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martedì 28 Giugno 2022
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Busby Babes: ricorda per sempre il 6 febbraio, quando la fretta minacciò il futuro

3 ' di letturaÈ stato un incidente surreale. Pensi a un disastro aereo e nella mente ti passa un pezzo d’acciaio che piove dal cielo come un meteorite. Oppure un mostro di roccia che sbuca all’improvviso alla fine di una nebbia inestricabile. Stavolta no, l’aeroplano non si alza neanche dalla pista e si schianta contro un edificio a quasi 200 km/h. Dopo due settimane in ospedale, Duncan Edwards si aggrappa ancora alla speranza. Le ferite fanno male, sono gravi, ma lui riesce ancora a immaginarsi su due piedi (e che piedi), a fianco degli altri Busby Babes, sul trono d’Inghilterra da due stagioni.

Dottore, io la prossima voglio giocarla. Quante possibilità ho?

Nessuna, purtroppo. Big Dunc, giovane e già luminosa stella del Manchester United, si arrende, inghiottito dall’incubo che il 6 febbraio 1958 si è preso, tra le 23 vittime totali, anche altre 7 meraviglie del calcio inglese. È giusto ricordarle tutte: Geoff Bent, capitan Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor, Liam Whelan. Mister Busby, invece, si salva per un pelo, e non prima di ricevere due estreme unzioni.

I Red Devils erano andati in Serbia per giocarsi il ritorno dei Quarti di Coppa dei Campioni contro lo Stella Rossa. Un faticoso 3-3, comunque sufficiente a raggiungere le Semifinali grazie al 2-1 dell’Old Trafford. La squadra riparte la mattina seguente, fermandosi, nel pomeriggio, all’aeroporto di Monaco-Riem per fare rifornimento. Nessuno può pensare che l’aereo non decollerà mai più. Il pilota, James Thain, fa un tentativo, poi un altro. Niente da fare, uno dei motori ha problemi di surriscaldamento. Tutti fuori, non si parte. Probabilmente i 38 passeggeri trascorreranno la notte a Monaco, in qualche stanza di albergo prenotata all’ultimo. Questa sarebbe la scelta migliore; lo stesso ingegnere di stazione sconsiglia qualunque manovra. Thain, però, non è dello stesso avviso e fa richiamare tutti a bordo.

Tremenda e funesta è la fretta. Il terzo e ultimo tentativo di decollo, effettuato sulla pista più lunga, si rivela catastrofico. L’aeroplano arriva alla fine della pista a una velocità troppo bassa per prendere il volo e troppo alta per riuscire a frenare, e, sbandando sopra un velo di neve, finisce per strada colpendo in pieno una casa abitata. Poi, un secondo urto con un albero fa scontrare il lato destro della fusoliera (contenente i passeggeri) contro un capanno, dove il mezzo prende fuoco a causa dell’impatto con cisterne di carburante.

 

In un attimo, il roseo avvenire di una squadra giovane e fortissima si trasforma in un progetto di ricostruzione sconsolato. Il resto del campionato, ormai privo di ogni senso, è così impietoso da fare tristezza: senza quei fedeli ragazzi di Manchester e inevitabilmente traumatizzati, i superstiti rimediano sconfitte per tutto il mese di marzo e ne subiscono altre quattro ad aprile, ottenendo i tre punti solo contro il Sunderland. Nono posto, ma di quella First Division maledetta non fregava più niente a nessuno.

Il Manchester United ricomincia dal dolore. Busby, miracolato o fortunato che sia, riabbraccia i sopravvissuti e su di loro mette le basi per un altro capolavoro. Bobby Charlton, ventunenne, viene nominato capitano, mentre nel ’63 inizia la leggenda di George Best. La pennellata finale sarà la conquista della Coppa dalle grandi orecchie nel 1968, vinta col cuore e l’anima rivolti ai Lads scomparsi ma mai dimenticati.

 

 

 

 

 

 

 

 

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