Epopea Gerrard: dalle lacrime per Hillsborough al riscatto. Il giorno di dolore che ha segnato la carriera del giovane Steven

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Steven Gerrard corre sotto la Kop dopo uno dei suoi gol ad Anfield
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di Paolo Lazzari 

Prima di entrare in casa spazzola per bene le scarpe contro lo zerbino. In fondo, lo fa ogni volta. Che sia un campo da calcio o semplicemente un vicolo freddo di Liverpool, il piccolo Steven ha sempre il pallone incollato ai piedi. E’ il 15 aprile 1989, il vento gli accarezza le guance e la vita deve ancora servirgli le carte migliori. Spalanca la porta di casa. Gli zii – i Gilhooley – gli vogliono un gran bene ed ogni volta ha il sapore della festa.

Stavolta però sembra che ci sia come qualcosa di diverso nell’aria. Soppesa scrupolosamente il silenzio che rimbalza per le stanze spoglie, giusto per qualche istante, poi si apre il frigo ed afferra una coca o un succo. Poi li vede. In salotto, immobili, muti, lo sguardo perso nel vuoto. Le lacrime che solcano i volti ancora giovani, deturpandoli. Entra muovendosi quasi in punta di piedi sul tappeto, dribblando il tavolino di vetro. La zia prova a dire qualcosa, ma le esce solo un singulto. Allora è zio che chiama a raccolta ogni grammo di forza rimasta. Dice cose che gli sembrano sconnesse, con la voce crepata in mille punti diversi. Cose come Siediti, dobbiamo parlare. Poi ne dice una che cambierà per sempre la sua vita. Steven ancora non può saperlo. Non coglie subito la gravità della cosa. Non può accettare quello che sente.

Steven, your cousin is dead. Tuo cugino è morto.

Quello che segue gli arriva come in sottofondo. Gli rimbalza addosso, come la luce pompata dalla tv, che ora è accesa. Cerca di dribblare le voci, ma questa volta non gli riesce. E’ la strage di Hillsborough. Sono 96 corpi senza vita, schiacciati contro le recinzioni d’acciaio che separano il campo dalle tribune, proprio dietro la porta dei reds, che quel giorno se la vedevano col Nottingham Forest. Tra di loro, nel mucchio di anime pigiate via dall’orrore, c’è anche il piccolo corpo di Jon-Paul, il cuginetto di Steven, soltanto 10 anni, tifoso sfegatato del Liverpool, come lui. Steven non può crederci. Semplicemente, non vuole. Corre fuori, in strada, che il cielo è sempre di piombo, come la sua testa. Prova a trattenersi, si pizzica le guance e i polsi per dirsi che non è vero. Poi erompe in un pianto infinito, che percuote ogni fibra. Dopo questo, lascerò il calcio per sempre, pensa. Nulla ha più importanza. E’ il 15 aprile 1989 ed il vento che gli sferza le guance non ha mai fatto così male. Oggi Steven Gerrard non lo sa, che questo dolore gli passerà rabbia. Che la rabbia evolverà riscatto, per sé e per Jon-Paul. Che l’Hillsborough Indipendent Panel farà luce sull’accaduto, scagionando i tifosi ed inchiodando le forze dell’ordine alla loro responsabilità. Che diventerà una leggenda per un intero popolo, restituendo gioia e passando vita a chi ha la morte incisa nel cuore.

Calcia via il pallone dal vialetto di casa e corre senza una meta, per le strade desolate di Liverpool. E forse comincia a sentirlo in quell’istante, che quel posto piovoso nel cuore del Merseyside diventerà casa sua. Per sempre.