Walter Tull, l’uomo che ha spezzato le barriere del football e dell’esercito inglese

0
10 ' di lettura

La piaga del razzismo purtroppo è ancora ben presente sui campi da calcio del terzo millennio, e la Gran Bretagna non fa eccezione alla regola. Anzi si può dire che lo spettro degli insulti a sfondo razziale si è incredibilmente allargato. Data la solita “attenzione” riservata ai giocatori di colore, negli ultimi anni non sono stati rari insulti rivolti a giocatori islamici e asiatici, arrivando fino agli episodi che coinvolgono alcuni dei calciatori più famosi al mondo: Mohammed Salah che viene appellato con il simpatico nickname “Bomber” dai tifosi del Chelsea, mentre la curva dell’Everton “saluta” Son Heung-min scimmiottandone gli occhi a mandorla e usando appellativi dispregiativi a sfondo razziale.

Se si può facilmente dichiarare che il problema del razzismo non è stato per nulla risolto, in campo come sugli spalti, fa molto bene ricordare chi per primo si è scontrato contro questo muro infame. Il viaggio nel tempo è lungo e porta agli inizi del secolo scorso, negli scampoli finali dell’epoca vittoriana, ben prima dell’approvazione del Race Relations Act nel 1965 che vieta discriminazioni su base razziale in svariati settori di rilevanza pubblica. Agli inizi del XX secolo il razzismo non solo era sostanzialmente legalizzato, era una delle fondamenta delle gerarchie sociali. E proprio in questa situazione fu costretto a vivere Walter Tull, il protagonista di questa storia.

Una tipica infanzia vittoriana

Negli ultimi decenni del 1800 Folkestone si presentava come una cittadina di stampo vittoriano che aveva vissuto una crescita forse troppo rapida. Questo vecchio villaggio di pescatori della contea di Kent era diventato tutto d’un tratto uno dei punti da cui si poteva giungere più comodamente in Francia e di conseguenza sul continente europeo, grazie alla costruzione della linea ferroviaria Londra-Dover e di un nuovo porto. Così quella che era una piccola comunità si trovò a dover gestire un grande traffico di genti, e tra queste anche chi dalle colonie dell’Impero cercava l’opportunità di una vita migliore.

Così nel 1875 sbarcò nella cittadina del Kent Daniel Tull, un operaio proveniente dalle isole Barbados. Il padre era uno schiavo nelle piantagioni coloniali, ma lui si dimostrò ben presto uomo dal forte carattere e si ribellò al sistema. Dopo aver litigato con il padrone che non voleva riconoscergli un minimo salario per il suo apprendistato, Daniel prese la prima corsa disponibile e salpò verso l’Inghilterra. Una volta arrivato dimostrò di avere buone capacità di carpenteria e così si stabilì definitivamente a Folkestone. Partecipando alle funzioni della chiesa metodista presente in città conobbe Alice Palmer, di discendenza puramente del Kent, e tra i due nacque una relazione stabile.

Daniel e Alice convolarono a nozze e misero al mondo cinque figli, l’ultimo dei quali nacque nel 1888 e venne chiamato Walter. I primi anni di vita in una grande famiglia e un ambiente amorevole furono però presto interrotti. Quando il piccolo Walter ha solo sette anni Alice muore per un tumore al seno, una malattia al tempo spesso per nulla considerata. Daniel si trovò a dover gestire cinque figli e il suo lavoro da carpentiere, così si risposò dopo poco con la cugina della defunta moglie, Clara Palmer. Troverà la forza di concepire un’altra figlia con la nuova sposa, Miriam, ma prima di poterne festeggiare il primo compleanno un problema al cuore se lo portò via. Walter in meno di ventiquattro mesi si ritrovò orfano di entrambi i genitori.

Clara Tull non aveva i mezzi per poter sostenere sei figli. Al tempo una famiglia così povera aveva un solo futuro plausibile, quello di finire nelle terribili “workhouses”. Enormi edifici in stile vittoriano dove venivano spediti vecchi in condizioni di povertà, malati mentali, disabili, madri single, orfani e bambini abbandonati, mantenuti in condizioni appena oltre la sopravvivenza. Tutti quelli che non avevano mezzi di sostentamento finivano in questi posti dove avevano sì un tetto sulla testa, ma erano marchiati come la feccia della società. Per i bambini le workhouses significavano duro lavoro, spesso in fabbrica o in miniera dove alle volte venivano definitivamente venduti se il padrone era disposto a pagare il giusto prezzo.

La famiglia Tull però non subì questa fine dolorosa grazie all’intervento della Chiesa Metodista di Folkestone. Il ministro del paese consigliò a Clara di mandare i due bambini in età scolastica, Walter e il fratello maggiore Edward, alla Children’s Home and Orphanage di Bethnal Green, un orfanotrofio pubblico gestito da un altro pastore metodista in un quartiere a est di Londra. La donna non poté far altro che accettare la proposta, consapevole che viste le leggi dell’epoca non avrebbe più potuto riottenere i suoi due figli acquisiti.

In quella che è di colpo diventata una storia scritta da Charles Dickens, i fratelli Tull si trovarono catapultati nella metropoli londinese. Prima del loro arrivo il dipendente della workhouse che aveva preso in gestione la famiglia scrisse una lettera al reverendo Stephenson, direttore dell’orfanotrofio: “Il padre di questi bambini era un negro e questi sono di conseguenza coloured. Non so se siete al corrente di questo, interferirà in qualche modo nella richiesta?”. Nessun problema, rispose il ministro metodista, l’importante è che la workhouse pagasse 8 scellini a settimana per coprire le spese di sostentamento di Walter e Edward.

Le condizioni negli orfanotrofi dell’inizio del XX secolo erano solo leggermente migliori di quelle degli istituti di lavoro per i poveri, e l’avere un padre caraibico non agevolava la vita dei fratelli nella comunità di orfani. Le circostanze avverse però avevano imposto ai due un percorso accelerato di crescita, e se Edward rimase di animo gentile e sensibile e scrisse spesso a casa pieno di nostalgia, Walter dimostrò di aver ereditato tutta la tempra fiera del padre e si preoccupò di proteggere anche il fratello nel ferreo ambiente religioso del posto..

La situazione cambiò ancora tre anni dopo l’ingresso dei Tull a Bethnal Green, quando Walter ricevette l’ennesimo colpo basso di quella che finora si era rivelata un’esistenza miserabile. Le CHO avevano diritto di spedire via gli orfani sotto il loro controllo oltreoceano (oltre 2000 finirono in Canada) o di darli in adozione senza consultare i parenti. Edward e Walter facevano parte del coro dell’orfanotrofio, che venne spedito in una sorta di tournée per raccogliere fondi. Dopo un concerto a Glasgow un dentista locale di nome James Warnock si interessò a Edward e dopo poco lo adottò, promettendo di educarlo alla sua professione e di trattarlo come un figlio.

Così Edward Tull-Warnock si trovò in un ambiente tranquillo e familiare, e diventò il primo dentista di colore a praticare in Regno Unito. Walter invece dovette tornare a Londra e, nonostante i Warnock fecero di tutto per mantenere in contatto i due, rimase talmente segnato dall’abbandono del fratello da iniziare ad avere problemi disciplinari durante la scuola, che mollò a 14 anni, isolandosi da tutti. Sarà alla fine la crescita adolescenziale a far tornare a galla Walter Tull, che diventò finalmente un giovane uomo ambizioso e pieno di grandi progetti, aiutato soprattutto dalle sue due passioni: la stampa e il football.

La breve avventura nel mondo del calcio

Infinita resilienza e un’incredibile forza di volontà sono le caratteristiche principali che contraddistinguono Walter Tull alla soglia dei vent’anni. Il giovane è ambizioso, lavora in una tipografia fin da quando ha mollato la scuola e il suo obiettivo è quello di ottenere un posto in uno dei grandi giornali dell’epoca. Un altro suo grande amore è il calcio, che praticava già in orfanotrofio come membro della squadra di Bethnal Green, ed è talmente bravo che nel 1908 si interessa di lui il Clapton FC. Il club gioca tra gli amatori, ma si è ritagliato una piccola parte nella storia del football inglese come prima squadra dell’isola a giocare all’estero, battendo 7-0 una rappresentanza belga ad Anversa.

Tull supera il provino con successo ed entra in squadra, e nella stagione 1908-1909 vince ben tre competizioni: London County Amateur Cup, London Senior Cup e soprattutto la FA Amateur Cup. Il giovane di discendenza caraibica era sicuramente il miglior giocatore del Clapton, tanto che si parla di lui anche sui giornali come di un calciatore intelligente, tecnicamente portato e sicuramente il “catch of the season” del calcio amatoriale inglese.

Il nome di Walter Tull compare così sui radar delle squadre professionistiche inglesi, e per prima arriva il neopromosso Tottenham Hotspur. Inizialmente partecipa a una tournée con l’Everton in Sud America, diventando così il primo calciatore professionista di colore a giocare nel continente. Fa un’ottima impressione, anche se soffre per un’insolazione che lo indebolisce lungo il viaggio, e si guadagna il contratto più alto possibile all’epoca: 10 pound alla firma e 4 alla settimana. Esordisce contro alla prima giornata di campionato, nella sconfitta 3-1 contro il Sunderland, e diventa il primo calciatore nero di movimento nella storia della First Division.

Tull è schierato come inside forward, quelli che nei 5 davanti giocano tra il centravanti e le ali. Non è eccezionalmente veloce, ma ha un ottimo controllo di palla e riesce spesso a beffare i difensori spostandosi lateralmente, ricorda un boxeur pronto a schivare i colpi dell’avversario. Preferisce imbeccare le altre punte con passaggi forti e accurati piuttosto che correre verso la porta, e sembra da subito il cervello dell’attacco degli Spurs. Il Daily Chronicle dichiara che gioca a un livello superiore rispetto agli altri attaccanti della lega. Dopo essersi guadagnato un rigore contro il Manchester United, segna la sua prima rete alla quarta giornata contro il Bradford City. La strada sembra spianata per una carriera fulminante, ma come sempre nella sua vita sta per arrivare una mazzata.

Inizia a farsi strada sugli spalti una malsana abitudine. I tifosi avversari se la prendono costantemente contro Walter Tull, lo subissano di cori. Cori indubbiamente e indiscutibilmente razzisti. Come si poteva permettere un nero di poter giocare ed eccellere in uno sport di bianchi. Il culmine viene raggiunto il 9 ottobre 1909, quando il Tottenham gioca a Bristol. Un gruppo di tifosi di casa bersaglia per novanta minuti Tull, con una ferocia e una cattiveria che il cronista del Football Star che segue il match descrive come peggiore delle rozze urla dei venditori di pesce dei mercati di Londra. Il report della partita verrà intitolato “Football and the Colour Prejudice”, ed è probabilmente il primo articolo della storia della carta stampata a parlare di un problema razziale nello sport. Il giornalista si scaglia ripetutamente contro questi tifosi, difendendo a spada tratta Tull con una dichiarazione potente: “Lasciatemi dire a questi hooligans di Bristol che Tull è così chiaro nel metodo e nel pensiero che dovrebbe essere un modello per tutti i calciatori bianchi, che siano professionisti o amatoriali. In termini di abilità, e di risultati ottenuti, Tull è stato il miglior attaccante in campo.”.

Dopo la partita di Bristol però Walter Tull viene mandato nella squadra riserve. Non ci sono spiegazioni ufficiali di questa decisione della dirigenza del Tottenham, così la ragione sembra essere risiedere proprio nelle conseguenze derivanti dagli insulti sempre più spesso mirati alla squadra e al giocatore. Una forma di pressione sociale imbarazzante, forse normale per l’epoca, di cui rimane vittima un calciatore dal grande talento e un uomo che nella sua vita aveva già sofferto abbastanza, la cui unica colpa era avere il colore della pelle diverso. Da quel momento Tull giocherà solo altre tre partite tra i titolari, nella successiva stagione 1910-1911, e sarà altrimenti dimenticato dalla squadra.

Ad assistere alle partite delle riserve però va spesso un giovane allenatore trentenne, al tempo manager del Northampton Town. Un trentenne visionario, nonostante una laurea in ingegneria, e soprattutto un amante tale del football da andarsi a guardare le partite delle squadre B quando non aveva nulla da fare. Il tecnico in questione è Herbert Chapman, il leggendario allenatore dell’Arsenal che tanto ha dato al football. Chapman preferiva avere calciatori forti fisicamente e dalla buona tecnica, e si innamorò dello stile di Tull. Il problema razziale per lui non sussisteva, e in una città manifatturiera come Northampton non ci sarebbero state le stesse vicissitudini della capitale, e per finire era anche un metodista. Il matrimonio s’ha da fare, il Tottenham non vede l’ora di liberarsi da una grana del genere e dalla stagione 1911-1912 Walter Tull si trasferisce al Northampton in Southern League.

Chapman vuole far entrare il suo club in Football League, ma incontra l’opposizione dei dirigenti della Football Association. Intanto con Tull in squadra vince facilmente il campionato, facendo giocare il nuovo pupillo in posizione più arretrata rendendolo il metronomo del suo schema tattico. Quando poi decide di rimetterlo davanti arriva anche qualche gol. Tull diventa una delle celebrità locali, e finalmente sembra trovare un luogo che può chiamare casa. Ma ancora una volta la sua storia cambierà totalmente direzione.

Un eroe di guerra

“Truppe formate da individui coloured appartenenti a tribù selvagge e razze barbare non dovrebbero essere impiegate in una guerra tra Stati civilizzati”. Così recita il manuale ufficiale di legge militare inglese del 1914. Quando inizia il reclutamento dei volontari per la Prima Guerra Mondiale gli ufficiali dell’esercito non vogliono soldati neri tra i loro ranghi. Se questi individui si presentano negli uffici vengono mandati via citando problemi burocratici o torchiandoli eccessivamente nelle prove fisiche. Walter Tull però è un calciatore professionista, e quando viene formato il Footballers Batallion il 21 dicembre 1914 è uno dei primi a rispondere alla chiamata della patria, e non può esser rifiutato.

Dopo l’addestramento sul suolo inglese il battaglione viene spedito in Francia, nelle infernali trincee del fronte occidentale. Tull si è già guadagnato il rango di sergente, e una volta che si è sul campo di battaglia il colore della pelle non conta più nulla. Combatte per otto mesi prima di esser spedito in Inghilterra per un episodio di “mania acuta”, patologia che verrà descritta successivamente come disturbo da stress post-traumatico o shellshock. Ritorna però presto sui campi di battaglia, e partecipa valorosamente con il Footballers Batallion alla tremenda Battaglia della Somme.

Nel gennaio 1917 viene spedito in Scozia. I meriti sul campo di battaglia gli hanno fatto guadagnare l’addestramento da ufficiale. Gli alti ranghi però non sono d’accordo, chi può immaginare che un individuo coloured possa addirittura guidare dei bianchi soldati di Sua Maestà in guerra. Walter Tull però è un uomo coriaceo, testardo, volenteroso. Completa il corso e viene appuntato come sottotenente. Diventa il primo ufficiale di colore della storia dell’esercito inglese. Viene rispedito al fronte insieme al secondo battaglione composto da calciatori, e partecipa ad altre offensive in Francia prima che le sue unità vengano dislocate in Italia.

Si combatte sulla linea del Piave. Durante una schermaglia nella notte del 1 gennaio 1918, Tull prende 26 uomini e con coraggio incredibile li guida attraverso il fiume direttamente in territorio nemico. Ritornano tutti sani e salvi, senza nemmeno un graffio. Il generale dell’armata Sidney Lawford e il Maggiore Poole, suoi diretti superiori, lo lodano per il valore e il sangue freddo dimostrato in battaglia. Viene raccomandato per la Military Cross, in riconoscimento delle sue azioni sul campo, ma non gli viene concessa.

Il battaglione viene rispedito in Francia nel marzo del 1918 per reggere l’urto delle ultime grandi offensive tedesche. Il gruppo si trova nel Pas-de-Calais quando un sostenuto attacco combinato di artiglieria e aviazione fa deragliare la ritirata degli inglesi. Il sottotenente Walter Tull non si perde d’animo, e nonostante la minaccia del fuoco nemico si avventura nella terra di nessuno per raccogliere e guidare i suoi uomini. Se però molti di loro riusciranno a salvarsi, il sottotenente paga con la sua vita. Viene crivellato dai colpi di artiglieria, e sotto l’attacco costante dei tedeschi i commilitoni non riusciranno a recuperarne il suo corpo.

35.942 nomi sono incisi su lapidi tutte uguali nel memoriale situato nella cittadina francese di Arras. Tutti soldati di cui non è stato possibile recuperare il corpo, morti durante due anni di combattimenti. Sul prato di Arras, perso tra il ricordo di altri calciatori come Sandy Turnbull, l’olimpionico Isaac Bentham e il poeta T.P. Cameron Wilson, c’è anche il nome di Walter Tull. Un individuo che ha abbattuto barriere apparentemente impossibili, pioniere per le generazioni successive di calciatori di colore, il primo giocatore a dover subire un attacco così plateale per il colore della sua pelle. Addirittura il primo ufficiale dell’esercito inglese non bianco. Ma soprattutto un uomo che aveva perso tutto nella vita, vissuto tragedie su tragedie, ed era riuscito comunque ad andare avanti e diventare qualcuno. Un uomo che ha sacrificato la vita per una patria che probabilmente non lo aveva mai voluto.