Il 10 gennaio 2026 è un sabato e, come spesso accade, nel weekend gli occhi del mondo del calcio si concentrano sull’Inghilterra. Ma, per una volta, sono lontani dalle scintillanti luci della Premier League, dai nuovissimi e anonimi stadi londinesi o dal fiume Mersey bagna le due anime calcistiche di Liverpool. Questo freddo weekend è differente, è magico in una modo che la modernità non riesce ancora a replicare: è un weekend di FA Cup, la competizione più bella e assurda del mondo.
Il giorno precedente, nelle prime gare del terzo turno, si era già visto un risultato un po’ particolare. L’ennesimo capitolo di una storia da sogno, quella del Wrexham hollywoodiano di Ryan Reynolds: i gallesi, arrivati di gran carriera in Championship, sono riusciti a portare ai rigori il glorioso Nottingham Forest e vincere la lotteria dal dischetto contro una squadra di Premier League. Grande festa al Racecourse Ground, scenario ormai abituale per chi segue la serie tv che vede protagonista il club.
Il bello della FA Cup è proprio questo, la totale imprevedibilità. Razionalmente nessuno si aspetta che queste partite tra squadre di divisioni diverse possano finire in altro modo se non con la vittoria della contendente più forte. Ma questa è una competizione che, almeno nei primi turni, riporta tutti con i piedi per terra. I club più ricchi al mondo vengono trascinati in stadi da poche migliaia di posti, in campi duri come il cemento dispersi chissà dove per l’isola. Una sorta di monito annuale che ricorda a questi ricchi giganti come, per quanto spesso possano indossare il vestito più scintillante delle serate di gala, la vera natura di questo sport sia lo sporcarsi le casacche in una battaglia nel fango fino all’ultimo secondo.
È una questione quasi ancestrale, talmente umana che come ogni frutto della nostra mente che si rispetti non può avere risultati predefiniti. Risveglia il bisogno di schierarsi, di tifare per i più deboli, gli sfavoriti. Per chi guarda al football solo con gli occhi della razionalità e del guadagno, la FA Cup è quasi una noia. Le squadre di Premier League mandano i giovani, i non pronti a grandi palcoscenici, i reietti con le valigie in mano. Troppo più importante cercare di guadagnare punti nel campionato più ricco al mondo. Ma in questi weekend, in cui la altrimenti flebile magia da cui questo sport è nato riprende forza, i ragionamenti portano fino a un certo punto.

Una anonima squadra dilettantistica contro i campioni di FA Cup
Il Moss Rose è un piccolo stadio di una piccola cittadina inglese, da poco più di cinquemila posti. È un tipico impianto di periferia: si può dire che è storico, perché ha più di un secolo di vita, ma tra le quattro tribune che lo circondano non si sono mai scritte pagine incredibili della storia del calcio. È proprio qui che, il 10 gennaio 2026, arrivano a giocare i campioni della FA Cup dell’anno precedente: il Crystal Palace.
Le Eagles stanno vivendo la loro solita stagione di Premier: tanti alti quanti bassi, vittorie a sorpresa di prestigio mischiate a sconfitte un po’ imbarazzanti, e una metà classifica che rispecchia le prestazioni ma non l’entusiasmo seguito alla vittoria della coppa. I giocatori conoscono bene il viaggio che dal sud di Londra porta a Moss Rose, perché la direzione è quella di Manchester. Ci si ferma però una ventina di miglia prima, nella cittadina di Macclesfield.
Ecco, ora arriverebbe il momento di scovare storie incredibili rimaste nascoste ai più, eredità lontane da riportare in auge. Ma non è così. Un po’ come il suo stadio, Macclesfield ha una lunga storia. Lunga ma, a onor del vero, non proprio entusiasmante. Nel Medioevo il paese ricevette la concessione per avere un suo mercato; durante la rivoluzione industriale e fino a quando gli inglesi hanno protetto la propria industria, sul luogo c’era una fiorente produzione di seta. In buona sostanza la voce enciclopedica che descrive Macclesfield potrebbe chiudersi qui.
Se il Moss Rose non riporta alla mente episodi incredibili, è facile immaginare che il Macclesfield Football Club non sia una squadra leggendaria del calcio inglese. Gli episodi più interessanti capitati ai Silkmen, fantasioso soprannome legato al passato industriale della cittadina, finiscono per diventare storielle divertenti. Nel 1922 un arbitro decise di dirigere una partita con un primitivo clacson; pochi anni più tardi, una partita contro le riserve del Tranmere Rovers venne interrotta da un’improvvisa invasione di campo di pecore estremamente interessate ai pali delle porte. Nel 1998 Roary the Lion, mascotte del team battezzata con altrettanta fantasia, è stato portato via dalla polizia per delle oscenità rivolte ai tifosi ospiti del Lincoln City attraverso un sagace utilizzo della coda attaccata al costume: prima e unica apparizione nel costume di Roary per un coraggioso sedicenne della cittadina.
Insomma, per quanto la FA Cup sia terreno fertile per storie assurde, per quanto la magia del football permei la competizione, a un occhio non allenato parrebbe veramente difficile credere che sia proprio Macclesfield il luogo in cui possa accadere qualcosa di epocale. Anche la cabala non promette bene, lo sanno bene proprio le Aquile: l’ultima volta che una squadra di non professionisti ha battuto i detentori della coppa risale al lontano 1909, quando il Wolverhampton cedette il passo a dei dilettanti del sud di Londra, per l’appunto il Crystal Palace.

Di fallimenti societari e difficoltà umane a Macclesfield
La storia più importante che riguarda il Macclesfield FC, però, è quella della rinascita dalle sue ceneri. Fino al 2020 si chiamava Macclesfield Town FC, una squadra nata nel 1874. A cavallo del nuovo millennio aveva raggiunto il professionismo, toccando una volta la terza serie e stabilendosi in quarta divisione, l’ultima di Football League. Il club era tornato in League Two nel 2018, ma finanziariamente è stata la sua rovina. La storia è sempre la solita: costi fuori scala diventano debiti insormontabili, stipendi non pagati, giocatori che non vogliono più giocare, penalizzazioni e infine fallimento.
Finisce tutto in vendita: lo stadio, il titolo del club, ogni suo minimo possedimento. Il Moss Rose finisce addirittura sui portali immobiliari online, la somma richiesta è di circa mezzo milione di sterline. È proprio lì, in mezzo agli annunci di affitti di qualche decina di metri quadri, che la vendita dello stadio viene scoperta da un tale di nome Rob Smethurst. Ha 43 anni, è nato e cresciuto a Macclesfield e in realtà non ha mai amato troppo il football, preferendogli il tennis. Rob Smethurst, però, è principalmente un uomo la cui vita è entrata in una spirale terribile.
Subito bollato a scuola come un ragazzino dalla bassa intelligenza, Smethurst si era dovuto ingegnare per guadagnarsi da vivere. Il padre lavorava in una concessionaria, così aveva provato a seguire le sue orme aprendone una sua, ma era fallita. Ci aveva pure riprovato, ma l’esito non era cambiato. Rimasto con due sterline sul conto in banca, viene colto da un’idea folgorante: creare un’app che faceva comunicare le concessionarie con le compagnie di trasporto. Il progetto ha avuto successo, tanto che viene acquistato nel 2017 da una società del settore per una cifra imprecisata, sicuramente superiore ai 10 milioni di sterline. Un accordo tanto vantaggioso economicamente, quanto distruttivo per la sua vita: Rob è diventato un milionario senza più un obiettivo da raggiungere. Così l’unico luogo in cui riesce a trovare una ragione di esistenza è nel fondo di una bottiglia.
Nei tre anni successivi inizia a bere e non si ferma più. Comincia con l’aperitivo prima di pranzo e finisce la notte, quando si riversa devastato nel letto. La moglie non riesce a stargli più accanto, gli amici di sempre si allontanano. La sua esistenza è un party senza sosta, una toppa sempre più logora che cerca di coprire una voragine che lo sta inghiottendo senza pietà. Nell’ottobre 2020 Smethurst ingaggia con dei compari una sessione ininterrotta di quattro giorni di bevute. In quel momento trova online l’annuncio di vendita del Moss Rose. I soldi non sono un problema, i fumi dell’alcool fanno il resto: acquista lo stadio e la squadra. Poi, come ogni follia compiuta in questo stato, se ne dimentica completamente.

Un percorso comune di rinascita dalle ceneri
Dopo qualche giorno qualcuno bussa alla porta di casa Smethurst. È un agente immobiliare con un mazzo di chiavi in mano, quello del Moss Rose. Rob cade dalle nuvole, per la moglie è la goccia che fa traboccare il vaso. Mentre lui, stordito, va a prendersi la carica di nuovo presidente del Macclesfield Town FC, lei fa le valigie e lo lascia. Quando Smethurst entra allo stadio, trova un disastro: il campo è devastato, le erbacce hanno riconquistato parte delle tribune spoglie dei seggiolini e di ogni cosa di valore, portate via dai debitori. Ha comprato un guscio vuoto, in cui è tutto da rifare, proprio come la sua vita.
Rob si trova alla fine davanti a un bivio: annegare sempre di più nel confronto con i suoi demoni interiori, a cui va ad aggiungersi il peso di un acquisto scellerato, oppure cercare di tornare a galla. In qualche modo, trova la via per iniziare a uscire da quella spirale terrificante. La forza gliela dà proprio il club, quella creatura talmente in simbiosi con il suo nuovo proprietario da essere completamente disastrata e da ricostruire da zero. Smethurst, però, non ha una minima idea di come essere a capo di una squadra di football. Così chiama un vecchio amico che due cose di calcio le sa: è Robbie Savage, il migliore amico di Roberto Mancini nella sua fugace avventura a Leicester.

Il gallese diventa il direttore sportivo e accompagna Rob nel ricostruire il club dalle fondamenta. Lo stadio viene ristrutturato e rinnovato, vengono riformate le squadre senior e giovanili. Vengono aggiunte strutture, creati business plan e progetti a lungo termine. Il legame con la città viene esaltato, coinvolgendo chiunque voglia mettersi in gioco nella rinascita. Smethurst non si fa problemi a spendere, attingendo appieno alla sua rendita. Lo fa con gioia e con una determinazione singolare, per una persona che non ha mai amato troppo il football. Il motivo è semplice: così come la sua squadra, anche Rob sta compiendo un percorso simile. Col tempo e l’aiuto di chi ci è già passato, riesce a sconfiggere la sua dipendenza e non beve più. Risorge dalle sue ceneri, come il suo Macclesfield diventato quella ragione di vita che da qualche anno non aveva più, riuscendo anche a riconquistare la fiducia della moglie con cui si ricongiunge.
Smethurst è un proprietario schietto, completamente devoto alla causa, che si emoziona ogni partita nel vedere il supporto popolare al suo progetto nato per sbaglio. Libero dalla stretta dell’alcool, mostra anche tutta la spregiudicatezza e quella sana dose di ambizione tipica dell’imprenditore. Una storia come la sua e quella del suo club non può che avere un traguardo finale: l’approdo in Premier League. Così non bada a spese: per dirla con le sue stesse parole, “in tutta onestà, abbiamo comprato le leghe inferiori”. Il Macclesfield FC ricomincia dalla nona serie e, in quattro stagioni, conquista tre promozioni di fila.
Macclesfield FC, la tipica squadra di calcio non professionistico
A Moss Rose, sabato 10 gennaio 2026, le Aquile londinesi si trovano ad affrontare una vera e propria araba fenice. Una squadra rinata dalle sue ceneri, con quell’entusiasmo proprio di chi sa di avere una seconda opportunità da non lasciarsi sfuggire, alle sue spalle una cittadina intera al seguito nonostante abbia la sfortuna di trovarsi a una ventina di miglia da Old Trafford e dall’Etihad Stadium. Da sempre terreno fertile per le tifoserie delle squadre di Manchester, Macclesfield ha di nuovo un club da seguire e di cui potersi vantare.
Smethurst sogna sempre di arrivare in Premier League, ma è ancora tremendamente distante da quel traguardo. Tra il suo club e il Crystal Palace ci sono ben 117 posizioni in classifica. Rob ha provato negli anni a impostare il suo club come se fosse professionistico, ma bisogna avere anche una buona dose di realismo. Nonostante buone strutture e grandi investimenti, provenienti anche da altri imprenditori (ancora più facoltosi) a cui Smethurst saggiamente ha ceduto quote importanti del club, la squadra si allena due volte a settimana. Robbie Savage inoltre se n’è andato, dopo aver passato anche un periodo sulla panchina dei Silkmen.
A guidare la rosa c’è ora l’ex attaccante della squadra delle due stagioni passate, un uomo che ha appeso gli scarpini al chiodo per prenderne le redini tattiche. Un uomo dal cognome e dalla parentela pesanti: John Rooney, il fratello minore di Wayne. Quel Wayne con cui aveva iniziato a giocare insieme all’Everton, per poi diventare un’icona del Manchester United e dell’Inghilterra. Quel Wayne Rooney che la BBC sceglie di mandare come opinionista a Moss Rose per commentare la partita.

Agli ordini del fratello meno talentuoso della famiglia Rooney c’è una classica rosa da squadra di non-league, per quanto un po’ più ricca di tante altre. È formata da veterani delle serie inferiori e ragazzi usciti dalle giovanili di squadre più o meno grandi che sognano di trovare un modo per tornare nel mondo professionistico. Ma in una realtà come quella del Macclesfield FC si deve essere realisti, non si può vivere di solo football. Così il capitano Paul Dawson, un tempo ispettore per una società autostradale, ora si divide tra l’impiego nell’azienda di un amico che produce candele e quello di allenatore. Il centrale di difesa Sam Heathcote è un insegnante di educazione fisica in una scuola elementare nei sobborghi di Manchester, il collega di reparto Lewis Fensome è proprietario e gestore di una palestra. Altri fanno i muratori, gli imbianchini, gli idraulici.
Anche gli attaccanti si danno da fare, anche se in maniera più elegante. D’Mani Mellor, frutto delle giovanili del Manchester United che può vantare un’apparizione in Europa League, è l’host del podcast “More Than a Match”. Il bomber della squadra Danny Elliott, 134 reti in carriera di cui 41 nella stagione 24/25 che ha visto l’ultima promozione, sfrutta al massimo la sua laurea in economia come proprietario e gestore di un’azienda di sviluppo immobiliare. Alla banda non può mancare l’influencer diventato personalità televisiva: è Tom Clare, che ha lasciato temporaneamente la squadra nel 2024 per partecipare al reality inglese Love Island, vincendolo.
Chi non fa più parte della rosa è il 21enne Ethan McLeod. Arrivato a Macclesfield dopo dieci anni nel vivaio del Wolverhampton conditi da numerosi prestiti, la sera del 16 dicembre 2025 stava rientrando in macchina dalla trasferta di Bedford quando ha avuto un terribile incidente sull’autostrada M1. Per il giovane centrocampista non c’è stato scampo e, da quel giorno, uno striscione tra le due panchine al Moss Rose ricorda il numero 20 tragicamente scomparso.

Una giornata e una partita speciale
Un timido sole illumina Macclesfield il 10 gennaio 2026, inusuale per una britannica metà pomeriggio di gennaio ma troppo debole per scacciare il freddo. Il campo sintetico del Moss Rose è in buone condizioni nell’accogliere sul campo i padroni di casa, in tenuta classica blu e bianca, e il Crystal Palace in casacca dorata come la coppa che difendono. Non c’è mezzo posto libero: il primo record di giornata è quello delle presenze allo stadio. Sulle tribune ci sono i media nazionali, a partire dalla BBC e Wayne Rooney, una delle prime volte che fanno capolino da quelle parti.
Sugli spalti tutti sanno che questa è una giornata speciale, che non è un turno di coppa come gli altri. Lo sa Rob Smethurst, che presenzia con la moglie e i loro tre figli. Lo sanno i genitori di Ethan McLeod, invitati alla partita dal club che ha ogni intenzione di dedicare il risultato, qualunque esso sia, alla memoria del figlio. Lo sanno parenti, amici e colleghi di lavoro dei Silkmen, anche loro gravitati verso il Moss Rose. L’energia si avverte in tutta la cittadina.
Le condizioni per l’impresa ci sono tutte: una squadra risorta dalle sue ceneri, una tifoseria alla riscossa, la forza emotiva che solo una tragedia immane può dare a un gruppo di ragazzi in campo. A coronare il tutto la magia della FA Cup, che permea lo stadio fin dal primo minuto. Di fronte, però, ci sono i campioni in carica. Una squadra professionistica in piena regola, un club di Premier League che spende chissà quante volte più del Macclesfield per sostenersi.
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Il Crystal Palace prova a imporsi a inizio partita, a mostrare i galloni del club più forte. Ma è una giornata speciale, lo sanno tutti, così giocatori che militano in Premier League non arrivano mai a impensierire la porta dei dilettanti padroni di casa. Dall’altra parte il Macclesfield lotta su ogni pallone, guidato da un gladiatore come il capitano Paul Dawson, novello Massimo con tanto di fasciatura evidente alla testa per un contatto subito nella prima parte del match.
Sul finire di primo tempo è proprio lui a farsi trovare pronto su un calcio piazzato dalla destra. Rispetto agli atletici professionisti del Crystal Palace sembra quasi che non salti, ma è posizionato meglio di tutti: Dawson colpisce di testa verso il secondo palo e segna la rete del vantaggio. All’ora di gioco arriva un’altra rete che sa tantissimo di non-league: mucchio selvaggio nell’area del Crystal Palace, il pallone rotola al limite e viene svirgolato dentro da un passaggio maldestro che costringe l’ex academy del Manchester City Isaac Buckley-Ricketts ad accartocciarsi in maniera strana per impattare la sfera. Ne esce una improbabile deviazione di tacco al volo che spiazza completamente il portiere dei londinesi e vale il raddoppio.
I giocatori del Crystal Palace ritornano verso il cerchio di centrocampo scambiandosi sguardi sbigottiti, con quell’aria di chi sta lentamente capendo che questa non è una partita come le altre. Le Aquile non combinano nulla di buono fino alla magia su punizione dello spagnolo Yéremi Pino, arrivata allo scadere. Ma non basta, non può bastare in un pomeriggio del genere. È il momento del Macclesfield FC, dei suoi giocatori non professionisti, della sua società nata per caso, di una cittadina che ha visto risorgere il proprio club dalle sue ceneri. Sull’ultimo cross verso la propria area è capitan Dawson a spazzare via, mentre l’arbitro fischia per tre volte a sancire una vittoria fuori da ogni razionalità. I tifosi si riversano sul campo del Moss Rose, capitan Dawson è il primo a essere preso sulle spalle dalla folla festante per essere portato in trionfo.

La magia della FA Cup e del football
John e Wayne Rooney si ritrovano in campo in lacrime e si abbracciano. Rob Smethurst scende dagli spalti con la famiglia ed esulta, esulta a più non posso come un tifoso qualsiasi. Isaac Buckley-Ricketts prende parola ai microfoni e dichiara senza mezzi termini: “Ethan era qui”. I genitori di Ethan McLeod entrano negli spogliatoi a salutare la squadra, emozionati come tutti. La gioia dei tifosi travolge ogni forma di protocollo, di diretta televisiva da realizzare, e trascina tutti ai vari pub di zona, compresi i tifosi del Crystal Palace che si dispiegano per la città cantando allegramente “We were shit, we were shit”.
Non succedeva da 117 anni che una squadra non professionistica battesse i detentori della FA Cup. Così come sono 117 le posizioni in classifica di distanza, sparse su sei divisioni, tra il Macclesfield FC e il Crystal Palace. Eppure il 10 gennaio 2026 succede l’imprevedibile. I primi vincono contro i secondi, Davide sconfigge ancora una volta Golia, con un paio di colpi di fionda ben assestati.
“That’s football guys, that’s what it is”, spiega Al Pacino ai suoi giocatori in un famoso film che racconta il football sbagliato, quello americano. È veramente tutta qui la magia dello sport e in particolare del calcio. È emozione allo stato puro, è rivalsa, è rinascita dalle proprie ceneri. È superare i propri limiti e raggiungere obiettivi impensabili. In un mondo sempre più legato al lato del business e degli interessi politici, sempre meno attento a quello a cui aspira la gente comune, la FA Cup ci ricorda in questi gelidi weekend invernali perché è la competizione più bella del mondo.


