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“There’s only one Amoruso” – Lorenzo: l’italiano dalla tempra scozzese e dal cuore viola che conquistò Ibrox

Questa è la storia del primo capitano cattolico dei Rangers: "the big italian" Lorenzo Amoruso

6 ' di lettura

Di notte la lanterna sulla cupola del Brunelleschi illumina, come una stella, i tetti in cotto di Santa Maria del Fiore e il marmo verde e bianco fa sembrare il Duomo un gioiello di smeraldi e brillanti. Si snodano i vicoli lastricati di sanpietrini, fino ai due argini: la luna è alta, si riflette nell’Arno e Ponte Vecchio sembra illuminarsi di mille colori. Lorenzo ha nostalgia di casa sua, ma si innamora di questa città magica. Si ambienta bene nel capoluogo toscano: e probabilmente non se ne vorrebbe andare… Firenze gli è entrata nel cuore. Ma ha grandi sogni, è ambizioso e non vuole perdere le opportunità che la vita gli concede…

Era arrivato nell’estate del 1995 a rafforzare una squadra che aveva raggiunto il decimo posto e una difesa che ne aveva presi 8 dalla Lazio di Zeman. Ragazzone ben piazzato, di 1,90, che coi piedi ci sa fare: conquista i tifosi e lascia anche il segno. Al suo primo anno contribuisce a far vincere ai viola la Coppa Italia (dove segna pure) e la Supercoppa italiana e a far raggiungere il terzo posto: sono gli anni delle “sette sorelle” del calcio italiano e quelli di Rui Costa e Batistuta.

“Mi davano dal pazzo a lasciare il campionato più bello del mondo per andare a Glasgow… ma io volevo affrontare gli attaccanti più forti al mondo e questo lo potevi fare solo in Champions League: i Rangers questa possibilità me la davano.” Cecchi Gori, nel maggio 1997, fa staccare un bell’assegno agli scozzesi e lui prepara le valigie. Il calcio britannico, quasi come un canto delle sirene, attira molti calciatori italiani oltre La Manica e oltre il Vallo di Adriano. Parte e trova una squadra con forti ambizioni e con in atto una campagna di rinnovamento: con lui arrivano un giovanissimo Gattuso, Sergio Porrini e il bomber Marco Negri [di cui vi ho già parlato – ndr]. In squadra ci sono le stelle Brian Laudrup, Ally McCoist e Paul Gascoigne e in panchina siede Walter Smith.Firenze è solare, viva. Glasgow è grigia, piovosa. La gente esce dal lavoro e si fionda nei pub: ma quando c’è una partita, si anima per 24h e sono tutti in coda per entrare allo stadio. Il tifo è caldo: l’esatto contrario del clima. Anche se non c’è la brezza fresca che passa sulle colline del Chianti: ma le correnti gelide del nord. E mentre si chiede se i suoi sogni di gloria si avvereranno, non immagina minimamente di star entrando a pié pari nella storia… non solo del club glasvegiano: ma del calcio scozzese. Perché non dimentichiamolo: il calcio, lassù, affonda le radici nella religione. Diverse squadre sono nate come espressione delle differenti comunità locali: che lassù vuol dire protestanti “contro” cattolici. Tenetelo a mente: perché è proprio questo ad essere simbolico nella carriera di Lorenzo…

Entra in punta di piedi sul terreno verde di Ibrox e ci rimane 6 anni. Anzi, no: entra come un tackle scomposto. Deve prendere le misure non solo degli avversari, ma anche dei compagni, della mentalità, del tipo di gioco diverso. È fondamentalmente un buono, ma in campo si trasforma. Negri, là davanti, la butta dentro a ritmo di un mitra: lui, dietro, fatica ad inserirsi e ad entrare nei meccanismi… ma quando ci riesce: non ce n’è più per nessuno. Torna in campo dopo un lungo stop per un’operazione al tallone, in Scottish Cup, a Celtic Park, quando travolgono i nemici di sempre: entra a partita in corso, si fa notare e quasi segna con un tiro da 40 metri; la partita dopo è un altro successo personale: è così conquista, in due match, i teddy bears. Lotta su ogni pallone, da sostegno ai compagni e spende ogni singola goccia di grinta e sudore. Finalmente è riuscito a farsi valere.Mancano l’accesso alla fase finale della Coppa dei Campioni e arrivano a sole due lunghezze dalla prima in classifica, fallendo anche il “ten in a row”: il decimo scudetto consecutivo. Primo anno da archiviare: ma per lui è solo l’inizio. Meglio il secondo: dove riescono a fare il “domestic treble”, ovvero vincono le due coppe nazionali e soprattutto tornano a vincere il titolo, away, per la prima volta nella storia in casa degli acerrimi rivali Hoops, schiantati con un 0-3 dritto in faccia. Ripaga così la fiducia di società e allenatore che, proprio all’avvio di quella bellissima stagione 1998/’99, gli avevano dato la fascia di capitano: una scommessa riuscita. Una grossa responsabilità per tutti: doppiamente per lui…
“…A light shown in the night some way ahead. Blue turned into green and then it was red and stirring the night loud music played. The light I saw in the night was a penny arcade…”

La marea blu di Ibrox alza il coro “Penny arcade”, da una canzone di Sammy King, cantata da Roy Orbison… Si alzano le voci e anche le sciarpe a braccia tese… Sventolano bandiere del club, qualcuna scozzese ma anche qualche Union Jack… E questa è una delle cose che manda in bestia le Green Brigades bianco-verdi…

Il derby, a Glasgow, è una cosa che va oltre la singola partita. E non si parla di semplice rivalità, ma di vero e proprio odio. L’aria che tira non è delle migliori. La stracittadina è un giorno particolare, in cui tutto si ferma. In cui si riempiono i traghetti provenienti dall’Irlanda: chi viene a trovare i parenti, in occasione della partita; chi viene a dare man forte ai “fratelli blu”, come quelli del Linfield: che proprio con Gers e Chelsea compongono la famosa british alliance, meglio conosciuti come “blues brothers”. A fine 1800 nacque tutto così: ricchi contro poveri (banalmente), autoctoni devoti alla corona e alla chiesa anglicana, contro immigrati irlandesi cattolici e repubblicani.Per questo, quando Lorenzo Amoruso diventa il primo capitano cattolico nella storia del club, la notizia è importantissima. Suscita anche diverse polemiche dai più “ortodossi”: ma quella fascia è meritata a pieno. Si rompe un tabù: calcolando che, per molti anni, non venivano nemmeno tesserati giocatori di fede religiosa diversa da quella della squadra. Si guardò l’uomo e la sua attitude da giocatore: e la scelta fu azzeccatissima. Lorenzo è un trascinatore: si è molto attaccato a quella maglia e dà il massimo in ogni partita. Si è adattato all’ambiente che l’aveva accolto, imparando anche molto bene la lingua, mentre era infortunato. È entrato nella loro mentalità, senza stravolgere la sua. Se li è cuciti addosso quei colori! L’uomo giusto al posto giusto. Empatico e un po’ guascone, ma soprattutto un combattente, una roccia, con un carattere forte e con tanta voglia di vincere: un giocatore da Rangers insomma.È entusiasta della sua carriera nella terra dei cardi: vorrebbe perfino giocare in nazionale, dopo che gli è stato chiesto… ma per un paio di presenze nell’Under 21 dell’Italia, al tempo, diventa impossibile mettere questa ciliegina sulla torta. Rimane per 6 stagioni, vincendo 3 campionati e 4 coppe nazionali, giocando 149 partite e facendo 13 reti (anche pesanti). Entrando nella storia del calcio scozzese e nel cuore dei Gers e raccogliendo comunque molte soddisfazioni (pur mancando i successi a livello europeo). Nel 2006 firma per il Blackburn Rovers e ci rimane 3 campionati, collezionando però solo 18 presenze e segnando solo 3 reti. Chiuderà la carriera nel 2008 a San Marino (con 52 presenze e 8 gol).Era partito da Bari: molti suoi coetanei sognavano un lavoro stabile e una famiglia… lui sognava in grande: e la sua famiglia gli ha permesso tutto ciò. Glielo ha permesso e l’ha incoraggiato a diventare il giocatore che poi è stato e l’uomo che ancora è. Partito da lontano ed entrato della storia: calcando campi difficili, dando sempre il meglio e lottando. Scrive Irvine Welsh: “La nostra vita è molto breve e se veniamo al mondo dobbiamo lasciare un segno, vivere con esuberanza”. Una frase perfetta per Lorenzo: guadagnatosi tutto, senza perdersi nulla.

 

 

 

 

 

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Ilaria Ciangola
Ilaria Ciangola
Di Trento. O.S.S. in Pronto Soccorso. Tifosa e appassionata di calcio (italiano e internazionale), viaggi, Oasis e tutto ciò che è oltremanica.

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