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mercoledì 17 Aprile 2024
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Il manifesto calcistico di Jari Litmanen

6 ' di letturaIl calcio inglese ha visto centinaia di giocatori andare e venire dai suoi campi da gioco. Dalla nascita della Premier League nel 1992, l’iniezione di denaro nelle casse dei club ha permesso anche alle squadre più piccole di poter fare molti acquisti. Diventa quasi una questione statistica che una parte di questi si riveli un buco nell’acqua, capace di durare pochi anni. Non ne sono risparmiati neanche alcuni degli italiani che hanno tentato l’avventura inglese.

Jari Litmanen è uno di questi calciatori che ha avuto una carriera brevissima in Inghilterra, giusto diciotto mesi funestati dagli infortuni. Nel 2001 era nel Liverpool che vinse il treble (Coppa UEFA, FA Cup e Coppa di Lega) ma riuscì a giocare solo 11 partite. Eppure l’impronta lasciata da questo giocatore è molto più della pallida rappresentazione che è comparsa per poco tempo ad Anfield.

In Finlandia è conosciuto semplicemente come “Kuningas”, il Re. In Olanda i tifosi, mancando di parole per esprimere la superiorità di Litmanen sugli avversari, presero spunto dalla celeberrima canzone di Domenico Modugno per intonare a ogni partita “Litmanen oh oh oh ooh”. Steve Gerrard nella sua autobiografia descrive il finlandese come un Gran Maestro di scacchi fin dalla prima volta che lo vide in allenamento con i Reds, uno che si muove pensieroso sul campo mentre è già avanti tre o quattro mosse rispetto agli altri e dispone dei suoi compagni a piacimento con passaggi precisi. Wayne Rooney ha dichiarato che la maggiore fonte di ispirazione per il suo gioco è stata proprio lui, per il suo modo di trovare spazi in campo per sé e per i compagni e presentarsi costantemente davanti la porta nonostante partisse in mezzo alle linee di centrocampo e attacco. Il video introduttivo del museo dell’Ajax presenta tre giocatori: Johan Crujiff, Marco Van Basten e Jari Litmanen.

Jari però è anche quel ragazzo riservato che Van Gaal ritiene non pronto per il debutto all’Ajax, credendolo troppo spaventato per affrontarne la pressione. È quel compagno che parla solo per dire ai suoi compagni quanto è tifoso del Liverpool, quanto Keegan e Dalglish fossero i suoi eroi d’infanzia. È quel giocatore che esercita una leadership silenziosa, senza alzare mai la voce, uno degli ultimi altari del gioco totale eretto alla memoria di Crujiff. E se lo racconta anche uno come Zlatan Ibrahimovic

Ma più di ogni cosa Jari Litmanen è uno dei giocatori di calcio più sfortunati di sempre. Basti pensare all’aneddoto raccontato nel 2008 da Roy Hodgson, che provò a portarlo al Fulham per risollevare le sorti della squadra: “La prima volta che sono andato alla Federazione finlandese di calcio, Litmanen era in piedi di fianco al direttore sportivo del Malmoe mentre quest’ultimo stava aprendo una lattina di Coca Cola. L’anello della lattina saltò per aria e finì dritto nell’occhio di Jari.” La scoperta di palpitazioni al cuore e uno degli infortuni più idioti di sempre (il portiere in seconda gli sparò un rinvio nella nuca da tre metri di distanza) fecero terminare la sua avventura a Craven Cottage con 0 presenze totali.

Non ci resta che andare a rivedere insieme quali erano i tratti di questo giocatore speciale che mai ha avuto l’opportunità di dimostrare tutto il suo valore in Premier League.

Lo stile di gioco

Jari Litmanen nasce in una famiglia di calciatori. La madre giocava per la squadra femminile della città, il padre arrivò fino a guadagnare presenze in Nazionale. I primi passi nel mondo del calcio li compie a casa, giocando per Lahti HJK e MyPa prima di arrivare all’Ajax. Ma è proprio nei Lancieri che il grezzo diamante finlandese viene affinato per diventare uno dei playmaker più forti del gioco.

Immaginate se Carletto Ancelotti non fosse stato così sicuro di lasciare Andrea Pirlo fisso in mediana, e il Maestro fosse tornato al suo ruolo originale di trequartista. Ecco il Pirlo trequartista dei primi anni ha molti tratti in comune a Litmanen. Il finlandese ha di più la propensione al gol, passa ovviamente meno bene la palla (ma sempre con qualità eccelsa) e gioca con meno grazia. Ma quel modo di stare in campo classico, senza apparente corsa e sempre in tranquillità, con la testa alta a guardare la disposizione di avversari e compagni. Il passaggio se possibile sempre a trovare gli spazi aperti per le fasce o l’imbucata centrale in una zona libera da difensori. Quel modo di gestire il pallone, utilizzando se possibile il corpo come scudo e perno per ruotare evitando l’intervento dell’avversario. La capacità di farsi sempre trovare, riuscendo naturalmente a occupare una zona buona per ricevere il passaggio del compagno. Tutti questi tratti sono propri di Litmanen come di Pirlo e dei grandi playmaker del calcio.

Una buona testimonianza dello stile di gioco di Pirlo ve la proponiamo qui: in questa partita della Champions League 1995/1996 Litmanen segnerà tre gol, ma il video mostra tutto tranne che le reti. Per innamorarsi davvero di questo finlandese basta vedere tutto il resto che può fare.

La propensione al gol

Come detto prima Litmanen era uno di quelli che se poteva andava in rete. Soprattutto nei primi anni all’Ajax, quando il fisico ancora seguiva alla lettera ciò che la testa comprendeva prima di tutti. E segnava assai. Alla prima stagione da titolare con i Lancieri, prendendo il posto di Dennis Bergkamp volato all’Inter, sono 26 i gol in campionato, quanti l’Olandese non Volante l’anno precedente, e 36 in stagione. L’anno dopo cala un po’, ma son sempre 26 reti stagionali. Soprattutto, l’Ajax inizia una striscia di 52 incontri in campionato e 19 in Champions League da imbattuta. E il perno della squadra è lui.

Certamente in quella rosa trovano posto giovani terribili come Van der Saar, Kluivert, Davids, Seedorf, i fratelli De Boer, Overmars. Il tutto supportato da due grandi vecchi come il capitano Blind (padre del Blind ex Man Utd) e un Frank Rijkaard prossimo al ritiro. Ma vincere la Champions da imbattuti, ai danni del Milan del tempo, rimane comunque impresa non da poco. E arrivare l’anno successivo in finale, perdendo ai rigori contro la Juventus, è la conferma di come quella squadra giocasse stupendamente. Litmanen segna nella finale del 1996, siglando il suo nono gol nella competizione finendo capocannoniere del torneo.. È terzo nelle votazioni per il Pallone d’Oro. È uno dei migliori giocatori del pianeta.

Segna in tutti i modi il finlandese. Con tiri secchi, da fuori o dentro l’area. In slalom sui difensori. Con opportunismo nelle mischie d’area, dove comunque riusciva ad arrivare prima di tanti altri. E soprattutto inserendosi alle spalle della prima punta, bucando la difesa negli spazi lasciati liberi per finire a rete con un tiro al volo. Se proprio voleva esagerare tirava fuori dal cilindro il pallonetto (o cucchiaio, chiamatelo come volete), uno dei pochi orpelli sul suo gioco essenziale e sensazionale.

Poi arriva il trasferimento al Barcellona, per seguire quel Van Gaal che agli inizi lo trovava timido e ora non può farne a meno. Ma il corpo del finlandese inizia a dare segni di cedimento. Troppo presto rispetto a quel che sarebbe normale. Si mormora sia la pressione a giocare brutti scherzi. Lo stesso tecnico olandese, che un campione di simpatia non lo è mai stato, dirà che a Litmanen sia mancata la capacità di adattarsi a un’altra cultura calcistica. Chi lo sa quale sia la verità. Le statistiche dicono che in 18 mesi giocherà 32 partite, la maggior parte da subentrato, segnando 4 reti e deludendo le aspettative.

Quando sembra che Litmanen sia già stato marchiato come inadatto al grande calcio, chiama un altro club importante. Non solo nella storia del football, ma soprattutto per Jari. Perché lui che è cresciuto nel mito di Kevin Keegan ha sempre tifato Liverpool. E se Anfield chiama si risponde presente.

Robbie Fowler sembra contentissimo di avere finalmente una spalla che sia creativa, fatta apposta per uno come lui che pensa a buttarla dentro. Ma il destino del Dio della Kop e del Re di Finlandia è molto simile: trovare poco il campo, e piano piano sentire venir meno la fiducia del proprio allenatore. Non aiuta la solita carrellata di tormenti fisici che Jari subisce con regolarità, tanto che nel 2001 dovrà saltare tutte e tre le finali vinte dai Reds. Incasellato in un modo di giocare a lui meno congeniale, lasciato meno libero di gestire il gioco come saprebbe fare, e con le ossa sempre più rotte il ragazzo di Lahti somma 43 presenze per nove gol e pochi sprazzi del giocatore che sarebbe potuto essere.

Il capriccio del campione: la volée

Abbiamo detto prima del pallonetto, uno dei pochi sfizi che Litmanen si concedeva. Ma il suo vero pallino nel segnare era un altro: il tiro al volo. Il finlandese godeva indiscutibilmente nel colpire la sfera quando ancora era per aria. Che fosse un cross basso da prender di piatto, una palla a mezza altezza da girare in porta, o un traversone controllato di petto, se poteva arrivava il colpo al volo.

Ne ha segnati così all’Ajax, in Nazionale, in patria. Anche molto in là con gli anni. Sì perché Litmanen ha continuato a giocare fino ai 40 anni, sempre più lento ma sempre capace di stupire tutti con il suo gioco. E di segnare così, quando le primavere erano già 39.

Ma l’ultimo gran gol, con cui chiudiamo questa piccola disamina su di un giocatore che andrebbe studiato nelle scuole calcio, lo ha messo a segno in una partita con le leggende del Liverpool. Passaggio di Heskey, velo di Ian Rush. Lui arriva al piccolo trotto come ha sempre fatto, a occupare uno spazio vuoto. Stop alla lunetta dell’aria di rigore e destro vellutato a scavalcare il portiere. La classe nel gioco del calcio, insegna Jari Litmanen.

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