Ventiquattro, otto, zero, zero, ventidue, zero. No, non stiamo dando i numeri, non sono le coordinate di un qualche tesoro nascosto e neanche un improbabile prefisso internazionale di qualche remota isola dell’Oceano Pacifico.

Ventiquattro sono i punti conquistati dalla nazionale inglese nel girone di qualificazione al prossimo campionato mondiale di calcio di Canada, Messico e Stati Uniti, un bottino che fa il paio con il magic moment della federazione prossima a festeggiare i sessant’anni dallo storico successo di Wembley targato Hurst e Peters; zero i pareggi e zero le sconfitte, ma soprattutto zero le reti subìte nelle otto uscite contro Albania, Lettonia, Andorra e Serbia a cui hanno “servito” la bellezza di ben ventidue reti tra cui le dieci equamente divise tra il Marakanà di Belgrado e il Daugava di Riga.

Insomma, un percorso pressoché perfetto per una selezione che negli ultimi anni ha sempre dato l’impressione di poter affondare il colpo decisivo salvo poi arrendersi sul più bello: nel 2018 furono Meunier e Hazard a estromettere l’Inghilterra dall’atto conclusivo dei Mondiali, due anni più tardi i sogni di gloria di Gareth Southgate si infransero fragorosamente sui guantoni di Gigio Donnarumma, mentre nel 2022 fu la zuccata di Giroud a mandare all’aria Kane e compagni nella bolgia dell’Al-Bayt di Al Khor.

Un anno fa, in occasione degli Europei, il cammino della nazionale dei Tre Leoni era iniziato con un successo di misura contro la Serbia (1-0) ed era proseguito con due modesti pareggi contro Danimarca (1-1) e Slovenia (0-0) che avevano sollevato più di un dubbio sulle reali possibilità della spedizione inglese di alzare la coppa; a Gelsenkirchen erano servite le reti a tempo scaduto di Bellingham e Kane per ribaltare il risultato contro la Slovacchia (2-1), ai quarti la Svizzera era stata domata dagli undici metri (1-1 dts, 6-4 dcr) e in semifinale la magia di Ollie Watkins contro l’Olanda (2-1) aveva concesso ai suoi la possibilità di vendicare il Maracanazo di quattro anni prima. In finale poi, ça va sans dire, era stata la Spagna a mettere il muso avanti con Nico Williams prima del pareggio di Cole Palmer e del definitivo due a uno di Mikel Oyarzabal. Béla Guttmann, sei tu?

Guardando i numeri però, c’è da chiedersi se questa possa essere davvero la volta buona. L’avvento di Thomas Tuchel sulla panchina che fu di Alf Ramsey, Bobby Robson e Fabio Capello sembra aver finalmente dato quella solidità che mancava a un gruppo ricco di qualità ma troppo fragile per reggere l’urto di rivali come Spagna o Francia: una difesa che non concede niente, una struttura tattica ben definita e una rosa giovane ma non per questo meno competitiva, con i vari Bellingham, Saka, James e Guéhi a guidare una linea verde che comprende anche diversi elementi futuribili come Quansah, Lewis-Skelly, Nwaneri e Miley. E poi c’è Harry Kane, miglior marcatore di sempre dell’Inghilterra e leader di un reparto completato da Foden, Saka, Rashford, Bowen, Gordon ed Eze. In sostanza, più profondità, un miglior equilibrio tra esperienza e carta d’identità e plus tattici di indubbio valore.

Attenzione però, con questo non stiamo dicendo che l’Inghilterra debba prepararsi a un arrivo a braccia alzate al MetLife Stadium di East Rutherford, New Jersey: c’è piuttosto da considerare il rovescio di una medaglia dal peso specifico enorme, un pensiero che pervade le menti degli amanti del football da almeno mezzo secolo.

Come detto, l’Inghilterra manca dal titolo iridato da sei decenni sei, abbastanza per convincere il teutonico Tuchel a immaginare lo sbarco della nazionale inglese in America nelle vesti, più o meno credibili, di underdog e mantenendosi a debita distanza dalla maledizione del “Football’s coming home”: la fase a gironi è una cosa, il knockout decisamente un’altra, e con essa un carico emotivo e una pressione di tutt’altre dimensioni. Peseranno certamente la composizione dei gironi, tanto per capirsi Andorra e Lettonia non valgono certamente Colombia o Giappone, la condizione fisica di ogni singolo giocatore e, ovviamente, il famigerato “fattore C”.

Ma allora, Inghilterra campione o no? Impossibile dirlo, certo è che con una qualificazione pressoché perfetta, un allenatore capace e una squadra matura e ambiziosa come forse mai in questi ultimi anni c’è da pensare che il bicchiere non possa che essere mezzo pieno. In attesa che il sudore dei protagonisti in campo possa aiutare l’underdog a ruggire come un vero leoni. Anzi, tre.


