Marcel Desailly: un’ode all’intelligenza calcistica

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Marcel Desailly è stato, a suo modo, un rivoluzionario dello stare in campo. Difensore roccioso prima e ottimo mediano di interdizione e costruzione dopo, ha saputo adattare al meglio il suo modo di giocare alle esigenze delle sue squadre e all’ineluttabile dato anagrafico. E lo ha fatto, sempre, con un’intelligenza che ha pochi eguali.

La storia calcistica di Desailly è, più che in altri casi, strettamente legata a quella della sua vita. Nato in Ghana il 7 Settembre del 1968, prima di chiamarsi così come lo conosciamo oggi, il suo nome era Odonkey Abbey. Quando il piccolo Odonkey ha solo quattro anni, sua madre – donna bellissima, a quanto pare – sposa il Console Transalpino ad Accra. L’uomo, sin da subito, decide di dare un taglio maggiormente francese ai componenti della sua nuova famiglia e così, in quel momento, nasce ufficialmente Marcel Desailly. La famiglia si mette subito in viaggio. Destinazione? Francia. A Nantes, precisamente, dove il ragazzo comincia a dare i primi calci al pallone.

Ma quello davvero bravo a giocare al calcio, in famiglia, non è lui. Marcel ha infatti un fratello maggiore, Seth, che con i piedi ci sa fare davvero. È un centrocampista difensivo con un’ottima capacità di recuperare palloni e far ripartire l’azione. È una promessa, Seth, e tutta Europa lo guarda con curiosità. A ventidue anni è titolarissimo nel Nantes campione di Francia, e le grandi del calcio cominciano ad interessarsi a lui. Marcel, ovviamente, lo osserva con tutta l’ammirazione possibile.

Ma nel 1984 succede ciò che non dovrebbe mai accadere: Seth, il 18 Novembre, trova la morte in un incidente d’auto nelle campagne nantesi. Marcel ha 16 anni, è solo un ragazzino. La notizia della morte del fratello gliela dà il suo migliore amico, l’inseparabile compagno di squadra nelle giovanili del Nantes: un tale di nome Didier Deschamps. “Un rapporto che va ben al di là del campo”, diranno i due in merito al legame che li unisce.

La morte di Seth è uno shock incredibile, ma anche una spinta a dare il massimo in ogni circostanza. Due anni dopo, nel 1986, Marcel approda in prima squadra e ci rimane per ben sei stagioni. Ruolo? Stopper, con una solidità difensiva che gli permette di guadagnarsi presto la chiamata del blasonato Olympique Marsiglia.

Marsiglia non è una piazza semplice. La famiglia di Marcel lo sa bene, e infatti poco prima di approdare all’ombra del Vecchio Porto la madre tenta in tutti i modi di spingere il figlio verso il Monaco, ambiente più tranquillo e meno esigente per un giovane ragazzo che si affaccia ora al grande calcio. Ma il destino è destino, e nel 1992 Desailly firma per l’OM del chiacchieratissimo Presidente Tapie.

In squadra ritrova l’amico di sempre, Didier Deschamps, con cui condivide un anno e mezzo breve ma intensissimo. Marcel si piazza subito in mezzo alla difesa, condividendo il reparto con un giovane Barthez tra i pali, con Angloma e con Basile Boli a fargli compagnia sulla linea: si consacra come il numero 6 perfetto.

Quel Marsiglia vince il campionato (titolo poi revocato) e batte il Milan di Capello, Baresi e Van Basten in una combattutissima finale di Champions League. A soli 25 anni, Desailly si laurea campione d’Europa neutralizzando con maestria il cigno di Utrecht e il Pallone d’Oro Jeanne-Pierre Papin. Quella finale gli consente di domare il Diavolo: tra i rossoneri e Desailly è amore a prima vista. Ariedo Braida, infatti, rimane folgorato dalle qualità di Marcel e convince subito Silvio Berlusconi ad acquistarlo. Risultato? Dopo due mesi il difensore francese veste già una maglia a tinte rossonere.

Marcel approda nel capoluogo lombardo in punta di piedi e, da ultimo arrivato, si reca agli allenamenti con la sua scassatissima Renault 4: “Davanti a me per i tre posti da straniero c’erano van Basten, Boban, Savicevic, Raducioiu, Laudrup e pure Papin, che era Pallone d’Oro. Insomma, ero l’ultimo”.

In quel Milan, la difesa era monopolio di veri e propri mostri sacri del calcio mondiale: Baresi, Costacurta, Maldini e Tassotti. Ma Capello si innamora di Marcel, vuole impiegarlo e all’improvviso ha un’intuizione vincente. Il tecnico friulano, infatti, vede in Desailly anche delle importanti capacità in sede di interdizione e successiva costruzione del gioco. Decide allora di avanzarne la posizione in campo di 10 metri, facendogli fare il mediano difensivo. È un battesimo vincente.

Da numero 6, Marcel diventa il prototipo perfetto del numero 8. Praticamente una diga. Con intelligenza tattica ed estrema duttilità, Desailly capisce che ha un nuovo importantissimo compito: deve spezzare le trame di gioco avversarie e dare la palla a Papin e Savicevic. È un successo, perché Marcel corre anche per i suoi compagni di reparto – estrosi ma poco inclini al sacrificio fisico – conquistando fiducia ed autorevolezza sotto gli occhi severi di Don Fabio.

Il primo anno a Milano, Desailly vince il campionato e schiaccia in finale di Champions il Barcellona di Crujiff. Riguardate quella partita, se potete, e vedrete un interprete magistrale del ruolo di interditore: con umiltà e decisione, Marcel recupera una quantità incredibile di palloni e interrompe continuamente il gioco di Guardiola e compagni. Si toglie anche un sassolino dalla scarpa segnando il gol del definitivo 4 a 0, silenziando Crujiff che il giorno prima della finale aveva – tra le altre cose – contestato l’eccessivo costo sostenuto dal Milan per l’acquisto di un giocatore difensivo come Desailly.

Rimane a Milano cinque stagioni, segnate da tanti successi ma anche da cocenti sconfitte: le due Intercontinentali perse nel ’93 e ’94 e la sconfitta in finale di Champions contro l’Ajax nel ’96. Ma le sconfitte, si sa, aiutano a crescere. E Marcel sa come farne tesoro. Quando il suo tempo con la maglia del Diavolo finisce, si aprono per lui le affascinanti porte della Premier League. Tutto lascia pensare ad un suo naturale approdo al Manchester di Sir Alex, che impazzisce letteralmente per lui.

Ma alla fine, nonostante un precontratto già sottoscritto con i Red Devils, Desailly sceglie il Chelsea del Mister e compagno Gianluca Vialli. Destinazione finale Londra, dunque: i Blues anticipano tutti e se lo assicurano per la cifra di 4,6 milioni di sterline. Un progetto affascinante ed ambizioso per una società che dichiara apertamente di voler vincere la Premier e che, oltre alla ex diga rossonera, acquista anche due ottimi giocatori come il difensore spagnolo Ferrer e il bomber italiano Pierluigi Casiraghi.

Quando approda al Chelsea, Marcel ha già trent’anni. Il fisico non è più quello di un tempo e l’esplosività sta piano piano venendo meno. Ma, ancora una volta, Desailly si sa reinventare in maniera perfetta. Con Vialli prima e con Ranieri poi, concorda di arretrare la sua posizione di qualche metro: un ritorno alle origini, in mezzo alla difesa. Una seconda esperienza da numero 6.

Fa coppia fissa con il connazionale Leboeuf in mezzo alla difesa del Chelsea, prendendo sotto la sua ala protettrice anche un giovane di belle speranze che in seguito vincerà tutto con la maglia dei Blues: John Terry. A Londra Marcel si trasforma in una guida saggia, un difensore di lungo corso che dispensa dritte alla squadra e la fa girare in maniera ottimale. Fa bene in fase difensiva, supplendo con l’esperienza all’inesorabile decorso del tempo. Ogni tanto, poi, si ricorda anche di quanto appreso nella sua lunga esperienza da centrocampista, dando il suo prezioso apporto in zona gol.

Con il tempo diventa capitano dei Blues e, pur non riuscendo a vincere la Premier, raggiunge ottimi piazzamenti togliendosi lo sfizio di vincere la Supercoppa Uefa contro il Real Madrid nel 1998. Condivide lo spogliatoio con giocatori di valore come Di Matteo, Wise, Casiraghi, Zola. E poi – molto romanticamente – ritrova l’amico di sempre Didier Deschamps, condividendo con lui gli ultimi passi nel calcio che conta: “come l’inizio, così la fine”, sembra dire la loro splendida storia umana.

Ma la cosa più importante, forse, Desailly la fa da un punto di vista educativo. Da buon maestro silenzioso, infatti, insegna i valori del sacrificio e della devozione alla causa a futuri campioni del calibro di Frank Lampard e John Terry.

Marcel non parlava spesso” – ha dichiarato proprio Terry qualche tempo fa – “un giorno gli chiesi perché e, nonostante fossi soltanto un ragazzino, mi degnò di risposta: «Perché se parli troppo la gente si abitua e dopo non fa più effetto. Io parlo solo quando c’è qualcosa d’importante da dire». Ho cercato di imparare anche dalle piccole cose come questa e ho tentato di dare sempre il massimo. Marcel, anche dopo aver vinto la Coppa del Mondo, pur avendo vinto tutto nel calcio, si allenava sempre allo stesso modo e questo è stato un esempio incredibile per me”.

Parola di John Terry, mica dell’ultimo arrivato.