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José Antonio Reyes all’Arsenal: l’esilio londinese della Perla di Utrera

10 ' di letturaIl mese di gennaio 2004 è particolarmente indigesto per José María del Nido, di professione avvocato ma soprattutto presidente del Sevilla Fútbol Club. Il calendario della squadra, che alberga tranquilla nella pancia della classifica in Liga, non è facile. Dopo la vittoria contro l’Albacete arriva il pareggio in trasferta contro la sorpresa Osasuna e due impegni difficili come Atlético e Barça, finiti con due sconfitte di misura. Ma ciò che davvero impensierisce il presidente è la questione economica. Il Sevilla non ha mai navigato in buone acque, e meno di dieci anni prima è stato retrocesso d’ufficio in Segunda División B, la terza categoria della piramide del calcio spagnolo, per la mancanza di garanzie finanziarie. Il programma che ha portato alla vittoria delle elezioni di del Nido puntava fortemente sul risanamento del bilancio della squadra andalusa, e una spada di Damocle da 40 milioni di euro aleggia ancora minacciosa sulle finanze. L’unica via che il presidente e il direttore sportivo Monchi possono seguire è quella di vendere alcuni dei pezzi pregiati del club.

Monchi e del Nido sanno benissimo quale sarebbe il sacrificio perfetto da issare sull’altare del Dio denaro. Ma a quale prezzo? Probabilmente scoppierebbe una rivolta popolare al barrio Nervión, dove sorge il Ramón Sánchez-Pizjuán. Infatti l’idea che si fa strada nei due dirigenti del Sevilla è quella di cedere alle lusinghe dell’Arsenal e accettare l’offerta da oltre 17 milioni di sterline per José Antonio Reyes, la giovane Perla di Utrera già idolo di tutta la parte biancorossa della città. Si dice che Arsène Wenger abbia mandato gli scout almeno 40 volte per visionare il talento di origini gitane, nato a pochi chilometri da Siviglia e cresciuto nell’accademia del club. Ha solo vent’anni ma è un talento straordinario per tecnica e velocità, tanto da far chiedere a Zinedine Zidane se (dopo il gol e i due assist con cui ha propiziato la vittoria per 4-1 contro il Real Madrid) quel fastidioso ragazzino giocasse con un motorino sotto il sedere.

del Nido sa che non c’è altra possibilità per sanare gran parte dei debiti del club, ma sarà la decisione più sofferta di tutta la sua presidenza. Ne parla a Reyes, che è totalmente innamorato della sua città e non vorrebbe andarsene, che con una maturità non propria per un ragazzo di vent’anni accetta con serenità il trasferimento. Addirittura sembra che faccia pressioni sul suo agente affinché non collezioni la sua parcella sul conguaglio, così da aiutare il più possibile le finanze del Siviglia. Così negli ultimi giorni di gennaio si finalizza la trattativa. Quando la notizia si sparge in città il popolo del Sevilla, come previsto, fa sentire il suo disappunto in maniera piuttosto tumultuosa, ma ormai le firme sono state poste sul contratto. Il mese di gennaio sarà veramente indigesto per il presidente. La Perla di Utrera dà l’addio a Siviglia, ma tutti sanno che sarebbe stato solo un arrivederci.

La nascita della Perla di Utrera

José Antonio Reyes Calderon nasce a Utrera, il secondo comune più grande della provincia di Siviglia, in piena Andalusia. Mamma Mari e papà Francisco sono discendenti di quella comunità di gitana ormai presente in città fin dal XV secolo, e il piccolo prende molti dei tratti tipici. Mari è la classica matriarca andalusa: casalinga, comanda lei sulle faccende di casa, grande cuoca e devotissima della Beata Vergine della Consolazione. Va a messa ogni giorno, senza possibilità di saltarne una. Francisco invece è un elettricista in pensione, ma da giovane aveva mostrato grande talento con la palla al piede. I comportamenti più volti al godere dei migliori anni che al preoccuparsi di diventare un professionista di alto livello però fecero terminare la sua carriera in Segunda División B. Così Francisco non vide realizzarsi il suo più grande sogno, quello di diventare un calciatore del Real Betis.

Non c’era alcun dubbio che José diventasse un patito di calcio. D’altra parte a Utrera i ragazzini sono ancora abituati a giocare per le strade polverose, immersi nel caldo torrido che non fatica ad arrivare sopra i 40 gradi a luglio, su e giù a inseguire il pallone tutto il giorno. Presto però il suo nome è sulla bocca di tutto il paese, perché è evidente fin da subito che questo è uno di quelli che passa una volta ogni tanto. Basso, quasi rachitico, il più piccolo dei giocatori solitamente presenti nelle partite di strada, palla al piede è letteralmente una scheggia. Ovviamente è mancino. Il babbo lo veste con una vecchia tuta del Betis, e già quando ha solo cinque anni la gente si ferma per strada per guardarlo scherzare i suoi avversari. José pensa solo al calcio, la scuola è un supplemento poco apprezzato. Così quando compie dodici anni giunge il momento di mandarlo in accademia, ma si sceglie quella della rivale cittadina. Lo accoglie il Sevilla.

Il ragazzino che arriva a Pablo Blanco, leggendario capitano del Sevilla degli anni ’70 e ’80 e manager delle giovanili della squadra dal suo ritiro, è un diamante davvero ben nascosto. Esile fino a considerarlo malnutrito (attenzione a non dirlo a mamma Mari), con una lunga chioma scura ribelle a qualsiasi pettinatura, quasi del tutto illetterato e con quel marcato accento gitano che viene compreso a fatica anche dagli spagnoli. È timido, viene da una famiglia molto umile e ha imparato poco a esprimersi se non con la palla tra i piedi. L’unico aspetto su cui non si ha niente da dire è quello del gioco, dove scala categorie su categorie di juniores con disarmante facilità.

Così il club fa quel che può per aiutare lo sviluppo del giovane fenomeno. Lo porta a osservare le conferenze stampa dei giocatori senior, per insegnargli come si fa a parlare in pubblico e aumentare la sua familiarità con la comunicazione. Lo accompagna con vari tutori per migliorarne l’apprendimento e il rendimento scolastico. Non aiuterà troppo visto che l’educazione verrà mollata definitivamente a quattordici anni, ma in famiglia nessuno se ne preoccupa più di tanto. Tutti sanno, tutti sperano che José diventi un campione. E la strada che si sta aprendo davanti a lui porta proprio a quel traguardo. Fa una prima apparizione in un’amichevole della prima squadra proprio a 14 anni, guida il Sevilla under 15 a vincere trofei continentali e due anni dopo esordisce al Ramón Sánchez-Pizjuán in una partita ufficiale, il più giovane di sempre a riuscire nell’impresa. Fa parte di tutte le selezioni nazionali giovanili, vincendo l’Europeo under 19 nel 2002. Siviglia ormai è ai suoi piedi, metà lo idolatra e l’altra parte lo odia dal profondo del cuore. A vent’anni ha davanti a sé una carriera potenzialmente leggendaria, e non pensa altro che a giocare a pallone per la squadra della sua città. Ma il futuro gli riserva un brutto scherzo.

L’esilio londinese

“Ozú, qué frío!”. Boia che freddo, sono queste le prime parole pronunciate da Reyes appena atterrato a Londra. Cielo grigio, solita pioggerellina fastidiosa, non un raggio di sole a comparire tra le nubi, José si è trovato proprio in un altro mondo rispetto all’Andalusia. Arriva ai Gunners senza grande considerazione da parte dei tifosi, anche perché l’annata che stanno vivendo è di quelle leggendarie. L’Arsenal è nel pieno della sua striscia di risultati utili consecutivi, quella che li farà passare alla storia come gli Invincibili, e ogni membro della rosa è venerato dai fan. Così diversa la situazione rispetto a Siviglia, dove i suoi seguaci si sono buttati a peso morto davanti la macchina che lo portava fuori città insieme a David Dein, vicepresidente dell’Arsenal volato a chiudere l’affare.

José però non arriva da solo in Inghilterra. Mamma Mari (“Prega per me” le ha detto in lacrime prima di prendere l’aereo) e papà Francisco stanno per arrivare, mentre è con lui in aeroporto il fratello Jesús (nonostante sia promesso sposo da lì a qualche mese) e la fidanzata Remedios. Non si muove senza la famiglia, già è così difficile per lui abbandonare la sua città che senza di loro sarebbe perso. L’Arsenal non ha obiettato e ha trovato per la famiglia Reyes una discreta proprietà dove possono vivere tutti tranquillamente. I primi tempi a Londra sono difficili, visto che non ha la più pallida idea di come comprendere lo strano idioma del posto. Non che riuscisse bene con lo spagnolo, nonostante fosse ipoteticamente madrelingua. Passa le prime settimane totalmente segregato, uscendo solo per allenarsi. Non beve, non ha altri interessi se non il football e giocare alla Playstation, ovviamente sempre a calcio. Alle undici massimo si beve una tazza di latte caldo e cacao e va a letto, pronto per allenarsi il giorno dopo.

L’Arsenal però ha in rosa Lauren, camerunense di nascita ma cresciuto a Siviglia. Sa chi è Reyes, perché se hai vissuto lì a fine anni ’90 non puoi non sapere chi sia la Perla di Utrera, e si incarica di farlo entrare lentamente nelle dinamiche di squadra. Wenger se lo coccola, già emozionato al pensiero di poter inserire una freccia del suo calibro alla faretra offensiva già impressionante della sua squadra. Esordisce contro il Manchester City negli ultimi venti minuti, sostituendo David Bergkamp. Tre giorni dopo, nella partita di League Cup contro il Middlesbrough, gioca 90 minuti e segna nella porta sbagliata, sancendo l’eliminazione della sua squadra.

Dopo altre due provi incolori in campionato arriva la sfida di FA Cup contro il Chelsea. Il primo punto focale della sua carriera in Inghilterra. Al 40′ Adrian Mutu porta in vantaggio i Blues, e sembra un’altra di quelle partite incolori per il giovane talento. Ma dopo pochi minuti del secondo tempo cambia tutto. Robert Pires lo vede libero ai 35 metri, nel mezzo del campo, e lo serve. Nessuno gli si avvicina, così avanza. Un controllo di sinistro, vede il difensore arrivare in ritardo. Allora guadagna coraggio, fa un altro tocco e poi scocca un gran tiro. La palla prende velocità e vola all’angolino del palo lontano, dove Cudicini non può arrivare. Finalmente si è sbloccato, finalmente Highbury urla per lui. E non è finita, visto che cinque minuti dopo raddoppia servito da un geniale filtrante di Patrick Vieira. 2-1 Arsenal, e José Antonio Reyes inizia a lasciare finalmente la sua impronta nel calcio inglese.

Il resto della stagione di Reyes si compone di molti scuri e pochi chiari. Wenger gli dà fiducia ma le sue prestazioni sono altalenanti. Segna nel ritorno di Champion’s League, sempre contro il Chelsea, schierato da titolare. Ma l’Arsenal perde e verrà eliminato. Serve un assist a Thierry Henry nell’1-1 contro il Manchester United. Poco altro fino al termine della stagione. Quando arriva maggio, con la rosa ormai esausta, si riaccende tutto d’un tratto. Chissà se finalmente si è ambientato, o se è il caldo in arrivo a esaltarlo. Primo gol al Portsmouth per impattare il match sull’1-1 e cinque giorni dopo un’altra firma per chiudere sull’1-0 contro il Fulham permettono ai Gunners di allungare la striscia. La vittoria contro il Leicester della settimana successiva nell’ultima partita di campionato sancisce il trionfo degli Invincibili, e Reyes ne diventa uno dei protagonisti.

Lo sprint nel finale di stagione migliora nettamente l’umore di José. Affronta le interviste con la stampa con un piglio diverso, più tranquillo e sicuro del suo valore. La comunità spagnola all’Arsenal lo aiuta a integrarsi, e inizia a esser vicino anche i mostri sacri Henry e Vieira. Mamma e papà sono arrivati a vivere con lui, e festeggia il matrimonio di Jesús in luglio. Sembra riconoscere pubblicamente anche come stia giocando a un livello superiore, sia sul piano del gioco che nei campi in cui si allena e fa gol. Così l’inizio della stagione 2004-2005 diventa il preludio della sua definitiva consacrazione. Nelle quattro partite giocate in agosto segna sempre e serve un assist. Viene eletto giocatore del mese della Premier League. Segna di nuovo anche contro il Fulham a inizio settembre, mentre a ottobre diventa ecumenico e crea quattro assist per i compagni. Quando tutto sembra però mettersi nel verso giusto, proprio nell’ottobre 2004 la sorte gli riserva due tiri mancini dall’impatto devastante.

Il primo arriva all’inizio del mese. Sbuca fuori un video dell’allenamento della Nazionale spagnola. Reyes viene avvicinato dal ct Aragones, il Saggio di Hortaleza, mentre fa pratica in solitario. L’allenatore lo vuole motivare a far ancora meglio, e sceglie di spronarlo in una maniera abbastanza particolare. Parlando di Thierry Henry esclama “Dì a quel negro di merda che sei molto meglio di lui. Non ti trattenere, diglielo. Da parte mia. Devi credere in te stesso, sei meglio di quel negro di merda”. Parole dure, razziste e difficilmente scambiabili per altro. I media inglesi insorgono, ma a difesa del ct si schierano molti suoi giocatori che cercano di spiegare alla stampa il carattere burbero e schietto del Saggio. Anche Marcos Senna, brasiliano naturalizzato spagnolo, prova a raccontare la sua esperienza con Aragones. E così fa lo stesso Reyes, che chiamato in causa conferma che l’allenatore della Nazionale non ha problemi con persone dal colore della pelle diverso dal bianco. “E sono sicuro che Thierry ha preso la frase per uno scherzo”, chiosa alla fine. Ma l’attaccante francese non sembra esser d’accordo, e partecipando a un’iniziativa proprio contro il razzismo spiega che i commenti di Aragones fanno parte delle motivazioni per cui ha deciso di scendere in campo, concludendo con un laconico “C’è un proverbio che mi piace molto che dice -Posso sempre perdonare, ma non dimenticherò mai-“.

E così il clima negli spogliatoi non è dei più facili quando il 24 ottobre l’Arsenal deve viaggiare a Old Trafford per affrontare il Manchester United. Evitando la sconfitta i Gunners arriverebbero a quota 50 risultati utili consecutivi, traguardo che Alex Ferguson non vuole minimamente concedere al rivale francese. Così studiando le misure da prendere per contenere l’Arsenal arriva al capitolo Reyes, e considerato lo stato di grazia dello spagnolo decide di ricorrere alle maniere forti. Come le Jordan Rules dei Detroit Pistons prevedevano di schienare rudemente a terra MJ ogni volta che prendesse il volo, così Sir Alex istruisce i suoi giocatori di entrare in tackle appena vedono il pallone finire a lui. Vediamo se il gioco sporco e ruvido che gli inglesi praticano da decenni aggrada il giovane fenomeno. E se dovessero fargli del male nessuno a Manchester se ne risentirebbe. Così Paul Scholes e i fratelli Neville, i principali incaricati a contenere Reyes, non si fanno pregare e lo stendono volta dopo volta. Lui non gli fa vedere la palla, ma gli altri non lo fanno alzare dal campo.

Se si vuol trovare un punto di svolta, purtroppo in negativo, nella carriera di José Reyes in Inghilterra non può che esser questo. Le sue prestazioni tornano a essere inconsistenti, altalenanti. Ci vorranno quattro mesi per tornare a vederlo segnare in Premier, e chiuderà l’anno con 9 reti e 11 assistenze. Solo che 6 di questi gol e 6 di questi assist erano arrivati prima della partita con lo United. Inizia di nuovo a sentire nostalgia di casa, nonostante i minuti importanti che Wenger continua a concedergli, e le prestazioni nella stagione successiva sono ancora meno incisive. Quello che doveva essere in prospettiva uno dei giocatori più forti del mondo si stava definitivamente perdendo nella nebbia di Londra. Cadena Cope, una famosa radio spagnola, organizza uno scherzo ai suoi danni in cui qualcuno lo chiama fingendo di essere il direttore sportivo del Real Madrid Emilio Butragueño, interessato ad acquistarlo nell’estate 2005. Reyes confessa al sedicente Butragueño tutto il suo disappunto per la sua vita inglese e per il club. La goccia che fa traboccare il vaso è la finale di Champions League contro il Barcellona, che lo vedrà entrare solo a 5 minuti dal termine. Era stato titolare in tutte le altre partite della competizione, e José ormai non sente più la fiducia di Wenger e del club. Nell’ultimo giorno di mercato estivo del 2006 passa al Real Madrid, in uno scambio di prestiti che vede volare ai Gunners Julio Baptista, ironicamente un altro giocatore del Siviglia durante la prima epopea di Reyes nel club della sua città. Così finisce, tristemente come era iniziato, l’esilio londinese di José Antonio Reyes, una delle promesse più grandi mai mantenute del calcio spagnolo.

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