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lunedì 8 Agosto 2022
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Non piacciamo, non ci importa! – Un giorno da Millwall Bushwackers

Nei panni immaginari di un hooligan di una delle più temibili firm britanniche

7 ' di lettura

“No one likes us. No one likes us. No one likes us, we don’t care! We are Millwall, super Millwall. We are Millwall from The Den!”
Non piacciamo a nessuno, ma a noi non frega nulla: noi siamo il Millwall!

Quante volte avete sentito questo coro o letto questa frase? E quante volte avete pensato quanto fosse cool? Quanti ne vedo, di turisti del calcio, venire allo stadio: tutti attirati da quello che si dice in giro di noi. Ormai li riconosco a naso, con una sola occhiata: qualcuno è anche rispettoso, se ne sta in disparte e si vede la partita; qualcun altro lo vedi montarsi la testa e mettersi in posa per la foto o stare attaccato al telefonino: lì non ci capisco più nulla… perdo la bussola. Tutta colpa dei tempi moderni e della dirigenza: tutto è buono per tirare su soldi… e quindi marketing, merchandising, membership card, “all inclusive” in tribuna (o come cavolo si chiama) per attirare gente anche da fuori e dare un’immagine sana del club… Ma cosa vogliono venire a fare i protagonisti in casa nostra, se non smuovono mai il c*lo dal divano di casa nemmeno per andare a trovare la nonna all’ospizio? Baldi e tronfi sul divano, con l’abbonamento a Sky. Ma hanno idea di cosa sia votare un bel pezzo della propria vita ad una squadra di calcio? Avete idea di cosa voglia dire essere un ultras? O meglio… avete idea di cosa significhi tifare il Millwall? Di cosa significhi essere me?

Mi chiamo Paul. Ho 54 anni. E odio le autocelebrazioni, ma questo è un dato di fatto: io faccio parte dei Bushwackers. O meglio: di ciò che ne rimane. Anni fa ci andammo giù un po’ più pesante del solito… e tra il Presidente della squadra, le forze dell’ordine e il Governo inglese, ci fu un giro di vite e molti di noi furono banditi dagli spalti (pure quelli che non finirono dietro le sbarre). Comunque sono nato nel 1966 e qualcuna ne ho vista… e combinata… Da vent’anni vivo in zona Canada Water, perché mia moglie abitava lì con i suoi genitori e ci lavora: con due stipendi siamo riusciti a prendere un appartamento decente e a garantire un’istruzione ai nostri figli. Però sono cresciuto proprio nella zona di Bermondsey, in una viuzza laterale, in una di quelle case tutte uguali: in cinque, in tre stanze. Mia madre andava a fare pulizie ad ore e mio padre era uno dei tanti operai dei cantieri all’Isle of Dogs, l'”Isola dei cani”: motivo per cui, i signorotti della “Londra bene”, ci guardavano dall’alto in basso. Siamo quasi al centro di questa città: eppure qui è sempre stato un mondo a parte. Noi eravamo la feccia: gli ultimi, quelli della periferia, quelli che si sporcavano le mani. E ne vado orgoglioso. Poi ho trovato lavoro come elettricista, ma appena preso uno straccio di diploma avevo fatto di tutto: dallo scaricare merci al mercato, consegnare giornali, lavapiatti al pub…

Già da adolescente impari che devi arrangiarti in qualche modo. Sapete cosa significhi sentirsi frustrati, condannati ad un futuro incerto, senza prospettive di miglioramento? Finisce che vivi alla giornata. Per fortuna avevo gli amici. E un’unica certezza: il Millwall. Ai tempi c’era il vecchio “The Den”: un postaccio, proprio come questa zona. Tutti avevano paura di venirci. Chiedere anche ad un giocatore come Gary Lineker, per esempio… Ti credo: non aspettavamo altro tutta la settimana! Era la nostra valvola di sfogo. E quando mettevamo piede su quegli spalti: facevamo tremare tutto. La cosa migliore che dicevano di noi, è che le nostre grida ricordavano il ruggito di leone. E come un leone: eravamo pronti a dare la zampata fatale. Se andava male: ci sfogavamo in un altro modo. Perdo: ma non pensare di passarla liscia. <<Una sbronza, una scazzottata, una partita: questo è il Millwall!>> amava dire uno dei nostri capi: Harry, detto “The Dog“. E più ci odiavano, più ci sentivamo forti: ci nutrivamo di quello stesso odio. Noi non abbiamo paura di niente: io guarderò sempre le spalle ad un mio fratello e so che un altro le guarderà a me. E non scappiamo davanti a niente e nessuno. Se ci incontrate e se vi scontrate con noi, vi faremo passare uno dei giorni peggiori della vostra vita!

Altri dei motti che abbiamo fatto nostri, e che tanto vi piacciono, sono proprio questi: quello in latino del British Special Air Service, “Who dares, wins” (chi osa vince); oppure “We fear no foe” (non temiamo nessuno). Per tutti questi motivi, ci siamo fatti un bel po’ di nemici in giro… Ad esempio quelli del Chelsea, che si sentivano fighi perché vivevano in una zona migliore e ci consideravano degli ignoranti: e così, gli Headhunters, erano diventati tra i nostri bersagli preferiti. Per quelli del West Ham, invece, noi eravamo gli stron*i che non avevano voluto scioperare nel lontano 1926: con loro, se possibile, ci odiavamo anche di più; quando è morto un nostro fratello, per colpa dell’Inter City Firm, a Charing Cross, nel 1987, gliel’abbiamo giurata: il sangue si paga col sangue… Altri che proprio non ci stavano simpatici, sono quegli sfigati gallesi della Soul Crew di Cardiff e quegli pseudo “nordici” della Service Crew di Leeds. Ma noi non andavamo d’accordo con nessuno: mai fatto alleanze e siamo orgogliosi di questo. Non avevamo bisogno nemmeno di farci amici all’estero, come hanno fatto gli altri londinesi che vi nominavo prima, a fine anni ‘90.

Però fu con quelli con quelli della “Men In Gear” del Luton, che ne combinammo una delle più grosse: Dio, se eravamo inca**ati, quella volta…! Era il 13 marzo del 1985, avevo 19 anni, era la mia prima trasferta da solo ed avevo perso il conto delle birre (l’alcool oltre a farti dimenticare i pensieri scioglie anche la tensione). Non so dirvi esattamente perché accadde… Era un turno di F.A.Cup e avevamo una voglia matta di passarlo. Arrivammo a Kenilworth Road carichi a mille: lì ci aspettavano per darci il “benvenuto”, ma noi avevamo il coltello tra i denti. Cominciammo subito a darci addosso con gli hatters, ma fu durante la partita che ci divertimmo davvero: l’inizio fu ritardato e il gioco interrotto più volte, perché volevamo dare una lezione agli home e provammo ad invadere sia gli altri settori che il campo… scagliavamo tutto quello che ci capitava sottomano, dalle bottiglie ai seggiolini. E quando fu chiaro che il Luton Town avrebbe vinto la partita: decidemmo di finire il “lavoro”… Non so cosa ci passasse esattamente per la testa: volevamo vendicarci della sconfitta, limitare l’onta… distruggere il nemico… Ad un certo punto diventi come cieco e te la prendi col mondo: noi ce la prendemmo con chiunque ci capitasse a tiro. E continuammo fuori dallo stadio…

Dopo quel fatto e altri noti alle cronache, in tutto il Paese: quella vecchia bacucca della Tatcher prese di punta il tifo inglese. Ma non servì a molto. Disordini e tragedie ne sono successi ugualmente, anche negli ultimi anni. Noi, ovviamente, siamo sempre stati tra i preferiti delle cronache: ma non è che facessimo qualcosa per evitarlo… per noi, la vita, non è mai migliorata. E per noi, la propria squadra, è qualcosa da difendere e gli avversari sono il nemico. Se poi sei a tanto così dal realizzare un sogno… tutto si moltiplica. Come quando arrivammo ad un passo dal tornare in Premier League, 18 anni fa. Tutta la stagione ’01/’02 era stata intensa, a dire il vero: volevamo fortemente tornare nel calcio che conta e, mentre la squadra macinava risultati utili, ammetto che forzammo spesso la mano, pesantemente, in giro per il Paese… Agguantammo finalmente i play-off e ci toccò il Birmingham City: l’andata fu da loro e la pareggiammo 1-1. Al ritorno, però, sarebbero venuti a casa nostra… È il 2 maggio del 2002. Il clima è teso, di fuoco: come potrebbe essere diversamente? Peccato che, al 90°, segnino loro e Stern John accenda la miccia sbagliata…

Non pretendo che ci capiate: ma provate anche solo a pensare cosa significhi veder svanire tutto all’ultimo minuto… Non è solo una partita: è un pezzo di vita. Salire di categoria. Guardare negli occhi le cosiddette grandi e contendergli anche solo un posto in Europa: quel continente che ci sembra così lontano. Invece no: ancora impantanati nelle serie inferiori. Ancora sconfitti. È una metafora della vita, se ci pensate bene. Insomma: perdemmo completamente ogni briciolo residuo di ragione e mettemmo a ferro e fuoco il nostro stesso quartiere… avevamo tanto di quel veleno in corpo, da buttare fuori! Andò avanti ore e il bilancio fu durissimo… insomma: facemmo inca**are un po’ di gente… E da lì: cominciò la mano pesante della dirigenza, come vi accennavo all’inizio. Io tornai a casa la mattina dopo, insanguinato e con i postumi della sbronza. Mia moglie, incinta del nostro 2° figlio, mi diede un aut-aut: o mi davo una calmata o ero fuori di casa. Ovviamente non sono mai cambiato più di tanto. Non mi sono comunque mai perso una partita e ho continuato a menare come un fabbro qualche supporter avversario, se capitava l’occasione. Con gli anni che passano (e una famiglia sulle spalle) sono solo diventato un po’ più attento.

Noi abbiamo sempre dato filo da torcere agli avversari, ma non siamo mai stati una squadra da Premier League o da alta classifica: né, tantomeno, vincente. E forse, anche questo ha inciso ulteriormente sulla nostra frustrazione, peggiorando la nostra rabbia. La voglia di rivalsa, per quanto espressa anche in modo sbagliato, è una delle cose che ci unisce e fa di noi una famiglia. Ma a me, di cosa sia giusto e cosa non lo sia, non è mai importato e né importa nulla. Indosso orgogliosamente i nostri colori e urlo orgogliosamente il nome della nostra squadra. E oggi indosserò la mia maglietta, prenderò il mio abbonamento e porterò mio nipote allo stadio: compie 6 anni e la mia sciarpa è il regalo che gli farò. È la sua prima volta: e chissà se supererà mai questa fase, come diceva quello sfigato Goonies… Io spero di no! Sogno per lui un mondo migliore e una vita meno turbolenta e più soddisfacente della mia: ma intanto lo porto in mezzo alla sua gente, perché cresca imparando a lottare, a non tirarsi mai indietro, a non sentirsi inferiore a nessuno e ad andare in giro a testa alta. Proprio come un leone: perché, fan*ulo, noi siamo il Millwall!

[Il personaggio di Paul è totalmente inventato: prende solamente spunto da fatti realmente accaduti, noti alle cronache.]

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Ilaria Ciangola
Di Trento. O.S.S. in Pronto Soccorso. Tifosa e appassionata di calcio (italiano e internazionale), viaggi, Oasis e tutto ciò che è oltremanica.

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