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mercoledì 17 Aprile 2024
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Eric Cantona aveva ragione: da Selhurst Park al Discorso del Re

4 ' di letturaVenticinque anni fa. Serata gelida, il vento che ti lavora incessantemente di lato, una pioggerellina fine che scava i pensieri. Ecco: se 25 anni fa ti trovavi a Londra, per lavoro o per svago, avresti fatto bene a farti un giro a Selhurst Park. Ma ricorda, il giorno è il 25 gennaio.

Da quelle parti le aquile del Crystal Palace si apprestano a ricevere il Manchester Utd di Alex Ferguson. Ora, se vuoi proprio saperla tutta, ti converrebbe cercare un certo Matthew Simmons e sederti vicino a lui. Non troppo però, eh. Rischi di finirci in mezzo, sennò.

Non tediamoci con una storia che è patrimonio dell’umanità. Cristo, devono conoscerla pure in una qualche provincia autonoma del Botswana. Allora proviamo a farla breve. Le cose vanno più o meno in questo modo: Eric Cantona, l’idolo dei Red Devils, viene martoriato per tutta la prima frazione da un certo Richard Shaw. Eric incassa un fallo dietro l’altro, ma si vede che è sul punto di sbottare. Al rientro negli spogliatoi Ferguson si avvicina al direttore di gara, Alan Wilkie, e gli chiede – letteralmente – “perché diamine (simpatico eufemismo) non stia facendo il suo fottuto lavoro“.

Tornati in campo si consuma il primo atto di una succulenta tragedia greca. Cantona subisce l’ennesima brutta entrata e si rivolta, precipitando nel fallo di frustrazione. Rosso per lui, colletto mestamente abbassato, sguardo che scivola verso la panchina, ma Fergie – che aveva previsto ogni cosa – lo ignora. Se ci fossero le corifere, adesso, metterebbero in guardia l’eroe. Solo che i cori non sono esattamente quelli di una drammaturgia di Sofocle o Euripide. Assomigliano piuttosto ad una inesorabile grandinata di improperi.

Tra i pittoreschi epiteti ce n’è uno che desta l’ira incontrollata del campione francese. Ci sei sempre vicino a Matthew Simmons? Bravo. Ecco, magari avrei dovuto avvertirti prima del fatto che il tipo è un filo agitato: si mormora che qualche mese fa abbia aggredito un tizio ad una pompa di benzina e che sia vicino agli ambienti fascisti. Comunque scende interi gradoni come un posseduto, Simmons, e sputa a Cantona una frase che secondo i più recita così: “Ora tornatene in Francia, bastardo francese figlio di puttana“.

A Eric si chiude la vena

Questione di un attimo. Il sangue che erompe nelle vene. La storia poi diventa nota: Cantona si inventa un calcio kung – fu e colpisce allo sterno l’incredulo Matt. Apocalisse. Selhurst Park ora assomiglia ad un girone infernale. Dall’altro lato del campo deve arrivare di corsa quell’armadio di Schmeichel per portare nel tunnel Eric.

Seguono un processo sportivo ed uno penale. Alla fine Cantona rimedia una squalifica epocale – 8 mesi – e 120 ore di servizi sociali. Simmons, non esattamente un frate benedettino, pensa bene di aggredire uno dei giudici in aula, ma questa è un’altra storia.

Davanti alla commissione della F.A. il numero 7 pronuncia queste misurate parole:

Vorrei chiedere scusa al presidente della commissione, e anche al Manchester United, Maurice Watkins e Alex Ferguson. E vorrei chiedere scusa anche alla prostituta che ha dormito nel mio letto la notte scorsa”. 

Cantona irride uno stuolo di giornalisti con il suo celebre discorso

Eccoci al punto, allora, dopo una prolusione necessaria. Cantona ha sbagliato? Facile dire di sì. Chi potrebbe giustificare una reazione del genere? Come si fa a spiegare che la violenza è una cosa giusta? Eppure, se ci si sforza di grattare sotto la banalità della superficie, potrebbe emergere un’altra possibilità. Certo, i campioni hanno il compito di dare un esempio alle generazioni successive e – diciamolo pure – il suo è stato disgustoso. Eppure c’è un accordo che stona, premuto a forza dentro uno spartito scontato. C’è che Cantona non è un campione. Non fraintendetemi: non nel senso che non sa giocare a calcio, anzi. La spiegazione è molto più semplice. Lui trascende le categorie usuali. Cantona è un artista.

E, in quanto tale, non gli si può chiedere di essere anche una guida illuminata per il popolo. Lui in fondo non l’ha mai desiderato. Non si è mai eretto a modello per gli altri. Ha solo inteso intridere il mondo della sua arte, in qualunque manifestazione essa potesse assumere. Come un artista maledetto, Eric è rimasto fedele alla sua essenza, assecondando il suo istinto. Poco rileva il fatto che Simmons fosse effettivamente un poco di buono. Chiamatelo antieroe, ma Cantona – comunque la si metta – aveva ragione.

Il momento più bello della mia carriera? Quando ho calciato quel fascista. Avrei dovuto colpirlo più forte. Io ne ho imparato e penso anche lui“.

Vedete? Non c’è traccia di redenzione nelle sue parole, nemmeno ad anni di distanza. Perché Cantona è cattivo? Nemmeno per sogno. Semplicemente, perché non è possibile. Lui è quello che è, e questo è tutto. Un tratto distintivo che oggettivamente lo erige al di sopra delle masse e che viene confermato anche dal suo celebre discorso nella sala conferenze del Croydon Park Hotel, subito dopo il processo. Qui uno stuolo interminabile di giornalisti si aspetta delle scuse, un monologo, un botta e risposta infinito. Invece Eric dribbla di nuovo tutti, pronunciando un discorso brevissimo, rimasto nella storia:

Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che le sardine stanno per essere gettate nel mare. Grazie”.

Pulito, netto, ermetico. Un vero Re, del resto, non ha bisogno di giustificare le sue scelte ai sudditi.

Leggi anche: “Io lo uccido quello stronzo!” – Eric Cantona nell’inferno di Istanbul

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Paolo Lazzari
Paolo Lazzari
Giornalista

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