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lunedì 8 Agosto 2022
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La mie peripezie a Victoria Road, tempio dei Daggers

4 ' di letturadi Marco Parmigiani

Dag & Red, siamo nella profonda est end, in zona 5. Ci sono stato varie volte: la prima scattai alcune foto con un cellulare, un vecchio blackberry di cui non ricordo neppure il modello, ma non ero soddisfatto. Decisi allora di tornarvi per scattarne di nuove, più belle. Stavolta portai con me una fotocamera, ma che fatica. Perché? Ora ve lo racconto.

Partiamo dall’inizio, però, dalle foto di quella prima volta. Era un pomeriggio e decisi di andare, però partendo da Stratford – dove vivevo – avrei dovuto pagare un extra. In quel periodo avevo pochi soldi ed ero senza lavoro. Così presi il bus, che con la travel card costa molto meno rispetto alla metropolitana. Con vari cambi ci misi quasi due ore: praticamente un’Odissea.

Arrivai in zona e la cosa che mi colpì subito fu che Victoria Road è una strada chiusa, alla fine della quale si trova lo stadio. Per me, che ho sempre adorato questi suggestivi stadi incastrati tra le case, quella era una vera e propria magia. La sensazione, quando vedo una cosa simile, è sempre quella di tornare indietro nel tempo. Mi immagino di essere negli anni ’70, quando ognuno tifava il proprio local team. Uscivi di casa ed eri già arrivato al pub all’esterno dello stadio. Che bellezza.

 

Anche se il Dag & Red F.C. è nato solo nel 1992, lo stadio Victoria Road è lì dal lontano 1917. Uno stadio glorioso, a cui adesso – come al solito per motivi commerciali – hanno purtroppo affiancato uno sponsor. Oggi si chiama London Borough of Barking and Dagenham Stadium, e il suo nome è stato sporcato. Comunque, complice anche l’ora tarda, al mio arrivo non c’era ovviamente nessuno, a parte dei signori anziani che stavano andando in zona hospitality per una cena.

Entrai nella stand principale per fare qualche foto, ma non ero soddisfatto. Ho sempre preferito vedere gli stadi senza pubblico, perché ti trasmettono la loro anima, è come se ti parlassero e, se chiudi gli occhi, vieni catapultato per magia in qualche vecchio match. Quelle foto – fatte con un vecchio cellulare – non mi piacevano, non mi dicevano niente.

Dovevo tornarci. Non appena trovai un lavoro mi decisi e, dato che avevo qualche soldo in più in tasca, stavolta mi permisi il lusso di prendere la metropolitana. Scesi a Dagenham East, che dallo stadio dista circa dieci minuti a piedi. Il tragitto, durante la settimana, è fantastico perché noti la vera anima del quartiere in un giorno lavorativo, indaffarato. Non c’è il tempo di mettersi il vestito migliore per la festa.

In quel periodo, quando chiedevo il permesso di vedere lo stadio, speravo sempre che mi regalassero una spilla, un gadget. Vedendo un italiano che visita il loro stadio, arriva sempre puntuale la gentilezza inglese. Il mio modus operandi, per fare le foto, è sempre il solito: entro, cerco uno spiraglio o una fessura, e scatto. Da rapina, come Inzaghi in area di rigore.

Quella volta entrai ed era aperto il Club Shop, un piccolo negozio che vende solo l’essenziale. Dentro c’era un ragazzo, avrà avuto la mia età, gli dissi di essere un amante dei Daggers e chiesi di vedere lo stadio per fare qualche foto. Dopo una chiamata ai suoi superiori, arriva la doccia fredda. L’accesso non è previsto. Tra me penso: “ma chi siete il Real Madrid?”. Me ne vado deluso, deciso a mettere un flag su questo ground. Vi siete fatti un nemico, Daggers. E. per quanto riguarda me, era meglio se facevo da solo ed entravo di soppiatto.

Comunque non mi arrendo e, non contento, decido di tornare ancora per vedere quel benedetto stadio. Devo vederlo, mi dico. Terza volta, forse primavera, non ricordo. C’era un bel sole. Stesso viaggio, stesso percorso e, come sempre, cancello aperto. Potrei entrare senza problemi e fare finalmente queste dannate foto, ma c’è troppa gente che lavora.

Entro nel posto più accogliente, il bar. All’interno c’è un signore, e io inizio a sciorinare la stessa manfrina.

-“Italiano?!”, dice lui con gli occhi che si illuminano. “Io avevo dei parenti a Saronno!”.

Io, che sono di Cremona, colgo la palla al balzo e gli dico che Saronno non dista molto da dove sono nato. Me lo lavoro ai fianchi, come un pugile esperto. Faccio colazione e ordino una birra con calma, continuando a scambiare 4 chiacchiere bel studiate con il gestore.

– “Vorrei vedere lo stadio e fare qualche foto, se è possibile”.

– “Certo, ma prima dobbiamo chiedere in segreteria”, risponde lui continuando entusiasta a parlarmi di Saronno.

Tra me e me penso che, purtroppo, neppure stavolta riuscirò ad entrare. In segreteria invece sono gentili, capiscono la situazione e colgono la simpatia del gestore del bar nei miei confronti.

Posso entrare, ma senza fare foto.

Ovviamente appena ci allontaniamo il gestore del bar – che da buon padrone di casa mi introduce in quel Tempio tanto bramato – mi strizza l’occhiolino e mi sussurra: – “Falle pure le foto, ma non farti beccare!”.

Saliamo i gradini e, finalmente, eccomi dentro. L’uomo, comprensivo e fintamente distratto, mi saluta e raggiunge i giardinieri per scambiare quattro parole. Io, da solo come un bambino col suo giocattolo preferito, inizio a scattare foto.

È bellissimo e lo sento. Victoria Road mi chiede scusa per l’altra volta. “Sei perdonato, amico mio glorioso. Finita la mia visita, da lontano lo saluto e me ne vado, pensando alla fortuna che ho avuto ad incontrarlo.

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