un puro concentrato di atletismo ed intelligenza tattica. Sotto la Kop vive dieci anni nell’arco dei quali, col duro lavoro ed un rendimento costante, conquista i cuori di una tifoseria unica. E lo fa in maniera trasversale; per capirlo basta andare a vedere cosa di lui ebbe a dire Steven Gerrard, non certamente noto per elargire piaggerie, all’indomani dell’ultima gara di Sami con la maglia del Liverpool: “Dovrebbe essere considerato come uno dei più grandi di questo club, seriamente,”.

L’addio in mezzo ai compagni che lo portano in trionfo e la fuga nel tunnel per non piangere davanti al suo popolo rappresentano l’emblema di una vittoria sportiva. Il romantico epilogo della storia di un fedele servitore di Anfield, destinato a rimanere indelebilmente impresso nel cuore di ogni tifoso dei Reds.