Sanli Tuncay, il dio di Istanbul che attraversò la Manica. Da mattatore dello United ad avventuriero al Boro.

Il racconto della sfortunata traversata della stella turca.

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Cosa c’entra lo stretto del Bosforo col Canale della Manica? Niente, a meno che non parliamo di rotte commerciali o di conflitti per ottenerne il controllo. E invece no, il denominatore comune di questi lembi di mare così lontani ha un nome e cognome: Tuncay Sanli. Una vera e propria istituzione del calcio turco, che ha salpato le acque della vecchia Costantinopoli con l’intento di approdare in Terra d’Albione, per sovvertire gli schemi, da buon discepolo di Ataturk.

Quando Tuncay sbarca in Inghilterra, ad Istanbul vengono versati fiumi di lacrime amare. La capitale ha perso il suo totem: il sodalizio che ha legato Tuncay al Fenerbahce per 5 lunghe stagioni, costellate da quasi cento reti e giocate astrali, si spezza. Un amore travagliato, tanto puro quanto vincente.

L’attaccante di Adapazari arriva ad Istanbul nel lontano 2002, ed impiega ben poco tempo a lasciare il segno. Dopo una prima stagione di ambientamento, Tuncay trascina i gialloblu sul tetto di Turchia, caricandosi la squadra sulle spalle e mettendo in mostra un repertorio tecnico-tattico di tutto rispetto, condito da un carisma soverchiante. L’anno successivo la proprietà turca decide di regalare un altro gioiellino alla caldissima tifoseria: si tratta di Alexsandro de Souza, ai più noto come Alex, indiscutibile fantasista carioca, nonché futura bandiera del club turco. I due talenti, così diversi e così perfetti, vivono in simbiosi: vanno a comporre un tandem letale, figlio di una sintesi tra fantasia, leadership e killer-instinct. Una miscela insolita, quasi comica, ma fondamentale per arricchire la bacheca del club di due titoli nelle tre successive stagioni, macchiate soltanto da un titolo perso rovinosamente all’ultima giornata contro gli acerrimi rivali del Galatasaray.

Tuncay, a suon di reti e prestazioni dominanti, ruba i cuori dell’intero popolo turco. E lo fa in maniera dannatamente divisivo: o lo ami perché ti fa vincere, o lo odi perché torni a casa triste, a causa di una sua rete. Ad ogni modo, il palcoscenico è suo, e lo utilizza per mettere in mostra tutto il suo repertorio. È un giocatore rapido ed abile nell’attacco dello spazio. La sua duttilità tattica, unita ad ottime capacità tecniche, lo rendono impiegabile sia come terminale offensivo di un attacco a due, sia come attaccante di fascia, pronto a dribblare gli avversari o a gettarsi in area di rigore come una furia. Il suo ardore e la forza agonistica, figlia dello spirito rivoluzionario turco, lo trasformano in un guerriero tecnico, tenace e battagliero, che non lesina colpi e non risparmia corse.

Il legame con la Terra d’Albione si instaura ancor prima che Tuncay possa anche solo immaginare la sua dipartita dalla capitale che l’ha reso grande. Un feeling che ha inizio in una magica notte europea, la quale coincide, con tutta probabilità, con il punto più alto della carriera dell’attaccante turco. Ad Istanbul va in scena Fenerbahce-Manchester United, gara valevole per la fase a gironi di Champions League. Nell’inferno del Sukru Sarakoglu, 47 mila turchi indemoniati spingono il Fenerbahce oltre ogni pronostico. Il fortino gialloblu si trasforma in una trincea dalla quale lo United di Sir Alex Ferguson esce a brandelli. I padroni di casa schiantano i Red Devils, affossati da una tripletta di Tuncay. Il primo gol è un binomio tra classe e coordinazione: il risultato è una semirovesciata sulla quale Howard non può nulla. Il raddoppio avviene su calcio piazzato: il turco si avventa come una furia sul delizioso traversone di Alex, anticipando di testa l’intervento dell’estremo difensore. Il terzo gol è invece figlio della tenacia e della tecnica: una corsa di 60 metri in campo aperto, terminata piazzando il pallone di interno sul primo palo. Tutto questo al cospetto di CR 7. Niente male come biglietto da visita.

L’eco delle prestazioni di Tuncay giunge oltremanica. A 25 anni, nel pieno della sua maturità calcistica, passa il treno per il calcio che conta. Il centravanti turco decide di saltare sull’ultima delle carrozze, abbandonando la sua amata capitale. Destinazione Middlesbrough, North Yorkshire. Sulla riva destra del Tees è festa grande. Al Boro arriva un calciatore ai vertici della sua carriera, nella speranza di destare il club da un’annata opaca e riportarlo a giocarsi un posto in Europa, come nelle stagioni precedenti. Il mercato estivo ha però determinato la partenza di giocatori importanti, su tutti il cannoniere Mark Viduka e Yakubu, passato all’Everton per una cifra record. Tuncay è chiamato a ricomporre con Mido un reparto offensivo in grado di regalare soddisfazioni al popolo del Riverside Stadium.

Le chiavi di un ambiente destabilizzato, su cui aleggia lo spettro di una crisi societaria, vengono affidate all’ex capitano Gareth Southgate, che aveva appena annunciato il suo ritiro dal calcio giocato. Una scelta inedita, non senza polemiche, poiché al momento della nomina Southgate non era neanche in possesso del patentino per allenare.  Si trattava di un coach alla primissima esperienza, che però conosceva a menadito lo spogliatoio e si dimostrava intenzionato a spremere i suoi lads per raggiungere obiettivi insperati.

Tuncay viene presentato come acquisto di punta, e ciò non fa altro che incrementare le aspettative attorno al ragazzo. I tifosi già sognano di vedere il turco dai lunghi capelli corvini sobillare la folla con le sue esultanze e trascinare i compagni con la sua leadership. Lo immaginano calcare impavido i campi inglesi, battagliando con gli li avamposti difensivi, per scardinarli e trafiggerli, con la forza di un ariete arcaico. Il coro che gli dedicano al suo arrivo, non lascia spazio ad eventuali dubbi.

Sanli, Sanli Tuncay,

He’s the greatest Turk in history,

Bought from Fenerbache,

Now he’ll score a goal for you and me, Sanli…

Tuncay zittisce il pubblico, dopo il suo primo goal in Premier.

L’avvio di stagione del turco si rivela ben al di sotto delle aspettative dei supporters. Tuncay agisce più lateralmente e si deve dedicare alla copertura di una porzione di campo maggiore a quella cui era abituato: l’inedita collocazione tattica, in un campionato per lui nuovo, non può che penalizzarlo. Passano 12 interminabili gare senza timbrare il cartellino. Finalmente Sanli trova la via del goal sul campo Reading, siglando un prezioso 1-1: è un gol dei suoi, con un inserimento prepotente da dietro e un’incornata che trafigge il portiere senza possibilità d’appello. L’esultanza con il dito davanti alla bocca, come per mettere a tacere le polemiche, è l’emblema dello stato di tensione che il turco prova sulla sua pelle.

La squadra di Southgate però non riesce a cambiare marcia, rimanendo sempre a galleggiare sorniona nella parte destra della classifica. Il Boro alterna prestazioni convincenti e coriacee a prove deludenti: il risultato non può che essere un anonimo tredicesimo posto. Tuncay risulta il secondo marcatore della squadra, collezionando 8 centri in 38 gare disputate. Certamente non il bottino che il centravanti sperava ad inizio stagione: numeri che non ripagano le aspettative del popolo del Riverside Stadium, che comunque dimostra apprezzare l’impegno profuso in campo dal ragazzo ed il suo temperamento sanguigno.

La stagione successiva per il turco dovrebbe essere quella del riscatto. Tuncay è chiamato a caricarsi la squadra sulle spalle, ma i miracoli non sempre avvengono, altrimenti non li definiremmo tali. Certamente l’assetto societario non si rivela d’aiuto. Le ingenti spese delle annate precedenti, alle quali non sono corrisposti altrettanti risultati, hanno dissanguato le casse del club. La conferma è una campagna acquisti inesistente, nella quale il colpo di mercato è rappresentato dalla permanenza di Stuart Downing. Ancor prima di iniziare, gli entusiasmi sono ai minimi storici.

Southgate a colloquio con Tuncay.

Se le cose iniziano male, nel corso della stagione si mettono peggio. Tuncay fa quel che può, è l’unico giocatore che segna, ma non è supportato adeguatamente. Un filone di risultati negativi, il cui emblema sono le tredici sconfitte consecutive in trasferta sino alla fine del torneo, conduce il Boro a giocarsi le sue chances di rimanere in Premier League all’ultima giornata, in un match al cardiopalma contro il West Ham. Complice l’infortunio al ginocchio di Downing, Tuncay si trova a dover trascinare i suoi da solo, con le unghie e coi denti, verso l’obiettivo minimo, aggrappandosi ad ogni speranza, anche la più flebile. Al Middlesbrough per salvarsi serve un vero e proprio intreccio di congiunzioni astrali, di quelle che capitano una volta ogni 100 anni: Hull City e Newcastle devono perdere, mentre il Middlesbrough è costretto a battere il West Ham e conseguire uno scarto di 5 reti rispetto al Hull City.

Sanli non è uno che fugge dalle responsabilità. Anzi se le carica tutte sulle spalle. Non a caso Southgate gli consegna la fascia di capitano per l’ultimo match, quello della vita o della morte. Quando si annaspa nelle difficoltà, non resta che aggrapparsi a quei soggetti carismatici, in grado di tirar fuori qualcosa in più. Ma quel giorno nulla poteva essere fatto. Il Middlesbrough cade 2 a 1 e retrocede davanti ai suoi tifosi, dopo undici stagioni disputate in massima serie. Si consuma un dramma sportivo.

All’indomani della debacle, Tuncay viene ceduto allo Stoke City per 5 milioni di sterline, quanto mai necessarie per rimpinguare le casse del club del North Yorkshire. Allo Stoke passerà due anni, senza lasciare il segno. Il talento e la sicurezza nei propri mezzi sembrano evaporare col passare delle gare. I centri diminuiscono, mentre l’età avanza. In due anni con la maglia dello Stoke collezionerà appena 5 reti, decisamente poco per un giocatore che fino a 3 anni prima aveva deliziato l’intero canale del Bosforo ed annichilito l’invincibile truppa di Sir Alex Ferguson.

Nonostante tutto al Riverside Stadium, di Tuncay, non avranno mai un ricordo negativo. Resta vivido il suo animo da spartano, i suoi due cuori e le sue quattro gambe, il sudore e il sangue versato per la maglia. Perché in fondo basta questo ad un tifoso. Piccole cose, che però, nei cuori, restano grandi.