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domenica 19 Settembre 2021
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Liam Brady, il gentleman irlandese col sinistro d’oro che conquistò l’Italia

10 ' di lettura«Ieri abbiamo giocato la 67ma partita ufficiale di questa pazzesca, assurda e infinita stagione. E parlo solo della partite di Club. Quelli che, come il sottoscritto, giocano anche nelle proprie Nazionali sono già ben oltre le 70… Abbiamo cominciato l’11 agosto con la Charity Shield e oggi, 11 maggio, non abbiamo ancora finito. Mercoledì, fra tre giorni, ci attendono gli spagnoli del Valencia nella finale della Coppa delle Coppe. L’ultima occasione che ci è rimasta per mettere un trofeo in bacheca, dopo una stagione che ce ne prometteva tanti e che invece rischiamo di finire con un pugno di mosche in mano.

Ieri, a Wembley, abbiamo perso la finale di FA CUP. Contro il West Ham, squadra che quest’anno giocava in Seconda Divisione. Eravamo convinti di farcela, di essere più forti degli Hammers. E molto probabilmente lo siamo… Solo che ieri non abbiamo giocato. Si insomma, non eravamo in campo. Al nostro posto c’erano 11 fantasmi che si trascinavano sul sacro terreno di Wembley. Gambe pesanti e cervello annebbiato.  La nostra 14ma partita in 38 giorni. Avete letto bene… tra il 2 aprile (in campionato con il Norwich) e ieri, 10 maggio, abbiamo giocato 14 partite. In pratica, una partita ogni 65 ore.

Un film di una decina di anni fa che parlava delle interminabili competizioni di ballo organizzate nell’America della Grande Depressione si intitolava “Non si uccidono così anche i cavalli?”. Beh, a molti di noi ieri sera, dopo la partita con il West Ham, questo film è tornato alla mente. Sapevamo che prima o poi sarebbe potuto accadere. Che si spegnesse la luce, che arrivasse il momento in cui il serbatoio si sarebbe svuotato completamente. È accaduto ieri, nel momento peggiore possibile. Con un trofeo prestigioso da conquistare e gli occhi di milioni di persone in Gran Bretagna e nel mondo che ti osservano.

Non abbiamo neppure il tempo di piangerci troppo sù. Ora c’è solo da sperare che, in questi tre giorni che ci separano da una finale Europea a 10 anni esatti dall’unica volta in cui l’Arsenal ci sia mai arrivata nella sua storia, un po’ di energie fisiche e mentali tornino a fare capolino dentro di noi. In caso contrario contro il Valencia sarà un disastro.

Pensare che per arrivare a queste due finali abbiamo superato gli ostacoli più duri che potevamo incontrare sul nostro cammino. Entrambi in semifinale. In FA CUP ci è toccato il Liverpool. Il Liverpool, che ha vinto il titolo lo scorso anno e lo ha rivinto quest’anno! Ci sono volute quattro partite per decidere chi tra noi e i Reds avrebbe fatto compagnia al West Ham in finale. Sono stati incontri intensi, combattuti e tiratissimi. Nella quarta sfida una zuccata di Brian Talbot, il nostro incombustibile mediano, ci ha dato la vittoria.

In Coppa delle Coppe invece nella semifinale ci siamo beccati gli italiani della Juventus. La squadra probabilmente più forte di tutto il lotto di partecipanti. All’andata ad Highbury non siamo stati capaci di andare oltre l’1 a 1, nonostante la nostra superiorità numerica per più di un’ora di gioco. A quel punto nessuno ci dava una sola chance in vista della partita di ritorno a Torino, nella bolgia del Comunale. Perfino la BBC ha deciso di non trasmettere la partita in diretta! Invece abbiamo fatto il miracolo. Un goal del nostro giovane Paul Vaessen a pochi minuti dalla fine ci ha regalato una fantastica e insperata vittoria.

Io mercoledì sera giocherò la mia ultima partita con l’Arsenal. Non è stata una decisione facile. Sono all’Arsenal da quando avevo 15 anni. Ne sono passati 9 e qui sono diventato un calciatore. E un uomo. L’amore del popolo di Highbury nei miei confronti non lo dimenticherò mai. Fin dalla mia prima apparizione, quando ero un ragazzino magro magro e con i capelli lunghi (eh sì, avevo ancora tanti capelli allora!). Ora però sento che è venuto il momento di cambiare aria e di fare nuove esperienze. Tuttavia non posso sopportare l’idea di andarmene senza aver donato un altro trofeo alla bacheca dei Gunners, dopo quello vinto lo scorso anno in quella fantastica finale di FA CUP contro il Manchester United.

Anche se siamo a pezzi, svuotati e con le energie al lumicino, anche se abbiamo fallito il primo obiettivo a Bruxelles, fra tre giorni possiamo rimediare… e io potrò andarmene dall’Arsenal felice e a testa alta».

Purtroppo per Liam Brady le cose non andranno come avrebbe voluto il mancino irlandese. Nonostante una buona prestazione i “Gunners” non riescono a sfondare il muro difensivo predisposto da Alfredo Di Stefano per il suo Valencia. L’allenatore ispano-argentino in quella finale mette praticamente tutti dietro con il solo Mario Kempes, l’eroe dei mondiali di Argentina di due anni prima, in attacco. Centoventi minuti di gioco non bastano a sbloccare il risultato, nonostante Brady e compagni, alla 68ma partita ufficiale della stagione, sembrino più tonici e reattivi degli spagnoli.

Si va così ai calci di rigore. Sono proprio Liam Brady e Mario Kempes, specialisti dei rispettivi team, a calciare il primo rigore. Sbagliano entrambi. Segnano invece tutti gli altri 8 incaricati arrivando così sul punteggio di 4 pari dopo i primi 5 rigori.  Si va quindi ad oltranza. Arias segna per il Valencia. Graham Rix, numero 11 dell’Arsenal, si vede respingere la sua conclusione mancina da Pereira. Liam Brady, con quel calcio di rigore fallito, ha calciato l’ultimo pallone della sua storia con il Club londinese.

Sembra destinato al Bayern in Germania. Lui e la moglie iniziano perfino a prendere lezioni di tedesco per arrivare a Monaco di Baviera in grado di relazionarsi con i nuovi compagni e la città.  Non se ne farà nulla perché il Bayern all’ultimo momento si tirerà indietro. Si fa avanti allora il Manchester United ma Liam è categorico: se devo restare in Inghilterra allora sarà con i Gunners.

Le sue prestazioni nelle due semifinali contro la Juventus però non sono passate inosservate. Trapattoni, uomo di calcio e grande giudice di calciatori, capisce che Liam è proprio il tipo di calciatore che manca alla Juventus: quello che detta i tempi di gioco, quello che può aprire le difese con i suoi palloni filtranti o con le sue aperture di 30-40 metri. Liam firmerà nell’estate di quell’anno per la Juventus. E anche qui, sarà un calcio di rigore a chiudere la sua avventura in bianconero.

William Brady nasce a Dublino il 13 febbraio del 1956. Quando ha solo 13 anni gli osservatori dell’Arsenal hanno già messo gli occhi addosso su questo ragazzino piccolino di statura e magrissimo, ma con un sinistro fuori dalla norma. A 15 anni si trasferisce a Londra e firma il suo primo contratto giovanile con i Gunners. Calarsi in una realtà come quella di una grande metropoli è tutt’altro che facile per un ragazzino di quella età. Liam resiste per diversi mesi ma, quando arrivano le vacanze di Natale e torna a passarle con i suoi a Dublino, non ne vuole più sapere di tornare a Londra! I dirigenti dell’Arsenal si muovono, però, con grande tatto e intelligenza e non fanno pressioni sul ragazzo.

Quell’anno è il migliore possibile per arrivare nelle file dei Gunners londinesi. L’Arsenal ha appena realizzato l’incredibile “double” vincendo nella stessa stagione campionato ed FA CUP e per il Club è un momento d’oro. Di lì a poco L’Arsenal inserirà nei propri ranghi altri due ragazzi irlandesi come lui e altrettanto promettenti. I loro nomi sono Frank Stapleton e David O’Leary. Nel giro di pochissimi anni i tre formeranno la spina dorsale dell’Arsenal e della Nazionale Irlandese.

Liam farà il suo esordio a soli 17 anni, nell’ottobre del 1973 durante una partita di campionato contro il Birmingham. È evidente a tutti il talento di Liam. Però è ancora fragile fisicamente e ha un tempo o poco più nelle gambe. In attesa che si irrobustisca un po’ –fish&chips sarà uno dei suoi alimenti preferiti… talmente tanto che ad Highbury “Chippy” sarà per sempre il suo soprannome!- Liam viene utilizzato con molta prudenza e altrettanta intelligenza dal manager Bertie Mee. Per oltre un anno il grande manager di Bulwell metterà in campo Brady solo contro “squadre che giocano a calcio” ovvero quelle più tecniche e compassate, evitandogli invece le sfide contro le squadre più fisiche e “ciniche”.

Liam migliora ad ogni partita. Oltre al talento, ha anche la personalità sufficiente per pretendere sempre la palla, non nascondendosi mai e affrontando con coraggio i tackle dei centrocampisti avversari in quello che viene considerato il campionato più “fisico” del mondo. Il popolo di Highbury lo adora. Liam è una delle poche note liete di un Arsenal che si sta sfaldando come neve al sole dopo l’impresa di pochi anni prima, quella della conquista del “double” (Campionato più FA CUP) nella stagione 1970-1971.

Dal 1974 al 1976 per i Gunners saranno due stagioni terribili, in cui i biancorossi londinesi “flirteranno” addirittura con la retrocessione. Bisogna correre ai ripari: nell’estate del 1976 l’Arsenal “ruba” il manager Terry Neill al Tottenham.

L’allenatore nord-irlandese, ex difensore centrale dei Gunners a fine anni ’60, non indugia un solo secondo: porta con sé il connazionale Pat Jennings, uno dei più forti portieri britannici di tutti i tempi, -che a 31 anni è ritenuto dagli Spurs ormai sul viale del tramonto- e poi rompe il salvadanaio per portare a Londra quello che da molti è considerato il più forte centravanti britannico in circolazione: Malcolm “SuperMac” Macdonald.  La cifra pagata al Newcastle è per i tempi sensazionale: 333.333,34 sterline. Un terzo esatto del milione di sterline che qualche anno dopo Brian Clough pagherà per portare Trevor Francis dal Birmingham al suo Nottingham Forest.

L’impatto dei nuovi acquisti e la crescita all’interno del team di giovani calciatori del livello di Brady, O’Leary, Stapleton e Rix riporta l’Arsenal in posizioni più consone alla sua fama e al suo prestigio. Un ottavo posto finale e Malcolm Macdonald capocannoniere della First Division. Liam è ormai titolare inamovibile e il regista da cui partono praticamente tutte le trame di gioco.

Con i Verdi d’Irlanda, dopo aver esordito nello storico trionfo contro l’Unione Sovietica nelle qualificazioni agli Europei (3-0 tripletta di Don Givens, attaccante del QPR), Liam è anche qui imprescindibile. Purtroppo, però, non avrà mai la possibilità di giocare una fase finale di una delle principali competizioni per squadre nazionali. L’Eire, nonostante giocatori di valore come Stapleton, Whelan, Lawrenson, O’Leary, Heighway e lo stesso Brady, non riuscirà mai a fare il salto di qualità definitivo. Il salto di qualità ci sarà solo con l’arrivo di Jack Charlton sulla panchina dei Verdi d’Irlanda nel dicembre del 1985.

Brady sarà parte integrante dei primissimi anni di Charlton alla guida dell’Eire giocando quasi tutte le qualificazioni per gli Europei di Germania del 1988 (segnando anche un importantissimo goal nel pareggio in Belgio) ma un grave infortunio al ginocchio gli impedirà di essere tra i 22 che andranno alla fase finale degli Europei in Germania.

Nel frattempo però l’Arsenal sta tornando grande. E anche se non c’è la rosa sufficientemente ampia e di qualità per poter impensierire Liverpool e Nottingham Forest (le due squadre più forti alla fine degli anni ’70) i Gunners trovano nelle Coppe il loro palcoscenico ideale. Tre finali di FA CUP consecutive (1978-1979-1980) di cui una vincente (“the 5 minutes final”) contro il Manchester United nel 1979 e un’altra terminata con una sconfitta, quella raccontata sopra contro il Valencia.

Liam Brady approderà in Italia nell’estate del 1980, vincendo due scudetti consecutivi con la Juventus, l’ultimo dei quali grazie ad un suo calcio di rigore ad una manciata di minuti dal termine nella decisiva vittoria di Catanzaro, prima di lasciare la sua maglia numero 10 a Michel Platini, che arriverà alla Juventus poche settimane dopo la vittoria di questo secondo scudetto.

In Italia a Liam Brady non mancheranno gli estimatori. A Genova, sponda sampdoriana, giocherà forse le due stagioni migliori di tutta la sua carriera prima di calcare il terreno di San Siro con l’Inter e chiudere (in malo modo) la sua avventura italiana all’Ascoli di Costantino Rozzi («non esattamente un signore» dirà di questi lo stesso Liam) prima di tornare in Inghilterra nelle file del West Ham dove chiuderà la carriera.

La carriera di un grande calciatore, di un talento purissimo e soprattutto di un “gentleman” del calcio che ha saputo farsi amare ed apprezzare dovunque grazie alla sua disponibilità e professionalità.

ANEDDOTI E CURIOSITÀ

«Una delle più grandi fortune che ho avuto come calciatore è stata quella di giocare con due dei più forti portieri di tutti i tempi: Pat Jennings e Dino Zoff. Oltre ad essere due portieri straordinari, che facevano sembrare facili anche le parate più difficili, avevano un’altra cosa in comune: non parlavano praticamente mai. Ma le poche volte che aprivano bocca negli spogliatoi non volava una mosca: tutti sapevamo che non avrebbero detto cose banali».

Liam Brady rivelerà molti anni dopo il vero motivo per cui si decise a lasciare i Gunners: il denaro. Ovviamente il calcio italiano non era paragonabile come ingaggi a quello britannico, ma quello che infastidiva Brady era l’atteggiamento di Terry Neill, il manager dei Gunners. «Neill pagava i nuovi acquisti molto di più dei giocatori già presenti al Club. Solo che, nonostante le ripetute promesse, l’aumento non arrivava mai. Finché mi stancai della cosa, decisi di non rinnovare il contratto e di andarmene all’estero». All’Arsenal Brady guadagnava 40.000 sterline lorde all’anno, alla Juventus 200.000 nette… più un’automobile nuova!

Nell’estate del 1980 pareva tutto pronto per il suo trasferimento al Bayern Monaco. Brady aveva già incontrato il Direttore Generale Uli Hoeness e l’accordo sembrava definitivo. Liam seppe solo qualche anno dopo, direttamente da Karl-Heinz Rummenigge, suo compagno di squadra all’Inter, il motivo per cui l’affare era saltato. In quel periodo Paul Breitner intendeva reinventarsi da centrocampista (dopo anni passati a giocare da terzino) e vedeva Brady come una minaccia a questa sua intenzione. Alla fine il suo potere all’interno della società aveva fatto saltare l’accordo con Brady, che era finito alla Juventus poche settimane dopo.

Brady si fece immediatamente apprezzare dai suoi nuovi compagni di squadra a Torino per l’educazione, la disponibilità e la professionalità. Nel giro di pochi mesi imparò un buon italiano con Roberto Bettega come maestro e contemporaneamente allievo di inglese, che lo stesso Liam insegnava all’attaccante juventino! Uno dei suoi migliori amici alla Juventus era Marco Tardelli. Una sera Liam convinse Marco a fare una serata “irlandese”: «Si va in una pub a chiacchierare e a bere!». «Arrivati alla terza pinta io mi stavo ancora “scaldando”. Mi alzo per andare a prendere la quarta per Marco e per me. Quando torno trovo Tardelli crollato sul tavolo e profondamente addormentato! La serata “irlandese” era già arrivata alla fine».

Liam Brady a fine carriera ha fatto anche l’allenatore. La prima squadra che ha allenato è stato il Celtic di Glasgow ed è entrato nella storia del Club non tanto per i (mediocri) risultati sportivi, quanto per una importante particolarità: Liam è stato il primo allenatore nella storia del grande Club scozzese a non avere MAI giocato per il Club in precedenza.

Infine è da ricordare la famosa “querelle” del suo addio alla Juventus. «L’avvocato Agnelli si era innamorato di Michel Platini e, con il polacco Boniek appena acquistato, per me non c’era più posto. Il regolamento di allora prevedeva solo due stranieri per squadra. Me lo dissero a tre giornate dalla fine. Io non volevo crederci e andai a parlare con Trapattoni. Mi disse che “no, no non c’è niente di sicuro, Liam”, ma capivo che stava mentendo. Lo chiesi poi a Boniperti che invece confermò. Cosa potevo fare? Dare il massimo fino alla fine del campionato e sperare di aiutare i miei compagni a vincere un altro titolo».

Per chiudere, il famoso rigore di Catanzaro. «Quando ci fischiarono il rigore a favore, anche se ero il rigorista prescelto, guardai lo stesso verso la panchina. Trapattoni mi fece di sì con la testa. Tirai, spiazzai il portiere e con quel rigore vincemmo partita e scudetto».

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