Il mio viaggio a… Ritorno a Manchester. Settembre 2018.

Di nuovo nella famosa città inglese: stavolta alla scoperta del Salford City; con un giro anche a casa del Manchester City.

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“How many special people change? How many lives are living strange? Where were you while we were getting high? Slowly walking down the hall, faster than a cannonballWhere were you while we were getting high?” 

Settembre 2018 e quella voglia di ricominciare a viaggiare… 

…dopo un’altra estate ferma… col “mal d’Inghilterra” di cui parlavo nel diario sul giro in Galles (maggio ‘18)… e ancora qualche pensiero che correva ancora a quella persona per cui, nel tentativo di mettermi alle spalle tutto e presto, già un anno prima avevo iniziato a viaggiare quasi compulsivamente, dietro alla cosa che amo di più (il calcio)… finalmente arriva settembre: finalmente si ricomincia e la mia prima meta, della nuova stagione calcistica, non può che essere una… 

Manchester, ancora.

Di nuovo: ho bisogno di “lei”, della mia città preferita. Quella sognata per tanto tempo e poi visitata nel 2016. Di quella che considero un po’ il mio “posto nel mondo”. Il mio “wonderwall”. Voglio tornare a Manchester. Voglio scrivere pagine nuove e voglio nuovi ricordi. E soprattutto, stavolta, voglio andare a vedere una squadra di cui avevo sentito parlare e che stavo cominciando a seguire: il Salford City F.C. Decido di partire martedì 25, che poi è anche matchday. Decollo da Orio e atterro nel primo pomeriggio. Stavolta, per risparmiare, ma rimanere comunque in centro, vado in una via secondaria della zona di Piccadilly Gardens. L’hotel non è il massimo (esteticamente), è in un vicolo, è senza ascensore e la stanza è un buco; ma ha quello che mi basta: la doccia, un letto comodo, e un bel bollitore rifornito di tè e caffè. Il ragazzo alla reception è abbastanza antipatico: ma mi da le indicazioni che mi servono. Tempo di sistemarmi e, prima che il sole tramonti, esco. 

A casa del Salford City F.C. 

Attraverso la piazza, secondo le indicazioni di Maps, e vado a prendere il bus X41 Red Express. Direzione: Moor Lane. Mezz’ora circa e sono lì. Il calcio d’inizio è alle 19:45 locali. Io arrivo per le 18:30. La fermata è a circa 5 minuti a piedi dall’impianto. Prima cosa: biglietto (10£) e match programmePoi entro e mi colpiscono due grandi scritte sui muri: “You don’t support a team. You belong to it.” (“Tu non sostieni la squadra. Tu ne fai parte.”) e “Football is life” (“Il calcio è vita”). Inizio a girare per le bancarelle, proprio davanti agli ingressi. Mi avvicino a quella che vende maglie e sciarpe e attiro l’attenzione dell’anziano signore dietro il bancone: «Da dove vieni? Il tuo accento non è inglese». Gli rispondo che vengo dal nord Italia, vicino al Lago di Garda e a Verona, dove ci sono le montagne. «Vivo a Trento: conosce?». «Si, conosco la zona: so dov’è. Dall’Italia?? E cosa ci fai quì?». «Mi hanno parlato della vostra squadra e sono curiosa di vederla giocare dal vivo. E poi spero anche di incontrare il mio idolo: Paul Scholes.». La sua espressione incuriosita, diventa un sorrisone: «Non ci credo… benvenuta!! Divertiti e tieni: questi te li regalo. Alla prossima!». E così, mi regala la penna e la spilla che volevo comprare: ed io sono felicemente sorpresa di questo gesto. Passo oltre, mi metto in fila per una birra, e il ragazzo che serve fa più o meno la stessa domanda e la stessa espressione sorpresa: «Cheers and enjoy!». Vado a sedermi in un angolo, mi gusto la mia pie di carne con salsa gravy e purè di piselli, bevo la mia bella rossa e sfoglio il programma. Mi guardo anche intorno: vedo tante famiglie, oltre a giovani e anziani. Come se la comunità si raccogliesse attorno alla sua squadra: è bellissimo. La società milita in Non-League e metà delle sue quote, nel 2014, sono state comprate da alcuni dei Fergie boys”: i fratelli Neville, Ryan Giggs, Nicky Butt e Paul Scholes; nel corso della stagione, si unirà anche David Beckham: formando così nuovamente, seppure fuori dal campo e in un’altra casacca, il sestetto che contribuì a far grande il Manchester United di Sir Alex Ferguson. È proprio questo a portarmi alla periferia di Manchester: conoscere questa realtà calcistica e assistere ad una partita di una serie inferiore (che considero il calcio vero); oltre che (dulcis in fundo) incontrare, magari, il mio idolo, Scholesy: cosa che, purtroppo, non avverrà.

La partita 

Anyway: è ora di entrare. Il buio è calato e c’è umidità nell’aria, con quella pioggerellina tipica british. Io ho la febbre a 38° e sono piena di sinusite: ma pensate che basti a tenermi a casa? Non ci penso proprio! Prendo posto dietro le panchine. Il “Peninsula ha una capienza di 5.000 posti: credo che ci siano almeno 2.000 tifosi, stasera. Gli Ammies, giocano con l’Hartlepool United. Il 1° tempo va via liscio: senza troppe emozioni; ma mi piacciono perché corrono e lottano su ogni pallone. Nel 2° tempo, gli home salgono in cattedra: segnano tre gol in dieci minuti; il secondo lo fa la punta di diamante dei leoni: l’irlandese Adam Rooney. Gli ospiti rimangono a bocca asciutta. Il risultato è giusto. Fischio finale tra l’entusiasmo generale (mio compreso). E la rabbia degli away: i cui tifosi tentano di irrompere nella zona riservata ai locals, prontamente fermati dalla polizia. Ero appena uscita fuori e, in quel mentre, mi passa davanti uno “spilungone” biondo: distratta dal momentaneo caos, mi accorgo di lui solo dopo… è Phil Neville: ma è troppo tardi per una foto, poiché sta già salendo in auto… pazienza! Prenoto un Uber e me ne torno in camera: mi sento uno “straccio”, ma sono contenta! Ho visto una bella partita e una bella realtà: venire qui è stata una scelta azzeccata. Mi faccio una camomilla e butto giù un Paracetamolo: devo rimettermi in forma…

L’Etihad

Il giorno dopo, mercoledì 26, mi alzo e vado dal tipo della reception: gli faccio presente che la stanza è fredda, che io ho la febbre e chiedo di alzare il riscaldamento… ma la mia fortuna vuole che il Comune non ne abbia ancora autorizzato l’accensione. Ergo: peggio per me! Vado al mio pub preferito, il Wetherspoon, proprio sulla via principale: mi riconsolo con una bella english breakfast, condita da brown sauce (quella della HP è il top)e due tazzoni di caffè americano. Poi decido di andare a casa dei Citizens: va bene che sono una red devil, ma già che sono qui… Prendo il Metrolink diretto: la fermata è proprio alle porte dello stadio. Azzurro, bianco e celeste: i colori dominanti, subito, a colpo d’occhio. In giro non c’è nessuno, ma dentro siamo una quindicina. La guida ci porta a vedere tutto l’impianto, raccontandoci la storia del club e aneddoti vari. Stavolta, alla domanda su quale squadra tifiamo, ometto l’amore per i loro concittadini e mi limito a quella italiana; così, mentre siamo negli spogliatoi, racconta qualche episodio con protagonista Balotelli, ai tempi in cui militava nelle loro file: il commento che si lascia sfuggire, a margine, è uno… “Silly”. Sciocco. E lascia intuire che non ne hanno troppi rimpianti… Il museo è piccolo, rispetto a quello dell’Old Trafford, poiché hanno vinto meno dei rivali; ma è comunque interessante. Un po’ mi si stringe il cuore, però: perché io adoro gli stadi vecchi, old, e mi pesa non aver visto Maine Road (dove giocavano in precedenza). Lo stadio del Manchester City è bello, senza dubbio: grande, ben strutturato, attrezzato, con addirittura le porte USB sulle poltroncine della tribuna principale. Non posso dirvi assolutamente che sia brutto: ma, ai miei occhi, è come un grande salotto. Ci lasciamo col grande entusiasmo del cordialissimo staff di accoglienza: a ragione perché, alla fine di quella stagione, vinceranno il loro 6° titolo di campioni della Premier League.

Time to go 

È pomeriggio inoltrato. Faccio una puntatina all’Old Trafford: quasi a volermi discolpare di essere stata dai “cugini” e anche perché ho voglia di rivederlo, anche solo da fuori. Scatto di nuovo una miriade di foto. Mi fermo di fronte al “teatro dei sogni”: sognando i bei tempi andati, King Eric, Roy e il mio adorato Paul, e di tornarci di nuovo, prima o poi… Attraverso lentamente Sir Matt Busby Way e vado a prendere di nuovo il tram. Scendo ad Exchange Square e mi siedo a fumare sulla scalinata di fronte al pub Mitre: quella è probabilmente la mia parte preferita della città. Cammino in direzione Hard Rock Café. I pensieri si mescolano nella testa… di nuovo: corrono alla persona cui pensavo quando c’ero stata la prima volta… sto rivedendo quei posti, di quel viaggio precedente in cui, in un certo senso, era presente: ed ora è come se, girandomi, non lo vedessi più… Le cose sono tornate al loro giusto posto. Anzi: ora sono meglio di prima. Come un’immagine sfocata, che riprende nuovi contorni e colori. Rivedo la città che amo e lo faccio con occhi diversi: non solo della sognatrice che realizza quello che ha sempre desiderato (due anni prima), ma anche con quelli di una donna che fa di tutto per continuare a sognare e a vivere le sue passioni. Se il Galles di 4 mesi prima era stato il viaggio della definitiva rinascita: questo è il viaggio della consapevolezza. Non mi fermo più. Anzi: domani salgo sul treno per Newcastle. E se all’Hard Rock Café campeggia una strofa di “Wonderwall”: nella mia testa risuona “Champagne Supernova”… cammino lenta giù per la strada, ma più veloce di una palla di cannone… Al prossimo viaggio, anzi, sogno!