La punizione che resuscitò David Beckham: quel miracolo contro la Grecia

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Immaginate di essere uno tra i giocatori di calcio più talentuosi del vostro Paese. Immaginate, all’età di 26 anni, di possedere un piede destro talmente educato da consentirvi di giocare per uno dei club più prestigiosi d’Inghilterra: il Manchester United. Immaginate di essere dannatamente belli e popolari. Che cosa fareste? Stringereste il mondo nel palmo di una mano, maledizione. Firmereste autografi al ritmo di un distributore semi-automatico di Pepsi ghiacciate nel bel mezzo del Sahara. Ve la sciallareste un mese l’anno alle Maldive, un corroborante Cuba Libre da sorseggiare con calma, vostra moglie che vi spalma la crema solare – già, è la più figa delle Spice Girls, vi ha detto bene anche qui – qualche procuratore che fa tintinnare il telefonino per offrirti di tutto.

Invece no. La vita non è mai stata una discesa morbida. Fateci caso: quando immaginate una cosa poi non viene mai giù perfetta come l’avevate pensata. Anzi, a dire il vero spesso ti sorprende da quanto è incasinata, ruvida. Un groviglio inestricabile. Sì, la vita non è mai stata una cosa facile. Specie se sei David Beckham. Specie se la tua nazione ti odia.

Cos’hai fatto di male? Semplice: riavvolgi il fottuto nastro. Francia ’98. Inghilterra – Argentina. Ti dice niente? No? Allora vieni che ti aiuto io: 30 giugno, Saint Etienne. Diego Pablo Simeone ti ha provocato per tutto il tempo, non dico di no. Sì, tra voi e loro c’è quella vecchia ruggine per le Malvinas, ma non è questo. Non dovevi farlo, ma ti scappa: reagisci a un fallo, l’ennesimo, sventolando la gambetta destra da terra, livellandolo al suolo. Proprio sotto gli occhi dell’arbitro. Stupidità. Rosso. Infamia. Lasci i tuoi compagni in dieci per quasi ottanta minuti: perderanno ai rigori contro Batistuta e gli altri. Il giorno dopo il Daily Mail titolerà: “10 heroic Lions and one stupid boy“.

Dieci eroici leoni e uno stupido ragazzo. Già.

Shame on you! David espulso contro l’Argentina a Francia ’98

Sì, non voltarti dall’altra parte: sei proprio tu. Non basta essere un’icona pop, metrosexual, mainstream. Da allora il Paese te l’ha giurata. Non ti perdonerà mai per questa pochezza.

Solo che adesso è il 6 ottobre 2001. Indossi ancora quella maglia e la tua nazionale si gioca l’accesso ai mondiali in Corea e Giappone. Vi basta un pareggio con la Grecia per accedervi, ma a Old Trafford – sì, il tuo salotto di casa – si sta consumando un dramma. Gli ellenici sono davanti 1-2 al ’92. La sblocca Charisteas, poi Sheringham vi rimette in carreggiata. Quindi il vantaggio con Nikolaidis che incide un cielo plumbeo sopra le vostre teste.

93esimo: vi hanno già consegnato un biglietto solo andata con vista sullo sprofondo. Fallo. Punizione. Venticinque metri dalla porta. Fiati che si spezzano. Occhi che cercano il granito delle tribune. Ti odiano, ma sei la loro unica speranza. Loro lo sanno. Lo sai anche te. Certo, la distanza è siderale. Nikopolidis un buon portiere. La tensione un pitbull che ti lavora le caviglie.

Se c’è qualcuno in grado di farlo, però, quello sei te. Sistemi il pallone. Inspiri due volte. Lasci andare tutto: l’ansia erompe dal tuo corpo e lo abbandona. La gente sugli spalti adesso prega. Assomiglia tanto ad una liturgia profana. Osservi la barriera ed il piazzamento dei compagni. Potresti pensare a un cross, se fossi qualcun altro. Ma sei nato David Beckham e il tuo destino non è mai stato un impostore: crossi come nessuno prima. Calci i piazzati come nessuno prima.

Butti fuori. Occhi sul pallone. Nella tua testa è già in quell’angolo. Rincorsa. Tiro. Gol. Proprio come l’avevi pensata. Old Trafford viene giù. Scossa tettonica che percorre l’isola. Decine di maglie che ti abbracciano. Altre migliaia che vorrebbero. Te la sei ripresa, in qualche modo: sei tornato a casa. Spalanchi l’uscio, spazzoli le scarpe, sorridi.

“Ehi, sono sempre io”.

“Ehi, lo sapevamo: sei perdonato, entra”, ti allungano una birra. Bevi, ti siedi di nuovo dentro. Piangi di felicità.