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sabato 2 Marzo 2024
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Bobby Moore: l’eroe che in campo non venne superato dalla malattia e che salì in cima al mondo nel ’66

Spesso l'ultimo difensore della propria area, pronto a entrare in tackle sull'attaccante ma sempre a testa alta a scrutare il campo e osservare il posizionamento dei giocatori per lanciare il compagno in uno spazio libero. L'uomo cristallizzato in questa statua è Bobby Moore.

12 ' di letturaDi Luca D’Alessandro

Per qualsiasi appassionato britannico di football lo stadio inglese più importante non può che essere Wembley, casa della Nazionale e sede di tutte le finali di coppa della stagione. Il vecchio, iconico stadio è stato demolito nel 2003 e dalle sue ceneri è nato il nuovo Wembley, inaugurato con la finale di FA Cup del 2007.

Otto giorni prima della partita viene svelata l’ultima chicca dalla mano di
Bobby Charlton. Una grande statua di un uomo in tenuta da gioco, che controlla il pallone sotto la suola e tiene lo sguardo alto verso Wembley Way. Come ci ricorda nell’occasione uno degli idoli di Manchester, l’opera inquadra perfettamente che tipo di giocatore era quest’uomo.

Spesso l’ultimo difensore della propria area, pronto a entrare in tackle sull’attaccante ma sempre a testa alta a scrutare il campo e osservare il posizionamento dei giocatori per lanciare il compagno in uno spazio libero. L’uomo cristallizzato in questa statua è Bobby Moore.

Il 30 luglio 1966 il cielo è diventato azzuro sopra Londra. La classica pioggia inglese ha lasciato il posto a un azzurro limpido, in uno di quei cambiamenti improvvisi di tempo che sembra voler sottolineare cosa succede sulla terraferma. E proprio lì, sul campo di Wembley, un evento storico ha inizio: l’Inghilterra gioca la finale dei Campionati mondiali di calcio.
La formazione inglese è piena di giocatori iconici. In porta Gordon Banks, 679 partite di cui 73 per la nazionale, per la IFFHS il secondo portiere più forte della storia dietro Lev Yashin e davanti Dino Zoff; di fianco al capitano presiede Jack Charlton, 23 anni di carriera unicamente al Leeds United e fratello maggiore del genio e motore della squadra, quel Bobby Charlton leggenda del Manchester United e della Nazionale inglese i cui record sono stati battuti solo da Wayne Rooney quarant’anni dopo; davanti la coppia composta da Geoff Hurst del West Ham e Roger Hunt, quest’ultimo goleador da 245 gol con la maglia del Liverpool di cui tuttora detiene il record di top scorer in Prima Divisione.

Infine c’è Bobby Moore, il capitano indiscusso. 544 partite col West Ham, difensore centrale dallo stile particolarmente elegante. Giocatore innovativo rispetto agli altri ruvidi centrali inglesi per la sua attitudine all’anticipo più che ai colpi negli stinchi, con notevoli doti di leadership che lo portarono a esser il capitano designato sia nel club che in Nazionale. Questa è soprattutto la sua storia.

Bobby Moore nasce nell’Essex, contea a est di Londra, nel 1941. Dopo esser sopravvissuti ai bombardamenti tedeschi i suoi genitori riprendono i loro normali lavori. Il piccolo Bobby vive l’adolescenza in una nazione in ricostruzione, con pochi mezzi e in un quartiere di appartenenti alla working class. L’unico passatempo concesso era il football, grande passione di mamma e papà. La famiglia intera segue la squadra locale in tutte le partite, e Bobby cresce giocando sull’asfalto davanti casa. Quando entra in high school, inizia a giocare nelle rappresentative giovanili della contea. Moore è un ottimo studente e diventa anche prefetto scolastico, ma la sua vita cambia quando a una partita viene notato da un osservatore del West Ham.
Dopo il primo allenamento al vecchio Upton Park Bobby si sente un pesce fuor d’acqua. Troppo forti gli altri giocatori, troppo dotati tecnicamente rispetto a questo ragazzino dell’Essex che ha imparato a giocare sull’asfalto. Eppure non tutti la pensano così. Malcolm Allison è un difensore della prima squadra del West Ham che il club delega ad allenare i ragazzini appena entrati nelle giovanili.

È un uomo carismatico e dagli attegiamenti sopra le righe, un dongiovanni spesso avvistato col fedora in testa e il sigaro in bocca. Soprattutto è un amante del football, tanto da fermarsi dopo gli allenamenti a parlare del gioco. Sopranniminato Big Mal dai tabloid, impazziva per Bobby Moore. Vedeva in quel ragazzino dell’Essex un appassionato del football come lui, ansioso di imparare qualsiasi cosa potesse del gioco. Come se non bastasse, Malcolm si era accorto che Bobby aveva già sviluppato grandi doti di leadership: la sua già avanzata comprensione tattica della partita dava modo ai compagni di giocare al meglio. Big Mal prende il ragazzino sotto la sua ala, e dice alla dirigenza del West Ham di aver trovato il prossimo grande giocatore della squadra.

Lo porta agli allenamenti e lo riporta a casa, parla ore con lui del gioco. È un vero e proprio mentore per Bobby che ne è letteralmente innamorato. Dopo una partita contro le giovanili del Chelsea, pareggiata 0-0, Moore è soddisfatto della sua marcatura asfissiante sulla star della squadra avversaria. Big Mal entra nello spogliatoio di diverso
avviso. Appena vede il suo protetto inizia a urlare come un ossesso. Per fare una bella figura personale, Bobby aveva tralasciato qualsiasi lavoro di costruzione del gioco. Allison pretendeva da un giocatore dalla sapienza tattica superiore come Moore un tipo di gioco diverso: doveva proporsi per prendere il pallone dal portiere e dai terzini, e poi costruire lui stesso l’azione con un passaggio lungo verso gli attaccanti. Moore fa tesoro della sfuriata del suo mentore e inizia a cambiare totalmente modo di giocare.

Nel settembre del 1957, Bobby Moore sta andando via dall’allenamento serale. Mentre si avvia fuori da Upton Park, avvista il suo mentore seduto sugli spalti della curva. Si avvicina, ma si accorge che qualcosa non va. Big Mal sta piangendo, è disperato. Bobby non pensa di avere la confidenza di avvicinarsi e chiedere. Trova un altro membro dello staff che lo aggiorna: Allison ha appena saputo dai medici di essere malato di tubercolosi. Agli inizi dell’anno successivo dovrà farsi rimuovere un polmone. La sua carriera da giocatore del West Ham sostanzialmente finisce qui.

Quando l’8 settembre del ’58 la squadra si trova ad affrontare i sopravvissuti del Manchester United al disastro di Monaco di Baviera, non ci sono più difensori disponibili in rosa. La scelta è tra due giocatori: il giovane di belle speranze Bobby Moore, e il suo mentore Malcolm Allison che ha continuato ad allenarsi da solo nonostante la mancanza di un polmone. La decisione era difficile, ma alla fine fu il vice allenatore a dare l’input decisivo, e la scelta ricadde su Moore. Bobby Moore fa il suo esordio con la maglia del West Ham che vince la partita 3-2.

Dopo due stagioni dove Moore trova poco spazio, il West Ham ingaggia nel 1960 un nuovo
manager. È il quarto allenatore in 60 anni di storia. La scelta ricade su Ron Greenwood, vice
allenatore dell’Arsenal e manager della selezione Under 23 inglese. Bobby Moore è il capitano di quella squadra. Greenwood è un altro ammiratore del giovane, ama allenarlo perché fa tutto quello che il coach gli dice. Nel giro di un anno, vende i centrali più d’esperienza e Bobby Moore diventa un titolare fisso del West Ham. Chiunque ora si rende conto delle doti del ragazzo. È diventato un difensore affidabile dai grandi anticipi, tiene compatta la squadra gestendo il possesso palla come un centrocampista, e fuori dal campo non è mai eccessivo nei rimproveri ed è prodigo di consigli.

Intanto, le prestazioni col club convincono il manager dell’Inghilterra a convocarlo per la sua prima Coppa del Mondo, in Cile nel 1962. La squadra uscirà ai quarti sconfitta 3-1 dal Brasile, doppietta di Garrincha e con Pelé in panchina. Bobby Moore gioca titolare in mezzo alla difesa. Alla fine della competizione viene ingaggiato un nuovo allenatore per la nazionale, Alf Ramsey. Un altro figlio dell’Essex che era stato grande calciatore e capitano prima di ritirarsi. Il nuovo manager si intende a meraviglia con Moore, e nel giro di un anno lo appunta come capitano della Nazionale. Arriva il 2 Maggio 1964, e il West Ham si gioca la finale di FA Cup. Finale importantissima, perché potrebbe diventare il primo trofeo vinto in sessant’anni di storia. La squadra ha avuto ancora problemi in campionato, dove arriverà quattordicesima, ma fa un figurone in coppa. Batte 3-1 in semifinale il Manchester United e trova in finale una squadra di Seconda Divisione, il Preston North End. Come sempre sarà Wembley ad accogliere le due sfidanti. La partita però si rivela subito
complicata. Il Preston chiude il primo tempo sul 2-1, ma rientrati dalla pausa il West Ham trova il pareggio con Hurst. Il match diventa ancora più bloccato. Nessuno riesce a bucare le difese e si lotta in ogni zona del campo. Il Preston non vuole rinunciare alla coppa. Al 90′ però, l’ennesima incursione di Hurst trova un varco sulla destra da dove viene lanciato un cross senza molta speranza. Dal mucchio stacca Boyce, il diciannovenne appena arrivato in prima squadra, che riesce a insaccare con un preciso colpo di testa. Il West Ham vince il primo alloro della sua storia. Bobby Moore, ormai stabilmente il capitano della squadra, vive per la prima volta l’esperienza di esser premiato sull’erba di Wembley.

La vita di Bobby non potrebbe andare meglio. Diventa uno dei calciatori più conosciuti
d’Inghilterra. È un bel ragazzo, è educato e gentile, premuroso con i bambini. In campo sovrasta tutti. Gli allenatori stravedono per lui. Tina, la sua ragazza fin dai tempi della scuola divenuta poi sua moglie, è incinta. Eppure c’è qualcosa che non va. Moore non riesce a dormire bene ormai da mesi, e nel novembre del ’64 la situazione diventa troppo grave per essere ignorata.

Tina impone al marito una visita, e scopre di avere un tumore a un testicolo. È operabile, ma per espellere la massa dal corpo dovrà essere rimosso tutto il testicolo. È l’inizio di una battaglia che nella testa di Bobby Moore non finirà più. Il capitano, all’epoca ventitreenne, viene operato d’urgenza. Dopo l’asporto del testicolo, il tumore va in remissione. Moore ovviamente è costretto a rimanere fuori dal campo durante i trattamenti, ma dopo tre mesi torna incredibilmente a giocare.

Non ha ancora finito la radioterapia e il terapista gli ha segnato con dello scotch blu due grandi croci sulla schiena, all’altezza dei reni. Nessun compagno di squadra sarpà mai cosa sono quei segni fino alla sua morte. Così come nessuno saprà perché Bobby ha un testicolo in meno. Un incidente in allenamento, dicono tutti. Ma il capitano è un uomo inglese tutto d’un pezzo, e impone a moglie e medici il silenzio totale sulla faccenda.

Tina si accorge di quanto il marito soffra della situazione, quanto si allontani dai suoi compagni di squadra dietro un muro di gentilezza ed educazione. Le ferite che
può lasciare su di un ragazzo di ventitré anni la battaglia contro la morte sono difficili da affrontare, anche se ti chiami Bobby Moore.

Il capitano rientra all’alba di una nuova sfida. Solo cinque anni prima la federazione inglese ha creato un’altra competizione continentale, la Coppa delle Coppe. Vi partecipa chi vince la coppa nazionale più importante. Il West Ham partecipa come detentore della FA Cup, passa quattro turni e arriva alla finale, che li vede contrapposti ai tedeschi del Monaco 1860. La partita si gioca a Wembley ovviamente, per i tedeschi non c’è scampo. Vittoria secca 2-0 e la coppa rimane in Inghilterra. Mister Greenwood rimane talmente estasiato dalla partita dei suoi che dirà che è la più bella partita mai giocata in quello stadio, nonché la miglior partita mai giocata da Bobby Moore.

Nonostante il secondo trionfo della squadra, il West Ham non migliora la sua posizione in
campionato. In gruppo di giocatori è di discreto talento e la guida di Moore e Greenwood è
illuminante, ma la squadra anche nella stagione 1965-1966 rimane arenata nella metà classifica della Prima Divisione. Bobby Moore inizia per la prima volta ad aver voglia di cambiare aria. Inoltre sta per avvicinarsi un appuntamento fondamentale, il Mondiale casalingo.

Bobby ha il contratto in scadenza il 30 giugno 1966 e il Leeds United lo vuole per la stagione successiva, ma Greenwood si oppone. I due si incontrano a Upton Park e non riescono a risanare la frattura. Decidono di ridiscuterne a Mondiale finito, ma sorge un problema. La FA non permette ai giocatori senza contratto o con contratto scaduto di giocare in Nazionale. Alf Ramsey non intende mettere piede in campo se il suo capitano non è presente, e rispedisce indietro Moore a firmare un nuovo contratto col West Ham in fretta e furia. L’accordo si trova e l’Inghilterra ritrova il suo uomo chiave proprio allìinizio dei Campionati mondiali più importanti della loro storia.

Dopo il pareggio a reti bianche con l’Uruguay nella prima partita del girone, i ragazzi di Ramsey vincono 2-0 contro Francia e Messico e si qualificano per i turni a eliminazione diretta. Con Banks ancora imbattutto, l’Inghilterra affronta ai quarti di finale l’Argentina, che diventerà nel tempo la sua rivale più importante. Per dare un’idea della guerra vissuta quel giorno, la partita in Sud America è rimasta nella storia come “il furto del secolo”. Gli argentini credevano che un complotto interno alla Fifa volesse le squadre sudamericane fuori dal mondiale. Gli inglesi oltre a fronteggiare la pressione di giocare in casa avevano anche i loro problemi, con mister Ramsey che si era trovato costretto a minacciare dimissioni istantanee per evitare che la Fifa riuscisse ad allontanare il mediano Bobby
Stiles dalla squadra dopo un brutto fallo contro il francese Simon. Inoltre la selezione argentina era probabilmente la più quotata alla vittoria del Mondiale, illuminata dalle geometrie del capitano Antonio Rattin.

In un match in cui qualsiasi mezzo veniva usato per poter avere ragione
dell’avversario, Rattin viene ammonito dopo pochi minuti per un fallo su Moore. Alla mezz’ora, Rattin ha un alterco con l’arbitro tedesco Kreitlein che decide di ammonirlo per la seconda volta e quindi espellerlo. La situazione esplode. I giocatori argentino sono infuriati, Rattin non ne vuole sapere di abbandonare il campo e dovrà essere scortato dalla polizia. Da quel momento in poi per gli argentini non si gioca più a calcio. Mister Ramsey osserva dalla panchina il match con la paura che Stiles, che è noto per rispondere per le rime alle provocazioni avversarie, faccia un intervento dei suoi e lo metta in difficoltà, ma nonostante la bolgia creatasi il suo mediano di fiducia rimane
calmo per tutti i novanta minuti. Al minuto 77, finalmente la partita viene sbloccata da Hurst di testa. Sostanzialmente il match finisce lì. Al fischio finale la situazione rimane tesissima. Mister Ramsey corre in campo a evitare che i suoi giocatori scambino la maglietta con gli avversari, furioso per gli sputi arrivati dal settore ospite per tutto il match. Gli inglesi si barricano negli spogliatoi e la polizia evita che gli argentini sfondino la porta, così i sudamericani se la prendono con l’arbitro. Ramsey addirittura dichiara che gli argentini si sono comportati come animali e non come calciatori.

La faida calcistica tra le due nazioni è nata ufficialmente qui. La semifinale vede opposta alla squadra di casa il Portogallo, che partecipa per la prima volta al
mondiali. Ci pensa una doppietta di Sir Bobby Charlton a portare l’Inghilterra in finale con il
risultato di 2-1. È il primo gol subito per Banks e la sua retroguardia, anche se su rigore. In finale arriva anche la Germania Ovest che batte l’Unione Sovietica. Wembley è pronto all’ultimo grande scontro di questi Campionati del Mondo, con 98000 persone che si raccolgono sugli spalti. La difesa migliore del torneo, un solo gol subito su rigore, contro la classe di giocatori come Karl-Heinz Schnellinger e “Der Kaiser” Franz Beckenbauer. La partita inizia sotto un timido sole. Dopo soli 12 minuti succede quello che fino a quel momento sembrava impossibile. Haller infila Banks dopo un colpo di testa sbagliato di Ray Wilson. L’Inghilterra subisce il primo gol su azione del torneo e dopo pochi minuti è sotto 0-1.

Ci vuole una risposta immediata per non far perdere la testa ai ragazzi, ed è proprio il capitano a suonare la carica. Dopo pochi minuti Bobby Moore si guadagna un calcio di punizione sulla sinistra. Senza pensarci due volte posiziona il pallone velocemente e lancia lungo, lunghissimo sulla corsa del suo compagno di squadra Hurst. Il passaggio preciso scavalca la difesa tedesca e l’attaccante inglese insacca di testa. Pareggio immediato e dopo diciotto minuti la partita è sull’1-1.

Il ritmo cala un po’ e il risultato tiene fino all’intervallo. Il nervosismo e l’importanza della partita si fanno sentire nella testa dei giocatori. Il secondo tempo inizia come era finito il primo, bloccato. Al 77′ l’Inghilterra finalmente sblocca l’incontro, grazie a Peters che raccoglie una deviazione ai limiti dell’area.

Ora bisogna difendere il risultato, un ultimo quarto d’ora di sudore prima della gloria. Moore e compagni riescono a tenere la porta inviolata, quando il cronometro sta per approcciare il novantesimo. Jack Charlton concede una punizione dal limite dell’area, probabilmente l’ultima della partita. Tutta la nazione è bloccata dalla tensione. Il tiro si infrange sulla barriera ma viene velocemente ripreso da Held che tira immediatamente. Schnellinger è sulla traiettoria e devia involontariamente la palla che beffa Banks.

Il portiere corre a protestare con l’arbitro convinto che l’avversario abbia preso la palla di braccio, ma il gol viene convalidato. È 2-2 e la finale dei Campionati mondiali verrà decisa ai tempi supplementari. È una mazzata per gli inglesi, convinti di avercela fatta. Dopo qualche minuto di riposo le due squadre si ripresentano sul terreno di gioco. Nonostante la botta psicologica di aver subito il pareggio all’ultimo, l’Inghilterra parte attaccando. Ma sembra diventare impossibile per i Leoni poter vincere, soprattutto dopo che Bobby Charlton prima prende il palo e sulla ribattuta spedisce fuori di poco dopo cinque minuti. L’ansia cresce in campo, la partita è diventata stregata. Ma anche i tedeschi stanno soffrendo, soprattutto fisicamente. All’undicesimo minuto dei tempi supplementari, un lancio lungo è fatta preda da Ball che crossa in mezzo. Hurst, sempre Hurst, si
avventa sul pallone. Scatta troppo presto e si trova più avanti della sfera. Per colpirla compie una torsione molto particolare ma riesce comunque a impattare con forza. La palla finisce incredibilmente sulla traversa e poi batte sul terreno. I giocatori inglesi iniziano a festeggiare, i tedeschi vanno dal giudice di linea Bakramhov chiedendo di non convalidare il gol, ma il sovietico come sempre nella sua vita li respinge. L’Inghilterra è avanti 3-2, e la traversa di quella porta è diventata un cimelio esposto al museo di Wembley. Mancano venti minuti alla fine. La nazionale inglese deve amministrare il vantaggio contro degli avversari stanchissimi ma comunque temibili che lanciano gli ultimi assalti. Gli inglesi giocano stretti in difesa, e quando recuperano il pallone amministrano il possesso e se devono spazzano fuori senza troppi problemi. Anche Bobby Charlton ripiega per proteggere il vantaggio, solo Geoff Hurst rimane leggermente più avanzato in attesa quasi vana che un pallone finisca in avanti. È il 120′, Bobby Moore recupera palla al limite della propria area di rigore e alza lo sguardo. Charlton gli urla di buttarla fuori, che manca pochissimo alla fine.

Bobby però non gioca così, sempre memore della lezione di Big Mal, e allora avanza un
metro e osserva la disposizione dei compagni. Vede Hurst al solito posto, dove lo pesca sempre anche al West Ham, e lo lancia. 40 metri di passaggio alla fine del supplementare di una finale mondiale al cardiopalma, eppure è un passaggio perfetto che fa involare l’inglese verso la porta avversaria a siglare il 4-2.

Wembley esplode, finalmente la partita è finita. L’Inghilterra è Campione del Mondo. La tensione si scioglie e la squadra inizia a festeggiare. Arriva il momento della consegna della coppa e la Regina Elisabetta II è pronta sul palco con la Coppa Rimet in mano. Il capitano si avvicina al palco reale pulendosi le mani sporche dal fango del terreno di gioco, e riceve ufficialmente il premio. Si volta, alza la coppa al cielo, e viene portato a spalla dai compagni in parata sotto gli spalti pieni di tifosi in festa.

La vittoria del Mondiale del 1966 sarà purtroppo l’ultimo grande acuto della carriera di Bobby Moore. Si ritirerà nel 1973 dalla Nazionale e nel 1974 verrà finalmente lasciato andare dal West Ham. Troverà casa al Fulham, con cui perderà una finale di FA Cup proprio contro la sua ex squadra.

Nel 1976 appenderà definitivamente le scarpette al chiodo. Il totale è di 699 partite con i
club e 108 con la nazionale. La sua vita non sarà facile una volta che lascerà definitivamente il terreno di gioco, con travagli economici e familiari. Sarà però il cancro a tornare e a portarlo via. Riuscirà comunque a essere al tavolo di commento per l’ultima volta a una partita della sua amata Nazionale prima di arrendersi solo sette giorni dopo, a soli 51 anni, il 24 febbraio 1993. La statua posta a guardia di Wembley racconta l’essenza di Bobby Moore. Sia come calciatore che come uomo, portato via troppo presto da un male bastardo. Un meritato tributo a uno degli eroi più importanti di quella fantastica estate del 1966.

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