Carlo Cudicini: l’Espresso Milano – Londra con fermata a Castel di Sangro

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Carlo Cudicini nasce a Milano il 6 Settembre 1973, nel bel mezzo degli anni di piombo.
È un periodo in chiaroscuro per la città. Quella, infatti, è una Milano industriosa e produttiva ma è anche una Milano orgogliosamente operaia, con le Case del Popolo e le osterie che ribollono di attivismo politico e di lotte sociali. Il clima è teso e, proprio l’anno precedente alla nascita del nostro Carlo, in città le Brigate Rosse hanno compiuto il primo sequestro di persona rapendo l’Ingegnere Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens.

© Ravezzani/LaPresse14-04-1976 Milano, ItaliaCalcioDerby Inter-MilanNella foto: SANDRO MAZZOLA e GIANNI RIVERA.

In tutto questo, ovviamente, c’è un elemento tra il sacro e il profano che nessuno osa mettere in discussione: la rivalità cittadina. Quando alla Scala del Calcio si gioca il derby, infatti, si ferma anche la lotta di classe. La rivoluzione può aspettare. Milano si divide in due. Da una parte gli interisti, i “Bauscia” appartenenti alla media e all’alta borghesia meneghina. Dall’altra i milanisti, i “Casciavit”, gli operai. In entrambi i casi, identità e appartenenza.

Ed è proprio qui che comincia la nostra storia.
Si perché il Milan di quegli anni, allenato dal Paròn Nereo Rocco prima e dal giovane allievo Cesare Maldini poi, in porta schiera un signore alto alto che indossa sempre una divisa completamente nera. Per ovvie ragioni, i tifosi con affetto lo chiamano il Pennellone, ma il suo vero nome è Fabio Cudicini. Nei bar della penisola, i più anziani lo ricordano ancora oggi perché è stato l’estremo difensore di una squadra leggendaria. Un undici fenomenale, uno scacchiere magico che veniva illuminato dal talento cristallino e fragile dell’Abatino, il giocoliere Gianni Rivera.

Nonostante le gravi tensioni economico-sociali, a Milano Fabio Cudicini si trova bene. Decide, quindi, di metter su famiglia e di rimanere in città anche dopo il ritiro. Proprio un anno dopo la sua ultima stagione calcistica, nel 1973 appunto, nasce il piccolo Carlo. Un bambino vivace, dicono, che fin da subito fa sua la passione del papà. Indossa i guantoni e difende la porta. Di provare altri ruoli non se ne parla neppure.

Carlo cresce a pane e Milan e, molto presto, entra nelle giovanili del Diavolo.
È bravo e si vede, ma il fisico non è quello di papà Fabio. È meno alto e più robusto, ma ugualmente agile.
È bravo, si, ma il rischio è quello di rimanere schiacciato dal costante paragone con il padre. “Il vero Cudicini è uno solo, quello che ha fatto la storia”, si dice. “È lì perché è figlio d’arte ma non ha la stoffa del papà”, si dice.

Il giovane Carlo, però, non è uno sciocco. Inizialmente accusa il peso del confronto e delle malelingue ma, a 20 anni, appena possibile cambia aria perché vuole dimostrare prima di tutto a sé stesso di essere in grado di stare nel calcio che conta, di poter scrivere anche lui una bella storia di sport.
Scende di categoria, in serie C1, e va prima a Como e poi a Prato. Lo nota subito la Lazio di Cragnotti, in serie A. E qui la sfortuna lo travolge in pieno. Al suo debutto nella massima serie, infatti, Carlo riporta una bruttissima lesione al legamento crociato del ginocchio destro che lo costringe ai box per oltre 6 mesi.

È un duro colpo, ma il suo carattere coriaceo lo aiuta a ripartire. Ancora una volta, scende di categoria approdando al romantico Castel di Sangro del Maestro Osvaldo Jaconi. Che dire? Come nei migliori viaggi spirituali, in Abruzzo rinasce definitivamente.

La fortuna, si sa, alla fine assiste gli audaci. E Carlo, lo avrete già capito, di audacia ne ha da vendere.
E infatti, nell’estate del 1999, arriva la chiamata giusta. È il suo vecchio amico Gianluca Vialli, che lo vuole al Chelsea a fare la riserva del vecchio Ed de Goey. Carlo non se lo fa ripetere due volte e accetta di buon grado il ruolo da comprimario. Il palcoscenico è di quelli suggestivi: Stamford Bridge, Londra. Impossibile dire di no. Si aprono, finalmente, le porte della Premier League. A 26 anni approda nel calcio che conta e, adesso, l’ombra di un papà così ingombrante fa meno paura.

È vero, durante la prima stagione Carlo scalda praticamente sempre la panchina ma, a partire dal secondo anno, complice anche l’infortunio del portiere titolare, Cudicini diventa inamovibile. Con il tempo acquista autorevolezza e credibilità, riuscendo a resistere anche alla rivoluzione dovuta all’avvento di Roman Abramovich.
Non è ancora il Chelsea che conosciamo oggi, ma il buon Carlo divide ugualmente lo spogliatoio con grandissimi campioni: Lampard, Petit, Zola, Di Matteo e Jimmy Floyd Hasselbaink. Finalmente si consacra nel grande calcio, guidando sapientemente difensori del calibro di Marcel Desailly, John Terry, Gallas e Graeme Le Saux.

Poi, nell’estate 2004, sulla panchina dei Blues arriva un certo José Mourinho.
Per la porta, il portoghese ha altri piani. Complice anche qualche errore di Cudicini nel precampionato, lo Special One sceglie di dare fiducia a un ragazzone di 196 cm che viene dalla Repubblica Ceca. È il preludio dell’era Petr Cech.

Cudicini, però, non porta rancore al giovane collega. Abituato com’è a vivere all’ombra di personaggi ingombranti, accetta di buon grado il declassamento. Comprende prima di tutti il talento naturale del gigante ceco e lo prende sotto la sua ala. Lo accudisce, gli insegna i segreti del mestiere. I due, prima che colleghi, diventano amici inseparabili e conservano ancora oggi un legame indissolubile.

Alla fine, Carlo Cudicini in maglia Blues è comunque riuscito a festeggiare la vittoria di 2 campionati inglesi, 2 coppe d’Inghilterra, 2 coppe di Lega e 2 Charity Shield. Niente male per un anatroccolo brutto, per il figlio d’arte che, secondo i maligni, non ce l’avrebbe fatta.