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domenica 7 Marzo 2021
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Chelsea – Vicenza: quella surreale cavalcata di provincia spezzata a Stamford Bridge

2 ' di letturaSuccede, di quando in quando, che il finale della storia non ci interessi. Può anche andare male, se quel che conta sono i sussulti che ci ha instillato durante il cammino. E pazienza se il traguardo era tanto vicino che quasi lo potevi annusare. Il calcio, con le sue sfide, è bottega non certo avida di questi frammenti. Anzi, li accentua fino ad esaltarli. Li fa diventare materia magmatica, che continua a vivere – incandescente – nei ricordi che ci piace sfregare a piacimento, per accarezzarci con le illusioni di un tempo andato.

Il Vicenza di Guidolin che sfida il Chelsea in Coppa delle Coppe, nel 1998, appartiene senz’altro a questa narrazione. La provincia italiana che osa sfidare Londra, senza tracotanza, ma armata di qualche granello di follia. Certo, i Blues non erano ancora la corazzata che conosciamo oggi, ma la semifinale si preannunciava comunque estremamente sbilanciata. Guidolin aveva anche provato a giocare con la sorte prima del sorteggio: “Spero proprio che non ci tocchi il Chelsea”. Il Dio del calcio, tuttavia, non è incline ad accettare suggerimenti.

Così eccoci: da un lato il “Toro di Sora” Pasquale Luiso – ruvido, essenziale, cinico – la classe tracimante di Lamberto Zauli, i guanti sicuri di Brivio, la sostanza di Ambrosini in mezzo, la verve di Schenardi a scompaginare certezze altrui. Dall’altra gli italiani Zola, Vialli, Di Matteo (LEGGI QUI), la garra di Gustavo Poyet, la solidità di Dan Petrescu e Frank Leboeuf. (LEGGI QUI) Scomodare il cliché trito e abusato di Davide contro Golia non serve. Più semplicemente, l’incontro assume le sembianza dello spirito operaio che tenta di irridere il potere.

I biancorossi, fino a lì, avevano fatto fuori Legia Varsavia, Shakhtar Donetsk e Roda JC. Tutta un’altra storia, certo. Eppure, il 2 aprile 1998, l’incantesimo si consuma parzialmente. Il Romeo Menti pare uno di quei gironi infernali in cui non vorresti inciampare nemmeno per sbaglio. Piove a dirotto: “Il Chelsea – commenta Guidolin – è talmente più potente di noi che ha trasportato qua anche il tempo inglese!”. Le lane rosse però se ne fregano e, sul campo, dominano al punto che l’1-0 sigillato da Zauli appare alla fine striminzito, stridente rispetto alla mole di occasioni costruite.

Il 16 aprile si vola nella City. A Stamford Bridge ci sono 33.800 spettatori pronti a sospingere i blues. Un urlo costate che viene ricacciato in gola quando Pasquale Luiso sfonda la porta per il vantaggio vicentino: il dito si alza davanti alla bocca a zittire lo stadio, ora servono 3 gol al player manager Gianluca Vialli e l’impossibile sembra di colpo sul punto di materializzarsi.

A questo punto però la tensione nervosa, insieme a qualche decisione arbitrale contestata, gioca un brutto tiro. Poyet, Zola e Mark Hughes trovano l’antidoto alla pozione magica che aveva ipnotizzato il Chelsea. Quelle maglie gialle (con su inciso il mitico sponsor “Autoglass”) cominciano ad andare al doppio. L’illusione finisce qua: 3-1, padroni di casa in finale.

Eppure, alzi la mano chi non ricorda con orgoglio quella cavalcata. Anche se non finì come tutti avremmo sperato. Del resto, la provincia che sfida la metropoli raffigura e incarna la voglia di riscatto di chiunque: ché tentando puoi anche fallire, ma sai che bello averci provato.

 

 

 

 

 

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Paolo Lazzari
Paolo Lazzari
Giornalista

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