Leighton Baines: il terzino sinistro definitivo con l’Everton nelle vene

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Quando giochi 420 partite per il tuo club non è mai un caso. Se ne aggiungi una trentina con la maglia dei Tre Leoni, ecco che allora i dubbi fluttuano via, dissolvendosi.

Leighton Baines ha saputo avventurarsi attraverso le pieghe sovente multiformi di 13 stagioni nel ventre di Goodison Park. Quando – qualche giorno fa – ha deciso che era venuto il momento di dire basta, dicono che si sia fermato nel tunnel che porta al campo da gioco in silenzio, per almeno 20 minuti. Un tempo ridotto, certo. A volte, però, è tutto quello che serve per ripercorrere una vita.

Quella di Leighton è stata sempre scandita da un amore indissolubile per l’Everton. Eppure le cose si mettono male per il ragazzino con il Merseyside nelle vene: da piccolo sia i Toffees che i Reds gli sbattono la porta in faccia, rifiutandosi di concedergli una borsa di studio. Dove non arriva il fisico, tuttavia, si scorge una dedizione feroce. Se il talento sembra annaspare, emerge il cuore.

Quando il giovane Baines – classe 1984 – ha già soppesato la cosa, fino a decidere che il calcio non fa al caso suo, ecco che il destino stabilisce una deviazione inattesa. Il destino, nel suo caso, possiede un nome ed un cognome: Sid Benson, uno dei più grandi talent scout del regno. Sid, bontà sua, lo raccomanda fortemente al Wigan. Leighton si mette in luce dapprima nelle giovanili – è il 1997 – fino a diventare titolare inamovibile dei Latics.

Su quella corsia sinistra il ragazzo di Kirkby mette in mostra doti assolutamente rare: il piede è un velluto che disegna cross con su scritto “Per segnare spingere qui, prego”. I piazzati dalla mattonella al vertice destro dell’area sono roba sua. Il senso della posizione innato. La capacità di vincere gli uno contro uno con chi lo punta a tratti delirante.

Nel 2007 queste qualità esplodono definitivamente, all’Everton. Tutta la vita che volevi adesso c’è. La maglia da sempre desiderata cucita sulla pelle. Per andarci, Leighton dice di no al Sunderland, anche se il Wigan lo avrebbe già venduto ai Black Cats. “Niente da fare, vado solo all’Everton”, il rifiuto lungimirante. Perché arrivano sempre momenti, nella vita, in cui senti esattamente ciò che deve essere fatto.

Con i Toffees arriva tutto. Una maglia da titolare fisso. I goal, ben 39, con un record di marcature su rigore (25). Più assist di qualsiasi altro terzino sinistro nell’intera storia della Premier League. Calci piazzati memorabili contro un’infinità di squadre (restano scolpiti nella storia quelli contro il Newcastle ed il Chelsea, nei minuti finali di un match di FA Cup). Arriva la gloria ed un posto personale nell’Olimpo delle divinità di Goodison Park.

Quella maglia blu cucita sottopelle. Il vizio di appartenere a qualcosa di più grande e pazienza se non vincerai mai niente. L’affetto e la stima che nessuna somma di denaro potrà mai comprare. Chiedere al Manchester United: prima ci prova Ferguson, poi Moyes. La risposta è sempre una, cicatrizzata, incisa in due parole: “No, thanks”.

L’uomo che spunta fuori quando rifiutarsi è il dribbling più difficile della vita. Nel match finale della sua carriera, a 35 anni suonati, uno striscione di supporters dell’Everton ha sintetizzato questa totalizzante storia d’amore così: “Baines is one of us”.

In quel tunnel Leighton è rimasto a fissare il vuoto per venti minuti. Poi ha allargato la bocca in un sorriso, si è dato una sistemata ed è sceso in campo senza farsi pregare, un’ultima volta, anche se non dall’inizio.

Perché puoi anche vincere tutto nel club più importante del mondo e rimpinzarti la vita di milioni, ma l’affetto eterno di una famiglia vera, quello, è tutta un’altra cosa.

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