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lunedì 15 Agosto 2022
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Ero John Beckley: stasera mi hanno ucciso i Teddy Boys

8 ' di letturaBrian me lo ripete a manovella, accompagnando ogni frase con sorsate avide: “Stasera ci divertiamo, sicuro!“. Sì, come no. Un bravo Cristo, certo, ma non so come possiede questa attitudine innata a fare sempre la cosa più insensata, cacciandoci puntualmente nei guai. Non stavolta però: stavolta ce ne staremo tranquilli.

Come dite? Volete che vi presenti gli altri nella stanza? Va bene, vi accontento. Quello seduto in un angolo, là a gingillarsi con un pettine e quei capelli setosi è John Francis Ryan, 19 anni, direttamente da quel buco carico di rassegnazione per i teenager che è Lambeth. Alla vostra destra, piegato su una bottiglia mentre rabbocca un bicchiere panciuto, ecco che scorgerete Mathew Francis Chandler, 18 anni appena compiuti: lui invece arriva da Bermodsey, così come Brian William Carter, quello che ho citato all’inizio.

Ha 17 anni, come me, che sono John Ernest Beckley e vengo da Walworth. Ah, ho anche un lavoro rispettabile: faccio l’apprendista ingegnere elettrico. Guardateci adesso: messi tutti insieme riusciamo a diventare quasi sempre un detonatore di stronzate atomiche. Gesù, ce lo leggiamo negli occhi mentre mandiamo giù l’ultimo sorso di una qualche birra calda qui, al pub del quartiere.

Oggi è martedì. Martedì 2 luglio 1953. Mentre prendiamo l’autobus soppesiamo il da farsi: “Io stasera infilo la lingua in bocca a cinque ragazze“, mormora Matt, convinto. Gli altri sogghignano, poco convinti. A Clapham Common, il grande polmone verde nel sobborgo londinese, hanno organizzato un evento che non potevamo perdere per nulla al mondo.

Qua, nella parte sud della città, sta per suonare una band che radunerà in fretta oltre 200 teenagers. Faranno le hit di Frankie Lane e Dickie Valentine: non vedo l’ora di sentire Broken Wings. Certo, sappiamo che non bisogna eccedere. Come ti sposti di zona, nella City, rischi di inciampare in gruppetti di teppisti spesso infilati in qualche tifoseria, pronti a dartele di santa ragione soltanto per uno sguardo sbagliato. Li chiamano Hooligans, ma noi comunque non li abbiamo mai incontrati.

Siamo fuori casa, staremo attenti. Niente stronzate stasera: ce lo siamo giurato.

Quando arriviamo il parco è già un intruglio di voci che si sovrappongono e si mescolano, fino a diventare incomprensibili. Credo di non aver mai visto tanti ragazzi e ragazze tutti insieme. La musica ispeziona il nostro coraggio, mentre la luce morbida del sole che declina tra le fronde degli alberi ci lavora di lato. Matt è già all’opera con un paio di tizie. Lui sì che ci sa fare. Io e gli altri invece proviamo a portarci sotto al palco, facendoci strada a fatica tra la folla.

Mentre avanziamo notiamo distintamente un gruppo di ragazzi che sembrano avere la nostra età, ma sono vestiti in modo strano. Portano abiti abbastanza eccentrici, in stile edoardiano, ma io non posso saperlo. Sfoggiano pantaloni a sigaretta, giacche di velluto o pelle e scarpe Eaton Clubman. Hanno tutti ciuffi ebbri di brillantina che, sul retro, sembrano formare una grande Y. Incrocio lo sguardo solo per un attimo con un paio di loro, ma lo ritraggo subito, perché mi gettano un’occhiata di traverso.

Io non lo so – e non lo sanno neanche i ragazzi – che quelli sono membri della Plough Boys Gang. Non so nemmeno che, dopo quello che sta per succedere, in tutto il Regno non si farà altro che parlare con sdegno dei Teddy Boys, categoria più ampia, sottocultura pronta a esplodere come una fottuta granata trascinando con sé piccole formazioni di esagitati nostalgici come questi.

Del resto, nell’immediato dopoguerra l’Inghilterra è ancora un posto tetro in cui vivere. Ecco perché questi giovani si combinano così: la loro è una reazione al sistema, ma anche una minaccia che rischia di incrinarlo. Quello è lo stile sfarzoso e ampolloso dei dandy di un’epoca andata e in fondo non ci sarebbe proprio nulla di male, non fosse che, sotto le giacche, ciascuno di loro porta sempre appresso lunghi coltelli a serramanico.

Io però tutte queste cose, ripeto, mica le so. Il concerto fila via liscio. Cantiamo, beviamo e balliamo. L’alcol erompe nelle nostre vene. Le lingue dei miei amici incocciano con quelle di qualche malcapitata. A fine serata siamo tutti un po’ dignitosamente alticci. Così ci sediamo a coppie su due panchine, per riprendere fiato. I miei amici hanno tutti concluso qualcosa, allora mi dico che devo farmi coraggio pure io.

All’improvviso ci passa vicino una bella ragazza, avrà forse la mia età, lunghi capelli biondi, occhi di un celeste granulare. Decido di alzarmi di scatto e la saluto.

“Ehi, ciao, bel concerto vero? Sono John, ma puoi chiamarmi Johnny se ti va”. 

“Ciao, Emily”. Lei è timida. I miei amici mi caricano da dietro.

“Emily, che bel nome! E vieni spesso qua? Dico, a vedere concerti?”.

“No, in realtà era la prima volta. Ora devo proprio andare”. 

“Aspetta, dove ti ritrovo?”. Tutte a me le donne in salita, eh!

“Sono di Walworth, vivo vicino alla biblioteca”. Le pupille mi si dilatano.

“Ma dai, Walworth! Allora è destino, anch’io sono di lì. Magari ci vediamo domani?”. Sto andando letteralmente a braccio, sperando di indovinare i tasti giusti. Lei sistema una ciocca di capelli dietro al lobo dell’orecchio destro e assume una posa pensosa. Sono solo cinque secondi, ma mi sembrano interminabili.

“Sì, dai. Ci vediamo domani sera verso le otto davanti alla biblioteca?”. Non ci credo, ha funzionato!

“Sicuro! Andata! Ciao Emily, a domani!”.

Non faccio in tempo a sedermi che i ragazzi mi tastano la punta del pene.

Briccone! Fenomeno! Ce la farai a tenerlo nei pantaloni fino a domani?”. Rido forte e per un attimo mi sembra tutto un sogno. Una tiepida serata d’estate, grande musica, gli amici di una vita e ora questo. Non è vero, mi dico, non può andare così bene: tu con le ragazze sei sempre stato sfigato, Johnny.

Ora però tenetevi forte, perché arriva la parte che non ti aspetti.

Ad un certo punto uno dei Plough Boys, un quindicenne che di nome fa Ronald Coleman, passa proprio in mezzo alle panchine dove siamo seduti noi stringendo per mano la sua fidanzata, una certa Sylvia, di 17 anni. Abbiamo tutti le gambe distese nel mezzo del passaggio e quello decide di passare uguale, urtandoci. A quel punto Brian gli grida qualcosa come “Vai a camminare da un’altra parte, cretino”. Quello non si gira e prosegue dritto con la sua ragazza. Noi ce la ridiamo per un po’, prima di decidere che è venuto il momento di levare le tende.

Nel frattempo continuiamo a scorgere quel tipo in lontananza: ora si è avvicinato ai suoi amici e ci indica ripetutamente, confabulando fitto. Forse è il caso di andarsene in fretta. Non siamo di qui, siamo in netta minoranza e non cerchiamo grane.

“Cazzo Brian, potevi chiudere quel forno una volta tanto”.

“Tranquillo Jonny, quelli sono dei cagasotto, vedrai”. Gli altri se la ridono. In fondo lo fanno sempre: credo sia il loro modo per esorcizzare la paura che li abbevera.

Mentre torniamo verso il bus ci fermiamo a bere un sorso d’acqua a una fontana nel parco, la bocca impastata da un generoso amalgama alcolico, distintamente percettibile dalle zaffate che escono a mitraglia appena parliamo. Beviamo come se volessimo prosciugare il getto d’acqua e poi ci voltiamo. Solo che quando facciamo per andarcene ci troviamo improvvisamente circondati. Prendete carta e penna e segnatevi questi nomi: davanti a noi ci sono Ronald Coleman, Terrance David Woodman, Michael John Davies, Allan Albert Lawson, Terrance Power e John Frederick Allan.

Come faccio a conoscerli? Cristo! Ovvio che non so chi siano, ma li troverete tutti stampati a caratteri cubitali se comprate un qualche giornale del Regno domani in settimana. Sta di fatto che nel giro di mezzo secondo ce li troviamo addosso e iniziamo a prenderci a calci e pugni. Siamo meno, ma ci difendiamo con ferocia e sembra che dopo averle prese e restituite ce la possiamo squagliare.

Poi uno di loro grida: “Fuori i coltelli”. L’altro John viene subito ferito alla spalla sinistra ed inizia a sanguinare copiosamente. Non so come, ma riusciamo a fuggire. Ricordo ancora quella corsa: a perdifiato, nel parco, i miei amici che mi affiancano e mi superano, il terrore infilato in fondo agli occhi. A dieci metri da noi si staglia improvvisamente un miracolo: il bus n°137. Le porte sono aperte e ci catapultiamo dentro, feriti e doloranti. Osserviamo la spalla di John: se la caverà. Il bus parte. Siamo salvi.

No. Aspettate. Il libro del destino aveva una postilla che abbiamo dimenticato di leggere. E riguarda proprio noi. Il 137 fa giusto duecento metri e si ferma per una richiesta di “stop” da parte di una persona che deve scendere. Nella piazzola arrivano di corsa i Plough Boys e ora sono più di prima, almeno una decina. Salgono sopra, ci afferrano, ci colpiscono. Ci trascinano fuori. Matt viene pugnalato allo stomaco. Posso ancora fare in tempo a incrociare la sua faccia che si contorce per il dolore, ma si porta una mano al ventre e sfreccia via verso la tube. Si salverà.

Anche gli altri miei amici riescono a fuggire. Io no. Mi circondano e mi pugnalano, ancora e ancora. La vista si annebbia mentre indovina gli ultimi istanti sulla terra. Vedo ciuffi come propaggini di corpi slanciati, abiti strani e coltelli. Tanti coltelli. Avete mai sentito la pelle lacerarsi? Un dolore immane. Ad un certo punto sembrano mollare la presa. Forse ne hanno avuto abbastanza.

Mi trascino lungo la strada che porta a Clapham Old Town, ma riesco a fare soltanto cento metri. Poi crollo a terra. Ora sono scappati tutti. I passeggeri del bus scendono a soccorrermi. Qualcuno mi infila una borsa sotto la testa. Un altro entra nell’Oakover Manor a pochi passi da noi e chiama un’ambulanza. Incredibilmente resto cosciente per tutto il viaggio. Sono le nove e quarantadue della sera e non so come respiro ancora.

Non fatevi troppe illusioni però. Sei pugnalate sono davvero troppe. In ospedale provano di tutto, ma non ce la fanno. Alle dieci e cinquanta della sera vengo preso dalle convulsioni. Inizio a sputare sangue. Smetto di respirare. Ora è davvero finita. “Maledizione!“, penso “ho soltanto 17 fottutissimi anni! Chi muore così, per nulla, una sera d’estate?“. Ho il tempo di pensare alla mia famiglia, che mi aspetterà inutilmente a casa. Piango per mamma. Poi mi esce un mezzo sorriso mentre incrocio con la mente quegli occhi celesti: all’appuntamento con Emily non ci arriverò mai. Lo avevo detto io, che ero sfigato in amore! L’ultima immagine che mi scorre davanti è quella dei miei amici: avevamo giurato che non sarebbe successo nulla, ma quando siamo tutti insieme succede sempre qualcosa, avevo detto anche questo.

Il mattino seguente un giornale locale titola: “La vera vergogna di Clapham Common”, descrivendo minuziosamente i fatti. Più tardi la polizia individuerà i sei Plough Boys che ci avevano accerchiato inizialmente: andranno tutti a processo per il mio omicidio.

“Coltelli a serramanico, musica da ballo e abiti edoardiani”: così il Daily Mirror

Il Daily Mirror titolerà: “Coltelli a serramanico, musica da ballo e abiti edoardiani”, per cicatrizzare l’immagine dei miei aggressori. I tabloid descriveranno Ronald Coleman come “il capo di una gang di hooligans che veste in modo eccentrico, in stile eduardiano, porta sempre con sé coltelli a serramanico ed è incline alla violenza per futili motivi“.

Per la cronaca, la Corte non condannerà nessuno degli assalitori per il mio omicidio, perché secondo i giudici “manca un’evidenza di prove“. I Plough Boys processati verranno comunque messi sotto custodia con l’accusa di rissa e disturbo della quiete pubblica, ma se la caveranno al massimo con 9 mesi di carcere.

Il 23 settembre 1953 il Daily Express accorcerà l’espressione “Eduardiano” con “Teddy”. Questa sottocultura diventerà il basamento intorno al quale si impernierà l’esistenza di molti gruppi di supporter nel Regno Unito. Conoscerà un picco di splendore a cavallo degli anni ’60 e sarà forte fino ai ’70. Poi andrà erodendosi, ma non si dissolverà mai.

Era solo una serata come un’altra. Un concerto nel parco con gli amici di sempre, sperando di conoscere qualche bella ragazza. Invece, senza volerlo, dalla mia morte sono appena nati i Teddy Boys.

Il mio amico Brian Carter: lui se la caverà

 

 

 

 

 

 

 

 

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Paolo Lazzari
Paolo Lazzari
Giornalista

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