Gli anticatenacciari – Le avventure italiane di John Charles, Jimmy Greaves e Denis Law

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Tra la fine degli anni cinquanta e i primi del decennio successivo l’Italia sembrò diventare meta gradita dei calciatori inglesi. La mancanza di un tetto agli ingaggi, il periodo particolare della nazione in cui montava sempre di più il miracolo economico, e la grande forza in ambito europeo delle squadre italiane furono alcuni dei fattori principali per cui alcuni dei talenti più cristallini del calcio britannico trovarono spazio nelle grandi formazioni di casa nostra.

Le storie di questi ragazzi però spesso non hanno un lieto fine. La forte nostalgia di casa e la grande avversità alla rigidità tattica e difensivista sono le classiche motivazioni per cui molti potenziali fenomeni sudamericani si perdono arrivati in Europa, ma negli anni sessanta ne soffrirono alcuni dei giocatori più forti della storia del calcio.

L’arrivo del Gigante Buono a Torino

Umberto Agnelli aveva solo 22 anni quando divenne ufficialmente presidente del Juventus Football Club. Nell’estate del 1957 il giovane rampollo di una delle famiglie italiane più famose al mondo decise che era arrivato il momento di formare un attacco devastante, per tornare a vincere il titolo che mancava ormai già da sei anni. Il primo tassello era già presente in rosa, l’icona Giampiero Boniperti che si stava lentamente convincendo ad arretrare il suo raggio d’azione: abituato a segnare montagne di gol schierato in mezzo all’attacco dei bianconeri, divenne col tempo il rifinitore della squadra. Proprio dal suo cambio di ruolo Gianni Brera trasse ispirazione per coniare l’ennesimo suo neologismo, parola utilizzata in seguito da altri per descrivere un ruolo diverso da quello del classico mediano o della mezzala: lo definì un “centro-campista”.

Agnelli così si diede da fare per trovare almeno due terminali offensivi di grande qualità da affiancare al campione di casa. Il primo era un ventunenne argentino che aveva ammaliato le folle con la maglia del River Plate. Irriverente, diabolico, dal tocco mancino fatato, soprannominato “El Cabezón” per la sua folta chioma quasi eccessiva rispetto al corpo minuto, Omar Sívori era stato allenato in Argentina dall’ex bianconero Renato Cesarini che subito aveva consigliato al presidente di comprarlo. Per assicurarselo Agnelli sborsò 190 milioni di lire, una cifra stratosferica per l’epoca.

L’altro attaccante che arrivò a Torino non poteva essere più diverso. Raccomandato da Gigi Peronace, ventiseienne nel pieno della sua maturità agonistica, un cannoniere semplice e implacabile che intimoriva gli avversari dall’alto dei suoi 187 centimetri, il gallese John Charles era nato e cresciuto nelle miniere di Swansea ma era diventato un calciatore a Leeds. In nove anni di carriera a Elland Road aveva segnato 157 gol in quasi 300 partite, e sembrava il perfetto complemento del piccolo diavolo argentino sia fisicamente che tecnicamente. La Juventus pagò altri 105 milioni di lire per comprarlo, così che la squadra inglese poté permettersi di rifare la tribuna dello stadio.

La metamorfosi da “King John” a “Gigante Buono” avvenne in pochissimo tempo. Timido, di un’educazione d’altri tempi, rispettoso degli avversari al limite della faciloneria, Charles era il centravanti ideale per completare il reparto offensivo bianconero. L’elevazione portentosa unita alla stazza imponente ne fecero uno dei colpitori di testa più forti della storia del gioco, ma aveva anche una buona tecnica di base e riusciva a servire regolarmente i compagni di squadra quando veniva accerchiato da due o più difensori. Ciò che più faceva impazzire però i tifosi erano le sue progressioni: quando aveva lo spazio per lanciarsi in avanti raggiungeva lentamente velocità ragguardevoli, senza perdere controllo della palla e soprattutto riuscendo letteralmente a rimbalzare qualsiasi intervento avversario.

La complementarietà del Trio Magico, come presto venne soprannominato l’attacco della Juventus, non si limitava solo al fisico o alle capacità tecniche. Dove Boniperti era regale nel suo incedere, un capitano in tutto e per tutto, e Sívori era l’anarchico della squadra, sempre pronto al litigio spesso provocato proprio dalla sua irriverenza, John Charles era un signore. Un gentleman d’oltremanica portato sui campi del catenaccio all’italiana. Non si lamentò mai del trattamento che i difensori gli riservavano a ogni partita, che fossero entrate a gamba tesa o direttamente colpi in zone proibite, fino alle arcate dentarie spesse volte tatuate sulle sue spalle da avversari impossibilitati a fermarne lo stacco. Ogni volta che inavvertitamente stendeva un giocatore si fermava per aiutarlo a rialzarsi, o calciava fuori il pallone per permetterne i soccorsi. Una delle rarissime volte che alzò le mani su un giocatore ne fece le spese proprio Omar Sívori, che pronto ad aggredire per l’ennesima volta un avversario ricevette uno sganassone tale da calmarlo istantaneamente.

Il Gigante Buono si trovò costretto a lasciare la Juventus nel 1962, dopo aver segnato 108 gol in 155 partite ufficiali. La moglie Penny insistette a tornare in Inghilterra, per allevare i tre figli come degni sudditi di sua Maestà. Ma John Charles amava il Bel Paese senza alcuna riserva, e ormai si era abituato al gioco italico, così ottenne di passare subito alla Roma. Giocò però solo dieci partite nella capitale, per poi tornare definitivamente a casa.

Il ragazzino terribile alla corte del Paròn

Fortissime avversarie della Vecchia Signora erano indubbiamente le due squadre di Milano. Inter e Milan negli anni 50 si erano spartite il dominio del calcio italiano, interrotte solo verso la fine del decennio dal Trio Magico della Juventus. Nel 1960 poi sulla panchina nerazzurra arrivò da Barcellona “il Mago” Helenio Herrera, così i Diavoli dovettero rispondere con l’ingaggio di un personaggio altrettanto iconico. Venne prelevato dal Padova un signore triestino burbero e dalla gestione di stampo militaresco, ex mezzala di Triestina e Napoli, che aveva in mente di utilizzare una variante del verrou, schema tattico creato in Svizzera qualche decennio prima.

Nereo Rocco era un grande uomo della tipica provincia italiana dell’epoca, e non se ne vergognò mai. Conservò per tutta la sua vita gli insegnamenti guadagnati da una vita sì agiata, grazie al commercio di carne del padre, ma sempre alla periferia dei posti che contano. Arrivato così nella Milano da bere del 1961, capì presto che doveva essere particolarmente duro nel gestire una rosa di giovani calciatori pronti a cedere alle tentazioni più diverse. Schietto, sincero e totalmente capace di comprendere la psiche del suo interlocutore, “el paròn” si concentrava spesso più sul fattore umano piuttosto che sulle capacità tecniche o fisiche dei suoi giocatori.

Rocco arrivò a Milano con un regalino appena acquistatogli a peso d’oro dalla dirigenza. Solo un anno prima dell’addio di Charles alla Juve, per 80.000 sterline era infatti sbarcato a San Siro Jimmy Greaves, che aveva impressionato con la maglia del Chelsea. Greavsie era un predestinato, con un talento innato nel trovare la porta. A sedici anni, nella sua ultima stagione nelle giovanili dei Blues, segnò la bellezza di 122 reti. Esordì l’anno successivo tra i professionisti nell’acceso derby col Tottenham Hotspur, ovviamente segnando l’unica rete della sua squadra. Nella prima stagione in First Division mise in mostra tutto il suo repertorio da grandissimo finalizzatore: posizionamento perfetto, grande accelerazione negli spazi stretti, inserimenti letali e capacità di far gol in ogni maniera. Così già nel dicembre 1957 aveva già collezionato la sua prima tripletta e il primo poker, regalato al Portsmouth il giorno di Natale, mentre per la prima cinquina dovette attendere la terza partita della stagione successiva. Quando si dovette separare dal Chelsea nell’estate 1961, in soli 4 anni aveva segnato 132 gol in poco più di 160 match e firmato il record di marcature in una stagione regolare con 41 reti.

I Blues però erano in serie difficoltà economiche, e la porosità della difesa impedì di poter vincere trofei. Così il proprietario Joe Mears decise di lasciar andare il suo gioiellino, anche se rifiutò categoricamente di andare a rafforzare una rivale cittadina come proprio il Tottenham. La scelta alla fine ricadde sul Milan, dove il direttore sportivo Gipo Viani si era follemente innamorato di lui. Quello che arrivò a Milano è un ventunenne ambizioso, amante della bella vita, abituato a festeggiare i suoi numerosi gol con lunghe sedute al pub di quartiere, un buontempone sempre pronto a fare uno scherzo ai suoi compagni e poco disposto alla fatica degli allenamenti e delle sedute di tattica. In poche parole, l’esatto opposto del giocatore tipo del Paròn.

Dopo pochi giorni Greaves aveva già capito di aver sbagliato tutto. L’atmosfera di Milano, che ricorda quella di Londra solo per il grigiore di alcune delle sue giornate piovose, non riusciva a scaldare il suo cuore puramente inglese. Rocco poi non lo sopportava minimamente, visto che Greavsie si mostrava sempre annoiato dall’estenuante lavoro durante la settimana e raramente rimaneva impressionato dalle sfuriate dell’allenatore triestino che tanto facevano effetto sui suoi compagni. Nonostante una doppietta all’esordio nell’amichevole contro il Botafogo, e nove reti nei primi dieci incontri disputati (una contro l’Inter nel derby d’andata di campionato) l’amore tra Jimmy e il calcio italiano non sbocciò mai. Così prima un rosso rimediato contro la Sampdoria, per un calcione rifilato al difensore che gli aveva sputato in faccia, e il successivo sfogo negli spogliatoi prima della partita contro la Juve convinsero Viani a rimandarlo in Inghilterra a dicembre. Il Chelsea provò a riprenderselo, ma stavolta fu proprio il Tottenham a riuscire ad accaparrarselo per 99.999 sterline. La parentesi italiana, 12 partite e 9 gol segnati, non rende tributo a uno degli attaccanti più forti della storia del calcio inglese, recordman assoluto (ancora oggi) per marcature in carriera in prima divisione.

Torino ospita un altro un re

Mentre da Londra arriva un ragazzo scanzonato col vizio di far troppi gol, da Manchester un altro giovanissimo campione è pronto ad atterrare in Italia nell’estate del 1961. È dalle 17.03 del 4 maggio 1949, quando il colle di Superga inghiottì per sempre il Grande Torino, che i tifosi granata aspettavano di poter risalire ai vertici del campionato. La squadra sembrava esser competitiva, con un gruppo di talenti da far crescere insieme ai senatori guidati da Enzo Bearzot, ma mancavano i gioielli per impreziosire la corona.

Così il Torino iniziò a considerare l’acquisto di un campione dalla First Division. Il primo pensiero andò a Bobby Charlton, già fondamentale nelle gerarchie del Manchester United, ma i dirigenti granata inciamparono in un altro fenomeno di stanza nella città: Denis Law. Uno scozzese proveniente dalle case popolari di Aberdeen, unico luogo dove il padre pescatore poteva permettersi di dare da vivere ai sette figli. Ossessionato dal football, giocò scalzo fino a 12 anni e ricevette il suo primo paio di scarpette da calcio (di seconda mano) due anni dopo. Il primo report su di lui, scritto dall’Huddersfield Town, descrive questo bambino di quattordici anni come un “freak. Non si è mai visto un probabile talento del football più improbabile di lui: debole, gracile, occhialuto”.

Ma alla fine venne ingaggiato dalla squadra, e quando l’anno successivo in panchina arrivò l’ancora poco conosciuto Bill Shankly per Denis Law arrivò l’occasione della vita. Fece impressione talmente velocemente che Matt Busby provò più volte a portarlo a Old Trafford ma, nonostante svariate offerte ricevute dallo United, dopo quattro anni all’Huddersfield Law venne ceduto ai rivali cittadini del Manchester City. “The Lawman”, o The King per i più patiti della monarchia, era già riconosciuto come uno dei giocatori più forti del campionato: in area di rigore era letale, soprattutto per la sua reattività nell’anticipo e per la bravura nel colpire di testa (nonostante fosse sempre più basso dei difensori avversari), ma tutto il suo carattere e le sue capacità sbucavano fuori quando andava a prendersi palla a metà campo o poco più in là. Scatto bruciante, virate in un fazzoletto di terra a spiazzare i difensori, dribbling secchi a lasciare immobili gli avversari e prepotenti corse palle al piede furono fin dal principio il marchio di fabbrica, la legge a cui Denis faceva rispondere tutti quanti.

I Citizens acquistarono Law per cercare di arrivare a una salvezza tranquilla nella stagione 1960-1961, obiettivo raggiunto grazie ai 21 gol segnati dallo scozzese. In FA Cup avvenne invece l’incredibile: sotto 2-0 al 18′ contro il Luton Town, ne segnò sei in cinquanta minuti ma al settantesimo l’arbitro rimandò tutti negli spogliatoi per colpa della pioggia torrenziale che rovinò il campo. Partita annullata, replay che vedrà il Luton vincere 3-1 ed eliminare il City sono il simbolo delle scarse potenzialità del City. Lawman decise allora di cercare una squadra più competitiva, e accettò la corte del Torino visto anche il sostanzioso aumento di stipendio.

I granata decisero di affiancargli Joe Baker, un altro giocatore proveniente dall’isola, reduce da una stagione da 42 gol con la maglia degli Hibernians di Edimburgo. La strana coppia d’oltremanica era pronta a rivoluzionare il calcio italiano anche se l’Inter cercò di rompere subito il nuovo sodalizio, montando una storia secondo cui Law avesse firmato un pre-contratto con i milanesi. Risolta la disputa prima dell’inizio del campionato, il girone d’andata vide il Torino secondo dietro proprio la Grande Inter di Herrera e Denis Law illuminare il glorioso stadio Filadelfia con le sue giocate elettrizzanti. I due britannici non condividevano però solo spogliatoio e zona delle operazioni, ma anche i tratti tipici degli espatriati: insofferenza alle lunghe sedute tattiche, alla rigida disciplina impartita dagli allenatori del tempo e al generale atteggiamento tattico difensivista, congiunta a un apprezzamento della vita mondana notturna che una città come Torino può offrire per lenire la nostalgia di casa.

Law e Baker finirono spesse volte sulle prime pagine dei giornali per motivi che niente c’entravano col campo: nel gennaio 1962 l’inglese prese a pugni un paparazzo che lo seguiva a Venezia, mentre Lawman poco fece per dividere i due litiganti; il 7 febbraio invece un’esperienza traumatica decretò sostanzialmente la fine dell’avventura italiana dei due. Dopo una cena di squadra e successiva serata a base di alcolici, Baker si mise alla guida della sua nuova Alfa Romeo Giulietta Sprint con Law nel posto del passeggero. Joe perse il controllo del veicolo in Corso Cairoli e si schiantò contro il monumento di Garibaldi, prima di cappottarsi e finire la sua corsa contro un palo della luce. Baker si fracassò sul volante dell’auto rompendosi palato, naso, entrambi gli zigomi e la mascella, mentre Law ne uscì incredibilmente illeso. L’attaccante inglese verrà mandato via prima per recuperare dalle quattro operazioni necessarie per rimettergli insieme il volto, e fece in tempo a comparire in un paio di partite casalinghe prima di esser spedito per direttissima all’Arsenal.

Law invece era troppo forte, e dopo una sospensione di qualche settimana tornò titolare inamovibile, ma il rapporto con la squadra e la tifoseria si era incrinato definitivamente. Venne espulso durante la partita contro il Napoli, ma gli giunse voce che fu l’allenatore Beniamino Santos ad aver espressamente chiesto all’arbitro di sventolargli il rosso, visto che lo scozzese si ostinava a ignorare le sue direttive. Da lì partì una richiesta di trasferimento: il primo a telefonare fu ovviamente Matt Busby, finalmente in procinto di acquistare un giocatore che seguiva da cinque anni, ma in Italia il potente Avvocato Giovanni Agnelli espresse il suo apprezzamento per lo scozzese irrequieto e i granata avevano subito accettato l’offerta della Juve. A sentir Law fu lui a obbligare il Torino a rimandarlo a casa, scappando ad Aberdeen fino a che la squadra non avesse accettato il trasferimento allo United; chi era presente in città all’epoca però ricorda sia andata diversamente, il clima attorno al giocatore era diventato molto pesante e un passaggio ai rivali cittadini sarebbe stato un affronto troppo grande. Fatto sta che per 115.000 sterline Denis Law tornò a Manchester, sponda Red Devils, con 27 gare e 10 reti in granata. Due anni dopo avrebbe vinto il Pallone d’Oro.