Richard Dunne, l’ultima icona di un City che non esiste più

La storia del carro armato irlandese che per nove anni presidiò l'area di rigore dei Citizens.

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C’era un tempo in cui il sole splendeva unicamente sulla parte rossa di Manchester. L’altro lato della città, quello azzurro, viveva di luce riflessa, sperimentando la crudezza della fede calcistica: uno scrigno di emozioni che il fato ci consegna, fatto di gioie indescrivibili e dolori lancinanti. Nei primi anni 2000, o per meglio dire sino all’arrivo di Mansur, Citizen dovevi nascere, di certo non lo diventavi per scelta.

Anche quel popolo sparuto, avvezzo ad una vita sportiva fatta di subalternità e livore, unito dalle sofferenze e dall’attaccamento ai medesimi colori, aveva dei modelli calcistici in cui riconoscersi. Archetipi ben lontani dalle star che oggi siamo soliti veder calcare il prato dell’Etihad. In quegli anni, tra alti e bassi, il City trovò la sua dimensione di squadra da mezza classifica, fastidiosa per le grandi ma non abbastanza forte da competere per il titolo. Una società ideale per campioni a fine carriera come McManaman, Fowler e Schmeichel.

L’essenza del popolo di Maine Road era però ben altra: chi avrebbe indossato quella maglia, sacra per il tifo ma dai più derisa, avrebbe avuto il compito di impersonare le origini proletarie e l’innato temperamento di chi storicamente aveva lottato con le unghie e con i denti per rimanere sul vagone della Premier. Una battaglia all’ombra di un gigante, che li considerava “poco più che dei vicini fastidiosi”, come ebbe a dire Sir Alex. Ed allora, per risultare fastidiosi nel migliore dei modi, gli ingredienti richiesti erano pochi e semplici: cattiveria agonistica, sudore, grinta e voglia di non mollare mai. Concretezza e sacrificio, in due parole, Richard Dunne.

Dunne fa a sportellate con un avversario.

Il rude carro armato irlandese sbarca a Manchester nel Giugno del 2000 per la cifra di 3 milioni di sterline. È un promettente ragazzo reduce da quattro buone stagioni all’Everton, totalmente ignaro di ciò che il destino ha in serbo per lui: essere l’incarnazione valoriale dei “vecchi” Citizens per nove lunghe stagioni.

Richard è un giovane di poche parole. In campo sono le prestazioni, e gli interventi, a parlare per lui. Per uno che è nato nelle aspre terre d’Irlanda non risulta difficile ambientarsi in una piazza del genere, incarnarne lo spirito battagliero. Al pubblico non interessa il bello stile, e quello certamente non è il suo piatto forte, ma la tempra e il sudore versato. In questo Dunne non ha nulla da invidiare a nessuno. Ben presto si piazza al centro della difesa, imponendo la maestosità dei suoi 188 cm per quasi 100 kg. La sponda blu di Manchester ha trovato il suo leader silenzioso, un soldato duro e impavido, che certamente non lesina scontri o sportellate.

Come nelle più contorte storie d’amore, l’avventura dell’irlandese con la casacca del City ha un inizio calcisticamente tragico. La prima stagione si chiude con una rovinosa retrocessione in Championship. Per la gente non è una sensazione nuova, è solo un’altra botta da incassare, un’altra delusione da aggiungere alla collezione personale, un altro motivo di derisione. Nulla che quel popolo non possa prendere di petto ed affrontare, per rialzarsi immediatamente. Del resto gli odiati cugini dello United sono reduci da anni di dominio incontrastato in patria e da un recente trionfo che li ha visti salire sul tetto d’Europa. Difficilmente qualcosa sarebbe potuto andar peggio. Nessuno dei presenti al Maine Road, in quel momento, poteva immaginarsi che dodici anni più tardi avrebbe alzato il titolo nazionale in faccia ai detestati concittadini.

Non un singolo tifoso ha voglia di fantasticare dopo una retrocessione. Non si deve lasciare troppo spazio alle velleità, ma essere concreti, e trasformare la rabbia in rivalsa: “siamo un club che tutti vedono adombrato dallo United, ma cazzo se abbiamo anche noi la nostra storia, la nostra reputazione. Non possiamo permetterci di rimanere in Championship un solo giorno in più di quanto sia necessario per risalire.” Nessuno più di Dunne è abituato a combattere. I duri terreni di gioco della seconda serie non rappresentano un problema. E allora, al comando di un indomito manipolo di spartani, l’irlandese guida i compagni verso un fulmineo ritorno nel calcio che conta.

Dunne ha la meglio in un contrasto con Torres e Kuyt.

Col passare del tempo tra Richard ed il tifo di Manchester si crea un vero e proprio sodalizio, una relazione simbiotica. Il gigante irlandese con la 22 sulle spalle rappresenta la diga che i tifosi hanno frapposto alle urla di scherno, di derisione, la corazza risultata necessaria per non essere divorati dall’invidia, dalla fame di successi incrementata dall’ingordigia dei Red Devils.

Per nove anni quella massa erculea di centimetri e muscoli resta fedelmente a presidio dell’area di rigore azzurra. Sono stagioni vissute nella mediocrità della metà classifica, ma pur sempre contraddistinte da uno spirito battagliero. Il suo gioco duro, arcigno, e anche qualche calcione ben assestato sono linfa per il popolo del Maine Road prima, e del City of Manchester poi (ancora lontano dall’immaginarsi le verticalizzazioni di De Bruyne, le incursioni di Yaya Toure o gli incantesimi di David Silva).

Per 4 stagioni consecutive Richard vince il premio “miglior giocatore dell’anno del Manchester City”. Ha la stima dei suoi, nonostante la pioggia di cartellini rossi ed anche qualche autorete di troppo (sarà suo il triste primato, ancora vigente, di maggior numero di autoreti segnate, ben 12, ma del resto, quando sei l’ultimo soldato a cedere l’avamposto di cui sei alla guida può capitare). Nel 2007, dinanzi alla partenza di Distin, storico compagno di reparto, è il suo popolo a consegnargli la fascia di capitano. È il punto più alto di quel sodalizio, di quell’amore incondizionato verso un giocatore normale, ma dannatamente dentro quel vecchio stile “Citizen”. Dunne canta e porta la croce, incarna gli ideali della tifoseria in un lungo periodo di mediocrità, durante una transizione verso non si sa quale destino, con una proprietà indecisa sul da farsi e pronta ad aprire le porte ad eventuali acquirenti.

Dunne riserva un trattamento delicato a Leo Messi.

La svolta arriva nel 2008. Lo sceicco Mansur bin Zayd Al Nahyan rileva il club e decide di dar vita a un progetto dalle dimensioni ed ambizioni faraoniche. Insediatosi al comando della squadra il 1° di Settembre 2008, nell’ultimo giorno di mercato utile, il magnate saudita decide di lanciare un segnale chiaro al calcio inglese, staccando un assegno da 42 milioni di sterline per portare a Manchester il talento cristallino Robinho. Things are changing.

Le cose cambiano, per tutti. Richard invece rimane sempre lo stesso, ed in quell’ambiente, così mutato, inizia a non trovarsi più a suo agio. Le voci di mercato si fanno pressanti, spuntano grandi nomi anche per la difesa. Il simbolo di una tifoseria sembra tutto a un tratto diventare un peso di cui liberarsi, l’immagine di un passato sporco e travagliato, da rimuovere.

Il mercato estivo del 2009 è l’ideale red carpet per esibire la potenza economica dello sceicco sbarcato in Terra d’Albione: Mansur porta alla sua corte giocatori del calibro di Gareth Barry, Roque Santa Cruz, Carlos Tevez, Emmanuel Adebayor, Kolo Touré e Joleon Lescott, per un esborso complessivo superiore ai 100 milioni di sterline, pari a circa 140 milioni di euro.

Dunne cerca di frenare l’apache.

L’arrivo di Touré e Lescott segna le gerarchie in modo chiaro e inconfutabile. Richard, decide di fare le valigie e salutare per sempre la sua Manchester. Lui che da operaio ci aveva sempre messo la faccia non poteva accettare un ruolo da panchinaro, seppur in una squadra dalle ambizioni gloriose. A ben vedere Dunne era tutt’altro che il prototipo del giocatore ambizioso. Era piuttosto il rappresentante della working class applicata al calcio. Così all’alba di un’epoca rivoluzionaria, Richard salutò la sua gente, divenendo l’ultima icona di un City ( e di un essere “Citizen”) che non esiste più.