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lunedì 15 Agosto 2022
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C’era una volta (e c’è ancora) il Preston North End: la leggenda dei Gigli bianchi

3 ' di letturaAd Ashton on Ribble, sobborgo di Preston, c’è fermento. Sono 17 anni che nel Lancashire si disquisisce soltanto di cricket, ma ora il vento sembra aver assunto un’altra direzione. Il football sta bussando con foga alle porte di mezza città ed è il caso di darsi una mossa. Il primo passo, fondamentale, è l’acquisto di un terreno nei pressi di Deepdale, nel 1875: lì, ancora oggi, sorge lo stadio locale. Saltiamo avanti di 5 anni: nel maggio 1880 la grande decisione viene finalmente presa: “suvvia ragazzi, fondiamo una squadra di calcio“.

Lo stemma scelto per il club è senz’altro singolare: in quello originale spuntano le tre rose simbolo del Lancashire e l’agnello di St. Wilfrid, patrono di Preston. Oltre a questo, c’erano anche due “P” che stavano a significare “Princeps Pacis”. Successivamente le rose e le “P” vennero rimosse per lasciare spazio al nome del club ed all’agnello.

Il Preston North End non parte esattamente con l’acceleratore premuto: il debutto – nel 1881 – coincide con una sconfitta terrificante. Dieci a zero dal Blackburn e tanti saluti a casa. Troppo poco, ad ogni modo, per scalfire l’entusiasmo dei fondatori. William Sudell, uno dei membri più attivi del board dei Lilywhites (i “Gigli bianchi”, soprannome del club) decide di rimboccarsi le maniche e recluta alcuni tra i migliori giocatori del Paese. Ben presto quella che all’inizio assomigliava ad una fanfara sgangherata assume i contorni di una sinfonia celestiale.

Una delle primissime formazioni del Preston North End

Sudell è un uomo infuocato e, per raggiungere i suoi obiettivi, pare disposto a tutto. Dopo aver borseggiato mezza Scozia calcistica mette sotto contratto anche il talentuoso Jimmy Ross e decide di incentivare i calciatori pagando loro un compenso per ogni gara disputata. La cosa manda su tutte le furie gli organizzatori della FA Cup, che escludono il Preston dalla competizione accusando Sudell di aver aperto la via al professionismo.

Il club non si perde d’animo e, nel 1887, disputa a Edimburgo la prima partita della Football World Championship, un torneo che mette a confronto squadre inglesi e scozzesi: i Gigli bianchi perdono 2-1 contro l’Hibernian, ma non sfigurano. Nella stagione che segue, il Preston vince 42 partite di seguito, ma cede in finale di F.A. Cup contro il West Bromwich. Rimane comunque scolpito negli annali un altro record: il 26 – 0 rifilato all’Hyde al primo turno resta il passivo più largo nella storia della competizione.

Nel 1888 il Preston diventa uno dei dodici membri fondatori della neonata Football League e si mormora che Jack Gordon, giocatore di spicco del club, sia stato il primo nella storia del nuovo campionato ad andare a segno. Nella stagione 1888/89 il Preston diventa il primo club a mettere via un double: campionato e F.A. Cup vengono vinti da imbattuti (la coppa senza concedere una sola rete agli avversari) e l’impresa vale ai Lilywhites il nuovo soprannome di The invincibles (oltre un secolo prima rispetto all’Arsenal). Il Preston vincerà anche il campionato successivo e, nella sua lunga cavalcata, infilerà in bacheca anche un’altra F.A. Cup.

Nei decenni successivi – bisogna arrivare all’immediato dopoguerra, al club si lega un’autentica leggenda: Tom Finney, nominato Sir dalla Regina Elisabetta II ed autore di 187 reti in 433 gare con il Preston (“The splash”, la foto di copertina di questo articolo, è diventata talmente iconica di essere raffigurata con una statua all’ingresso dello stadio).

Da troppo tempo, ormai, siamo abituati a contemplare la squadra mentre veleggia incerta tra le acque limacciose delle categorie inferiori. Dopo un bel po’ di giri di giostra in third division, il club sembra aver preso in affitto una camera con vista sulla Championship. Al Deepdale il successo non è più di casa da un pezzo, il giglio bianco ha perso i suoi petali fin quasi ad avvizzire e la nuova dimensione si volta se la chiami “mediocrità”. Eppure, nei geni del Preston risiede ancora l’orgoglio ed richiamo potente della vittoria. Serve solo indovinare in quale angolo remoto dell’esistenza si sia andato a cacciare: allora, e solo allora, il giglio bianco potrà tornare a fiorire.

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Paolo Lazzari
Paolo Lazzari
Giornalista

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